
Della vicenda di Beatrice Venezi si è parlato tantissimo in questi ultimi mesi e io stesso ho preso più volte posizione al riguardo. Ora che questa squallida storia si è conclusa ho chiesto ad Antonio Juvarra un articolo che rissumesse e commentasse gli avvenimenti e ve lo offro, facendolo precedere da questa interessante considerazione scritta su Facebook da Francesco Carlesi, pianista livornese e docente di Conservatorio:
C’ è una cosa meravigliosa in tutta questa faccenda Venezi: l’improvvisa esplosione di melomani a destra. Una roba commovente. Gente che fino all’ altro ieri pensava che “La Fenice” fosse un ristorante con vista canale, oggi discute di direzione d’ orchestra con la millantata autorevolezza di chi ha appena comparato Furtwängler, Kleiber e Abbado in una notte insonne, col libretto della Traviata in mano e una lacrima sul recitativo.Li immagini proprio così, questi improvvisi custodi della grande musica: la domenica mattina, riuniti in circoli privati, caminetto acceso, velluto, bicchiere di Barolo, partitura aperta, mentre discutono se il gesto della Venezi valorizzi abbastanza la pulsazione interna del fraseggio verdiano. Certo. Poi vai a vedere e in teatro non ci sono entrati nemmeno per ripararsi da una grandinata. Il massimo contatto con l’ opera è stato forse “Nessun dorma” usato sotto un video motivazionale con un’aquila e la scritta “credici sempre”.Eppure si infervorano. Si indignano. Si sentono colpiti nell’ intimo. Come se qualcuno gli avesse profanato il tempietto domestico della cultura.Qui siamo davanti a gente che per anni ha guardato l’ arte come si guarda un soprammobile inutile in casa della zia: “bello, sì, ma quanto costa?”. Poi arriva una nomina politicamente utile, ed eccoli trasformati in sacerdoti della lirica. Una conversione sulla via del botteghino.Il capolavoro, però, è la lagna vittimistica sul “monopolio culturale della sinistra”. Cioè, secondo loro la cultura gli sarebbe stata rubata. Ma rubata dove? Da chi? Quando? La cultura è lì: teatri, biblioteche, conservatori, librerie, concerti, mostre. Basta entrarci. Il problema è che non ci sono mai entrati. Però adesso raccontano di essere stati esclusi da un banchetto al quale non si sono mai presentati neanche portando una bottiglia di gazzosa, pretendendo pure il posto a capotavola.È fantastico: non leggono, non ascoltano, non studiano, non frequentano, non conoscono. Però la colpa è della sinistra. Non del fatto che a loro della cultura non sia mai fregato niente finché non è diventata una bandierina da sventolare contro qualcuno.E allora la scena è questa: persone che non saprebbero distinguere un contrabbasso da un armadio a muro accusano i musicisti di complotto culturale. Gente che non ha mai seguito un’ opera con il libretto in mano spiega agli orchestrali della Fenice come funziona un teatro. Commentatori da aperitivo rancido che parlano di direzione d’ orchestra come se stessero scegliendo il capitano della squadra al calcetto.La verità è molto più semplice e impietosa: questi soggetti non stanno difendendo la musica. Stanno difendendo una figurina politica. La musica è solo il fondale, il cartonato dietro cui recitano la loro solita parte: vittime, perseguitati, esclusi dal grande salotto culturale. Peccato che quel salotto fosse aperto. Bastava leggere, studiare, ascoltare. Bastava entrare.Ma entrare nella cultura richiede fatica. Gridare al complotto, invece, è gratis. E infatti lo fanno benissimo.Francesco Carlesi
Di mio posso brevemente aggiungere che la faccenda di Beatrice Venezi, positivamente conclusasi con il defenestramento dell’ improvvida squinzia, alla fine può essere interpretata come perfettamente indicativa di una mentalità tipica dell’ alta borghesia italiana: il figlio degenere, che per disgrazia di famiglia ha voluto fare il musicista, cerchiamo almeno di sistemarlo meglio che si può. Ho abbastanza esperienza nel settore per assicurare che si tratta di un atteggiamento assolutamente bipartisan.
Adesso la faccenda si è conclusa. Per una volta che la destra cercava di far pace con la cultura, in questo caso tramite la scelta di una maestrina dotata più di apparenza che di sostanza, tutto crolla prima di iniziare: la lingua lunga della maestra ha seminato fiele dall’ altra parte del mondo, venendo meno ai principi di buona educazione e le camicie nere l’ hanno mollata al suo destino per non dover soffrire l’ umiliazione di vederla protestata alla prima prova a ottobre. Ritentate, sarete più fortunati: maestri validi ce ne sono, basta che abbiano meno apparenza e più contenuti.
Ed ecco l’ articolo di Antonio Juvarra. Buona lettura a tutti.
BEATRICE VENEZI: UN CASO PSICO-POLITICO
Quella di Beatrice Venezi è la storia di ascesa e caduta di una figlia di papà senza particolari talenti, che grazie ad appoggi familiari e politici assurse virtualmente al podio di un prestigioso teatro lirico italiano, ma che nel giro di pochi mesi riuscì misteriosamente nell’impresa di causare la sua stessa rovina, evento questo la cui causa giace nascosta al fondo della psiche umana, ma che non è azzardato ricondurre a quelle forze che i greci chiamavano ‘daimon-destino’ e ‘nemesi’, a loro volta frutto di un auto-ottenebramento progressivo della protagonista di questa vicenda. Tutti i sostenitori della Venezi (compresi gli scagnozzi mediatici alla Porro & Ruggeri), che all’indomani del suo licenziamento in tronco hanno provato ancora una volta a giocare la carta del vittimismo, raccontando la loro favola preferita (e cioè che la loro eroina sarebbe stata la vittima innocente di un complotto politico, ordito dai ‘sinistri’), non si rendono conto (o si rifiutano di prendere atto) di un fatto: a rimuovere Beatrice Venezi dall’ incarico di direttore musicale della Fenice non sono stati Lenin o Stalin e neanche Landini, ma sono stati il ministro del governo di destra Giuli (che all’ indomani della sua nomina a direttrice della Fenice l’ aveva presentata come “la principessa di Venezia, che avrebbe fatto innamorare di sé tutti i veneziani”), il sovrintendente Colabianchi (che l’ aveva nominata contro il volere di tutta l’orchestra) e, indirettamente, la stessa presidente del consiglio Giorgia Meloni, notoriamente amica intima di Beatrice Venezi, non opponendosi a questo licenziamento. E se sono arrivati a farlo, è per un motivo preciso: perché si sono resi conto che dopo la TERZA scriteriata dichiarazione diffamatoria (nell’ arco di tre mesi) della Venezi contro l’orchestra di cui formalmente era direttrice, non potevano fare finta di niente. Altrimenti la poltrona del sovrintendente del teatro rischiava di saltare a seguito di una probabile causa di lavoro, promossa dall’ orchestra, e politicamente i partiti al governo che sostenevano la Venezi, avrebbero subìto una batosta alle imminenti elezioni comunali di Venezia. Incredibilmente, infatti, la “principessa” che doveva far innamorare di sé tutta Venezia, si è fatta odiare a tal punto che il semplice dichiararsi contrario alla sua nomina comporta, per un candidato alle elezioni comunali, un immediato vantaggio elettorale, cioè significa ottenere più voti, indipendentemente dal fatto di essere di destra o di sinistra, motivo per cui è possibile che un elettore veneziano, incerto se votare il candidato di destra o il candidato di sinistra, alla fine darà il suo voto a quello che si mostrerà più convincente nell’opporsi alla nomina della Venezi. Non a caso a Venezia è nato lo slogan “fuori Venezi da Venezia!” E un indizio che il vento era cambiato e che ormai la “principessa di Venezia” era considerata dai suoi ex promotori come una mina elettorale da sminare, è stata la recente dichiarazione con cui Stefano Zecchi, candidato di Fratelli d’Italia alle elezioni comunali, sì è schierato pubblicamente dalla parte dell’ orchestra della Fenice.
