Festspielhaus Baden-Baden – Siegfried (konzertante Aufführung)

Foto ©Michael Gregonowits

Yannick Nézet-Séguin ha portato al Festspielhaus Baden-Baden l’ esecuzione concertante del Siegfried, terza parte del suo progetto esecutivo del Ring wagneriano insieme alla Rotterdams Philharmonisch Orkest della quale è stato direttore stabile dal 2008 al 2018 e che è considerata la più importante formazione sinfonica dei Paesi Bassi insieme alla Concertgebouworkest. Fondata nel 1918, la Rotterdams Philharmonisch Orkest è stata plasmata da Eduard Flipse, che la diresse per trentadue anni e sotto la guida dei suoi successori Edo De Waart, David Zinman, James Conlon, Valery Gergiev e Nézet-Seguin, che nel 2018 la lasciato la carica di Chefdirigent al giovane israeliano Lahav Shani, è cresciuta qualitativamente fino a raggiungere un livello di fama internazionale, realizzando molte registrazioni e tour di successo. Si tratta di un’ orchestra tecnicamente davvero di prim’ ordine, con una sezione archi dal suono morbido e dalla splendida cavata, fiati dal timbro luminoso e ottoni magnifici per proiezione e squillo sonoro. In definitiva, un complesso di alto rango, degno di essere annoverato fra le migliori formazioni sinfoniche internazionali.

Foto ©Miachael Gregonowits

Sfruttando al meglio tutte le possibilità offertegli da un complesso di questo livello qualitativo, Yannick Nézet-Séguin ha realizzato una lettura davvero pregevole del capolavoro di Richard Wagner, molto ben impostata a livello di concezione d’ insieme. Il maestro canadese è un musicista quasi sempre molto interessante quando non si specchia nel suo narcisismo e riesce a mettere le sue belle qualità tecniche al servizio di una seria analisi interpretativa e in questa esecuzione, come nelle precedenti serate del ciclo che avevamo ascoltato a Baden-Baden, ha messo in mostra doti da interprete wagneriano di tutto riguardo. Una lettura di grande opulenza strumentale, con un’ amplissima gamma di sonorità affascinanti a partire dalle tinte scure e misteriose del Preludio e della scena con il Wanderer che poi, dopo la splendida realizzazione del cosiddetto crescendo della paura, trapassavano in una scena della forgiatura notevole per il progressivo accumularsi della tensione, proseguendo con un secondo atto in cui il bel rilievo dato agli episodi lirici come il Waldweben e la scena con il Waldvogel si alternava alle sonorità massicce e brutali della scena tra Siegfried a Fafner a alla violenza espressiva dei dialoghi tra il Wanderer e Alberich e tra quest’ ultimo e Mime. Davvero affascinanti per pastosità e bellezza erano le tinte orchestrali esibite dalla Rotterdam Philharmonisch nella scena fra Wotan ed Erda che apre il terzo atto al quale la direzione di Nézet-Séguin è riuscito a conferire il giusto tono di progressiva carica passionale culminante nell’ ebbrezza estatica del leuchtende Liebe, lachender Tod che conclude in maniera grandiosa la partitura. Nel complesso una gran bella interpretazione da parte del Music Director del Metropolitan, per accuratezza esecutiva e senso del racconto davvero molto notevole.

Foto ©Michael Gregonowits

Non propriamente ideale era invece la prestazione della compagnia di canto. Deboluccio in particolare appariva a mio avviso il Wanderer del baritoon irlandese-americano Brian Mulliga, dalla voce carente di peso e risonanza con cui non riusciva assolutamente a rendere la maestà ieratica e l’ autorevolezza del dio soprattutto nella scena con Erda, durante la quale vevina più volte sovrastato dall’ orchestra. Lo stesso discorso vale per la Brünnhilde del soprano australiano Rebecca Nash, la cui voce suonava davvero al limite in molti passi del finale. Carente di peso vocale appariva anche il Fafner del basso Soloman Harvard, dal timbro decisamente troppo chiaro e leggero per questa parte. Buono al contrario l’ Alberich del cinquantacinquenne basso-baritono sudcoreano Samuel Youn, interprete wagneriano di rango internazionale apparso più volte anche a Bayreuth, per la violenza espressiva di un fraseggio ben modellato nel rendere l’ angoscia e la rabbia del personaggio e di ottimo livello anche il Mime raffigurato dal tenore taiwanese Ya-Chung Huang con un notevole talento istrionico e un’ arguzia ficcante e incisiva di accentazione. Non particolarmente interessante la voce del giovane soprano francese Julie roset negli interventi del Waldvogel. Di livello superiore era senza dubbio il protagonista impersonato da Clay Hilley, tenore statunitense dotato di voce solida e ben gestita. Dopo un primo atto amministrato con una certa cautela, soprattutto nella durissima tessitura della scena conclusiva, la sua prestazione è andata crescendo in sicurezza vocale fino a una resa perfettamente adeguata della tremenda scena finale in cui la voce svettava con sicurezza e autorità, superando con buona disinvoltura i passi più problematici di una pagina fra le più faticose che siano mai state scritte. Teatro stranamente non pienissimo, ma applausi entusiastici alla conclusione per tutti i protagonisti della serata.


Scopri di più da mozart2006

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.