Antonio Juvarra – Maestri di ‘ermetismo’ tecnico-vocale

Ricevo e pubblico il contributo mensile di Antonio Juvarra, questa volta dedicato al commento di due video contenenti lezioni di canto.

MAESTRI DI ‘ERMETISMO’ TECNICO-VOCALE

Un fenomeno psico-antropologico inquietante che interessa il mondo della didattica vocale è quello per cui se un maestro di canto è stato un cantante di una certa notorietà, qualsiasi assurdità tecnico-vocale, da lui proferita come insegnante, non intacca minimamente il giudizio positivo e l’ atteggiamento reverenziale degli allievi verso di lui.
Questo video, pubblicato su YouTube e intitolato Singing lesson with M. Angelo Lo Forese, ne è la dimostrazione: un bravo cantante, il tenore Angelo Lo Forese, dotato di una tecnica vocale ineccepibile e divenuto famoso per la sua longevità vocale, una volta calatosi nel ruolo di maestro di canto si dimostra totalmente incapace di spiegare gli elementi fondamentali della sua tecnica vocale e quello che riesce a comunicare è una serie di formule bislacche e oscure, che però, invece di suscitare lo scetticismo degli allievi e dei commentatori, ne accendono inaspettatamente l’ entusiasmo idolatrico.

Si ripete così la stessa situazione, eternata in un’ altra famosa lezione (anch’ essavisibile su YouTube) all’ insegna dell’ incomprensibilità oracolare: quella che il baritono Giuseppe Danise diede a Giuseppe Valdengo, noto come “il baritono di Toscanini”, lezione durante la quale Danise, dopo aver insultato pesantemente e ripetutamente l’ allievo Valdengo, si esibisce in due formule particolarmente sibilline ed ermetiche, che però, a giudicare dai commenti del video, scatenano incredibilmente l’ entusiasmo del ‘pubblico’:

1 – “Voce chiara nella strozza (gola) e appoggio scuro nella bocca.”
2 – “È la vocale che deve essere scura, non la posizione!”

Nel caso della lezione di questo video, il maestro, il tenore Angelo Lo Forese appunto, risparmia gli insulti di Danise all’ allievo, ma purtroppo non le indicazioni astruse e illogiche, anche se non così criptiche e arcane come quelle di Danise. Eccole, trascritte in successione:

  • “Con le labbra devi cantare, non con la gola! Non col diaframma, con le labbra!”
  • “Qui davanti! Usa le labbra, la pronuncia!”
  • “Pensa di pronunciare solo con le labbra, anche parlando.”
  • “E’ indietro! Davanti, davanti, fuori!”
  • “Devi dire solo con le labbra!
  • “Devi evitare la gola! Davanti ai denti! Dove sono le labbra? Davanti ai denti. Non devi usare assolutamente la gola.”
  • “Il nostro diaframma sono le labbra, non questo affare qui: questo (il diaframma) devi tenerlo fermo. Bisogna usare il fiato che abbiamo in mezzo alle labbra.”

Ascoltando altre lezioni, pubblicate su YouTube, che Lo Forese ha dato ad altri allievi, si capisce che quelle sopra riportate rappresentano le sue indicazioni tecnico-vocali ‘di base’: sono insomma le sue formule preferite. Per cercare di capire qual è il loro significato, occorre tener presente (volendo ricorrere a una metafora rozza, giusto per semplificare fino alla banalità) che la voce cantata è come se avesse due ‘manici’: uno è rappresentato dal ‘polo’ anteriore dell’ articolazione-focus e l’altro dal polo posteriore della spaziosità-rotondità. In altre parole la voce cantata utilizza due cavità di risonanza: la bocca, che conferisce brillantezza e focus al suono, e la gola che le conferisce rotondità. Utilizzando solo la bocca (che è quello che facciamo parlando), il suono sarà schiacciato; utilizzando solo la gola, il suono sarà opaco e/o intubato. A questo punto uno potrebbe chiedere: e perché Lo Forese (che come insegnante parla solo del polo anteriore della voce e demonizza quello posteriore della gola aperta) come cantante non faceva suoni schiacciati? La risposta è: perché in molti cantanti dalla voce naturale l’ apertura della gola è (come sempre dovrebbe essere!) l’ effetto indiretto della giusta inspirazione e quindi non ne sono consapevoli. Può anche succedere che abbiano studiato con insegnanti che inducevano un’ apertura meccanica, attiva della gola, ma è ovvio che in questo caso lo sbaglio non consiste nell’ aprire la gola, ma nell’ aprirla male. Insomma, demonizzare la gola e invitare gli allievi, come fa qui Lo Forese, a “cantare con le labbra, non con la gola” ubbidisce alla stessa logica del tizio che per correggere uno che cammina coi piedi divaricati, gli dicesse: “con le gambe devi camminare, non con i piedi!”

La moderna idolatria dell”avanti’ (e correlativa fobia dell’ ‘indietro’) è la caratteristica di quasi tutta la didattica vocale attuale e accomuna tra loro i video didattici (visibili su YouTube) anche di grandi cantanti come Alfredo Kraus, Mirella Freni e Birgit Nilsson. Questa nevrosi si cura ricorrendo allo studio della logica, della fonetica e della storia del canto:
1 – Considerato che la materia prima dei suoni cantati sono le vocali, se fosse vero il postulato falso dei suoni tutti avanti, le vocali posteriori ‘O’ e ‘U’ dovrebbero essere abolite perché non verrebbero udite (come Alfredo Kraus ebbe il coraggio di ‘teorizzare’, dicendo che nel canto la ‘U’ non esiste e che la ‘O’ si canta ‘A’).
2 – Considerato che lo spazio di risonanza della voce cantata è bicamerale (bocca + gola) e che la bocca già la usiamo (nello stesso modo) per parlare, è ovvio che il fattore che fa la differenza e crea il canto non è la bocca, ma è la gola (aperta nel giusto modo). Questo è il motivo per cui il primo scritto sul canto dell’ Europa moderna (anno 1565) non si intitola ‘Sul cantare ‘avanti’, ma si intitola ‘Sul cantare di GOLA’ (nell’ italiano antico ‘Sul cantar di garganta’) ed è anche il motivo per cui nel Settecento (altro secolo immune da ogni forma di moderna ‘faringofobia’) Metastastio definiva le arie operistiche “sonate di GOLA”.

Tornando al video di Lo Forese, si può dire che anche un non esperto intuirebbe subito due cose:
1 – che il problema più evidente dell’allievo è la carenza, se non addirittura la mancanza totale del secondo polo (lo spazio) e non del primo (la concentrazione);

2 – che tutte le indicazioni di Lo Forese vanno invece nella direzione opposta, ossia sono finalizzate ad aumentare la concentrazione-focus del suono e non la spaziosità.
In casi come questo, di insistenza nel focalizzare l’ attenzione sul polo della brillantezza-focus (in un’ intervista Lo Forese dice che bisogna “cantare non nel naso, però vicino al naso”) succede purtroppo un piccolo inconveniente, che è stato messo bene in luce da Corelli quando in un’intervista con Stefan Zucker ha detto: “Se si cerca di portare il suono in maschera, si creano problemi e la gola si chiude”. Il che significa che si ottiene il risultato opposto a quello immaginato da Lo Forese in questa lezione. In altre parole è come pensare di guarire un diabetico, dandogli dello zucchero. Insomma la gola, che rappresenta la sede principale del polo della rotondità-spaziosità, viene qui, come al solito, demonizzata e trattata come un terreno minato da cui star lontani, invece che essere considerata come la zona strategica su cui spostare l’ attenzione e con cui prendere dimestichezza, se si vuole che il suono non rimanga schiacciato.

In che modo questo può avvenire? Non certo pensando di aprire la gola attivamente e localmente, ma lasciando che essa benefici di quel processo di distensione-espansione, suscitato dall’ inspirazione naturale globale. A questo proposito Enrico Caruso nel suo prezioso quanto ignorato libriccino di tecnica vocale scrive che non bisogna mai tenere la voce troppo avanti, precisando significativamente che chi sa respirare bene non corre questo rischio. (Una convinzione, questa di Caruso, un po’ troppo ottimistica, dato che purtroppo il più delle volte il vizio di “portare il suono avanti, nella maschera” è stato inculcato nella mente dei cantanti così profondamente dalla moderna didattica vocale che spesso non è sanato neppure dai benefici effetti della giusta inspirazione).

La dimensione distensiva-espansiva della giusta inspirazione, che è la premessa fondamentale per fare esperienza del ‘canto sul fiato’, è totalmente ignorata da Lo Forese, che riesce solo ad accennare oscuramente ad alcuni suoi effetti sensoriali durante il canto, quando però ormai ‘les jeux sont faits’ (cioè ad inspirazione avvenuta), per di più ricorrendo a un’ espressione cervellotica come “usare il fiato che abbiamo in mezzo alle labbra”, espressione che, decifrata, può essere intesa come un invito a non spingere la voce, ma che, mancando della necessaria premessa (l’ inspirazione distensiva-espansiva), equivale alla formula “non annegare”, data a qualcuno per insegnargli a nuotare. Detto in altre parole, la distensione espansiva dell’ inspirazione è come il lievito nella pasta del pane: non si può metterlo quando il pane è già cotto, cioè dopo che il suono è iniziato. Completamente ignaro di quest’ altra faccia della luna, Lo Forese non può di conseguenza che ricorrere alle solite indicazioni per correggere l’ allievo: “canta sulle labbra”, “canta avanti”, “canta fuori”, “canta in maschera”.

A questo punto è evidente che dando suggerimenti come questi, i problemi dell’ allievo si aggraveranno o, come minimo, rimarranno irrisolti. Ciononostante anche in questo, come in tanti altri casi di lezioni tenute da cantanti famosi, assistiamo ad un effetto incredibile: l’ allievo non solo si guarda dal chiedere spiegazioni al maestro, ma registra e pubblica tutto contento la sua lezione, riservando parole di elogio ad Angelo Lo Forese, che viene omaggiato come “maestro unico”, e ringraziandolo. Ovviamente rimane in chi ascolta il video una curiosità: la reazione dell’ allievo sarebbe stata la stessa, se a dargli questi insegnamenti non fosse stato il mitico tenore ultranovantenne dalla voce incredibilmente intatta, ma uno sconosciuto insegnante trentenne? Quasi sicuramente no e il video non sarebbe mai stato pubblicato su YouTube.

La stessa ossessione monomaniacale per il suono ‘avanti’ e ‘fuori’ la ritroviamo nelle lezioni di un rinomato basso, Bonaldo Giaiotti: un’ ossessione talmente esasperata in senso meccanico-anatomico da convertirsi in grottesco-surreale.

Ecco le sue prescrizioni: “Devi tenere la lingua piatta e appoggiata ai denti anteriori e poi con la punta portare avanti il suono.” (?!) “Se per caso la lingua vuole andare indietro…” (il che, detto en passant, è normale col ‘vocalizzo’ ‘OINIOI’, dato che la ‘O’ è una vocale posteriore…) “…non bisogna lasciarla andare indietro perché deve portare avanti il suono!”

‘BIAIBAIBAIBAIBAI’ è l’ altro ‘vocalizzo’ (leggi: verso animalesco), utilizzato da Giaiotti per tenere il suono incollato alle labbra, col logico risultato di schiacciare e spingere la voce. Si ritorna allora all’ OINIOI’. “Manda fuori il suono!” lo sentiamo ripetere, nonostante l’ effetto per niente esaltante ottenuto. Rimedio? Ancora una volta, come il classico disco rotto, viene riproposta la solita ricetta: “Se tu dimentichi l’avanti, vai indietro.” Variante: “No, tu tieni il suono indietro, invece deve andare fuori!”. Dopo mezz’ ora di simili sillabazioni semi-urlate, corredate persino dall’invito a imitare il verso del bue (!), arriva la beffa finale: l’ allievo canta un’aria di Verdi e si sente dire da Giaiotti (lo stesso che fino a qualche minuto prima l’ aveva fatto letteralmente ‘abbaiare’ col suo ‘vocalizzo’ BAIBAIBAIBAI) che non deve cantare in modo sguaiato ma dolce e deve pensare al significato delle parole. Reazioni dell’ allievo? Nessuna, se non la pubblicazione entusiastica su YouTube di altre sue lezioni con Giaiotti.


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