Otto Klemperer

L´amico Marco Ninci in questo post elenca alcune caratteristiche dell´arte interpretativa del grande direttore tedesco Otto Klemperer, figura di rilievo storico troppo spesso etichettata in modo superficiale. Di solito le interpretazioni di Klemperer vengono definite lente nei tempi e pesanti nelle sonorità. Marco qui di seguito espone le sue condivisibilissime precisazioni.

In Klemperer non vi sarebbe trasparenza del tessuto orchestrale, con una totale invadenza degli archi; i tempi poi sarebbero insopportabilmente lenti. Partiamo da quest' ultimo assunto. La lentezza dei tempi è unicamente una caratteristica delle registrazioni di  Klemperer sul podio della Philharmonia Orchestra. Tuttavia, se ci si rifà ad incisioni precedenti, e precedenti neppure di tantissimo tempo, la situazione si ribalta completamente. Per tutti gli anni Cinquanta i tempi di Klemperer sono furibondi, di una tale velocità da far passare Toscanini, il Toscanini della NBC, per un maniaco della lentezza. Basti pensare ad una Seconda di Mahler eseguita nel '51 ad Amsterdam con il Concertgebouw o alla stessa sinfonia incisa nel medesimo torno di tempo a Vienna con i Wiener Symphoniker. Analogo discorso per la Quarta di Bruckner, ancora con i Wiener Symphoniker. Velocità supersonica infine per il "Lohengrin" registrato durante una rappresentazione all' Opera di Budapest alla fine degli anni Quaranta; lo stesso discorso vale per il quinto Concerto Brandeburghese, sempre a Budapest. Ora, che cosa significa prendere atto di queste variazioni? Per me tutto ciò vuol dire che, data per scontata la coerenza stilistica di un interprete così grande (perché sul fatto che sia grande non credo possano sorgere molte discussioni), è evidente che tali variazioni devono essere inserite in un contesto unitario, che dia loro un senso omogeneo.
Il senso omogeneo di cui parlavo prima penso possa essere dato da quelle che rimangono per me le esigenze fondamentali di Klemperer: la chiarezza e l'oggettività. Quando il direttore si pone davanti ad un' opera quello che gli interessa in primo luogo è stagliarne con assoluta limpidezza l' architettura, all' interno della quale però ogni particolare ha da assumere il massimo rilievo; con la conseguenza che la trasparenza dell' ordito strumentale non può soffrire cedimenti. A mia conoscenza, io non ho mai trovato un direttore che sia riuscito con un simile talento a coniugare il senso dell'insieme con una tale esasperata sensibilità per il singolo dettaglio strumentale. Questa è un' operazione che assume a mio parere il significato di un' autentica rivendicazione razionalistica, la rivendicazione del predominio della ragione su qualsiasi tentazione sentimentale ispirata ad una "sensiblerie" romantica. Non è a caso che Klemperer affibbiasse a Bruno Walter, a un direttore tanto diverso da lui, il nomignolo di "Bruno Walzer". E non è neppure a caso che una "walteriana" così autorevole come Kathleen Ferrier trovasse Klemperer assolutamente insopportabile, nei modi e personali e musicali.
All'interno di questa esigenza di pulizia e di rigore possono possono acquisire una loro coerenza le variazioni di tempo cui ho accennato prima. La velocità del Klemperer precedente alla direzione della Philharmonia è sostanzialmente il rifiuto di ogni cedimento sentimentale, legato a tempi indugianti; la lentezza delle esecuzioni con la Philharmonia si collega con la preoccupazione di Klemperer di tramandare una sorta di Pantheon della grande musica tedesca, epifenomeno di una ragione assoluta, collocata al di fuori del tempo. Ma sempre di razionalità e rigore si tratta, seppur nei due casi ispirati a criteri diversi. In questa prospettiva secondo me devono essere collocate le esecuzioni mozartiane e bachiane di Klemperer. Appartengono ad un'epoca prefilologica; non potrebbe essere diversamente. Ed è assurdo pensare di riproporle oggi. Ma secondo me la loro grandezza è incontestabile. Il "Flauto magico" non è pachidermico; è invece proiettato in una classicità fuori del tempo, quasi sbalzato ad una distanza tale che ci riesce più facile osservarne l'assoluta coerenza fra i particolari e l'insieme. È ovvio che tante cose in questa visione si perdono: l' elemento popolare, la vivacità teatrale. Ma non è questo che importa. Perché si tratta di una prospettiva coerente e originalissima che, in quanto tale, ha la possibilità di parlare ai suoi contemporanei ed anche a noi. Prende spunto dalla "Nuova Oggettività" teorizzata da Hindemith e che Klemperer così bene incarnò negli anni berlinesi della Krolloper; ma va molto al di là di questa e suscita la nostra ammirazione. Così secondo me è per il suo Bach, in cui si realizza un apparente ossimoro, la tragicità della contemplazione. Così è per il "Don Giovanni" e persino per il "Così fan tutte", nel quale Klemperer riesce ad inserire inediti bagliori metafisici, echi di quella ragione superiore ed implacabile cui Klemperer ha sempre sacrificato ogni tentazione più corriva ed umana.
Il problema è che una simile arte, così poco accattivante, non era fatta per ingraziarsi i favori della comunità musicale. Il destino di Klemperer ne è una prova lampante. Quando arrivarono i nazisti come tanti altri dovette fare le valige ed emigrò negli Stati Uniti. Ma anche lì il suo destino non fu molto migliore di quello riservatogli in patria; ebbe per breve tempo la direzione dell'orchestra di Los Angeles e non molto di più. È per questo che non si conoscono testimonianze discografiche di questo periodo, diversamente da quanto accade per esempio per Bruno Walter. Senza nulla togliere alla statura gigantesca di Walter, troppo più ardua e solitaria era l' arte del Nostro, sostanzialmente impercorribile il cammino della pura razionalità, un sentiero che per i più risulta tragicamente interrotto. E poi, dopo la guerra? Nazisti ed antinazisti, pur conservando le reciproche antipatie, si sono incontrati negli stessi luoghi, hanno frequentato gli stessi prestigiosi festival, hanno dimostrato una perfetta capacità di inserimento. Proprio quella che è mancata a Klemperer, costretto per poter lavorare ad accettare una sede provinciale come l' Opera di Budapest, in un paese che si incamminava a grandi passi verso lo stalinismo. A questi anni risale il suo "Lohengrin" in ungherese, di cui ho una registrazione completa. I cantanti sono piuttosto bravi, ma non dei fuoriclasse. Nonostante questo, si tratta senz' altro del più bel "Lohengrin" che io abbia mai ascoltato: teso, rapido, intenso, strumentalmente una meraviglia. Ogni cantante si inserisce nell' insieme senza problemi, e per i tempi e per il volume dell' orchestra. Ma anche da lì Klemperer dovette partire presto; il regime stava stretto a quella nuova incarnazione dell' ebreo errante. Non lo aveva amato nessuno, né i nazisti né i comunisti né i democratici americani.
Forse l'unico periodo di vera popolarità era stato quello stimolantissimo del primo dopoguerra tedesco, di Colonia, di Wiesbaden, di Berlino. Si ricorda ancora una testimonianza del grande filosofo Ernst Bloch il quale, ad una rappresentazione di "Carmen" alla Krolloper, così disse: "Nie brannten wir genauer" (non siamo mai arsi in modo più preciso). Non si poteva esprimere meglio l' ardua razionalità e nello stesso tempo l' intensità dell'esecuzione. Ma nel secondo dopoguerra non fu più così. Un così grande interprete wagneriano non fu mai invitato a Bayreuth e un solo concerto diresse a Salisburgo. A Vienna incise con i Symphoniker ma non con i Philharmoniker. La popolarità gli toccò solo nel periodo della Philharmonia, quando si potè trovare per lui l'etichetta rassicurante di "custode della tradizione"; ma, come sempre in questi casi, un'etichetta abbastanza insignificante. Il destino di Klemperer ricorda quello del grandissimo poeta Paul Celan, autore di quella "Todesfuge" (Fuga di morte) che rimane una delle testimonianze più commoventi sui campi di concentramento nazisti; perse i genitori in un Lager nazista ma l' arrivo dei sovietici non gli riservò un destino migliore.

Marco Ninci

Sergio Sablich: Busoni e l´avanguardia

Dal sito dedicato a Sergio Sablich  vi propongo questa relazione dedicata a Busoni e al mito di Faust nella musica del Novecento.

Il post originale è reperibile qui

Il mito di Faust s'incarna nel Novecento nella figura ideale di un musicista, il tragico protagonista del romanzo di Thomas Mann Doctor Faustus. Nel narrare la vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn, Mann si serve della musica per esprimere la situazione dell'arte contemporanea, della sua civiltà, dello spirito di un'epoca profondamente critica e inquieta.
II motivo di fondo del romanzo – il patto stretto col diavolo in cambio di una inaudita attività creativa – introduce nel mito di Faust una variante della massima importanza: Adrian-Faust vende l'anima al diavolo non per appagare la sua sete di conoscenza e di esperienza del mondo, ma per riuscire a realizzare un'arte di avanguardia capace di dare testimonianza, con obiettività e rigore, della crisi della musica in quanto linguaggio e mezzo di comunicazione intersoggettivo, e nello stesso tempo di ricostruire dalle fondamenta un ordine non puramente negativo. L'allontanamento della sterilità e della disperazione, sia pur temporaneo e pagato al prezzo non solo della dannazione eterna ma anche della pazzia, consente la creazione di opere apocalittiche, nelle quali il dossolversi dell'arbitrio soggettivo e il rifiuto dei suggerimenti dell’istinto s'incontrano all'estremo dell’astrazione razionale e demoniaca.
E’ risaputo che nell'abile montaggio del suo romanzo Mann si rifà a modelli precisi: se Nietzsche e Hugo Wolf prestano i loro tratti alla figura del protagonista e ne condividono il destino (la sifilide e la conseguente pazzia), l'influsso di Arnold Schönberg e della Filosofia della musica moderna di 'I'heodor Wiesengrund Adorno è palese in tutti i passi nei quali Mann tratta di problemi e di tecniche musicali. In particolare il tipo di composizione esposto nel capitolo XXII e chiamato esplicitamente tecnica dodecafonica è debitore in più punti della teoria di Schönberg; per quanto la consulenza di Adorno e la stessa personalità dell'autore arricchiscano considerevolmente temi e svolgimenti della trattazione. Se Schönberg volle cautelarsi imponendo una nota nella quale si chiarisse il suo diritto di "proprietà spirituale" sulla tecnica dodecafonica, era d'altro canto chiaro che Mann non aveva inteso affatto identificare con Schönberg il musicista di sua libera invenzione. Adrian Leverkühn è infatti una figura ideale che non impersona tanto un concreto compositore (le sue stesse opere, così come ci vengono descritte, non hanno realtà sonora compiuta), bensì una situazione paradigmatica dell'arte del Novecento, e di quella musicale in particolare.
La forza del romanzo sta proprio nel fatto che ad esservi rappresentata è la condizione stessa della musica contemporanea: sospinta in un vicolo cieco dalla crisi dei linguaggi tradizionali, messa di fronte all'obbligo di ritrovare la propria identità. Che a venir dibattuta sia la capacità della musica di costruirsi organicamente con un proprio senso e di comunicare questo senso ad altri individui, non soltanto quindi con una forma ma anche con un contenuto, costituisce un ulteriore punto di interesse della grandiosa tessitura manniana. Spogliato dei suoi aspetti più propriamente romanzeschi e della sua cornice simbolica, il Doctor Faustus di Thomas Mann è un inesauribile repertorio delle vicende e dei personaggi della musica del nostro secolo, da cui non e possibile prescindere per inquadrarne lo sfondo.
 
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Le metamorfosi di Faust nel Novecento hanno inizio con l’Historie du Soldat di Igor Stravinsky, composta nel 1918. La tragica storia del soldato insidiato e conquistato dal diavolo, che coi suoi raggiri ottiene infine la sua anima, è una evidente variante della leggenda di Faust, passata nei racconti popolari russi della celebre raccolta di Aleksandr Afanasev. Di qui Stravinsky e lo scrittore Charles Ferdinand Ramuz la trassero per dare vita a una delle più geniali e avventurose creazioni del teatro musicale novecentesco. Nata in tempo di guerra, condizionata da pesanti ristrettezze economiche, l’Historie du Soldat fu concepita per un organico ridotto (sette esecutori, tre attori e due danzatori) e per una sorta di carro di Tespi ambulante che potesse facilmente circolare di villaggio in villaggio, adattandosi a rappresentazioni popolari: proprio come avveniva un tempo con gli spettacoli faustiani delle marionette e delle compagnie di giro, prima che Goethe elevasse l'intera tradizione a unitaria, individuale creazione d'arte. Non è certo un caso che Stravinsky pensasse a questo soggetto in questa forma in un momento particolarmente critico della sua esistenza: per quanto il racconto popolare avesse un carattere specificamente russo per l'ambiente e le situazioni che vi sono descritte, i sentimenti che vi erano espressi e la morale che se ne traeva consentivano una interpretazione universale riferibile a tutti i paesi e a tutte le epoche, massimamente in periodo di guerra. Ed era proprio questo lato essenzialniente umano a interessarlo e sedurlo.
Il soldato di Stravinsky è un Faust in miniatura, mosso da bisogni elementari ma sinceri. La sua anima è racchiusa nel violino, che egli baratta col diavolo in cambio di un libro magico onnipotente: solo per accorgersi che ricchezza e potenza non danno la felicità. Tutto il soggetto è ridotto a simboli elementari: e in ciò, oltre che nella tagliente incisività del linguaggio musicale, sta la sua forza di emozione e di commozione.
Il fatto che la quasi totalità dei numeri musicali siano marce o danze o canzoni accresce l'immediatezza della comprensione e scandisce la vicenda con stacchi netti, garantendo così la massima evidenza rappresentativa. Quando alla fine il soldato ricade in potere del diavolo che gli sottrae il violino per l'ultima volta, un velo di pietà si stende sulla sua sconfitta: come se salvezza e dannazione si fossero già consumati senza lasciare strascichi oltre la sua lenta uscita di scena.
Il diavolo dei racconti popolari di Stravinsky in fondo è soltanto un'immagine della fantasia, con cui è possibile spiegare l'eterna tristezza e follia della vita.
 
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Tutt'altro senso intese dare Ferruccio Busoni alla sua interpretazione del mito di Faust. Partito dall'idea di mettere in musica il Faust di Goethe, Busoni esitò a lungo prima di rinunciare a un compito tanto affascinante quanto impervio e risolversi a basare la sua opera sull'antico spettacolo di marionette. Da esso trasse non soltanto la traccia per il soggetto e l'impianto scenico ma anche quei vari spunti magici e illusionistici della tradizione popolare che si adattavano perfettamente a essere sviluppati in una personalissima concezione dell'opera lirica. di cui il Doktor Faust constituisce la summa. "L’opera accoglie nel suo seno, ammette e promuove tutti i mezzi e tutte le forme musicali che altrimenti non possono essere adoperate se non tino per volta. Offre l'occasione di impiegarli tutti insieme o a gruppi. Il campo dell'opera va dai semplici motivi di canzoni, di marcia e di danza. sino ai contrappunti più elaborati, dal canto all'orchestra, dal "sacro" al "profano", e ancora più oltre: lo spazio smisurato di cui essa dispone la rende capace di assimilare ogni genere e ogni tipo, di riflettere qualsiasi stato d'animo".
Senza dubbio Busoni ebbe presente il poderoso dramma faustiano di Christopher Marlowe, che influì anche nella scelta del titolo, e non dimenticò, almeno come punto di riferimento ideale, la sublime ascesa del poema goethiano. Strada facendo però, in una gestazione isolatamente lunga e continuamente differita – è noto che l'opera, iniziata nel 1914, rimase incompiuta alla sua morte il 27 luglio 1924 -, la visione di Busoni si arricchì di elementi simbolici e di significati psicologici complessi, attinti a fonti diverse e riplasmati in una creazione profondamente originale e indipendente, con accentuati caratteri autobiografici.
Faust è per Busoni il simbolo di un’aspirazione all'agire inappagabile e infinita,  “ein ewiger Wille” "eterno volere", come egli stesso si nomina nel punto culminante dell'opera. Nello stesso tempo però quest'aspirazione non si accontenta dì essere tale, ma vuole raggiungere un risultato tangibile, compiere l'opera definitiva e perfetta. Le esperienze magiche, mistiche e mondane che Mefistofele gli offre accrescono l'ansia di Faust, acuendone l'insoddisfazione e il vuoto: dalla coscienza negativa di Faust nascono la purificazione e l'impulso a compiere l'azione creatrice che rinnovi la vita esausta. A partire dalla scena alla corte di Parma, nucleo insieme generativo e centrale dell'opera, Busoni abbandona lo spettacolo delle marionette e avvia un proprio corso di pensieri. Il bambino che Faust ha avuto dalla Duchessa diviene a sua volta il simbolo che produce e rende possibile una soluzione quasi riconciliante e trascendente l'ambito del dramma: l'essere, generato dall'impulso più puro, determinerà il sopravvivere spirituale dell'individuo e del suo "eterno volere".
La scena finale dell'opera, così come risulta dal libretto di Busoni, esprime questi concetti in modo chiaro e costituisce il nodo cruciale dell'interpretazione busoniana del mito di Faust. L'apparizione della Duchessa illumina Faust sul significato che il bambino morto ha per lui.
Dopo che al suo ultimo tentativo di avvicinarsi a Dio ha rigettato da sé anche la fede, Faust pronuncia queste parole: "Dannato! Non v'è dunque alcuna grazia! Sei tu inesorabile? Così l'opera sia compiuta. Vostro malgrado, malgrado voi tutti, che vi credete buoni, che noi chiamiamo malvagi, voi che, per i vostri antichi litigi, prendete a pretesto gli uomini, e caricate su loro le conseguenze della vostra contesa. A questo alto grado della mia maturità si spezza ora la vostra malvagità, e nella mia libertà conquistata scompaiono insieme Dio e Demonio".
Faust parla dunque con gli accenti di Zarathustra, abbattendo le barriere del mondo delimitato dal bene e dal male. Poi prosegue: "A te, sangue del mio sangue, a te, carne della mia carne, che sopito, immacolato e ancora fuori del tempo sei unito in questo istante tosi profondamente a me, a te lego la mia vita. Che essa trapassi dalle più profonde radici del mio tempo che si allontana fino al puro, fresco sbocciare del tuo nuovo essere. Così io continuo a operare in te, e tu crea per me: fà più profondo il solco che tracciai da vivo, finché ti basti la forza. Ciò che io ho costruito, tu rafforzalo; ciò che ho tralasciato, compilo tu. Così mi pongo al di sopra di ogni legge. abbraccio insieme tutte le epoche ed unisco la mia vita alle generazioni che verranno: io, Faust, eterno volere!".
Mentre Faust si spegne, dal luogo dove giaceva il bambino morto è sorto un adolescente nudo con un ramo fiorito nella destra. Con le braccia alzate s’inoltra nella neve verso la città e sparisce nella notte. Entra a questo punto il Guardiano Notturno, sotto le cui vesti si cela Mefistofele. Illuminando con la sua lanterna il corpo inanimato di Faust.,si chiede tra il serio e l'ironico: "Che sarà mai accaduto a quest'uomo? Una disgrazia?”.
Non sembra dubbio quindi che, trasferendo la propria vita esausta a un nuovo essere, Faust celebri la propria immortalità beffando il diavolo, cui consegna solo un corpo inanimato: ed è altrettanto chiaro che Busoni intendesse con ciò, fondando l'opera del futuro, farsi carico in quanto creatore di un messagio simbolico e universale da affidare alle generazioni venture. In tal modo parlano gli ultimi due versi dell'Epilogo recitati dal poeta: "Dell'ascesa continua è questo il senso. La danza chiuderà il suo cerchio un giorno". Al tirar delle somme, dunque, Busoni si identifica con Faust esprimendo non soltanto le sue aspirazioni ma anche la capacità di risolvere in atto gravido di futuro le proprie esperienze e le proprie conoscenze; spogliando da ultimo la visione del personaggio delle sovrastrutture metafisiche – la lotta fra bene e male, fra Dio e il diavolo – per far emergere a tutto tondo – e senza "rivestimento", di qui il simbolo dell'adolescente nudo – la figura dell'artista creatore, che crea per dare agli altri la possibilità di continuare a creare. E ciò è molto coerente con ciò che Busoni fu in vita come artista e come pensatore.
L'aspetto inquietante di tutto ciò sta nel fatto che Busoni non musicò mai interamente questa scena finale, benchè nel libretto essa fosse stata stesa anni prima della sua morte. L’opera si arresta esattamente prima dell'ultimo monologo di Faust, sulle parole: "Oh, pregare, pregare! Dove, dove trovare le parole'?". L'incompiutezza del Doktor Faust, che solo un'interpretazione superficiale può imputare a mere circostanze biografiche, è la smentita più dura di ciò che l'opera voleva essere nelle intenzioni del suo autore. Senza la parola magica che compia la catarsi, l'utopico sogno di riscatto teso a restaurare in un ripiegamento umanistico l'identità dell'uomo e del mondo rimane privo di musica, ossia, nel contesto dell'opera, lettera morta; e, per contrasto, l'ultima battuta detta da Mefistofele-Guardiano notturno dà alla vicenda di Faust gli accenti di un dramma interiore indecifrabile e irrisolto, di portata enormemente più ampia, quasi tragica. Luigi Dallapiccola, ravvisandovi connotati emblematici della condizione di solitudine e di dubbio propria dell'epoca contemporanea, ha rivendicato per primo al Doktor Faust di Busoni quei caratteri di dolorosa attualità che, negandosi alla Verklärung della tradizione operistica, lo fanno entrare in modo diretto nel vivo del labirinto del teatro musicale novecentesco.
La condizione di Busoni è quella di chi, volendo salire alla sommità dei cieli, finì per ritrovarsi sull'orlo dell'abisso infernale: una condizione che dà al mito di Faust un significato inconcluso, insieme enigmatico e precario, esemplarmente sub specie modernitatis.
 
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Nell’Angelo di fuoco di Sergej Prokofiev (rappresentato postumo nel 1955, ma composto fra il '19 e il '27) Faust e Mefistofele sono presenti come personaggi dell'azione soltanto nel quarto atto, quando la vicenda della visionaria protagonista, Renata, si avvia ormai alla conclusione. Si tratta però di un’inserzione della massima importanza nel contesto dell'opera, e non solo perchè dà vita a una pagina di umorismo macabro, grottesco, fra le più tipiche dello stile fantastico di Prokofiev. In quest'opera, che il compositore stesso sceneggiò rifacendosi al romanzo del poeta simbolista russo Valerij Brjusov, il mito di Faust è ritratto per così dire alle origini con la ambientazione storica nella Germania del Cinquecento, che vide fiorire la storia e le prime leggende popolari sulle imprese e il destino del ben noto dottore, mago e negromante. Realisticamente dunque il cavaliere Ruprecht può incontrare in una taverna di Colonia Faust in compagnia di Mefisto, assistere alle loro discussioni teologiche e ai macabri giochi di prestigio con i quali il diavolo in persona cerca di irretire la sua preda. Questa scena prelude all’atto finale, il sabba delle monache invasate e la condanna al rogo di Renata, che segna il trionfo del caos orchestrato con diabolica astuzia dallo spirito del male.
Se dunque la presenza di Faust e di Mefistofele, come pure le riccorrenti scene di stregoneria e di magia sono in qualche modo giustificate dalla cornice ambientale nella quale l'opera si svolge, il tema di fondo – il significato dell'angelo di fuoco che possiede Renata turbando coloro che le si avvicinano – oltrepassa l'ordito del color gotico locale per proporsi come metafora di un’ossessione moderna, problematicamente ambigua: altremodo riflessa e amplificata dal liguaggio infocato e drammatico della musica, uno dei risultati più convincenti dell'avanguardia musicale russa degli Anni Venti. E ancora. Se il contrasto tra follia mistica e "verità" scientifica consente una lettura in chiave attuale, come già fece una memorabile regia di Strehler, il ruolo e la funzione del mito faustiano si definiscono nella sfaccettata complessità dei personaggi, per via di accumulazione e di stratificazione. Renata ci appare di volta in volta come una santa o come una indemoniata; e il suo enigma – rifratto in quello della natura celeste o infernale dell'angelo luminoso – non si svela neppure alla fine: la sua condanna non suona giudizio morale, ma esprime semmai uno stato di fatto, il coivolgimento in una follia e in un disordine collettivo che la voce ferma dell'Inquisitore cerca invano di ridurre a spiegazione razionale, affidandosi a una imposizione di forza.
In altri termini, Renata è una incarnazione del diavolo che si è impossessato della sua anima (il simbolo di Madiel, l'angelo di fuoco che non ammette contatto carnale, è in questo senso chiaro) e che si serve di lei per fare nuovi proseliti; ma è anche una vittima del diavolo, da cui traspare perfino il dramma di Margherita, sedotta e abbandonata, punita ma non dannata. E allora Ruprecht può essere visto a sua volta come una incarnazione di Faust, preso nei lacci di una trappola diabolica che si va stringendo via via che si compie il suo cammino di iniziazione ai misteri della magia, alle controverità della scienza, alle rivelazioni dell'amore. Non a caso Ruprecht assisterà accanto a Faust alla convulsa apparizione degli spiriti nel convento, che l'Inquisitore (forse Mefistofele stesso?) alimenta per apporre alla disarmonia dell'irrazionalità il peso schiacciante del suo furore dogmatico.
Queste identificazioni, se di identificazioni si tratta, sono molto più caratterizzate nell'opera di Prokofiev che nella pseudocronaca medievale del romanzo di Brjusov. E’ significativo per esempio che il tema orchestrale con cui si apre l'opera ritorni ciclicamente a introdurre ogni nuova situazione nella quale la lotta col diavolo – o con l'angelo – si ripropone: quasi a costituire un Leitmotiv dell'eterno conflitto tra le forze razionali (quelle alle quali a poco a poco anche Ruprecht abdica) e le seduzioni del mistero che Renata porta con sé. Ciò crea un clima di forte tensione espressiva, a configurare un'ossessione acuta, un'allucinazione nevropatica, un disturbo psichico conforme al quadro clinico dell'arte del tempo di Prokoliev, e dello stato d'animo delle avanguardie in particolare.
Ed è proprio in ciò che sta l'aspetto moderno, novecentesco, dell'Angelo di fuoco. La rappresentazione incorniciata nell'illusione teatrale eli un Medioevo ricostruito nasconde la sostanza attuale di una crisi dalle proprorzioni gigantesche, che la musica di Prokofiev traduce in massima evidenza drammatica. Ma a guardar bene ciò che ne costituisce l'essenza – la vera sostanza drammatica – non è tanto una tentazione diabolica che dall'esterno venga a sconvolgere l'equilibrio dell'individuo, quanto la capacità stessa dell'individuo a resistere di fronte ai mostri che nascono e crescono in lui rendendo vana la difesa della ragione. Il Faust di Prokofiev – sia esso identificato con Ruprecht o con Renata – è incapace anche soltanto di tentare la conquista di uno stadio superiore della coscienza: e Mefistofele è già dentro di lui, nella disarmonia delle sue visioni. Ciò spiega non soltanto il finale aperto dell'opera, senza certezza ne di salvezza né di dannazione, ma anche perché i due personaggi, insieme storici e allegorici, cioè Faust e Mefisto, possano entrare nell'azione solo come fantocci, bizzarre figure da teatro delle marionette: avendo lasciato ad altri, meno scoperti protagonisti, la sostanza di un dramma tutto interiore, senza vie d'uscita liberatorie.
 
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La carriera di un libertino di Stravinskv (1951) è l'opera del Novecento che più si distacca dai pregiudizi che condizionano in senso negativo l'atteggiamento e le intenzioni dei compositori impegnati e d'avanguardia. Accettare l'opera come genere, rispettarne le convenzioni e le formule, significava per Stravinsky esplicitare i sensi nascosti delle vicende umane mediante la loro eposizione mitica sul palcoscenico, e ricavarne perciò una morale e una verità positiva. Per quanto l'affermazione possa sembrare paradossale, il modello delFaust di Goethe, e soprattutto del Secondo Faust, si riflette nel cammino percorso dal protagonista dell'opera neoclassica di Stravinsky, per riaffermare alla fine, e sia pure con significato diverso, una chiara delimitazione dei confini fra bene e male.
Nella Carriera di un libertino sono fusi tre archetipi mitici, quello di Faust, quello di Don Giovanni e quello della lotta dell'uomo con le morte e con il diavolo, rappresentato dalle partita di carte. All'ombra (Nick Shadow, ossia Mefistofele) che si offre di servirlo, Ton-Rakewell chiede la realizzazione di tre desideri: il piacere, l'assoluta libertà spirituale, la salvezza del mondo. In realtà anche questi desideri sono tentazioni del diavolo, che non esita a chiedere la ricompensa pattuita dope averne svelato l'illusione. Tom però lo beffa indovinando con il pensiero rivolto ad Anne le tre carte; e a colui non resta che renderle pazzo: Tom non riconoscerà più Anne e si spegnerà in manicomio fantasticando in sogno di Venere e Adone, in una scena che riconto alla lontana le visioni mitologiche di Faust.
L’Epilogo non è soltanto la conseguenze drammaturgica a lieto fine della struttura tradizionale di un'opera settecentesca a forme chiuse, ma anche la spiegazione della morale che dà un senso a tutto e ristabilisce un ordine di valori indiscutibile. Qui Stravinsky e Auden capovolgono il significato del mito di Faust nella interpretazione di Goethe: ma il ricorso all'ironia e all'oggettività disincantata non distrugge affatto, ma semmai rafforza, la spiegazione. Che è duplice: se non sempre un libertino può essere riscattato dall'amore, né trovare in una donna il simbolo dell'"eterno femminino", l'ambizione a superare i confini della conoscenza e dell'arbitrio porta a una brutta fine; e benché ci sia perfino qualcuno che ne nega l'esistenza, come dice lo stesso Shadow, il diavolo s’annida da qualche parte, e con chi sta nell'ozio ha buon gioco.
L'opera si chiude così con un anticlimax ad effetto, che sembra ricondurre, come in un ciclo periodico, alla situazione iniziale. Ed è evidente che Stravinsky consideri anche il mito di Faust, come l'Opera in sé, una costante immutabile: un archetipo appunto, quasi privato, nella sua idealità, di svulippi e di evoluzioni economiche. Quasi a dire: la tragedia c'è, noi lo sappiamo, ed è grande: ma a che vale insisterci e disperarsi?
Non c'è da stupirsi perciò che il suo Faust giunga, per via di togliere, a identificare la libertà nella costrizione, e il fine in un principio. Non siamo poi molto lontani da una visione cristiana, se non addirittura cattolica, del personaggio e del suo destino. La lotta interiore di Faust si scioglie così nella liturgia della forma, che celebra i suoi riti senza dramma né passione. Così facendo Stravinsky nega che all'uomo sia consentito raggiungere con le sue proprie forze la trasfigurazione e la redenzione: al pessimismo di questa valutazione si oppone però la fede in valori certi e immutabili, che si rispecchiano nella tradizione e nella capacità di rinnovarla con la qualità, nuda ma non cruda, della creazione artistica.
 
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Vostre Faust, "Fantaisie variable genre opéra" di Michel Butor e Henri Pousseur (1969), appartiene a un genere teatrale di moda negli Anni Sessanta, quello dell'opera aperta, o variabile o "mobile", come la definiscono il titolo e gli autori. L'argomento è questo. Il giovane compositore Henri giunge in teatro, dove sta per essere reppresentata un'opera su Faust, per tenere una conferenza sui problemi della musica moderna.
Per metterlo alla prova, il Direttore del teatro gli propone di scrivere lui un'opera sullo stesso soggetto. Henri accetta. Nella prima parte del Vostre Faust, questo il titolo dato alle nuova opera. Henri incontra Maggy, una cameriera del cabaret vicino alla chiesa. Costei cerca di sottrarre Henri al suo pericoloso destino, ma il Direttore riesce ad allontanarla dalla scena. I due si danno un appuntamento per andare alla fiera ad assistere a una rappresentazione del Faust con le marionette.
Nell'intervallo, il Direttore si presenta al pubblico e propone una votazione: Henri dovrà andare alla fiera in compagnia della ragazza di cui è innamorato e che vuole salvarlo o di un'altra, per esempio Greta, la sorella di Maggy? Due attori girano tra il pubblico distribuendo palline rosse e verdi per la votazione. Ma l'intervento del pubblico non si fermerà qui. Nella seconda parte dello spettacolo, esso potrà partecipare direttamente all'azione scenica, al fine di correggere o perfino capovolgere il risultato della votazione. Gli sono consentiti però solo quattro interventi. Ciò significa che la storia raccontata potrà avere cinque diverse conclusioni; le quali, secondo il tragitto percorso, si combinano con sei epiloghi, ciò che dà trenta possibilità di fine, trenta risposte al problema posto.
Proprio per consentire la partecipazione del pubblico (la quale potrà essere sia individuale che collettiva) l'opera si compone di pagine autosufficienti, tessere di un mosaico che possono comporsi in modi diversi, e che contemplano non soltanto diversi organici (limitati però dalla natura di piccola opera) su vari testi, ma anche diversi stili musicali e perfino molte citazioni da opere di argomento faustiano, per esempio di Gounod. Teoricamente, dunque, l'intervento del pubblico è influenzato non soltanto dalla scelta su come far procedere la vicenda (se verso la salvezza o verso la condanna di Henri), ma anche dalla reazione, perfino motivata da un giudizio estetico, ai "segnali musicali" che via via si succedono. E si impone per di più, a questi diversi impulsi, una scelta oculata, giacche, esauriti i quattro interventi, il destino sarà ormai fissato e la macchina teatrale condurrà inesorabilmente a un risultato immodificabile.
Vostre Faust (dove quel "vostro" è da intendersi in molteplici accezioni: il Faust di Butor, di Pousseur, del compositore Henri, del pubblico e così via) non è un'opera costruita secondo i principi dell'alea ma riassuntiva delle diverse versioni del mito di Faust (dalle marionette a Marlowe, da Goethe a Gerard de Nerval, da Berlioz a Gounod; con citazioni figurative e sceniche perfino di Rembrandt e Delacroix) e insieme aperta a nuove possibilità di interpretazione anche con mezzi linguistici nuovissimi, dalla musica seriale a quella elettronica. E se l'argomento basato sulla storia di Faust consentiva, partendo per lungo viaggio di ricerca e di sperimentazione, di appoggiarsi a qualcosa di conosciuto, il tema stesso si prestava ad essere sviluppato in un progetto eli tal fatta senza perdere il suo valore simbolico e universale: Faust come allegoria del labirinto e dell'avventura umana, e di quella artistica, secondo coordinate novecentesche, in ispecie. Ma ancor più importante è l'utilizzazione della storia di Faust come materia di rappresentazione teatrale onnicomprensiva e nello stesso tempo di forma variabile, mediazione sul teatro e sulle sue funzioni tutte da scoprire e da verificare: sotto questo aspetto il punto di partenza delle escursioni di Butor e Pousseur è, o sembra essere, il Prologo in teatro di Goethe. Cioè, l'inizio stesso del Faust.
C'è anche un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Assegnando al Direttore del teatro il ruolo di Mefistofele, e al compositore di musica moderna Henri quello di Faust, resta sottinteso che al pubblico spetti il compito di esercitare le funzioni di Dio. E’ lui che può salvare o condannare Henri; fargli scrivere o no il Faust, apprezzare o meno le sue azioni; condurre a buon fine l'opera. Il suo ambito di intervento è tuttavia limitato, come si è detto: se gioca male le quattro carte, perde e resta sconfitto. Anche Dio, dunque, è parte di un ingranaggio mobile: e il suo rappresentante in teatro, il pubblico, un elemento sì intrinseco all'azione scenica – il burattinaio che tira i fili – ma anche limitato e condizionato. Con un vantaggio però: se il lavoro non gli va, può fischiare oppure andarsene; o magari distruggere con le sue stesse mani l'opera, perchè avviata a una fine ingloriosa.

“Progetto Faust”, atti del convegno di studi , Teatro Comunale di Treviso-Teatro Sociale di Rovigo. Treviso, Salone dei Trecento, 14, 15 e 17 ottobre 1986. Rovigo, Palazzo Roncale 16 ottobre 1986. Edizioni Ente Teatro Comunale di Treviso, 1991

Giacomo Lauri Volpi

Pubblico questo eccellente scritto del dott. Gian Paolo Nardoianni, medico chirurgo e grande intenditore di voci. In esso troverete un’ antologia di giudizi critici e testimonianze sull’ arte del grandissimo tenore, seguite da alcune considerazioni del dottor Nardoianni, che ebbe la fortuna di ascoltare Lauri Volpi dal vivo e di conoscerlo personalmente.
Ringrazio Gian Paolo Nardoianni per aver acconsentito alla pubblicazione di questo articolo.

GIUDIZI SULLA VOCE E L’ ARTE DI GIACOMO LAURI VOLPI
“Considerato come un caso eccezionale in tutta la storia del canto Continua a leggere “Giacomo Lauri Volpi” →

Intervista a Rinaldo Alessandrini

Rinaldo Alessandrini è il fondatore e direttore del gruppo strumentale “Concerto Italiano”, una delle formazioni più accreditate a livello internazionale nel repertorio rinascimentale e barocco. Eccovi la trascrizione del nostro colloquio. Continua a leggere “Intervista a Rinaldo Alessandrini” →

Christian Thielemann in concerto a Dresden

Anna Costalonga ha ascoltato a Dresden il concerto commemorativo per il bicentenario della nascita di Liszt, tenuto dalla Staatskapelle Dresden sotto la direzione di Christian Thielemann, che dal 2013 ne diventerà il nuovo Chefdirigent. Eccovi il suo resoconto. Continua a leggere “Christian Thielemann in concerto a Dresden” →

La Norma di Maria Callas alla Scala

Il personaggio di Norma fu uno dei cavalli di battaglia di Maria Callas. Continua a leggere “La Norma di Maria Callas alla Scala” →

La Terza Sinfonia di Gustav Mahler

Una interessante dscrizione di uno dei capolavori mahleriani, tratta dal libro del musicologo inglese Deryck Cooke, uno tra i più autorevoli studiosi dell’ arte del compositore boemo. Continua a leggere “La Terza Sinfonia di Gustav Mahler” →

Il Cristoforo Colombo di Alberto Franchetti

Alberto Franchetti è una delle personalità artistiche più interessanti tra i compositori italiani degli ultimi decenni del XIX secolo. Vi propongo questo eccellente saggio sul Cristoforo Colombo, il suo lavoro teatrale più conosciuto. Lo scritto, del musicologo parmense Gian Paolo Minardi, è stato pubblicato in occasione dell´esecuzione dell´opera avvenuta nel 1992 a Montpellier.

Il post originale è reperibile qui

La prima cosa che attrae la nostra curiosità, accostandoci al Cristoforo Colombo di Franchetti é la voce di chi ne avallò la committenza, quando agli inizi del 1889 la città di Genova pensò ad un'opera che celebrasse l'impresa di Colombo, in occasione dei quattrocento anni della scoperta dell'America, quella di Giuseppe Verdi. Fu a lui, infatti,che il sindaco di Genova, recandosi di persona a fargli visita, rivolse l'invito, ma Verdi, ancora toccato dalle vicende di Otello e probabilmente già preso, anche se occultamente, dai lacci del Falstaff, e del resto ormai estraneo ad ogni tipo di coinvolgimento ufficiale, si dichiarò indisponibile: ed indicò, appunto, in Alberto Franchetti il musicista a suo parere più affidabile. Suggerimento, ovviamente, subito accolto dai committenti, così che il 13 maggio di quello stesso anno tra il giovane compositore torinese ed il Municipio di Genova veniva sottoscritto il contratto: impegno che coinvolgeva pure, come librettista, Luigi Illica, quale vincitore del concorso bandito per l'occasione. Che tale segnalazione da parte di Verdi non possa essere interpretata semplicemente come un modo elegante per cavarsi fuori dall'imbarazzo é fin troppo ovvio: contrasterebbe con la proverbiale franchezza, anche rude, dell'uomo, legato oltretutto da ormai molti decenni da un vincolo di reale positività e di familiarità con la città ligure, nella quale trascorreva, beneficiando della mitezza del clima, i mesi invernali. Il suggerimento di affidare il progetto colombiano a Franchetti va quindi letto come un atto di fiducia, anche se in termini indiretti, rapportati cioè a quella posizione di vigile isolamento in cui si trovava Verdi, quasi prossimo alla soglia degli ottant'anni. L'isolamento di un Grande Vecchio, cui il riconoscibile mutare del panorama non pareva recare alcun sussulto, eppur attentissimo a tutto quanto entro quel panorama andava muovendosi; e pronto, nel caso, a toccare certe pedine, come una vera e propria eminenza grigia. Non ci è stato dato di trovar traccia più esplicita da cui cogliere una sua aperta ammirazione per Franchetti; solo un indizio, posteriore comunque alla committenza del Colombo, in una lettera a Boito del 14 marzo 1894: si parla dell'opera di Franchetti che sarebbe andata in scena alla Scala, Fior d'Alpe, e Verdi, pregando Boito di dargliene conto, scrive: "Certo che il soggetto è innocente assai; i versi sono quel che sono; malgrado tutto vi si può fare della buona musica, e non mi sorprenderebbe che Franchetti abbandonando per un momento, il suo fare gonfio e grosso trovasse qualche cosa di buono". Boito, fedelissimo, risponde a stretto giro di posta, il 16 marzo, il giorno dopo lo spettacolo: "Questo fior d'alpe é riuscito una melensaggine sconclusionata e non vale la spesa dell'inchiostro a scriverne lungamente. Il Franchetti, che ha navigato bene col Cristoforo Colombo, s'é affogato in un bicchier d'acqua ed ha naufragato". Due giudizi incrociati dunque sul nostro, e sul Colombo in particolare, ché ad esso si riferisce probabilmente quel "fare gonfio e grosso"; con inflessione neppure tutta negativa, sembra di capire, ma solo significativa di quella distanza che proteggeva la solitudine del Vecchio, quale era andata acuendosi dal suo "silenzio"operistico dopo Aida, di fronte all'ambivalenza di una prospettiva che pareva illuminare equivocamente l'evoluzione della drammaturgia verdiana, facendola apparire al tempo stesso conservatrice e trasgressiva dei valori tradizionali del melodramma. La rottura di quel "silenzio", proprio agevolata da quel Boito la cui intemperanza giovanile aveva un tempo aperto con l'autore di Aida una clamorosa frattura, non allenterà le cautele di fronte al mutare del quadro, sotto la pressione dell'istanza realistica, una cautela vigile quanto mai, dove sospetto e curiosità per il nuovo si intrecciavano con i tratti del suo carattere, tra discrezione sospettosa e consapevole determinatezza: "Ma io sono vecchio e codino … cioé vecchio sì, ma codino non tanto" aveva scritto in una lettera a Giulio Ricordi che gli aveva inviato in lettura L'amico Fritz. La chiave per misurare quanto da parte dei giovani musicisti delle nuove generazioni si veniva proponendo: da Puccini – "il cui genere di musica non ci piace, perché segue la pedata di Massenet, Wagner etc. …", come avrebbe detto, secondo una testimonianza di Ponchielli, a proposito delle Villi – a Mascagni, a Leoncavallo. Si avverte, insomma, dai pochi segni di giudizio che ci sono rimasti, la traccia di una frattura rispetto a quella linea di continuità che attraversa il cammino verdiano, anche nei suoi approdi estremi, e che risiede nella profonda unità tra musica e parola,in funzione drammatica. Lo lascia ben intendere quel suo dichiarato disagio alla lettura dell'Amico Fritz : "In quanto alla musica sono andato avanti un po', ma mi sono stancato presto di tante dissonanze, di quei rapporti falsi di modulazione di tutte quelle cadenze sospese, di quegli inganni, e più … di tanti cambiamenti di tempo a quasi ogni battuta. Cose tutte piccantissime, ma che offendono il senso del ritmo e dell'udito". Ed in questa franca confessione forse possiamo scorgere anche le ragioni, od almeno uno dei tanti motivi che spiegano l'atto di fiducia verso Franchetti, a lui noto attraverso il suo primo impegno operistico, quello di Asrael, presentato la prima volta a Reggio Emilia nel 1888: nonostante le profonde divergenze di visuale che sembrano contrassegnare le esperienze compositive dei due.A partire dalla condizione sociale. Figlio di un ricco imprenditore, il barone Raimondo, Alberto Franchetti, nato a Torino il 18 settembre 1860, aveva avuto la sua prima iniziazione musicale dalla madre, la baronessa Sara Luisa Rothschild, raffinata pianista; continuati gli studi a Venezia dove la famiglia si era trasferita, li perfezionò in Germania, al Conservatorio di Monaco sotto la guida di Rheinberger, diplomandosi poi a Dresda, nel 1884, con Draeseke e Kretschmar. Una scelta, quella tedesca, che nasceva da una chiara consapevolezza di uscire dalle strettoie di una condizione limitante, quale appariva quella del "paese del melodramma" ormai all'ultimo scorcio del secolo: aspirazione, del resto,che attraversava più o meno confusamente vari strati della cultura musicale italiana e che segna uno dei tratti di contrasto più significativi con il pensiero verdiano, più che mai concentrato sulla "via italiana", quella del "torniamo all'antico". Quanto sia stata realmente profetica questa svolta sinfonica intrapresa da giovani musicisti come Franchetti, ed accanto a lui in maniera ancor più determinata Martucci e Sgambati, è un dato su cui la critica appare sempre più netta nel distinguere tra l'idealità dello slancio ed i limiti d'orizzonte recati dai risultati. E di tale tensione fa fede una lettera di Franchetti, allora studente a Monaco, indirizzata al padre che lo voleva di nuovo a Venezia: "Tu sai che ho per la musica una passione che va ogni giomo più crescendo: tanto grande è il mio amore per l'arte, altrettanto grande sarà la mia riconoscenza per Te se Tu vorrai darmi i mezzi per diventare un giorno un vero musicista. E' questo l'unico, il mio più grande desiderio …. la città che io sceglierei sarebbe Dresda, perché oltre a darmi l'occasione di approfittare delle lezioni del celebre prof. Wullner, essa é molto tranquilla …. In Italia dei musicisti della tempra di Rheinberger, di Wullner o di Reineke in Lipsia, non ve ne esistono e la miglior prova é che mentre nei Conservatori tedeschi sono quasi altrettanto numerosi i foresti
eri quanto gli alunni del paese, nessun Americano o Tedesco si penserà a venire a studiare composizione in Italia. I pochi musicisti seri che conta l'Italia lo sono diventati all'estero, come Scontrino, Bonamici, Sgambati, Catalani: quest'ultimo poi studiò all'estero a spese del Governo Italiano … Ti supplico ancora una volta Caro Papà di voler concedere ciò anche a me." E proprio all'anno di questa lettera, il 1884, risale quella Sinfonia in si minore che rimane oggi, insieme alle due di Martucci ed a quella di Sgambati, una delle testimonianze più significative di tale tentativo "italiano" di recuperare una lontana tradizione strumentale attraverso l'innesto entro la grande strada del sinfonismo classico-romantico: associandola anche, nel caso di Franchetti, a differenza di Martucci il quale operava essenzialmente entro il calco brahmsiano, agli esiti più scorciati della "musica dell'avvenire". Quanto poteva bastare, dunque, per rendere sospettoso Verdi, il quale non perdeva occasione per stigmatizzare tali invasioni di campo; con Giulio Ricordi, che lo informava con entusiasmo dei successi di Otello a Londra: "Voi parlate di trionfo di arte italiana! V'ingannate! I nostri giovani maestri italiani non sono buoni patrioti. Se i tedeschi partendo da Bach sono arrivati a Wagner, fanno opera di buoni tedeschi, e sta bene. Ma noi discendenti di Palestrina, imitando Bach, commettiamo un delitto musicale, e facciamo opera inutile, anzi dannosa…". E con penna ancor più acuminata, perché questa volta indirizzata più specificamente al non amato Catalani, annoterà qualche anno dopo – proprio in occasione della stagione genovese del'91-92 che vedeva affiancate Otello, Cristoforo Colombo e Wally – in una lettera a Perosio, critico musicale ed agente di Ricordi nella città ligure: "Non credo che questi signori col pretesto che si rappresenta il mio Otello o di onorare il Grande Scopritore Genovese, pretenderanno che io venga a mostrarmi in teatro: tanto meno poi a sentire la nuova opera tedesca di quel maestrino lucchese che mi dicono però abbia avuto esito alla Scala. Me ne ha parlato Ricordi, il quale s'é intestato a pubblicarne le opere , ma non credo con vantaggio. Il pubblico vuole della musica italiana e non delle contraffazioni o dei travestimenti tedeschi. Ci vuol altro che 1a musica dell'avvenire". Eppure Franchetti, nonostante la sua propensione"germanica", riusciva nonostante tutto a sottrarsi a tale perentorietà; nel gennaio dell'89 Verdi era, come sempre, a svernare a Genova e lì aveva potuto ascoltare Asrael: " … ve ne parlerò a voce scriveva il 9 gennaio a Giulio Ricordi- quando l'avrò letto meglio, perchè l'esecuzione qui è talmente pessima in tutti, in tutte, in tutto che non se ne può formare un concetto giusto. Si sente però che è il lavoro di un musicista (bella scoperta direte voi) però malgrado questa generale opinione, io oso credere che Franchetti ha bensì iniziato degli studi seri, severi, e forti, ma che non li ha completati in ogni parte. Ciò non significa nulla. Rossini fuggì dalla scuola di Mattei scarso di studi. Qui Asrael malgrado tutto, piace. Applausi clamorosi ad ogni atto e tre bis anche ai pezzi mal eseguiti". Come par di capire, Verdi sembra concedere qualche credito al giovane esordiente, senza che l'ipoteca straniera l'induca, come in altri casi, a staccare il filo dell'attenzione. Ed il cammino di Asrael è quello che ci porta al Colombo, pur nella diversa sollecitazione del soggetto: dalla tematica visionaria della leggenda medioevale da cui Ferdinando Fontana ha ricavato il libretto di Asrael allo stacco epico dell'avventura colombiana, così come l'aveva impaginata Illica; ed è un cammino che si inoltra con molta più sottigliezza di risvolti e di ripiegamenti di quanti, comprensibilmente, avesse registrato la critica contemporanea, in quel paesaggio teatrale un po' troppo variamente affastellato che si apre in Italia nell'ultimo decennio del secolo. Dove, escludendo l'appartata, ma pur straordinariamente risonante, riflessione verdiana, sarà solo la rivelazione Cavalleria rusticana a recare un segnale di riscossa; la riprova della situazione di risacca era offerta dalla constatazione che, contro la crescente penetrazione straniera – nel decennio precedente,oltre all'intensificazione della diffusione wagneriana i titoli più amati nei teatri italiani erano Carmen, Lakmé, La regina di Saba – risultò quanto mai effimera la nostra "esportazione", fatta eccezione per Gioconda e per Mefistofele. Le due opere,in effetti, che possono simboleggiare l'opposizione di energie e di impulsi che animavano le vicende del teatro musicale italiano nell'ultimo quarto di secolo: la prima, in veste di mediatrice, non senza troppo celare un fondo conservatore, tra il solido dettato verdiano e certo travestimento da grand-opéra, l'altra come incarnazione di una irrequietezza nuova, anche se in gran parte destinata a dissolversi lungo la strada, tale da lasciare intuire "la prima sagomatura liberty che la nostra opera in musica conosca". Sono anche le due linee guida – pensando soprattutto al "primo" Mefistofele – che ci portano a considerare la trasformazione della struttura melodrammatica secondo un respiro più ampio: quel respiro che si poteva cogliere nella stessa, nota, precettistica di Boito, secondo il quale "l'opera del presente" avrebbe dovuto perseguire "la completa obliterazione della formula, la creazione della forma, l'attuazione del più vasto sviluppo tonale e ritmico possibile oggi, la suprema incarnazione del dramma". Indicazioni non certo di poco conto, la cui portata, pur con la presa di distanza, non poco ostentata di chi, come il Grande Vecchio, amava farsi vedere fuori dalla mischia, possiamo vedere riflessa, con soluzioni originalissime sempre, sullo schermo verdiano. Ed a ben guardare anche l'accentuazione in senso naturalistico-verista impressa dai musicisti della generazione successiva, quella che verrà genericamente conglobata nella definizione di "giovane scuola", se da un lato può essere considerata come un recupero di un originario spirito "degli operisti popolari" è la nota definizione data da Giannotto Bastianelli a Mascagni rimane pur sempre ancorata ad un contesto storico che rettifica la stessa nozione di verismo; "se il concetto di verismo nell'opera si giustifica dunque almeno in parte – ha osservato Dahlhaus a proposito della Cavalleria rusticana d'altra parte è indubbio che la attenuazione della critica sociale, l'egemonia della cantabilità melodrammatica che si afferma per ampi tratti, l'elusione della prosa letteraria e della 'prosa musicale' … sono caratteri irrealistici o addirittura antirealistici, che inducono a parlare di una tendenza stilistica ambigua in Mascagni e Puccini". E proprio da tale intersecarsi di caratteri e ragioni stilistiche tanto diversificate, lo studioso tedesco prende spunto per ribadire come "una classificazione univoca non rientri tra le condizioni ipso facto propizie alla buona riuscita estetica d'un'opera". Osservazione che ci porta opportunamente ad uscire dal più consueto e quasi obbligante percorso rettilineo che si è soliti seguire nel paesaggio del "dopo Verdi", quello dei "verismo", per divagare più liberamente lungo terreni diversamente ordinati, dove proprio lo sfumar dei contorni sembra essere la corda dominante: perchè in effetti l'ambiguità diventa essa stessa cifra stilistica, simbolo esibito del nuovo più spesso, ma non di rado anche segnale di presentimenti autentici, spinti, persino a volt
e, ad un registro antiverista, benchè più correntemente è il temperarsi di fattori diversi, probabilmente infondibili, a determinare il clima di quel particolare decadentismo italiano, figlio della Scapigliatura; il cui contrassegno, appunto, è quello di convivenze tematiche e stilistiche di per se improponibili, così da riuscire a racchiudere nella stessa offerta melodrammatica "il gusto dell'orrido e la scenografia del fantastico col wagnerismo, con la malinconia crepuscolare, con l'armonia delle piccole cose e il gusto per un mondo dimesso in apparente contrasto con quella predilezione dell'esotico" che pare costituire un altro polo non secondario di questo ampio ondeggiare di pensieri e di sentimenti. Il wagnerismo appare come il grande velo che protegge e nobilita tutto questo gran atteggiarsi di modi contradditori: senza neppure la ben più netta forza d'incidenza che, benchè essenzialmente in terreno extramusicale, la suggestione wagneriana eserciterà in Francia, quale matrice reale della "Décadence". Ma quanto tale velo fosse leggero, addirittura effimero, soltanto la prospettiva allungata, di oltre un secolo, va rendendo sempre più chiaro, lasciandoci capire soprattutto la portata radicale, di una contrapposizione al mondo verdiano, che l'etichetta wagneriana voleva rappresentare; radicalismo che trovò ragioni di attivazione, più ancora che in una reale tensione ideologica degli stessi musicisti, nella conflittualità editoriale, tra Ricordi e Lucca, e nella nuova intraprendenza impresariale, senza neppure trascurare una funzione critica mossa più da ragioni nazionalistiche che non da una reale comprensione della drammaturgia wagneriana. Affiorano invece come sempre più significative dell'evoluzione che sta interessando il teatro musicale dell'ultimo trentennio certe linee di tendenza che paiono muoversi al di sopra del dibattito contingente; e addirittura possono avvalorare l'idea di un percorso più generalmente orientato, se non proprio univoco: la progressiva affermazione di una nozione di dramma, associata a quella della continuità dell'arcata strutturale, della intensificazione del tessuto sinfonico, della nuova funzionalità del richiamo motivico. E' questo, a ben guardare, un quadro, anche se estremamente generalizzato, in cui modelli contrapposti come il Gesamtkunstwerk wagneriano ed il grand-opéra meyerberiano risultano assai più ravvicinati in rapporto alle esperienze italiane di quel trentennio: pensando anche all'evoluzione verdiana, ai "wagneriani", come furono etichettati subito Boito e Catalani, ed ai tanti musicisti cui il mantello della "giovane scuola" riesce sempre meno ad offrire una copertura sufficiente e plausibile. E' dunque su tale panorama, quanto mai variegato ed attraversato da tensioni contrastanti e contradditorie, che va collocata l'osservazione del Cristoforo Colombo, alla cui calibratura concorre significativamente il ruolo dello stesso librettista, Luigi Illica, una figura che appare come il tramite estremamente duttile di questo intreccio di motivazioni e di atteggiamenti che innervano la drammaturgia postromantica, il poeta capace di aderire anche alle istanze più diversificate quali si stagliano lungo questo movimentato trentennio. Già ai suoi primi passi, come librettista, lo vediamo muoversi sul terreno decadente della scapigliatura, sensibile tuttavia, nella Wally, che è dello stesso anno del Colombo, a movenze simboliste sul filo di un naturalismo caricato di nuove risonanze, lontane dal dettato realistico. Al quale si mostrerà peraltro aperto successivamente, senza che ciò faccia da ostacolo ad altre esperienze, ad altre suggestioni di provenienza francese ma filtrate attraverso moduli più nostrani, esotismo che si piegherà ad una più domestica nozione fioreale, fino ad arrivare a certi arcaismi di marchio dannunziano. La collaborazione con Franchetti, che troverà un'ulteriore saldatura dieci anni dopo con Germania, nasce dalla stessa occasione colombiana, in quanto Illica risultò vincitore, nel 1889, del concorso bandito dal Municipio di Genova. