Die Meistersinger von Nürnberg all´Oper Leipzig

La nostra carissima Anna Costalonga ha assistito alla prima dei Meistersinger wagneriani all´Oper Leipzig e, come sempre, pubblico la sua interessante e arguta cronaca della serata.

E' stato un caso, solo un puro caso se ho assistito alla prima dei Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner all'Oper Leipzig.

Sono entrata e uscita dal foyer almeno 4 volte, prima di decidermi a comprare il biglietto.

Per questa première c'è stato un gran battage pubblicitario da mesi, a cui di certo non sono rimasta insensibile.

Un evento speciale per l'allestimento, certo, ma anche per l'occasione per cui è stato scelto: l'anniversario della Rivoluzione Pacifica (ieri sera 9 ottobre) a ridosso del Jubiläum per i 50 anni dell'Opera (oggi 10 ottobre).

Si sa che le great expectations spesso si risolvono in grandi delusioni: lo dice Dickens e lo diceva anche il mio sesto senso, o forse buon senso.

 

In mezzo a un pubblico in gran tenuta – in fin dei conti si trattava di una serata di gala, fra i miei vicini di posto in platea uomini in smoking e anche qualche signora imbacuccata in improbabili toilette à la Carmen – si sono consumate ben 6 ore, pause comprese fra primo e secondo atto, di cui almeno 4 passate in una specie di dormiveglia.

Ormai è uno stereotipo lamentarsi dell'interminabilità di certe opere wagneriane.

In realtà, ciò che è interminabile è la noia di fronte a certe soluzioni drammaturgiche.

La durata è relativa, diremo inversamente proporzionale, alla felicità di certi allestimenti.

 

PRIMO ATTO:  L'IKEA NELLA FORESTA NERA

 

Il regista Biganzoli, della scuola del buon vecchio Peter Konwitschny, fra l'altro presente in platea, seduto a poche file di distanza da me, ha presentato una scena statica, asettica per tutto il primo e secondo atto.

La Foresta Nera è stata soppiantata da un più razionale spazio Ikea colorato di verde: pareti e pavimento color felce, alcuni tavoli, alcune sedie moderne, in legno laccato, sparse qua e là in un finto disordine.

 

Fin qui niente di male, l'arredo scenico in fondo rispecchia il gusto dei tempi per l'understatement, la sobrietà.

Sobrietà d'arredo però non dovrebbe significare, drammaturgicamente parlando, mancanza di spirito.

Quello che infatti mi ha dato fastidio è stato far correre sottotono, senza un adeguato brio scene come quella fra Walther von Stolzing e David o scene come quella della riunione dei cantori o ancora la scena del duetto fra Hans Sachs con Beckmesser, con l'unico risultato di tradire completamente l'umorismo che c'è nell'unica partitura “comica” di Wagner.

Sulla scena, i cantanti si sono avvicendati con una recitazione sciatta, senza trovate registiche per tenere alta l'attenzione o per sottolineare la comicità delle situazioni.

Nella buca, l'orchestra della Gewandhaus dal canto suo si è adattata perfettamente a questa insensibilità umoristica: eppure Wagner dovrebbe essere uno dei suoi cavalli di battaglia.

Potremmo dire forse che c'è Wagner e Wagner.

Già avevo notato la poca propensione della pur stupenda orchestra di Lipsia a rendere al meglio in quelle partiture dove il brio è d'obbligo.

Mentre stavo per crollare con la testa sulla spalla del vicino, mi sono risvegliata con questa improvvisa rivelazione: l'orchestra della Gewandhaus probabilmente è una bellissima signora, ma seria, incapace forse per troppo bon ton e severa educazione a raccontare bene le barzellette.

Un'opera brillante, piena di frizzi e lazzi nella partitura e di battute taglienti nel libretto, come i Meistersinger, non può annoiare, anche se dura cinque ore.

 

RIUNIONE CONDOMINIALE O CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE COMUNALE?

 

L'interminabile scena della riunione dei cantori è stata forse una delle scene più noiose a cui mi è capitato di assistere.

Anche se sul palco c'era il celebre baritono Wolfgang Brendel nei panni di Hans Sachs.

Anche se il povero Beckmesser, una delle figure più comiche dell'opera, era il pur bravo Dietrich Henschel, ottimo interprete brillante.

 

Se l'idea registica è stata quella di creare una similitudine con un consiglio di amministrazione comunale o con una riunione condominiale, diciamo che il regista allora è riuscito benissimo a rendere il senso di polvere di certe assemblee.

 

Ad ascoltare i pareri degli altri spettatori, semplici appassionati e anche “addetti ai lavori”, non sono stata l'unica ad avere avuto questa impressione.

“Senza infamia, né lode” “Mediocre” sono state le battute che ho sentito più frequentemente sulla bocca di chi andava finalmente a rinfrescarsi al bar o sulla terrazza del foyer.

 

 SECONDO ATTO: DOBBIAMO RIDERE?

 

Abbiamo salutato il secondo atto con un corale “Speriamo che il secondo atto vada meglio”.

Inutile dire, che il secondo atto si è rivelato quasi più letale in quanto a noia del primo.

Purtroppo la lunga scena del duetto notturno fra Hans Sachs e Beckmesser è stata rovinata da questo understatement polveroso.

Questa scena, che in teoria dovrebbe essere una delle più gustose dell'opera, in pratica si è risolta in un goffo tentativo di far ridere.

E avevamo due bravi cantanti, due bravi interpreti in scena, un'ottima orchestra in buca.

 

Sia la sottoscritta, sia gli altri amici melomani abbiamo condiviso un'unica sensazione: quella dello spreco.

Fosse stata un'altra recita, un'altra serata, ci fossero stati interpreti, registi e scenografi meno strombazzati, insomma fosse stata un'altra opera, e non così lunga, forse – dico forse – avremmo anche chiuso un occhio.

Dare in pasto invece agli spettatori due atti di un'opera come i Meistersinger e in questa maniera, facendoli passare in sordina, come se nulla fosse, volontariamente trascurando la partitura e tutte le indicazioni drammaturgiche che questa contiene (da il noto regista operistico Jochen Biganzoli, uscito dalla scuola di Peter Konwitschny, mi sarei aspettata una cura migliore e più fantasiosa del rapporto fra partitura e ciò che accade in scena) è un atto di coraggio da kamikaze.

Più conosco l'opera e più mi convinco che l'opera in sé non è fatta per l'understatement.

O meglio, è una questione di equilibri drammatici. Se si toglie da una parte, necessariamente ciò che viene tolto deve essere controbilanciato da un altro aspetto, per non far cadere la tensione in scena e l'attenzione in sala.

Se si toglie l'arredo scenico, per esempio, di solito è per focalizzare l'attenzione sulla drammaturgia, sull'aspetto psicologico dei personaggi, sulla loro recitazione, magari anche con trovate anacronistiche, o non contemplate nel libretto ma efficaci e fedeli allo spirito dell'opera.

Ieri invece ho assistito a un togliere senza dare, se posso dire così. A una messinscena squilibrata in tutti i sensi.

E poco importa se nel terzo atto il pubblico e la sottoscritta si sono risvegliati in un colpo solo.

 

TERZO ATTO: IL GRAN BAILAMME

 

Finalmente l'oscena scena verde vien fatta scomparire, per lasciare il posto a qualcosa di più ardito.

 

Diradate le nebbie dei fumi in scena, ecco che Hans Sachs è il maestro cantore, ma anche il poeta, lo scrittore celebrato che non ottenendo l'amore ottiene la gloria, l'artista che sacrifica la propria felicità personale per un ideale più grande comune, l'Arte.

 

E' la scena della gara fra i cantori. Ci sono volute quattro ore prima di vedere un'idea forte da parte del regista.

Eccola allora, quest'idea a lungo covata e nascosta: i cantori sono gli stessi artisti dell'Opera, e, nella fattispecie, dell'Opera di Lipsia che oggi compie 50 anni, come si capisce dai drappi che inneggiano al suo Giubileo e che all'improvviso vengono fatti srotolare dalla galleria e dai loggioni.

Ecco che il pubblico che assiste alla gara è il pubblico stesso.

Con un effetto scenico sorprendente (benché non nuovo), dietro i personaggi in scena cala un enorme parete a specchio, che riflette tutto il pubblico in sala.

Per una volta, anche il pubblico vero ha potuto vedere se stesso sul palcoscenico.

Finalmente il regista è riuscito a coinvolgere, a rendere un'unica cosa la scena e la sala.

Ecco allora Walther Von Stolzing in frac che passa fra il pubblico, ecco Hans Sachs che canta da una delle porte di accesso alla platea.

Finalmente il pubblico ha riso, nella scena in cui Beckmesser canta il pezzo di Hans Sachs, stravolgendo le parole.

I colpi di scena in questo terzo atto si sono accavallati l'uno con l'altro, in modo da tenere sempre desta la tensione e l'attenzione.

Ecco allora balletti, una squadra di finti infermieri accorsi in scena a soccorrere Hans Sachs colto da malore (a mio avviso una trovata scenica cheap, comunque), addirittura acrobazie ginniche-judoistiche (non vocali, ahimé) dei cantanti in scena: non avrei mai pensato di vedere due cantanti prodursi in un ottimo Seoi Nage e in un ancor migliore Tomoe Nage durante una prima dei Maestri Cantori di Norimberga.

 

CONCLUSIONE

 

Possiamo ritenerci soddisfatti? Ci siamo sorpresi, abbiamo riso, siamo stati coinvolti come pubblico, in fin dei conti.

Forse sono troppo severa se dico di no.

Ripeto, non si possono aspettare quattro ore per godere di un bailamme di neanche un'ora.

E poi mi aspettavo di più, scenicamente, vocalmente, musicalmente.

Le ovazioni tributate a Wolfgang Brendel sono state meritate, certo: più per la carriera già fatta che per l'effettiva performance canora di ieri, di ottimo livello, ma non entusiasmante.

Walther Von Stolzing è stato impersonato da Stefan Vinke, che avevo già avuto modo di conoscere lo scorso anno nel Lohengrin con la regia di Peter Konwitschny: non mi ha convinto allora, pur essendo una produzione – quella sì – ai limiti con la genialità, e a maggior ragione non mi ha convinto ieri sera.

Goffo in scena, voce senza colore, a tratti forzata e fissa, senza una particolare intelligenza interpretativa.

Il bravo tenore Dan Karlstrom nei panni di David non mi ha del tutto deluso, però devo dire che lo ho apprezzato di più come interprete belcantistico che wagneriano: un'ottima voce squillante e agile, un buon brio scenico, doti che a mio avviso la regia non ha saputo utilizzare come si sarebbe dovuto ieri sera (a parte le proiezioni di judo).

Non si può parlare male dell'orchestra della Gewandhaus. E' una delle migliori orchestre europee, capace di serate esaltanti, quando il repertorio e il direttore sono quelli giusti, durante i concerti strumentali.

In ambito operistico, il discorso è diverso. Spesso certe regie impongono per le loro trovate sceniche dei ritmi di prova così stretti, che sovrastano il tempo necessario per un raffinamento interpretativo dei cantanti e della stessa orchestra.

Vista la staticità della scena, della recitazione e l'assenza di trovate sceniche nel primo e secondo atto, mi sarei aspettata qualcosa di più dagli orchestrali. Almeno quell'umorismo che sul palco faceva difetto.

Ancora una volta, mi è sembrato esserci un equivoco interpretativo di fondo: confondere sobrietà con rigidità, rispetto sacrale della partitura con la paura di renderla viva.

Il vero e sincero applauso da parte mia è andato invece all'unica cantante degna di tale nome: Meagan Miller nei panni di Eva.

Ecco, lei è stata l'unica gradita eccezione. Un'ottima presenza scenica, un'interpretazione e una voce più che convincenti: finalmente un colore e un bel timbro, e un fraseggio elegante!

 

Che dire? Torno alla citazione di Dickens.

Great expectations = Great Disappointments.

Ieri sera abbiamo imparato che è utile diffidare di ciò che viene strombazzato da mesi come il grande evento dell'autunno.

Dico: “abbiamo” non per immodestia, ma perché mi sono ritrovata a condividere queste stesse impressioni con altri appassionati come me, e con cari amici la cui presenza ieri ha reso almeno piacevole la serata .

Non me ne voglia il caro Richard Wagner, che pure ieri era presente all'Opera di Lipsia, nella persona della nipote Eva novantenne. Ma non presente con la sua musica e con il suo spirito, ahimé.

 

Anna Costalonga



Metamorphosen di Richard Strauss

Metamorphosen, studio per 23 archi solisti, è una delle pagine più straordinarie dell’ ultima stagione creativa di Richard Strauss.
Pubblico questo bellissimo commento di Franco Serpa.

Aprile 1945, in Germania è annientata ogni fede, ogni speranza di umanotà, di arte, di etica. Sull’immensità delle rovine dominano angoscia, infamia, morte. «Sono disperato. La mia amata Dresda – Weimar – Monaco tutto distrutto!» (febbraio 1945, lettera di Strauss a Gregor). L’8 marzo Strauss concluse la partitura sommaria di Metamorphosen, il 12 aprile la partitura definitiva. Il 30 aprile Hitler si uccise nella sua caverna a Berlino.
Metamorphosen è uno dei capolavori più alti e più desolati che mai siano stati concepiti in musica: ed è un capolavoro enigmatico. È un lungo compianto di severa bellezza musicale. Ma, ci chiediamo, è un compianto per chi, su che cosa? Quali idee, quali immagini, quali ricordi nutrono una così profonda tristezza? Durante l’ascolto, a volte, un frammento di tema, un breve disegno musicale, un’allusione additano – vedremo – un pensiero, ma l’ombra subito svanisce immergendosi nell’oscuro cerchio della meditazione.
Prima e anche dopo Metamorphosen, Strauss è magnificamente diverso, e questa condizione di oscurità interiore gli era sconosciuta. La sua arte, da giovane o da adulto, tardoromantico o neoclassico, eccessivo o sottile, – la sua arte, dicevo, è soggettiva, narrativa, mirabilmente colorita, ironica quando occorre, intimamente legata alle immagini, alla parola poetica, al verso; è esplicita, insomma. Olimpico e sereno come nessun altro artista del Novecento, egli ha osservato e amato la vita, ha compreso, ha sofferto (la prima sconfitta della Germania nel 1918, per esempio, o il colpo irreparabile della morte di Hofmannsthal) sempre sostenuto da una saggezza nata ed educata nel saldo amore per la cultura classica e per quella tedesca, musicale (Mozart, Beethoven, Wagner i suoi astri), letteraria (i tragici greci, Goethe e Schiller), filosofica (Schopenhauer e Nietzsche), di cui sa di essere degno rappresentante, anzi ultimo erede. E di questo parlò con il mondo, declamando o conversando, con serietà o con amabile scherzo. Era uno strano ottimista, che credeva soltanto nel passato e nella “eterna” rigenerazione dell’arte. Strauss amava poco, infatti, il suo presente, anche se per molto tempo ne fu acclamato e ricco protagonista (e poco o nulla amava i musicisti contemporanei, conservatori o innovatori che fossero, nazionalisti o cosmopoliti). Il suo schietto, ostentato distacco fu scambiato per cinismo dai malevoli (e tuttora c’è chi ripete). Ma non lo era, non lo era affatto. Strauss era troppo intelligente e troppo elegante per essere un cinico. Attraversò i primi anni del truce regime hitleriano con qualche compromesso (anche qualcuno di troppo), qualche umiliazione e molti contrasti, per poter tenere in vita l’umanesimo nella musica. Nella Schweigsame Frau (1935), nella poeticissima Daphne (1938), nel funambolico brano corale Die Göttin im Putzzimmer (1935, eseguito nel ’42), in Capriccio (1942) infine, la musica smentisce la tetraggine dei tempi, ci dice che un futuro degno si edificherà sul grande passato.
Poi anche la tenacia del grande vecchio vacillò. Nel 1943 disse il Willi Schuh una frase grave e commovente, nel tono sarcastico: «Il lavoro della mia vita è finito con Capriccio. Quello che continuo a scrivere a beneficio dei miei eredi e per tenere in esercizio la mano […] non ha la benché minima importanza dal punto di vista della storia della musica». Aveva, dunque, deciso di scrivere per sé solo, di non parlare più al mondo, divenuto ormai tetro, da cui si sentiva estraneo e tradito. Ma la musica non tradì lui, che nel 1942 creò il Secondo Concerto per corno in mi bemolle e nel 1943 l’incantevole Sonatina per 16 flati, in fa maggiore (intitolata Aus dem Werkstatt eines Invaliden “Dalla bottega di un invalido”).
La difesa dalle rovine della storia, la calma delusione su tutto ciò in cui aveva creduto per l’intera vita, l’abbandono del venerato Ottocento romantico per la classicità viennese: questa è la disposizione spirituale di Strauss negli ultimi, orrendi anni della guerra. Le partiture di Wagner sono sempre sullo scrittoio del vecchio musicista, ma non lasciano tracce nella musica. Il vero conforto sono Haydn, Schubert, Mozart sopra a tutti.
Poi con la catastrofe, con la miseria (sì, egli divenne povero!), e alla cruda resa di conti di un intero popolo, anche lo spirito di Strauss cedette. Per la prima volta, e l’ unica, la sua musica fu la voce tragica e impersonale della tragedia. In Metamorphosen la musica tedesca dei due grandi secoli, barocca, classica, romantica, compiange se stessa, austeramente canta la sua fine. In queste grìgie, elaboratissime pagine, nell’ostinato giro dei pensieri, Strauss ha rinunciato ad ogni lirismo soggettivo, a tutti gli abbandoni melodici, agli incantesimi orchestrali, ai colori, di cui poteva essere insuperabile maestro. Questa grande composizione è, dicevo, un enigma, perché suo contenuto sono l’idea e il ricordo dell’ arte, il suo atemporale significato e valore, la tradizione delle forme sinfoniche, gli stili, le memorie emotive. Non si tratta affatto di una musica sulla musica, com’ era nei linguaggi neoclassici del tempo, ma di una musica della musica, in cui costruzione formale, invenzione, elaborazione tematica e variazione, sembrano nascere l’una dall’altra continuamente integrandosi e rinnovandosi. L’ esterno, il linguaggio sinfonico in sé e per sé, il suo valore storico astratto, la tradizione dello strumentalismo tedesco, e l’ interno, l’ amore, la familiarità e la venerazione di Strauss per quel linguaggio, in Metamorphosen sono tutt’ uno. Al celebre tenore Julius Patzak, che dopo aver ascoltato il capolavoro, stupiva di tanta tetraggine, Strauss rispose: «Come potrei sorridere, quando è morta la musica tedesca?»
Nel ricco e duttile materiale sonoro è possibile individuare tre cellule motiviche maggiori, sempre sottoposte (con le minori) a procedimenti di trasformazione, di ‘metamorfosi’. Nelle tre cellule, inoltre, l’immaginazione creativa ha evocato, per frammenti prima (quasi per istinto o in una ricerca di identificazione mnemonica), poi per intero, coscientemente, due impressionanti citazioni, dalla Marcia Funebre della Sinfonia Eroica (la solennità della morte) e dal ‘lamento’ di re Marke nel II atto del Tristano (la delusione e la disperazione del tradimento). Tale dovette essere il vincolo emotivo di Strauss con questa sua musica che egli, pur avendo diretto la prova generale, si rifiutò fermamente di essere tra il pubblico alla prima esecuzione, il 25 gennaio 1946, alla Tonhalle di Zurigo (direttore Paul Sacher, che aveva commissionato e ben compensato il lavoro).
La sorprendente novità dell’ organico (che evoca un complesso barocco), 10 violini, 5 viole, 5 violoncelli, 3 contrabbassi, non nasconde, come qualcuno ha erroneamente creduto, un’ amplificazione quintupla del tradizionale quartetto d’archi con tre bassi aggiunti, ordinandosi essa invece per responsabilità solistiche di ogni strumento o piccoli gruppi di strumenti a turno. Il titolo, misterioso anch’ esso, certamente non allude solo alla tecnica della trasformazione tematica, ma addita le riflessioni di Goethe maturo sulle metamorfosi della natura, ricorda gli amati miti classici, e tenta di stringere forse, una speranza nell’afflizione e nel congedo. Doveva essere l’ opus ultimum, che, per nostra fortuna, non fu.

Franco Serpa

Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell’Accademia di Santa Cecilia; Roma, Auditorium Parco della Musica, 27 Marzo 2004, direttore Pinchas Steinberg

Intervista ad Antonio Juvarra

Antonio Juvarra è uno dei docenti di canto più preparati ed esperti di oggi. Ha studiato nei conservatori di Rovigo con Elena Rizzieri, di Padova con Adriana Rossi Castellani, di Verona (dove si è diplomato) con Rina Malatrasi. Ha poi proseguito la sua ricerca con Enza Ferrari, Arnold Rose (autore del trattato “The singer and the voice”) a Londra, con Lucie Frateur (autrice di importanti pubblicazioni scientifiche sul canto) all’Aja, con Lajos Kozma a Perugia e con Carlo Bergonzi a Busseto. Ha seguito inoltre i corsi tenuti da Rodolfo Celletti, Claudia Pinza, Gerard Souzay.Oltre ad aver svolto un´importante attività come cantante, ha pubblicato saggi e articoli sulla vocalità, apparsi su riviste musicali nazionali come Bequadro, Musica Domani, Nuova Rivista Musicale Italiana e altre. È autore del trattato “Il canto e le sue tecniche” (Ricordi, 1987), adottato come testo di studio in quasi tutti i conservatori, del metodo teorico-pratico “Lo studio del canto” (Ricordi, 1999), del volume “Riflessioni figurate sul canto” (Armelin, 2002) e del libro “I segreti del belcanto” (Curci, 2007).
In questo colloquio, Antonio Juvarra ci parla dei principi generali della tecnica vocale e della situazione attuale della didattica del canto.

Tu sei un grande studioso della vocalità e della tecnica vocale. Oggi purtroppo siamo assistendo a una seria crisi e ci accorgiamo che la vecchia scuola va scomparendo. Di questa scuola vorrei che mi parlassi tu.

E’ una scuola che risale al Settecento e che è proseguita poi sostanzialmente fino ai primi del Novecento, cioè fino al prevalere delle moderne tecniche meccanicistiche. Il suo messaggio tecnico-vocale si ricollega a quell’incredibile intuizione da cui è nata tutta l’arte classica mediterranea, ossia: solo ciò che è profondamente semplice e naturale, può esprimere e realizzare ciò che è autenticamente bello e umano. Questa ‘naturalezza’ è duplice: superficiale e profonda. In sostanza, la natura superficiale, di primo grado, già data, del semplice parlato deve fondersi, rimanendo sé stessa, con la natura di secondo grado, rappresentata dal respiro naturale profondo. La tecnica vocale a questo punto interviene non come ‘protesi’ da applicare esternamente, ma come mezzo per fare emergere compiutamente questa naturalezza. Questo in base alla formula del castrato  Mancini (“l’arte vocale consiste nel conoscere dove la natura ci guida”), del castrato Pacchierotti (“chi sa ben respirare e ben sillabare, saprà ben cantare”) nonché al principio del filosofo Francesco Bacone (“solo ubbidendo alla natura, la si comanda”).
Se questi due elementi (parlato e respiro profondo) si fondono armonicamente senza che uno prevalga sull’altro, allora abbiamo quella suprema forma di canto a risonanza libera che è chiamato ‘canto sul fiato’ o ‘belcanto’ (nella sua accezione puramente tecnica) o ‘cantare all’italiana’. In esso l’articolazione delle parole mantiene la sua spontaneità semplicità e diventa in tal modo il sintonizzatore della risonanza libera, mentre il ‘respiro naturale’ contribuisce alla creazione di uno spazio di risonanza duttile, che non ingrossa e non appesantisce i suoni, ma li arrotonda morbidamente. Questo è il significato del termine belcantistico “chiaroscuro”. Se invece l’articolazione rimane nemica dell’emissione o viceversa, avremo le cento forme di canto ‘a risonanza forzata’ che imperversano oggi e che si mimetizzano, prendendo il nome dalle altrettante tecniche vocali che vengono ogni giorno sfornate sul mercato.

Nella tua attività didattica segui le regole del Garcia ? Ovvero ti attieni a quel tipo di insegnamento basato sul colore ‘chiaro’ e ‘scuro’ dei registri ?

Il contributo di Garcia alla didattica del canto rimane fondamentale a tutt’ oggi, sia per quanto riguarda l’elaborazione del concetto di ‘registro’ e di ‘colore’, sia per quanto riguarda la spiegazione del retroscena fisiologica di questi concetti. La nozione di ‘colore chiaro’ e ‘colore scuro’ è da mettere in relazione sia con il concetto belcantistico di ‘chiaroscuro’, sia con il concetto orientale di yin-yang. Anche in questo chiaro, non si tratta di far prevalere un elemento a scapito dell’altro, ma di trovare il giusto equilibrio dinamico e flessibile tra i due. Il loro rapporto varia in maniera più o meno percettibile in rapporto alla vocale, alla nota e all’effetto dinamico da realizzare. Imporre un rapporto fisso e predeterminato tra i due è la tentazione in cui cadono quasi tutte le tecniche vocali attuali e questo, a sua volta, è l’effetto e l’espressione di un pensiero statico-analitico che tende a fermare e ‘fissare’ l’oggetto di studio nell’illusione di possederlo e controllarlo. Tutto ciò non è possibile per il canto, che, non dimentichiamo, è una realtà acustica e non fisico-meccanica, una realtà fluida e dinamica. Da questo punto di vista Garcia ha avuto il torto di aver inaugurato la fase meccanica-foniatrica della didattica vocale col nefasto concetto di ‘colpo di glottide’. Questo torto è ampiamente compensato dai suoi meriti, primo tra tutti l’aver salvato e sintetizzato in una forma sistematica tutti i principi tecnici della tradizione belcantistica storica, sia per quanto riguarda la respirazione, sia per quanto riguarda il controllo delle cavità di risonanza, in rapporto anche all’emissione e all’articolazione, senza farsi condizionare dalle mode del tempo.

Mi puoi dare una definizione dell’immascheramento ?

L’immascheramento è il raggiungimento dell’equilibrio acustico, percepito nel suo aspetto di sintonizzazione acustica del suono, realizzata grazie al giusto equilibrio articolazione/emissione.
Più precisamente la  ‘maschera’ rappresenta il piano frontale della pronuncia-sintonizzazione, cioè quella dimensione percettiva creata dalla componente della ‘brillantezza’ del suono. Tutto ciò è in relazione con quella che al giorno d’oggi viene definita ‘la formante del cantante’, cioè quella fascia concentrata di frequenze che fa sentire la voce in ampi spazi, la fa ‘correre’. I termini che sono stati via via elaborati per definire questa speciale sintonizzazione e concentrazione dell’energia acustica sono, in ordine cronologico: “chiarezza”, “squillo”, “maschera”, “brillantezza”, “formante del cantante”.

Che tipo di lavoro si deve svolgere per arrivare a padroneggiare l’ immascheramento della voce ?

Devo fare una premessa. La ‘maschera’ è una delle tante espressioni del canto, che nascono come semplici metafore e sensazioni sinestetiche e che poi sono state prese alla lettera, portando i cantanti fuori strada. In altre parole la ‘maschera’ è la mappa, non il territorio, è la luna nel pozzo, non la luna vera e propria. Più precisamente, la maschera NON è un luogo fisico-anatomico più o meno preciso dove ‘indirizzare’ la voce, NON è una magica cavità, più o meno alta, da ‘raggiungere’. Questo per il semplice fatto che il suono NON è un oggetto che si possa mandare da qualche parte, anche se, e questo è il problema, il cantante può avere facilmente l’ ILLUSIONE (la luna nel pozzo, appunto, il miraggio….) che sia così. Perché questa illusione percettiva si autorealizzi, il cantante inconsciamente spinge la voce, ossia fa il contrario di quello che coscientemente vorrebbe. Ricordo a questo proposito che in uno dei più importanti trattati dell’Ottocento, scritto da Francesco Lamperti, la voce in maschera e avanti, figura come uno degli errori di impostazione, assieme al suono gutturale, nasale, dentale, ecc.
E’ paradossale che in un’epoca che tende a considerare degno di nota solo ciò che è scientifico, e che del canto fa l’oggetto di studi scientifici, chi affronta lo studio del canto da una prospettiva scientifica, incominci….sbagliando scienza……Il canto infatti non è un fenomeno che riguarda la fisica meccanica, ma la fisica acustica, non è, ripeto, un oggetto che si possa spostare a piacere nello spazio, ma un processo che nasce da una propagazione concentrica di onde di compressione e rarefazione.
Precisato quindi che quella della ‘maschera’ non è un concetto vibratorio – direzionale, ma tattile – spaziale, possiamo dire che la dimensione ‘frontale’ della pronuncia-sintonizzazione è correlata all’altra opposta della rotondità-morbida, che è invece più arretrata. Tenuto conto che si tratta di elementi complementari (brillantezza frontale/rotondità posteriore), è evidente che nessuna delle due può essere assolutizzata, come invece succede oggi con le tecniche, rispettivamente, della ‘maschera’ esasperata e dell’ ‘affondo’ esasperato. L’educazione a questa dimensione del canto, avviene pertanto semplicemente rispettando i principi generali belcantistici della pronuncia libera e sciolta e dell’assenza di smorfie, contrazioni e forme fisse e rigide nel viso. Pensando invece di indirizzare consapevolmente i suoni in una data zona della faccia (che poi varia a seconda degli insegnanti), non si fa altro che costruire un’impalcatura esterna del suono, che impedisce l’emissione fluida e facile di quello che è chiamato canto ‘sul fiato’.

Mi puoi parlare della respirazione ? Secondo te qual è la più corretta ?

La respirazione corretta è la respirazione naturale profonda, non la respirazione meccanicizzata, segmentata e localizzata delle tecniche odierne. Possiamo operare le distinzioni che vogliamo per quanto riguarda la respirazione, parlando quindi di respirazione toracica, di respirazione addominale, di respirazione costo-diaframmatica, di respirazione costo-diaframmatico-addominale, ma in questo modo non riusciremo mai a ricostituire l’unità originaria, che è l’unica che può facilitare il canto. Volendo ripercorrere a ritroso la storia della respirazione del canto, troviamo che negli antichi trattati di canto si è sempre evidenziata l’importanza della respirazione, senza però mai spiegarne le modalità meccaniche. Questo per lo meno fino al 1803, quando Mengozzi per la prima volta scende nei particolari, parlando di una respirazione, di cui la componente più in evidenza era la componente toracica. Tutto ciò provocò le reazioni di un settore della didattica, che è quella da cui scaturì il concetto di ‘appoggio’, che esaltò invece le componenti diaframmatico-addominali, trasformando in tabù qualsiasi intervento del torace. Sintetizzando si può affermare che quella che i belcantisti definivano ‘respirazione a pieni polmoni’ , come la più funzionale al canto, era una respirazione non meccanica, non segmentata, ma diffusa, morbida, olistica si direbbe oggi, in cui l’accento era posto sulla quantità di fiato come semplice mezzo per suscitare la respirazione naturale profonda e non la respirazione (altrettanto naturale, ma superficiale) della voce parlata.
Questa respirazione funzionale al canto è favorita facendo riferimento alla ‘boccata d’aria’ e al ‘sospiro di sollievo’.

A chi inizia lo studio del canto, che tipo di lavoro si deve prescrivere ?

Un lavoro di graduale espansione della coscienza fonatoria dall’ambito ristretto della gola a quello dell’ intero corpo, mantenendo l’ equilibrio tra pronuncia-sintonizzazione anteriore e creazione dello spazio di risonanza posteriore. Tutto ciò si realizza educando la voce alla flessibilità e alla morbidezza, utilizzando e alternando tutte le vocali.

Il problema del passaggio di registro: ci puoi descrivere di cosa si tratta e quali sono le differenze tra voci maschili e voci femminili da questo punto di vista ?

Il passaggio di registro è un ‘cambio di marcia’ dei muscoli interni laringei che interviene naturalmente nella voce a determinate altezze. In molte voci questo passaggio è automatico, e quindi non è necessario soffermarvisi per analizzarlo, in altre voci non lo è, ma bisogna indurlo consapevolmente. Il passaggio più importante e delicato è quello delle voci maschili, perché situato nella zona acuta della voce. Se un allievo non ha il passaggio di registro naturale, occorre indurlo ‘meccanicamente’, mostrando il movimento di abbassamento della laringe e l’ampliamento della faringe che con esso intervengono e spiegando che si tratta di ‘convertire’ le vocali aperte alla dimensione delle vocali chiuse, secondo la famosa formula di De Luca (“vocali chiuse in gola aperta”) e di Pertile (“chi ben chiude, ben apre”). Per facilitare il passaggio di registro in chi non ne è dotato naturalmente, occorre temporaneamente sospendere il principio dell’uguaglianza della voce.

Secondo te la tecnica vocale si è evoluta anche in base al cambiamento di esigenze dei compositori nel corso del tempo ?

No, non si è evoluta, si è involuta, ed è questo il problema. Per quanto riguarda il sorgere delle tecniche meccanicistiche, spinte, in corrispondenza del periodo romantico e verista, la mia spiegazione delle cause del fenomeno è questa. Premesso che è un falso storico affermare che tecniche come l’affondo siano le più adatte per il repertorio verista (dato che i compositori veristi si rivolgevano a cantanti di formazione belcantistica come Caruso, Schipa e Gigli), è accaduto che nella prima metà del Novecento l’esecuzione dei ruoli principali delle opere contemporanee, sia per il tipo di scrittura vocale, sia per le tessiture più basse, per la prima volta è divenuto accessibile ANCHE a cantanti, dotati di voce naturale, ma sprovvisti di una formazione tecnico-vocale belcantistica. Una volta divenuti insegnanti, questi cantanti hanno potuto diffondere la falsa idea di un approccio semplicemente declamatorio allo studio di queste opere, trascurando la componente strutturale più importante del canto all’italiana, che è il legato fluido.

Quante ore di lavoro al giorno sono necessarie a un cantante ?

Non più di due ore, riferendomi allo studio vocale vero e proprio. Per quanto riguarda invece lo studio ‘mentale’, senza uso della voce, non c’è limite….

Secondo te la tecnica si deve adattare alle esigenze della voce ? Chiedo questo pensando a Mario Del Monaco, che mi diceva sempre di aver messo a punto una sua tecnica personale, tenendo conto del carattere non comune del suo strumento ?

Chi afferma questo non è consapevole che quando si parla di una tecnica ideale, della giusta tecnica, non ci si riferisce tanto a una questione di gusto estetico, di per sé soggettivo ed opinabile, ma a una questione acustica. Per spiegarmi meglio: la tecnica vocale italiana storica è LA giusta tecnica semplicemente perché è l’ espressione del suo conformarsi alle leggi acustiche, che non modificabili a seconda delle esigenze, delle fisime e dei capricci dei singoli cantanti. Per fare un esempio, se due persone, di diverso peso e forma corporea, si sporgono troppo da un balcone, entrambe precipitano, ossia ad un preciso momento la legge di gravitazione universale interviene senza che nessuno dei due ‘malcapitati’ possa obiettare che il proprio corpo era ‘fuori del comune’ e quindi non soggetto alla gravitazione….Se fosse vera la teoria delle tecniche vocali ‘ad personam’, conformi allo strumento di cui si dispone, un uomo non potrebbe insegnare canto a una donna e viceversa.

Il canto di coloratura e le sue esigenze.

La ‘coloratura’, l’ agilità vocale è essenzialmente una dote di natura, è già data. Si può e si deve migliorare con lo studio tecnico, ma non si può creare dal niente. D’ altra parte, poiché la giusta tecnica vocale si sviluppa educando la voce alla flessibilità, questo fattore favorisce naturalmente anche le voci predisposte all’ agilità e alla coloratura.

Qual è di solito il periodo in cui le voci attraversano un periodo di crisi ?

Non esiste un periodo specifico in cui una voce può attraversare una crisi. Di solito la crisi è la semplice conseguenza di una mancata consapevolezza e di un’errata concezione dell’emissione vocale da parte del cantante. Per un certo periodo, la natura supplisce a questo deficit, poi non riesce più ad ‘andare controcorrente’ e crolla….Di qui la necessità di eliminare i virus tecnico-vocali e di formare la corretta ‘coscienza della voce’….

Come vedi la situazione odierna del canto e cosa a tuo avviso si potrebbe fare per migliorarla ?

In ogni epoca sono sempre esistiti cantanti che cantavano bene e cantanti che cantavano male, insegnanti che insegnavano bene e insegnanti che insegnavano male. Qual è allora la differenza rispetto ad oggi ? Una volta quello che si definisce ‘livello alto’ era caratterizzato dalla conoscenza del giusto suono e della giusta tecnica. Al giorno d’oggi anche a livello alto (direttori d’ orchestra, critici, studiosi del canto, direttori artistici) vige una confusione babelica. L’ essenza del canto italiano e della cultura da cui è derivata è completamente ignorata. Imperversano le forme più esasperate e astruse di meccanicismo, il più delle volte avallate dalla scienza.

Dammi una tua definizione delle caratteristiche necessarie a un buon insegnante.

Il buon insegnante di canto è una persona che innanzitutto ha una conoscenza e un’esperienza diretta della giusta emissione, che ha voglia di trasmettere ad altri questa sua conoscenza e che è dotato di una certa capacità empatica, cioè della capacità di entrare nei panni dell’allievo e di individuare la ‘forma vocis’ che è all’origine di determinati suoni prodotti.

Secondo te l’ insegnante deve essere stato un cantante di professione oppure la cosa non è necessaria ?

La cosa più importante è che abbia acquisito la giusta tecnica vocale, possibilmente attraverso un processo di sbagli, che lo hanno reso cosciente ancora più profondamente dell’equilibrio di elementi opposti (da un punto di vista spaziale, alto/basso, avanti/indietro), in cui consiste la giusta emissione vocale.

E infine una domanda su di te.  Che pubblicazioni stai preparando ?

Sto ampliando il mio volume di aforismi e ho in progetto un DVD di lezioni di tecnica vocale.

Luisa Miller di Verdi alla Staatsoper Stuttgart

millerPer il secondo anno consecutivo la  Staatsoper Stuttgart ha inaugurato la stagione con un’ opera italiana. Dopo la Lucia di Lammermoor dell´autunno scorso, stavolta è stato prescelto un titolo verdiano: la Luisa Miller, il cui libretto trae origine dal dramma Kabale und Liebe di Friedrich Schiller, il grande drammaturgo nativo di Marbach, uno dei personaggi più illustri della nostra regione.
Un grande successo di pubblico ha accolto questa produzione, rivelatasi molto convicente per l’ ottimo lavoro complessivo svolto dai responsabili dello spettacolo e da un cast molto omogeneo in tutte le sue componenti.
Per la parte scenica il teatro si è affidato a Markus Dietz, regista teatrale conosciuto soprattutto per il suo lavoro alla Freien Volksbühne di Berlino e allo Staatsschauspiel di Dresden, ma anche autore di diverse produzioni in campo operistico.
Dietz è partito da pochi concetti fondamentali presenti nel dramma schilleriano adattato per Verdi da Salvatore Cammarano: l’ innocenza della protagonista, il ruolo decisivo della bugia e dell’ intrigo, l’ amore oppressivo di entrambi i genitori dei protagonisti, ciascuno a suo modo. Senza le elucubrazioni complicate e campate in aria di certi esponenti del Regietheater, Dietz ha costruito, partendo da questi semplici elementi, uno spettacolo gradevole, fluido e mai forzato nella narrazione e con una cifra stilistica assai incisiva e personale. La scena spoglia e animata solo da sfondi realizzati con proiezioni video, il sagace uso delle luci, la recitazione mai forzata dei cantanti, tutto ha contribuito a formare un allestimento elegante e coinvolgente, con il valido contributo di Christof Piaskowski che ha realizzato le scene (da un progetto di Franz Lehr, abituale partner di Markus Dietz, scomparso nello scorso dicembre) e della costumista Anna Eiermann.
Luisa Miller, per le caratteristiche di una scrittura orchestrale in cui Verdi, alle soglie della piena maturità, sperimenta diverse soluzioni innovative rispetto alla sua produzione precedente, è opera difficile da affrontare per il direttore d’ orchestra, e anche sotto questo aspetto la Staatsoper ha compiuto una scelta molto felice, affidandosi al giovane maestro danese Thomas Søndergård. Una direzione scrupolosa, attenta alle esigenze dei cantanti e all´equilibrio complessivo, attenta a sottolineare sia il lirismo e le atmosfere idilliache del primo atto che il progressivo crescere della tensione drammatica nei due successivi. La celebre Sinfonia è stata resa da Søndergård con belle sfumature e intensa cantabilità, e nel corso dell’ opera la narrazione è stata portata  avanti in modo fluido e animato. Una prova di grande autorevolezza e maturità interpretativa, da parte di un direttore che è sembrato già qualcosa di più di una promessa. Come sempre ottima la prestazione dell’ orchestra e del coro, preparato in maniera impeccabile da Michael Alber.
Buona la prova di tutti gli esecutori vocali. L’ opera è di quelle che impegnano a fondo gli interpreti principali, ai quali è richiesta sicurezza vocale nei numerosi passi impegnativi, e capacità di fraseggiare in modo vario ed incisivo. Sotto questi aspetti, tutta la compagnia di canto ha risposto in modo soddisfacente alle aspettative, fornendo una prova di ottimo livello complessivo.
Il soprano olandese Annemarie Kremer ha superato bene le difficoltà di scrittura che la parte di Luisa presenta, fraseggiando in maniera molto convincente soprattutto nei due grandi duetti del terzo atto. Unica pecca, le note gravi a volte un po’ troppo aperte e sforzate per cercare ampiezza di suono, espediente di cui oltretutto la Kremer non necessiterebbe, visto che la voce è ben timbrata in tutte le zone. Come Rodolfo, il tenore ucraino Dmytro Popov ha ripetuto il successo ottenuto come Edgardo qui l’ anno scorso. Alle prese con un ruolo che esige dolcezza espressiva, ma anche robustezza di mezzi vocali e accento energico, Popov ha evidenziato una bella sicurezza e un ottimo temperamento di fraseggiatore. L’ aria del secondo atto è stata resa con belle sfumature e i passi di tessitura aspra del terzo atto dominati con bella sicurezza.
Autorevoli scenicamente e localmente gli interpreti dei due ruoli paterni. Il baritono russo Andrey Breus è stato un Miller sensibile e appassionato, mentre Konstantin Gorny, basso russo ben conosciuto qui da noi per la sua pluriennale attività al Badische Staatstheater di Karlsruhe, ha reso bene il carattere tormentato e l’ angoscia che caratterizzano la figura del Conte Walter. Molto interessante per spessore e timbro anche la voce del giovane mezzosoprano statunitense Jenice Golbourne, che impersonava la Duchessa Federica. Eccellente la prova del basso coreano Attila Jun, un Wurm imponente e ottimo nel rendere il satanismo bieco del personaggio.
In complesso un’ eccellente realizzazione di un´opera assai problematica da mettere in scena, e giustamente salutata, come dicevo, da grandissimi applausi per tutti, durante la recita e alla conclusione.

Intervista a Carlo Maria Giulini

Carlo Maria Giulini, l´ultimo direttore d´orchestra italiano delle generazioni storiche, è scomparso cinque anni fa, il 14 giugno 2005. Lo voglio ricordare proponendo questa intervista Continua a leggere “Intervista a Carlo Maria Giulini”

Una lettera di Bruno Walter a Gustav Mahler

Per continuare la serie di contributi in onore dell’ anno mahleriano, pubblico oggi questa lettera indirizzata al compositore da Bruno Walter, probabilmente nel mese di giugno 1910, in occasione della prima esecuzione assoluta dell´Ottava Sinfonia a München.
Ricordo che Bruno Walter (1876 – 1962) fu tra i migliori amici e collaboratori di Mahler e per tutta la sua carriera di direttore d’ orchestra tra i maggiori del XX secolo non smise mai di dedicarsi alla divulgazione delle opere del compositore boemo. Tra l’ altro basterà ricordare solo che fu lui a dirigere le prime esecuzioni assolute della Nona Sinfonia e di Das Lied von Der Erde, oltre a condurre a Vienna nel 1960 il concerto celebrativo del centenario della nascita di Mahler. In appendice alla lettera, vi propongo un brano tratto dalle prove di questo storico avvenimento, oltre ad un estratto da una delle più belle interpretazioni walteriane del Das Lied von der Erde.

Caro, onoratissimo amico!
In occasione dell’ esecuzione della sua Ottava sinfonia mi è stato richiesto di scrivere qualcosa sulle sue opere; questa richiesta coincide con la necessità, sentita nel profondo del mio animo, di esprimere finalmente, approfittando di questa occasione, la gratitudine che provo verso di lei, come verso tutti i creatori di quelle opere piene di spiritualità, che hanno arricchito la mia vita. Non posso però limitarmi ad esprimere solo la gratitudine, se voglio soddisfare allo stesso tempo il senso della richiesta e i miei sentimenti. Oltretutto le sue composizioni per me non fanno soltanto parte dei monumenti dello spirito, elevati nel corso dei millenni da uomini creativi che sono stati per noi maestri prima che nostri piú cari amici; sono anche opere del mio tempo e la comprensione della natura intellegibile del loro creatore, che esse rappresentano, mi viene certamente facilitata dalla familiarità con il suo carattere, grazie alla nostra conoscenza personale. In queste circostanze non ho quindi il diritto di parlare delle sue opere non solo come uomo pieno di gratitudine ma anche come conoscitore? I vantaggi di una vicinanza cronologica e di una conoscenza personale con il compositore non sono piuttosto degli svantaggi? Non dovrebbe essere proprio una certa distanza di tempo a rendere possibile un giudizio sereno? Tranquillizzo dunque la mia coscienza, pensando che oggi nessuno può avere ancora raggiunto questa distanza, e che d’ altronde non ho la minima intenzione di dare un giudizio sereno e distaccato sulle sue opere, ma voglio invece dichiarare il mio amore ardente e appassionato per esse. Credo, quindi, che avrò assolto il mio compito solo quando avrò cercato di dire perché le amo e cosa amo in esse. E’ una domanda a cui non si può rispondere, lo so. Ma chi meglio di lei può capire che siamo attirati solo dalle domande cui non è possibile ríspondere e dai problemi che non è possibile risolvere? E’ sempre stato cosí, e nelle ricerche in tal senso sono state trovate non le verità ricercate ma altre preziose verità (o nobili e preziosi errori). Sperando di apportare un contributo, sia pure piccolo e modesto, alla conoscenza – e per me otterrei soltanto maggior chiarezza su cose che ho già intuito – tento quindi di render conto del perché ami le sue opere.
E’, forse perché a modo loro cercano la soluzione di problemi insolubili? Perché cantano questi problemi? Forse perché la soluzione di questi problemi è nel cantarli, per lo meno in questa esistenza terrena? Le sue trombe fanno crollare le mura e i bastioni che cingono i segreti eterni? Oppure amo queste opere perché sono « bella musica»? Sono convinto che ogni musica pura offra a suo modo una soluzione ai problemi metafisici. Ma che la sua musica sembri parlare in modo cosí particolarmente potente del segreto della nostra esistenza riesco a spiegarmelo non certo con le parole che lei ha usato, in alcune sinfonie, e che rimandano al regno della trascendenza, ma per due motivi: innanzitutto lei ha proprio scritto una musica nuova, che dice quindi qualcosa di nuovo a questo proposito; in secondo luogo le sofferenze di un animo, scosso cosí violentemente dai quesiti sul senso della nostra esistenza, e le gioie di uno spirito, che si offre beato alle innumerevoli fonti di felicità di questo mondo, dovranno dare alla musica, creata da un uomo simile (dotato di creatività musicale), un carattere specifico di commovente solennità. Le forme armoniose e severe di questa musica non potranno nascondere ad un attento uditore quali forze violente e elementari, quale continuo, profondo e struggente anelito di superare l’ esistenza terrena canti qui il proprio Lied, gravato pesantemente di tutto ciò che è umano. Anche nelle costruzioni melodiche piú leggiadre e serene, come per esempio nel quarto movimento della Settima sinfonia, si indovina – e proprio in questa con particolare commozione – quale anima terribilmente appassionata vi si trasformi e riveli una dolce serenità. Grande è solo la serena bellezza che nasce da una bellezza appassionata, e commovente è solo la passione che fluisce da un’ anima giunta alla serenità interiore. Tale serenità e tale passione sono proprie della sua musica.
Ho parlato di forze violente e elementari, di un continuo anelito struggente di superare l’esistenza terrena; questi sono il primo e il secondo tema della sinfonia di quello spirito universale che si chiama Gustav Mabler. Ho avuto la possibilità di esser testimone dell’ ardita esposizione di quei temi, anzi di diverse ardite esposizioni (il numero di tali esposizioni lei ama copiarlo dal buon Dio). E mi aspetto sorprendenti riprese! Cosí come piacciono a lei: tutti i temi variati e sviluppati, tutto su un piano superiore. Dato che sulla scorta di questo paragone sono arrivato a «parlare di argomenti specifici», vorrei esprimere in linguaggio musicale come trovi antiquato il suo stile: nessuna utilizzazione melodica dell’ intera gamma tonale, nessuna orizzontalità nella polifonia. Sempre quell’ ormai superata attenzione alla verticalità; nessuna aritmia, nessuna immersione puramente armonica o melodica in misteriose combinazioni dei suoni. Le sue opere indicano ancor sempre che l’ elemento melodico è l’ elemento principale, che non c’ è alcuna combinazione né sequenza armonica interessante di per sé, ma che gli effetti potenti e incomparabili dello sviluppo armonico nascono solo dall’ unità con quello melodico, che rimane quello principale. In tal modo, l’ audacia dello sviluppo melodico giustifica l’ audacia delle sue combinazioni armoniche. Nella sua musica si incontra anche un’ ardita sovrapposizione di tonalità diverse: ma solo quando due linee melodiche simultanee, appartenenti a queste diverse tonalità, portano con sé il loro train armonico. Per me è fuor di dubbio che melodia e armonia rappresentano un’ unità perfetta, nel senso che nella melodia, dal momento della sua concezione, è latente tutto il suo contenuto armonico, che deve quindi solo essere in essa sviluppato. Ma nego completamente che all’ armonia spetti un ruolo piú autonomo. Soprattutto nelle ultime opere, lei ha man mano evitato di armonizzare la sua ispirazione melodica in modo esplicito: lei sviluppa piú linee melodiche simultanee, che sembrano essere completamente indipendenti una dall’ altra (quindi un’ apparente pura orizzontalità), la cui coincidenza verticale produce uno sviluppo armonico nel modo più semplice possibile, eppure ricco quanto necessario. Seguendo questa via lei è approdato a uno stile polifonico estremamente complesso, il cui elemento di contrasto, artisticamente necessario potrebbe essere individuato solo in un’ eventuale conduzione molto semplice e omofona. Mi sembra interessante notare anche quanto sia superata la sua forma sinfonica; queste audaci fantasie musicali che deviano volentieri nel colossale, sembrando spesso improvvisate e rapsodiche, si adattano interamente, per la forte impressione suscitata dalla bellezza delle proporzioni, all’ antica forma della sinfonia. La tendenza radicale della sua natura, che la spinge ad estrarre dai suoi temi tutte le possibili variazioni sinfoniche con un ampliamento, e talvolta perfino con un raddoppiamento, della forma e anche con un suo originale sviluppo della Coda, ha portato a una certa modificazione della forma, che però non può essere definita come una innovazione formale fondamentale. Questa tendenza radicale della sua natura! Questa tendenza a spingersi fino agli estremi confini! Troviamo qui anche l’ origine del suo humour. Poiché, per riuscire ad esprimere anc
he ciò che sta al di là di questi confini estremi, è necessaria una rottura del pathos, ricorrendo allo humour. Le sue luci selvagge rendono l’ oscurità della disperazione piú spaventosa di quanto sia possibile con l’ espressione patetica; penso al terzo movimento della sua Prima, allo Scherzo della Seconda sinfonia e a molti altri passi. Non solo per la disperazione, ma anche per il giubilo e per l’ ardente dolore, per la dolce estasi, per tutte le sensazioni, lei si sente spinto ad un’ espressione portata all’estremo, resa possibile da uno humour sublime. Come si deve considerare questa forza naturale, selvaggia e ribelle? Come una natura di salamandra, che nasce dalle fiamme ardenti dell’ inferno, suo elemento nativo? O come un demone della terra, stretto parente del terribile Alberico? Ecco, ora l’ ho evocata come salamandra e come coboldo; la sua musica mi offre molti motivi, per evocarla ancora come ondina o come silfide, ma… «nessuno dei quattro si trova tra gli animali», lei è… un musicista; cioè Paradiso e Inferno e ancora qualcos’ altro. Però, se il fuoco è una delle province del suo regno, non può certo sorprendermi il fatto che anche le braci dell’altare del Signore, di cui parla Isaia, possano toccare e consacrare le sue labbra senza farle danno. Infatti, la sua tendenza verso il colossale non è tanto espressione della sua natura interiore, quanto una tendenza verso il sublime. Ho già parlato del suo anelito struggente di superare l’esistenza terrena; di questo ci parla, in tono raro e commovente, la sua Quarta sinfonia, la forma piú incantevole in cui si sia mai espresso il suo humour. Con un’elevazione piú solenne, parla di questo anelito nella Seconda e nell’Ottava; quest’ultima è una specie di Seconda sinfonia, su un piano piú alto. In tal modo, nella sua produzione identifico due periodi. Nei suoi canti, il primo periodo comprende le composizioni da Des Knaben Wunderhorn e il secondo le poesie ispirate da Rückert. Nelle sinfonie (la cui periodizzazione coincide con quella dei canti), il primo periodo comprende dalla Prima fino alla Quarta e il secondo dalla Quinta fino all’Ottava sinfonia. Nelle prime quattro sinfonie, lei canta i problemi eterni, ricorrendo in parte alla parola espressa, in parte influenzato dalla parola inespressa (ma diventata musica pura). La Quinta, la Sesta e la Settima non sono piú influenzate dalla parola inespressa, ma vivono in una struttura puramente musicale. L’ Ottava riunisce tutto ciò che lei ha raggiunto in uno dei canti piú profondi e segreti, sostenuto dalla parola.
L’elemento nuovo della sua musica non è certo la sua missione metafisica: questa è propria di ogni musica vera. Nuovo è il suo ampliamento della gamma di espressioni musicali, influenzato dalla sofferta partecipazione ad ogni problema. Nuovo è l’ampliamento della tecnica del movimento musicale, nato dai suoi sforzi per esprimerlo, ed è nuova la conquista dei mezzi strumentali per esprimere questa creazione cosí complessa, cioè la sua potente strumentazione. Se l’ampia gamma delle espressioni musicali nel primo periodo della sua produzione, sembra predominare sulle questioni tecniche, facciamo bene a ricordare che, nel secondo periodo, siamo di fronte solo a una duplicità apparente di espressione e tecnica, il cui rapporto non è dissimile da quello sopra definito tra melodia e armonia.
Per finire, le chiedo il permesso di abusare della nostra amicizia per raccontarle un sogno che feci alcuni anni fa: mentre passeggiavo, la vidi arrampicarsi sopra di me, su un sentiero ripido, in alta montagna; dopo un po’ dovetti chiudere gli occhi, accecato dalla luce. Quando li riaprii la ritrovai, dopo lunga ricerca, in un punto completamente diverso del monte, mentre scalava un sentiero ancora piú in alto. Di nuovo chiusi gli occhi, di nuovo li riaprii, non la trovai, e poi la scorsi che saliva da tutt’ altra parte. Questo si ripetè varie volte. Ho fatto veramente questo sogno e penso che chi la conosce ne capirà il significato simbolico e dirà che era un sogno veritiero.
I piú cari saluti dal suo fedele

Bruno Walter

Carlo Cossutta: una nuova biografia

Carlo Cossutta (1932 – 2000) è stato un tenore tra i più importanti del dopoguerra, specialista del repertorio eroico – drammatico. La sua interpretazione dell´Otello verdiano è da considerarsi senza dubbio tra le più interessanti tra quelle successive all´epoca di Mario Del Monaco.
A dieci anni dalla morte, è stata pubblicata una sua biografia, intitolata “Carlo Cossutta, un tenore venuto dal Carso”, scritta da Rino Alessi per la casa editrice triestina Comunicarte Edizioni.

Pubblico la recensione, uscita sulla rivista online “Drammaturgia”.

Una parabola artistica strana, quella del tenore Carlo Cossutta. Nato a Santa Croce di Trieste tra le due guerre (1932) e, dunque, in pieno periodo di annessione triestina all’Italia, ma pur sempre uomo “di frontiera” com’è nel destino di chi nasce in quell’atipica striscia dello stivale, Cossutta restò un personaggio borderline anche nella vita canora: debutto, gavetta e primi successi in Argentina, dov’era emigrato sedicenne, al punto che fu a lungo conosciuto col nome di Carlos anziché di Carlo; poi un’intensissima carriera tedesca; per contro, a parte il rapporto affettivo e privilegiato con il Teatro Verdi di Trieste, scarse apparizioni italiane. Sicché, paradossalmente, la ragione per cui da noi questo «tenore venuto dal Carso» viene ricordato non sono i quarantadue anni di palcoscenico spesi con altissima professionalità e pari generosità in un repertorio dal lirico all’eroico, ma è il fatto di non avere cantato una nota: era lui il Manrico del celebre Trovatore fiorentino del 1977, contestato perché il protagonista – adeguandosi al rigore della direzione di Muti, che potò ogni prassi esecutiva non corrispondente a quanto scritto in partitura – eluse l’appuntamento, sempre atteso dal pubblico, con il Do della “Pira”.
Questo libro, che arriva a dieci anni dalla morte del tenore, potrebbe ristabilire la giusta percezione dell’arte di Cossutta – il cui antidivismo impedì d’oltrepassare quella soglia dove la notorietà si trasforma in celebrità – e a riscrivere una pagina, piccola o grande che sia, di storia dello spettacolo. Ne siamo debitori a una casa editrice di Trieste, Comunicarte Edizioni, che ha varato un’interessante collana (non solo di argomento musicale) dedicata alla triestinità e ad alcuni suoi illustri figli, e a Rino Alessi, che nell’ambito del medesimo progetto editoriale aveva realizzato l’anno scorso un volume su un cantante ben più popolare come Piero Cappuccilli. In entrambi i casi l’impianto è lo stesso: pubblicazione bilingue (traduzione inglese a fronte), ricco album fotografico in bianco e nero, prima parte biografica, poi il ritratto dei principali ruoli interpretati, alcune testimonianze e la cronologia della carriera, in questo caso ricostruita dalla vedova del tenore. In allegato – al contrario del libro su Cappuccilli – anche un cd antologico di registrazioni dal vivo, stimolante integrazione a una discografia in studio che fu assai limitata: il volume non indica da quali recite provengano le otto pagine selezionate, ma s’intuisce che si tratta di epoche distanti tra loro, passando dalla voce fresca e smaltata dei primi brani a quella più matura e densa dei successivi.

L’approccio è volutamente di tipo giornalistico-biografico, non saggistico-critico: sotto quest’ultimo profilo l’autore preferisce cedere la parola ai testimoni intervistati più che intervenire in prima persona, e pure le schede sui cinque “ruoli chiave” (Duca di Mantova, Don Carlo, Manrico, Otello, Samson) tendono a vedere come tali personaggi si collochino nella parabola canora di Cossutta, piuttosto che a disquisire in qual modo il suo Otello o il suo Manrico s’inseriscano nella storia interpretativa di questi ruoli. Ciò non toglie che, con il garbo espositivo cui è improntato il tono del libro, Alessi una precisa morale critica la tragga: quella, posta a conclusione del capitolo biografico, per cui anche un organo vocale poderoso e massiccio – Cossutta rientra senz’altro in tale categoria – può flettersi al più duttile dei “pianissimi”. Basta avere una buona preparazione tecnica. Ed è una morale tutt’altro che scontata, in tempi dove spesso si scambia la robustezza vocale per grossolanità, e si gabella per raffinatezza la vacuità fonica.

Nelle sei testimonianze raccolte un’istantanea vociologica è offerta dal soprano Martina Arroyo, che di Cossutta dà una definizione, per così dire, carusiana: «Un tenore drammatico (…), ma [che] ha cantato anche le parti liriche con una buona tecnica». Molto interessante è poi il ricordo di un tenore di oggi come Ian Storey, che con Cossutta ebbe un rapporto, più che da allievo a maestro (le lezioni furono pochissime), da discepolo a mentore, in qualche modo replicando il legame che s’instaurò tra Corelli e Lauri Volpi. Il suggello triestino è impresso invece dal maestro del coro Aldo Danieli: le righe che rivangano, a guerra finita, le lunghe camminate adolescenziali sue e del coetaneo Carlo dai paesi dall’altipiano carsico dove abitavano fino alla stazione ferroviaria di Miramare, per poter poi raggiungere Trieste, hanno una grazia memorialistica estranea ai consueti amarcord di maniera. E alla testimonianza di Danieli si deve il ricordo dell’episodio che più di ogni altro, forse, illumina sull’intelligenza artistica di Cossutta: quando si decise a debuttare il personaggio di Otello, per approfondirlo sotto il profilo interpretativo si rivolse a TitoGobbi. Il più grande Jago del dopoguerra aveva molto da insegnare a un aspirante Moro di Venezia: ma quanti altri tenori avrebbero ragionato così?

L’eleganza della veste grafica non esclude qualche piccola svista: nella cronologia della carriera si premette che ogni debutto in un nuovo ruolo viene indicato con un asterisco, ma non sempre ciò accade, mentre nell’elenco dei personaggi interpretati troviamo, nella Butterfly, Rodolfo anziché Pinkerton. Male da poco per un libro che apre una finestra su un personaggio da riscoprire, e lo fa con una spigliatezza gentile ben riassunta dalla simpaticissima foto di Cossutta e sua moglie all’aeroporto di Chicago, che chiude il volume in un sorriso.

Paolo Patrizi

Fonte:http://www.drammaturgia.it/recensioni/recensione2.php?id=4705

Eugene Onegin a Leipzig

Anna Costalonga ha assistito alla prima recita di Eugene Onegin all’ Oper Leipzig.
Pubblico il suo resoconto, come sempre notevole per chiarezza e lucidità di esposizione.

Ho assistito ieri sera alla prima della ormai storica messinscena dell’Eugene Onegin di Peter Konwitschny, considerata da più parti come una delle sue realizzazioni migliori. E a ragione, verrebbe da dire. La scelta di non ambientare la scena in maniera rigorosa in una Russia di primo ottocento, se in un primo momento, soprattutto all’inizio, risulta ostica allo spettatore, nello svolgimento della trama si rivela invece azzecata e coinvolgente. L’adozione di una dimensione vistosamente simbolica, negli oggetti di scena, nei costumi, nella gestualità stessa offre infatti al pubblico una chiave di lettura molto suggestiva, per nulla scontata dell’intreccio e dei personaggi. Il primo atto ci presenta le due protagoniste femminili come due giovani speranzose, ingenue, che credono all’amore e alla felicità. Tatjana, soprattutto ci appare volutamente infantile nei gesti, nella mimica: in scena si muove in maniera goffa, scomposta, come appunto può fare una ragazzina. Una ragazzina, che alla compagnia della famiglia, preferisce nascondersi dietro una pila di libri, accatastati a un lato del proscenio. I libri, ovvero la letteratura, il sogno: questo è il suo rifugio. Un rifugio per cui è sbeffeggiata dalla madre Larina e anche dalla sorella Olga, senza troppa pietà. Konwitschny qui offre uno dei punti nevralgici della sua interpretazione: il sogno, la speranza, il sentimento sbeffeggiati, torturati dal cinismo, dall’ironia, dal riso.   

La Scena della Lettera

Aspettavo con trepidazione questo momento cruciale, quest’aria molto lunga, molto impegnativa per la soprano. Onestamente, per come Tatjana ci è stata proposta nelle prime scene, tutta scalpitante e goffa, ho avuto paura di dover assistere a un ennesimo affogamento della drammaticità nel ridicolo, vezzo tipico di molto regietheater. Invece è stato uno dei momenti più intensi della rappresentazione.

L’infantile, tremula Tatjana va davvero oltre se stessa. Va letteralmente oltre il palcoscenico, esce sulla passerella, si rivolge al pubblico mostrando la sua lettera, la sua testimonianza. Come a dire “Ecco, io sono così, io voglio credere, io voglio sognare” A questo punto le parole del libretto “E’ solo menzogna, è solo illusione? Immagina la mia solitudine qui. Nessuno mi capisce, la ragione mi abbandona e nel silenzio dovrò morire” acquistano un ben altro peso, una prospettiva più profonda di una semplice inquietudine adolescenziale. In questo momento chiave dell’opera, Konwitschny non segue il libretto, ma la partitura. Traduce cioè in atto scenico la torrenzialità e il pathos trascendente dell’orchestra, facendo diventare la protagonista un personaggio drammatico a tutti gli effetti, eroica quasi nel suo intento di scardinare la realtà di chiusura e di silenzio, di assopimento emotivo che la circonda. La combinazione fra gestualità e musica è qui dirompente, quasi straziante.

Il Duello

 

Il sogno si rivela ben presto nella storia come illusione. Onegin ritorna in scena ubriaco, abbracciato a altre donne per sconfessare crudelmente Tatjana. La disillusione, la crudeltà della delusione è qui evidente. Konwitschny calca la mano apposta sull’aspetto sadico, impietoso del personaggio Onegin, e devo dire che questa liceità – mostrarlo ubriaco e in compagnia di “donnine allegre” – rende bene l’idea della portata della sofferenza della protagonista. Da questo punto in poi, la storia di un amore non corrisposto acquista sempre più intensità fino a culminare in tragedia. Una tragedia di cui Onegin è il fulcro, il catalizzatore. La tragedia di un amore soffocato – la sua relazione con Tatjana, e di una amicizia tradita – la sua relazione con Lenskij. Il tema dell’illusione è simboleggiato dalla lettera, che compare spesso in mano ad altri personaggi secondari, come Triquet e da questi viene di volta in volta derisa. Una trovata funzionale a innervosire i personaggi in scena e a far precipitare in tragedia gli eventi. In fondo, nella storia, tutto parte dalla lettera di Tatjana. Scoperchiare certi sentimenti, certe illusioni che dovrebbero essere taciute è pericoloso, come d’altronde dice lo stesso Pushkin nell’opera originale. E’ pericoloso per chi le confessa, ma anche per chi è oggetto di questa confessione.

Nella dinamica fra i personaggi, Onegin balla con Olga, per sconfessare e deridere ancora più crudelmente Tatjana, alla festa del suo onomastico. Questo causa la gelosia di Lenskij, che a sua volta è ridicolizzato ancora una volta da Olga. Accentuare queste dinamiche – non esplicitate d’altronde nel libretto originale – rende però inevitabile arrivare alla scena della sfida e del duello tra Lenskij e Onegin. Non assistiamo a un duello vero e proprio. Non vediamo pistole in scena. E’ il coro che si stringe attorno ai due protagonisti maschili, rendendo evidente al pubblico che ciò che fa morire Lenskij non è in realtà la pallottola sparata dall’amico, ma il sistema chiuso da cui è circondato. Un sistema chiuso, per cui le uniche possibilità di difendersi dalla pericolosità dei sogni sono il cinismo, la derisione degli stessi. Si può ammazzare insomma con il sarcasmo, con l’ironia, con l’indifferenza, con il disprezzo degli ideali e dei sentimenti e perchè no? Con il disprezzo verso la letteratura. In fondo, Lenskij è un idealista, ma è anche un poeta.

La Grande Polonaise

E’ a questo punto che si assiste a una delle scene più strazianti di tutta l’opera. E’ il momento della celebre grande polacca, una delle pagine più conosciute dell’opera di Tschaikovskij. Perché proprio un brano così allegro, ballabile, trascinante, subito dopo l’uccisione di Lenskij? C’è una discrepanza evidente fra la storia e la musica. Una discrepanza voluta, che accentua ancora di più la spietatezza della morte di Lenskij, cioè della morte dell’illusione. Dopo di essa, c’è la vita di sempre che scorre indifferente, come un ballo allegro e canzonatorio. Ecco, qui il personaggio Onegin  non ha nulla di indifferente, non è il l’uomo tutto di un pezzo di altre produzioni. La scena della grande polacca è la scena della sua disperazione: Onegin abbraccia, scuote il corpo dell’amico morto, cerca perfino di ballarci, urla selvaggiamente, mentre gli archi galoppano a tutto volume, deridendo allegramente la morte dell’amicizia. E’ difficile descrivere il climax di drammaticità che Konwitschny ha saputo rendere qui, creando un devastante effetto straniante, quasi doloroso per gli spettatori.

Onegin carnefice e vittima

 

A partire proprio da questa scena appare evidente la trasmutazione di Onegin da carnefice a vittima. Si preparano cioè la conversione del personaggio nel finale e al rincontro a distanza di anni con Tatjana. La protagonista femminile è sopravvissuta alla delusione, a differenza del suo alter-ego Lenskij. E’ sopravvissuta soffocando appunto la sua delusione, rassegnandosi all’integrazione in quel sistema chiuso, da cui aveva cercato di uscire. E’ felicemente sposata con Gremlin e appare nel loggione del teatro come una vera e propria donna dell’alta società, vestita lussuosamente. Non più movimenti goffi, ma una gestualità pacata e raffinata la contraddistinguono. Ora è Onegin a confessare il suo amore per Tatjana, ma ormai è troppo tardi. Ora è Onegin a stare sulla passerella, cioè ad aprire e confessare se stesso al pubblico, mentre osserva adorante la giovane donna sul loggione. A sipario rosso chiuso, soli sul proscenio, c’è l’ennesima delusione finale. Tatjana sembra cedere a Onegin, ma decide di rimanere fedele al marito. Questo, nella storia così com’è nel libretto. Nella rappresentazione di ieri sera, ecco comparire di nuovo la lettera. Questa volta è Tatjana stessa a leggerla e a deriderla. I ruoli si sono invertiti, la sognatrice deride se stessa e Onegin, rientra cioè nella normalità del sistema sociale chiuso da cui proviene, mentre Onegin prende coscienza dell’inutilità, della sterilità di questo stessa chiusura. Onegin si rivela dunque per quello che è sempre stato: un uomo solo, che ha distrutto in un solo colpo con il suo cinismo e la sua voluta spietatezza ogni possibilità di amicizia e di amore. Non è più possibile ottenere una conciliazione. La lettera, simbolo dei sogni viene stracciata compulsivamente, disperatamente da Tatjana e a Eugene Onegin non resta che rientrare nei ranghi degli altri personaggi del sistema – letteralmente il coro disposto a mo’ di esercito dietro ai due protagonisti , mentre l’ultima illusione – Tatjana stessa – scappa dietro le quinte.

Epilogo

Difficilmente ho potuto assistere a una rappresentazione di tanta intensità, forse davvero una delle migliori che mi sia capitato di vedere. Certo, la radicalità di questa messinscena può trovare parecchi dissensi, ma è oggettivo che pur nelle sue liceità cerchi di seguire, esplicitare il pathos della musica. Nella partitura orchestrale c’è già tutto: la melanconia ossessiva – il tema malinconico degli ottoni e dei fiati nella lettera di Tatjana o dell’ouverture che ritornano puntualmente per tutta l’opera , c’è l’eroismo, inteso come tentativo di trascendenza dalla realtà, e la sua puntuale derisione (come nella grande polacca). La Gewandhaus si è dimostrata una grandissima orchestra, capace di emozionare e trascinare con la sua grande espressività. Certo, la partitura è in sé uno dei capolavori di Tschaikovskij, ma devo dire che l’orchestra di Lipsia ha davvero dato il suo meglio in quanto a interpretazione, come non sentivo da tempo. La direzione di Andreas Schüller si è dimostrata efficace e sensibile nel non scadere mai in un suono troppo banale, troppo semplicemente cantabile o ballabile – a mio avviso, uno dei rischi tipici nell’affrontare le partiture del grande compositore russo. Poche volte capita di vedere un equilibrio fra parte orchestrale e drammaturgica. A mio avviso, la prima di ieri sera è stata un successo proprio in questo. Ad esempio, buona parte della drammaticità nella scena clou – la grande polacca – è data certo dalla resa di Konwitschny, dalla recitazione dell’interprete di Onegin, ma è data in misura pari dalla interpretazione grandiosa della Gewandhaus. Per quanto riguarda gli interpreti, dunque, Tatjana è stata impersonata da Marika Schönberg, una dei cantanti stabili dell’Oper Leipzig. Ieri sera ha potuto dare sfoggio di una voce potente nella scena della lettera e di un’ottima recitazione, assolutamente convincente. Lo stesso dicasi per Norman Reinhardt, altro cantante stabile, che ha cantato la parte di Lenskij: una bella voce, un bel recitato, una bella presenza, una buona interpretazione della grande aria “Kuda, Kuda”. Peccato però che non abbia retto il confronto in quanto a volume con gli altri protagonisti. Il vero protagonista vocale invece è stato il baritono slovacco Pavol Remenár: voce voluminosa, potente, mai sforzata, e sul palcoscenico, un vero e proprio attore drammatico. A lui il pubblico ha tributato una lunga ovazione, sia dopo la scena della grande polacca, sia a fine spettacolo. Grande ovazione finale anche per Peter Konwitschny, che si è mostrato in palcoscenico insieme al resto del cast. Ovazione meritata, aggiungo, per una messinscena che vale davvero la pena di vedere: raramente ho assistito all’Opera di Lipsia a rappresentazioni così intense, così emozionanti.

Anna Costalonga

Rigoletto a Mantova: qualche considerazione a margine

Sul Rigoletto mantovano se ne sono scritte abbastanza, ma forse non ancora troppe. È stato tutto il contrario di ciò che gli stessi autori-organizzatori avevano sbandierato: i luoghi non erano originari (chè il libretto cita solo e genericamente Mantova); le riprese erano in diretta (?) ma con tecnologie da differita e/o playback; la regìa quasi sempre su primi piani ravvicinatissimi, proprio da riprese-in-studio; i cantanti che di cantante hanno ormai solo il nome e il ricordo, o fama usurpata. Insomma, si è messo insieme il peggio di tutti i possibili difetti: impresa davvero ardua! Il povero presidente Napolitano – credo e spero – non poteva conoscerne prima il contenuto, e così si è prestato a far l’ imbonitore di un prodotto che invece di promuovere nel mondo la nostra civiltà musicale, ci ha esposto all’ ennesimo coro di lazzi e sberleffi.
Nonostante tutto ciò, alcuni cantanti anche di gran fama hanno tentato di imbastire sui social networks una improbabile difesa d’ ufficio in nome del rispetto per la grandezza di Domingo, e i loro fans hanno colto la palla al balzo per scaricare una nutrita serie di offese personali addosso a chi faceva semplicemente notare magagne e difetti evidentissimi anche per i non addetti ai lavori.
A costoro si può replicare che il rispetto per il grande artista è cosa buona e giusta, ma che l’ artista non ha solo diritti, ma anche dei doveri nei confronti del pubblico, soprattutto quelli di giustificare il sacrosanto compenso alle sue prestazioni facendosi trovare preparato al meglio e non tentando di spacciare per autentici dei prodotti contraffatti. Artisti realmente grandi come, per esempio, Franco Corelli hanno giustamente scelto di ritirarsi ancora nel pieno possesso dei loro mezzi, in modo da farsi rimpiangere e non compiangere.
Qualcun altro ha tentato di giustificare l’ operazione pur ammettendone lo scadente risultato artistico, in nome della necessità di portare la lirica a chi non la conosce e di attirare nuovo pubblico.
Una prima risposta potrebbe essere che anche sotto questo punto di vista l’ operazione è stata gestita molto male, senza un’ adeguata preparazione: per fare solo un esempio, uno special introduttivo di approfondimento sarebbe stato assolutamente necessario.
Altri hanno parlato di difetti imputabili al carattere sperimentale dell’ evento.
Innanzi tutto non si trattava di un esperimento, perchè la prima iniziativa del genere, come ben saprete, fu la Tosca, nel 1992, seguita poi dalla Traviata, otto anni dopo.
Chi avesse ascoltato l’ opera per la prima volta con questo Rigoletto, secondo me ben difficilmente entrerà mai in un vero teatro.
L’ opera ha delle convenzioni e un codice che vanno conosciuti, allo stesso modo in cui, per assistere a una partita di calcio, é necessario conoscere le regole del gioco.
Il tentativo di spacciare come iniziativa culturale queste mascherate che servono solo a riempire le tasche di chi vi prende parte è stata la cosa probabilmente più penosa dell’ iniziativa.
L’ unico modo di avvicinare la gente all´opera è quello di trasmettere veri spettacoli da veri teatri, come infatti avviene in tutti i paesi piú civilizzati dell’ Italia.
Non si aiuta la divulgazione dell’ opera provando a trasformarla in un film o in un concerto rock, e lo dico col massimo rispetto per due generi che hanno una loro dignità artistica autonoma.
L’ opera va fatta in un certo modo, allo stesso modo in cui una partita di calcio è tale solo se giocata da due squadre di 11 giocatori ciascuna, in un campo con due porte.
Altrimenti, cosa siamo ancora disposti ad accettare e cosa inventiamo in nome della divulgazione? Shakira che canta Violetta? Bon Jovi interprete del Don Giovanni?
Tranquilli: visto che stavolta abbiamo sentito un tenore canzonettaro, prima o poi ci arriveremo…

Ma poi, una delle manie odierne che io trovo assolutamente perniciosa é quella di voler “democratizzare” l’ arte a tutti i costi. Per i sostenitori di questa filosofia, una forma di espressione artistica come l’ opera troverebbe il suo limite nell’ essere eccessivamente elitaria,e necessiterebbe pertanto di iniziative atte a portarla a livello delle masse che non la capiscono. Non sto qui a ricordare come il melodramma sia sempre stato, in particolare dall’ Ottocento in poi, l’ autentica musica del popolo, forse l’ unica espressione della musica d’ arte ad avere queste caratteristiche, come del resto scrisse a suo tempo Antonio Gramsci. Ma tant’ é, e nella mente di coloro che hanno l’ intenzione di popolarizzare e divulgare nascono operazioni come questa, che prosegue in quel filone aperto negli anni novanta dai concerti dei Tre Tenori e che, come detto in precedenza, intende portare il teatro lirico a livello dei concerti rock, con tutto il rispetto che io ho per una forma musicale che ha una sua intrinseca validitá.
Il sincretismo e la contaminazione dei generi non sono il giusto mezzo per avvicinare un nuovo pubblico alle rappresentazioni operistiche. Qualsiasi espressione artistica ha i suoi codici, che vanno rispettati e compresi. È inutile che i fautori di queste operazioni affermino che l’ opera é una forma d’ arte datata e che bisogna modernizzarla. Se io applico un clacson e un paio di catarifrangenti a un cavallo, non per questo avrò un’ automobile. Allo stesso modo, vedere alcune persone vestite con improbabili costumi antichi, oltretutto in mezzo a una serie di svarioni storici come quello della musica di scena durante la festa del primo atto eseguita da violinisti muniti di leggii (!!!) e che recitano eternamente in primissimo piano senza possedere la tecnica di mimica facciale degli attori cinematografici,  fa pensare irresistibilmente a “A Night at the Opera” dei fratelli Marx. Solo che la loro era dichiaratamente una parodia.
Come dice Canio nei Pagliacci, “il teatro e la vita non son la stessa cosa”. Operazioni del genere non hanno nulla di culturale. Cultura non vuol dire questo: significa scuole per tutti, libri per tutti, teatri per tutti.
E qui mi fermo, perchè voi ormai sapete tutto e io ne ho abbastanza.
Come residente in Germania, voglio però sottolineare un’ ultimo aspetto della questione.
Tra le istituzioni che hanno preso parte alla produzione, figurava anche la ZDF. Ciò significa che questo minestrone scotto e rancido è stato finanziato, sia pure in minima parte, anche dalle mie tasse. Questa, se permettete, è la cosa che mi ha fatto maggiormente arrabbiare.
Comunque, ad maiora: attendiamo solo il nome del povero compositore la cui musica dovrà fornire da pretesto al prossimo di questi misfatti.
Rispetto per l’ artista, invocano alcuni. Ma il rispetto per l’ autore no, eh?

Willem Mengelberg

Willem Mengelberg (1871 – 1951), per cinquant´anni direttore stabile della Concertgebouworkest di Amsterdam e dal 1922 al 1928 anche Music Direcotor della New York Philharmonic, è stato uno dei massimi direttori d´orchestra della storia. Amico personale di Gustav Mahler e instancabile propagatore della sua musica, portò l´orchestra olandese a livelli di eccellenza mondiale, testimoniata oggi da una cospucua serie di registrazioni discografiche. Purtroppo i suoi controversi rapporti con il regime nazista ne hanno sminuito la figura presso i posteri. Di questo aspetto e della sua discografia si occupa il saggio di Richard Osborne che qui pubblico.

Una rivalutazione dell’arte di Mengelberg basata su alcune registrazioni.

In una conversazione con il musicista e regista francese Bruno Monsaingeon, nel 1976, Glenn Gould affermava: «Personalmente, ritengo che, insieme a Stokowsky, Mengelberg sia il più grande direttore che io abbia mai ascoltato in disco». La frase è poco chiara, dal momento che Gould prosegue discutendo quelli che egli definisce di quando in quando «strani», «arbitrari», e talvolta «non necessari» cambiamenti di tempo di Mengelberg. Ma Mengelberg era probabilmente senza pari, al suo tempo, come esperto dell’orchestra e come interprete di brani come Ein Heldenleben di Richard Strauss, che era dedicato anche a lui. La sua registrazione del pezzo a New York nel 1928 cambiò la vita delle persone; e così, più tardi, nel 1962 il trentenne Glenn Gould doveva ancora riprendersi dall’ impressione che ne ebbe da adolescente.
Perché, allora, ascoltiamo così relativamente poco a proposito di Mengelberg, e perché ciò che ascoltiamo getta spesso, vagamente o non poi tanto vagamente, discredito su di lui? I capricci della cronologia ed i politici ne hanno in gran parte la colpa; e insieme, quella che sembra essere stata una certa imprevidenza da parte di Mengelberg e dei suoi colleghi nel decidere le registrazioni, riguardo al modo migliore di lasciare ai posteri testimonianza del proprio lavoro. Persino dove la Telefunken ha realizzato delle buone registrazioni di Mengelberg e l’Orchestra del Concertgebouw negli ultimi anni Trenta, prima dello scoppio della guerra, gli shellac (supporti in gommalacca per la registrazione, n.d.t.) sembrano spesso essere stati mal conservati.
In un particolareggiato ed affascinante saggio di accompagnamento al suo cofanetto di due LP di registrazioni di Mengelberg (disponibile solo su speciale richiesta; per maggiori informazioni, si consiglia di scrivere a: Michael G. Thomas, 54 Lymington Road, London NW6 1JB), Thomas sostiene che Mengelberg fu trattato male dalla Corona e dal governo olandesi nel 1945 e 1947. Certo, l’ evidenza più immediata è che egli fu un capro espiatorio, un nazista per convincimento pubblico piuttosto che per azioni o simpatie personali. Come molti musicisti in Europa nel periodo dal 1939 al 1945, egli fece musica dove poteva e si sforzò, per difendere i suoi musicisti e la sua libertà, di mettere in programma lavori specifici, come meglio poté. I suoi ultimi concerti furono a Parigi, nell’estate del 1944, a fianco di musicisti come Cortot, Tortelier, Schneiderhan, ed il figlio di Stravinsky, Soulima. Un anno più tardi venne privato dei suoi onori dalla Regina, prima che il suo caso fosse ascoltato, e la sua carriera finì. Se egli fosse sopravvissuto al suo ottantesimo compleanno, avrebbe ripreso a lavorare, ma invece morì il 22 marzo del 1951, sei giorni prima di quel compleanno. Il concerto in sua memoria fu diretto da Klemperer, un vero sostenitore dei nazisti (sic!). Ci si chiede se il gesto di Klemperer abbia dato alle autorità il sospetto dell’ ingiustizia che avevano compiuto.
Ovviamente, il mestiere di direttore d’ orchestra, per sua intrinseca natura una questione di autoritarismo, ha reso doppiamente difficile per qualcuno della categoria opporsi alla denigrazione che è continuata dalla guerra in poi. Mi vergogno di ammettere che ci sono state delle volte in cui, provvisto di una minima informazione riguardo agli ultimi anni di Mengelberg, mi è sembrato di ascoltare l’eco degli incitamenti ed il frastuono degli stivali militari nel finale della Quinta Sinfonia di Beethoven diretta da Mengelberg. Il fatto è che, più spesso di quanto ciascuno di noi osi riconoscere, ascoltiamo quello che ci aspettiamo di ascoltare; ed è per questo che il tipo di studio prolungato dell’opera di Mengelberg, al quale queste dozzine di dischi invitano, è una rettifica salutare.
Con l’eccezione degli LP di Thomas ed una registrazione EMI su CD, The First Mengelberg Recordings, 1926-31, tutti i dischi provengono dai cataloghi Telefunken e dagli anni 1937-42. Ogni disco nelle serie Telefunken presenta il medesimo saggio su Mengelberg di Helmut Haack ed una data di registrazione, ma nient’altro. Si presuppone che queste non siano registrazioni dal vivo, ma è frustrante non avere una conferma di fatto; ed anche se le note supplementari si possono forse tralasciare per quanto concerne Beethoven, molti collezionisti saranno contrariati di non avere informazioni sull’interessante raccolta di composizioni olandesi raccolte sotto il numero di catalogo 8 44157. Sotto questo aspetto, la Teldec ci ha servito malamente.
Da altri punti di vista, le siamo sostanzialmente debitori, anche se ci sono dei difetti tecnici in parecchi dischi – la Quarta Sinfonia di Brahms ha un effetto particolarmente negativo – che l’appassionato non specialista fingerà di non vedere. Al meglio, tuttavia, questi dischi ci lasciano più che intuire il reale splendore acustico dell’Orchestra del Concertgebouw nel suo pieno rigoglio. Troppe delle registrazioni originali di Mengelberg che la Philips ha ripubblicato, compreso il ciclo di Beethoven del 1977 in LP, alcuni dei quali si trovano ora su CD, hanno sofferto di suono anemico, l’orchestra ripresa da lontano, in modo sbiadito, in trasmissioni dal vivo alla radio. I risultati erano un po’ come cercare di bere del chiaretto con una cannuccia, mentre le registrazioni della Telefunken raccolte qui, in generale, offrono una coppa e la bottiglia, ed un vino assolutamente più corposo.
Le registrazioni del 1937-8 della Quinta e dell’Ottava Sinfonia di Beethoven hanno una maggiore fermezza e presenza di quelle della Philips nel 1940 ad Hilversum. Qui noi realmente avvertiamo il peso dei bassi e dei tromboni, il fiero squillo delle trombe, e qualcosa dello splendore, del peso e del fuoco del suono degli archi che abbiamo probabilmente ascoltato da allora solo dall’orchestra di Leningrado con Mravinsky o dai Berliner con Karajan. La versione di Mengelberg della Quinta Sinfonia è vitale, potente, ed ha una buona andatura, senza ombra di fanatismo. Ci sono tracce di trionfalismo nel finale e nel movimento lento, ma quest’ultimo ha una bella energia scorrevole che evita la monotonia e generalmente mette in evidenza i meriti e le qualità della musica. In questa registrazione dell’aprile 1937 la Quinta Sinfonia ha l’esposizione ripetuta (che manca su Philips), ma l’Ottava del 1938 la perde. Il finale dell’Ottava, dall’andatura regolare, mostra il dominio instancabile di Mengelberg sulle proprie forze, la musica che si apre come un fiore cinese nell’ acqua. Tutto è equilibrato con competenza, dall’inizio alla fine – il crescendo del primo movimento suona in tutte le voci ed i registri – e sebbene l’ Allegretto scherzando sia preso al di sotto dell’indicazione del metronomo, ad un’ andatura piuttosto tronfia, il suono ha una grande acutezza e stile. I trilli so
no riccamente eseguiti, naturalmente divertenti, e graziosi tocchi di ‘portamento’ danno alla musica un seducente ultimo bagliore dolce-amaro. La versione della Pastorale, uno dei successi Philips, al contrario suona rigida. Non c’ è esposizione ripetuta, e i passaggi sono seriamente rovinati dalla povera qualità del disco usato nei quattro minuti finali del primo movimento. È un peccato, perché a dispetto di un cambiamento di lato particolarmente sgradevole, l’esecuzione dell’ ouverture dei Meistersinger sullo stesso disco è vivace e gioiosa, finemente intonata, senza nulla di frammentario o affrettato.
Ascoltando le esecuzioni di lavori del repertorio modello recentemente pubblicate, ho notato con sorpresa quanto sia equilibrato, in gran parte, il modo di dirigere di Mengelberg. Quando la Pearl fece una nuova emissione della sua registrazione della Quinta Sinfonia di Ciaikovsky al Concertgebouw nel 1928, su LP nel febbraio 1982, Robert Layton in una recensione sulla rivista inglese The Gramophone, attirava l’ attenzione sui momenti di «intensità isterica», «atteggiamenti agogici», scarsa intonazione, e tagli. In quel periodo il suono dei legni del Concertgebouw aveva una certa caratteristica crudezza che non è sempre congeniale per noi ora, e ci sono dei tagli in Ciaikovsky che sono mantenuti nella registrazione del 1940 a Berlino. Le due parti sostanziali nel finale vanno bene, compreso l’ insieme dell’avvio della coda. Se c’ è qualcosa da eccepire, la Quinta di Ciaikovsky di Berlino è piuttosto blanda, con i Berliner che evidentemente si trovano meno in simbiosi con Mengelberg degli strumentisti di Amsterdam. In generale, penso che la reputazione di Mengelberg di un isterico che va a ruota libera, molto dovuta al fatto di alterare le partiture dei grandi maestri, sia stata esagerata. In molti casi, egli forgia la musica assai meno liberamente di Furtwangler, sebbene forse con Mengelberg ci si accorga di più persino del minimo aggiustamento ritmico, a causa del suo straordinario controllo dei musicisti. Egli fa pure un più largo uso del portamento e a questo riguardo è forse l’ultimo grande direttore europeo a fare così. La registrazione di Amsterdam del 1937 della Patetica è molto bella, con poche distorsioni, nonostante uno o due ‘punti’ fortemente sottolineati. Nella sala stessa, la potenza e la ricchezza del tono orchestrale devono essere state veramente sbalorditive. Il suono brunito degli archi è ancora una gioia, le grandi melodie modulate teneramente ed appassionatamente, con ampio ma sempre elegante uso del portamento. L’ Adagio conclusivo è eseguito in realtà piuttosto veloce, con un fiero attacco e grande chiarezza di linea, ed una premessa che si gonfia nelle esplosioni centrali e desta vigorosamente la musica alla vita. Come il più spassionato degli osservatori orchestrali, Bernard Shore, scrisse nel suo libro ‘The orchestra speaks’ (Londra 1938): «Le sue interpretazioni, intensamente personali e vive, hanno dietro di loro la sua grande convinzione». Nella Ouverture 1812, che accompagna la Patetica nel disco, non ci sono istrionismi; soltanto ferma direzione e suono degli archi che fiammeggia come un mosaico bizantino.
Ho molto gradito un’ altra esecuzione, nonostante la registrazione un po’ arretrata, la versione del 1941 della Sinfonia Dal Nuovo Mondo Dvorak. Bisogna ricordare che quando Mengelberg assunse la direzione dell’Orchestra del Concertgebouw nel 1895, questa sinfonia aveva appena un anno. E qui, a pochi giorni dal suo settantesimo compleanno, Mengelberg la dirige con un entusiasmo ed un liricismo che la ricreano tutta nuova in una maniera che pochi direttori tedeschi di nascita potrebbero uguagliare. Il movimento lento è eseguito con un grande senso di nostalgia, espressivo ma mai stucchevole, e nello Scherzo Mengelberg garantisce che il forte impulso di danza della musica investa pure il canto della sinfonia che continua. Nessuna meraviglia che Monteux ammirasse Mengelberg in questo repertorio. Una profonda, quasi elgariana tristezza e sobrietà gettano la propria ombra sul movimento lento della Quarta Sinfonia di Brahms così come la dirige Mengelberg. Altrove, a parte uno o due gesti – un’ accelerazione nella coda del primo movimento, un comma prima della battuta 5 dello Scherzo, affettazioni che si troveranno nella registrazione di Klemperer su LP della Philharmonia (fuori catalogo) – questa si rivela una lettura squisitamente classica. Vorrei soltanto che i passaggi non fossero così mediocri. A volte il suono si interrompe quasi completamente, come se ci fosse un enorme batuffolo sulla puntina. Ci sono anche problemi con la registrazione della Seconda Sinfonia di Brahms: un cambiamento di livello vicino all’inizio del movimento lento, ed un disco rumoroso nella parte più quieta del finale, appena prima della ripresa. Ma questo, pure, è un bel Brahms, una Seconda alla quale pensare come a una versione di riferimento, allo stesso livello della registrazione di Max Fiedler nel 1931 con i Berliner Philharmoniker o delle numerose versioni postbelliche di Karajan.
Se Mengelberg aveva un vezzo, si trattava della sua quasi fanatica preoccupazione di ottenere il più nitido attacco – o articolazione – di un accordo o di una nota che avviano una frase dal motivo in chiave. Nel suo capitolo su Mengelberg, Shore descrive dettagliatamente come egli preparasse le battute iniziali di Ein Heldenleben di Strauss, inserendo un comma all’interno della legatura alla battuta 1 ed assicurando un arpeggio brillantemente chiaro, quasi una breve legatura di mi bemolle maggiore; e come egli lasciasse spazio agli strumentisti alla battuta 2 per attaccare, mentre le viole ed i violoncelli eseguivano il mi bemolle con la punta dell’archetto. È questo genere di articolazione consapevole che rende la sua lettura della Serenata di Ciaikovsky per archi tanto irresistibile (e accostata ad un’ineccepibile esecuzione del Primo Concerto per pianoforte, con l’allievo di Edwin Fischer, Conrad Hansen, come solista), sebbene vorrei poter essere più entusiasta dell’ Heldenleben di Amsterdam. Qui, dopo tutto, sono all’ opera le persone alle quali il lavoro è dedicato, anche se non credo che sopravviva nessun orchestrale di quei giorni inebrianti al volgere del secolo, quando Strauss, Mengelberg e il Concertgebouw abbagliavano le sale (compreso il pubblico di Londra nel 1903), con quel brano e la sua magistrale realizzazione da parte dell’orchestra.
In questo caso, la registrazione di Mengelberg del 1928 con la New York Philharmonic (RCA – fuori catalogo) rimane incontestata. Ci si accorge che Mengelberg è al culmine del suo potere, conferendo alla musica una caratteristica brillante e tenendo l’orchestra sotto la sua soggezione con quella concentrata padronanza che pochi direttori hanno mai raggiunto. (Karajan la possedeva, ma mi disse che ci vollero anni per conquistarla; uno dei suoi modelli era Vaclav Talich, un altro direttore che, nonostante i migliori sforzi della Radio 3 della BBC, e troppo poco segnalato in questi giorni). Per i livelli di Mengelberg, Ein Heldenleben del 1941 risulta stranamente rauco e ‘a ruota libera’. La registrazione non è di aiuto, con le trombe soggette ad una qualche sgradevole distorsione e ‘scolorimento’, ma dove le cose funzionano bene si avverte spesso un senso di meticoloso volgersi al manierismo. La registrazione del 1938 del Don Juan di Strauss, accoppiata alla Quarta Sinfonia di Brahms, è pure stranamente letargica. L’orchestra non sembra scaldarsi fino al secondo incontro d’amore, ed il glockenspiel, suonato male, emerge a tratti orribilmente.
L’orchestra avrebbe suonato meglio per Karajan nel 1943 (DG 423 527-2). Perfino Toscanini ha i suoi insuccessi con questo pezzo negli ultimi anni. Non è musica per vecchi direttori.
Il disco di musica olandese è di particolare interesse. L’Ouverture di Wagenaar ha sempre avuto una vita indipendente di discreto successo, e vi troviamo l’elegiaca Ciaccona Gotica di Cornelius Dopper (1870-1939), che era stato direttore aggiunto con Mengelberg al Concertgebouw dal 1908 al 1931. Le due fascinose danze olandesi di Roentgen sono musica alla maniera delle Antiche arie e danze di Respighi. Il soprano Jo Vincent è registrato piuttosto da lontano nel pezzo di Andrissen, ma è comunque interessante ascoltare frammenti di musica dei fiorenti primi anni del ventesimo secolo alla tradizione corale cattolica olandese.
La raccolta della EMI, accuratamente messa insieme ed accompagnata da note, è di grande interesse storico, anche senza lavori sostanziali nel disco, davvero una collezione di leccornie orchestrali. Nel dicembre 1911, ‘The Musical Time’ descriveva la direzione di Mengelberg ne Les preludes di Liszt come «una delle più splendide esecuzioni di un lavoro orchestrale che mai siano state realizzate nella Queen’ s Hall», anche se molti la evitarono come se dovessero prendere il treno e Rachmaninov fosse salito sul palcoscenico per eseguire interminabili bis. Forse pochi di loro riuscirono a consolarsi di quella perdita quando la presente registrazione del 1929 fu messa in circolazione. Il classico buon senso della direzione di Mengelberg è evidente nella sua versione dell’ouverture di Cherubini Anacreon, ma il particolare di gran lunga più significativo del disco è la registrazione del 1926 dell’Adagietto dalla Quinta Sinfonia di Mahler. Da molto tempo ritengo che questo movimento debba essere eseguito relativamente veloce, una durata di circa sette minuti, invece dei dodici minuti abituali di ora, come appunto Mengelberg e Walter erano soliti fare (con Kubelik e Barbirolli almeno ancora vagamente in linea con questa tradizione). In un lungo ed avvincente saggio, «Aspects of Mahler’s Fifth Symphony: performance practice and interpretation», apparso sul ‘Musical Time’ di maggio, Paul Banks esamina la questione in modo molto particolareggiato, facendo ricorso, tra le altre cose, alla partitura annotata di Mengelberg della Quinta Sinfonia, che risale al periodo iniziale del lavoro sulla sinfonia con Mahler stesso. Da questo risulta chiaro che l’ Adagietto, lungi dall’essere un pezzo di nostalgia e ossessione di morte, è molto più probabilmente un canto d’amore che prelude ad una gioiosa celebrazione dell’amore stesso. Da questo, come da tanti altri aspetti, appare assai evidente che Mengelberg, sia come esperto che come interprete, è un esempio che i musicisti più giovani perdono di vista a loro rischio.

Richard Osborne