Uno zelante critico musicale, scoperto sostenitore della Venezi, è arrivato in questi giorni ad accostare la sua figura a quello della regina Maria Antonietta, che sale al patibolo con perfetto e imperturbabile aplomb ed è così nobile da chiedere umilmente scusa al boia perché, salendo al patibolo, era inciampata inavvertitamente sul suo piede. Un quadretto agiografico molto commovente, che però non corrisponde per nulla al suo moderno equivalente, che è semmai quello di una ‘Maria Antonietta’ Venezi rancorosa e vendicativa, che insulta platealmente e ripetutamente il popolo, costringendo così il re ‘Luigi’ Giuli a consegnarla al boia Colabianchi per non rimanere entrambi travolti dalle sue madornali sparate e mettersi così in salvo.
La storia di Beatrice Venezi è la storia di un’ amicizia: quella con Giorgia Meloni. Due amiche intime, Giorgia Meloni e Beatrice Venezi, e due sorelle ideologiche: sorelle d’ Italia per l’appunto. Un gemellaggio fatale il loro, al quale, per quanto riguarda la Venezi, dopo la vittoria del no a referendum è applicabile il detto “Simul stabunt, simul cadent”. Giorgia Meloni, borgatara senza cultura ma politicamente in ascesa, ha visto in Beatrice Venezi quello che lei non è mai stata, esteticamente, socialmente e culturalmente, e ne ha idealizzato l’ immagine. Di qui l’ idea geniale: se tutta una serie di industrie (Bioscalin, Daygum, Valcucine, Garofalo ecc,) hanno pensato bene di utilizzare la sua immagine a scopi commerciali, perché non fare la stessa cosa, utilizzando la sua immagini a scopi politici? La formula sembrava perfetta ed è stata spiegata lucidamente da Alessandro Zilli in questo modo:
La questione nasce da una dinamica abbastanza chiara: l’idea di premiare e spingere una figura giovane, donna, riconoscibile, mediatica, culturalmente compatibile con l’immaginario della destra meloniana, trasformandola in un emblema utile alla narrazione secondo cui la destra non occupa la cultura, ma la ‘libera’. Tutto questo mentre migliaia di musicisti, stretti intorno ai circa trecento professionisti della Fenice, venivano dipinti come comunisti misogini: comprese le donne.
Peccato che un teatro come La Fenice non sia un fondale televisivo, né un palcoscenico propagandistico, né un premio di fedeltà simbolica. E buona parte della gente comune lo ha capito, a parte qualche imbecille che di musica non capisce nulla.
Per evidenziare meglio il marchio FDI, impresso ab origine su Beatrice Venezi, Giorgia Meloni si inventa persino una cerimonia di investitura ad hoc. Se la Venezi non aveva mai vinto un concorso di direzione d’ orchestra, ecco che la Meloni provvede subito a colmare questa lacuna, istituendo (lei!) un premio (una tantum) per direttori emergenti e talenti musicali eccezionali e glielo consegna personalmente nel corso del convegno del partito ‘Fratelli d’ Italia’ del 2021. Questo evento rappresenta un unicum nella storia delle vicende musicali italiane, tant’ è che se a tutti quelli che belando obiettano che le raccomandazioni politiche in ambito artistico sono una peculiarità della sinistra, si chiede di citare un solo caso che sia un perfetto equivalente del caso Venezi (ad esempio un ipotetico Mariotti, premiato come miglior direttore d’ orchestra per mano di Walter Veltroni a un convegno del PD), non riescono a trovare un solo nome e, frustrati, improvvisamente si mettono a ripetere come un disco rotto una parola prememorizzata, dal significato per loro oscuro: Matheuz-Matheuz-Matheuz-Matheuz.
Beatrice Venezi, la direttrice di un’ orchestra che mai diresse, la super-raccomandata d’ Italia, ama dipingersi (previa una rimozione psicologica, che la accomuna alla sua madrina Giorgia Meloni, sedicente underdog) come una Cenerentola della musica. Anzi, accusando gli altri di beneficiare, a differenza sua, di protezioni, si dimostra un’artista di quell’ arte che è il ribaltamento della frittata. In effetti il vittimismo pare essere un suo vero e proprio tratto caratteriale, tanto da indurla a lamentarsi di essere stata discriminata come donna anche al Conservatorio Verdi e questa sua ‘misoginofobia’, che è uno dei suoi Leitmotive psicologici, andrebbe studiata a fondo. L’ accusa della Venezi è stata smentita esplicitamente dal suo stesso insegnante di direzione d’ orchestra Vittorio Parisi, che in un’intervista a ‘Brescia Oggi’ ha detto di lei:
“Dal Conservatorio ha avuto più di quel che hanno avuto gli altri, con la possibilità per esempio di dirigere diversi concerti interni che altri non hanno avuto; non aveva quindi nessun motivo di lamentarsi. E anche in seguito Beatrice Venezi” (da Parisi definita testualmente “una studentessa diligente come tanti altri”) “ha avuto opportunità di cui altri studenti o giovani direttori non possono disporre, per evidenti ragioni politiche.”
Questa intervista è stata pubblicata a distanza di soli 15 giorni dalla discussa nomina di Beatrice Venezi, nomina che subito fece esplodere il caso, ma è interessante notare come già sette mesi fa Parisi abbia smentito in partenza molte delle argomentazioni, che sarebbero stato poi usate con ripetizione ossessiva dai pro Venezi. Dice Parisi in quell’intervista:
“Tanti commentatori, non musicisti, hanno scritto che una persona che lavora in una società non può pretendere che il principale venga allontanato. Evidentemente non hanno capito niente di come funziona un’orchestra. Nei paesi più avanzati musicalmente come la Germania nessuno sarebbe mai stato messo in quella posizione senza avere il consenso unanime degli orchestrali. Se è vero che c’erano sul tavolo proposte di far ricoprire quella carica a maestri del calibro di Daniel Harding o Fabio Luisi, è evidente che la nomina stia facendo molto discutere. Sono molto vicino e solidale con i colleghi della Fenice per la posizione contraria assunta.” (sic)
Difficile mettere la testa sotto la sabbia dopo aver sentito una dichiarazione del genere, ma la Venezi riesce anche in questa ‘acrobazia’, avendo deciso di credere più agli spot pubblicitari, confezionati per lei, che al proprio insegnante, che la consigliava di dimettersi. L’ apparato propagandistico, organizzato dai sostenitori, tuttora in servizio, della Venezi, non si limita agli spot pubblicitari, alle interviste e all’ assegnazione di premi e riconoscimenti vari (di per sé inspiegabili, tenuto conto che, soprattutto all’inizio, il curriculum artistico della Venezi era del tutto insignificante), ma si avvale ben presto anche dell’ausilio di un plotone di giornalisti e intellettuali di destra che comprende i nomi di Alessandro Sallusti, Nicola Porro, Andrea Ruggeri, Gianluigi Paragone, Tommaso Cerno, Marcello Veneziani (ma di NESSUN MUSICISTA!), tutti concordi nel riproporre la favola della grande direttrice, “acclamata all’ estero come un fenomeno” (Ruggeri), ma emarginata e bullizzata in Italia “perché bella, donna, giovane e di destra”. Filastrocca penosamente ripetuta nei giorni scorsi, subito dopo il licenziamento della Venezi, da Hoara Borselli, che ha comicamente interpretato il diritto all’espressione delle proprie idee, sancito dalla Costituzione, come diritto di Beatrice Venezi alla diffamazione.
Il fenomeno psicologico della rimozione della realtà, riscontrabile nella Venezi fin dai suoi esordi, diventa vero e proprio scollamento man mano che la vicenda procede verso il suo epilogo, come dimostra questa sua esternazione del gennaio scorso a Pisa.
Sorvolando sul suo teatrale cadere dalle nuvole iniziale, fingendo snobisticamente di non sapere nulla della polemica scoppiata in seguito alla sua nomina, l’ acredine della Venezi, per quanto dissimulata dal suo viso sorridente, emerge chiaramente e si ‘materializza’ con il primo di quegli schizzi diffamatori verso l’ orchestra della Fenice, che poi le costeranno il posto di lavoro. Ma un altro suo tratto, ancora più inquietante, emerge: la tendenza alla fantasticheria, assecondando la quale lei sogna che all’ estero tutti siano rimasti costernati del fatto che il Teatro La Fenice sarebbe finito in mano ai sindacati e verserebbe in una condizione di totale anarchia, là dove la realtà ci dice, al contrario, che quella costernazione dei critici musicali stranieri è dovuta a ben altri motivi: la sua nomina come direttore musicale del suddetto teatro. Scriveva ad esempio mesi fa la rivista specializzata “Opernwelt”: “Si cercheranno invano ragioni artistiche per la sua nomina, che è un vero scandalo culturale-politico”, mentre Opern News affondava il coltello in questa piaga italiana, scrivendo sarcasticamente:
“Un teatro d’opera che di solito mette in scena tragedie, questa volta ne ha messe in scena una propria. La nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale del Teatro La Fenice sembra una lezione di autodistruzione – con tutti gli ingredienti che conosciamo dall’ opera: potere, vanità, tradimento e silenzio. Una casa che per secoli è stata una fenice che sorge dalle ceneri, brucia questa volta su se stessa.”
Parallelamente alla rimozione psicologica, si sviluppa in Beatrice Venezi una sorta di senso di persecuzione, che ben presto assume la forma di sindrome di accerchiamento. Il giorno dopo essere stata licenziata, superato lo choc della notiza e deposta la maschera dell’ imperturbabilità, la Venezi lancia al mondo il suo ‘j’accuse!’ egocentrico, dichiarando di essere stata “costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, su social, giornali, tv in Italia e in tutto il mondo” (“e in altri siti” no?), aggiungendo: “In Italia essere giovane è un handicap e donna un’ aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta.” Una “ragazza di provincia che si è fatta da sola” sui generis, che, abitando a Lucca, ha potuto trasferirsi a Milano per studiare al Conservatorio, mantenendosi con i soldi del papà, manager del settore pubblicitario (a proposito…) e non certo andando a lavorare in pizzeria.
Il pensiero greco considerava quella negazione della realtà, che arriva al suo ribaltamento, come un effetto del peccato di ‘hybris’, termine tradotto in italiano con la parola ‘tracotanza’, parola a sua volta derivata dal latino ‘ultracogitantia’, che significa: pensare di essere più di quello che si è realmente. Il ‘pensare di essere più di quello che si è’ di Beatrice Venezi l’ha portata ad azioni sconsiderate, come quella di agire in giudizio, assistita dall’ avv. Giulia Bongiorno, contro tutti quelli che l’ avrebbero diffamata, ignorando, con perfetta ironia tragica, di essere lei la prima ad aver diffamato: in primis gli orchestrali della Fenice. E tutti quelli per cui le esternazioni della Venezi sarebbero da mettere sullo stesso piano di quelle degli orchestrali, dovrebbero fare lo sforzo intellettuale di capire un concetto. I giudizi degli orchestrali sulla plateale insufficienza dei titoli della Venezi in rapporto all’ incarico affidatole corrispondono a fatti obiettivi, PROVATI documentalmente. Al contrario, i giudizi della Venezi sugli orchestrali della Fenice (assunti per nepotismo, promotori di anarchia e responsabili di aver danneggiato l’ immagine del teatro) rimangono opinioni soggettive non suffragate dai fatti e, in quanto tali, sono DIFFAMAZIONI. E se così non fosse, il sovrintendente Nicola Colabianchi di certo non si sarebbe premurato di licenziarla alla notizia della sua ultima diffamazione.
Ogni tragedia ha la sua catarsi finale. Questa più che una tragedia è una farsa tragica o un dramma giocoso, ma ha anch’ essa la sua catarsi finale, che rimarrà nella storia: l’ esplosione unanime di tripudio dell’orchestra, del coro e del pubblico del Teatro La Fenice all’annuncio della ‘liberazione’. Una possibile riduzione in opera lirica di questo evento porterebbe il sottotitolo ‘L’arrivista scornata’, ma si spera che a musicarla non sarà Nicola Colabianchi e a dirigerla non sarà Beatrice Venezi.
Come diceva la ‘directora’ dei due mondi nella sua esternazione di Pisa? “La partita finisce quando l’ arbitro fischia.”
Pare che alla fine qualcuno abbia fischiato (e non solo l’ arbitro, trattandosi di un teatro).
Antonio Juvarra
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