Marco Gaudino – Pensare la musica mentre si suona

Immagine creata con intelligenza artificiale

Ricevo e pubblico anche il contributo mensile di Marco Gaudino, dedicato questa volta a ciò che intercorre fra pensare e realizzare la musica.

Pensare la musica mentre si suona: tra note, segni e suoni
di Marco Gaudino

Ogni musicista, anche senza rendersene conto, sviluppa un proprio modo di pensare la musica durante l’ esecuzione. Non esiste un’ unica strada: alcuni ragionano attraverso i nomi delle note, altri attraverso il rapporto immediato tra il segno scritto e il gesto strumentale, altri ancora immaginano direttamente il suono, quasi senza passare dalla lettura consapevole della partitura.

Pensare attraverso i nomi delle note

È il metodo che molti apprendono nei primi anni di studio. Davanti a una nota sul pentagramma si pensa immediatamente: “Do”, “Re”, “Mi”, e solo dopo si esegue il suono corrispondente. Questo approccio presenta numerosi vantaggi. Favorisce la consapevolezza teorica, aiuta nell’ analisi armonica e rende più semplice la comunicazione musicale. Un musicista che pensa costantemente ai nomi delle note sviluppa spesso una buona capacità di lettura e di comprensione della struttura musicale. D’ altra parte, questo processo può rallentare l’ esecuzione. Il cervello deve compiere un passaggio in più: leggere il segno, identificarne il nome e infine trasformarlo in gesto sonoro.

Pensare attraverso il rapporto segno-gesto

Molti strumentisti esperti, soprattutto nella lettura a prima vista, non pensano più al nome della nota. Vedono un segno sul pentagramma e il corpo reagisce automaticamente. Per un flautista, ad esempio, una determinata posizione sul pentagramma richiama immediatamente una diteggiatura e una determinata sensazione fisica. Il processo diventa estremamente rapido ed efficiente. Il vantaggio principale è la velocità. Lo svantaggio è che talvolta si può eseguire correttamente senza avere piena coscienza teorica di ciò che si sta leggendo.

Pensare direttamente al suono

Alcuni musicisti, specialmente quelli con una forte formazione uditiva, leggono la musica immaginando prima il suono. La nota scritta non viene tradotta né in un nome né in una diteggiatura, ma direttamente in un’ immagine sonora interiore. Questo approccio è spesso associato a una maggiore musicalità espressiva. Il musicista non esegue semplicemente dei simboli, ma realizza un’idea sonora già presente nella mente. Tuttavia richiede una notevole maturità musicale e un allenamento costante dell’ orecchio interno.

I diversi modi di pensare non si escludono

Nella pratica reale, questi sistemi convivono. Un musicista può pensare ai nomi delle note durante uno studio teorico, affidarsi al rapporto segno-gesto nella lettura veloce e immaginare direttamente il suono durante un’esecuzione artistica. Anzi, la crescita musicale consiste spesso proprio nell’integrare questi diversi livelli di pensiero.

Quando la tecnica diventa trasparente

L’ obiettivo finale di molti musicisti è arrivare a un punto in cui la tecnica e la lettura non rappresentano più un ostacolo. In quel momento il pensiero non è più rivolto alle note o alle dita, ma alla musica stessa. Paradossalmente, il musicista più esperto non pensa meno degli altri: pensa in modo diverso. Dietro un gesto apparentemente spontaneo si nasconde una rete complessa di conoscenze teoriche, automatismi motori e immagini sonore che lavorano insieme. La musica, dunque, non è soltanto ciò che si suona, ma anche il modo in cui la si pensa mentre la si suona.


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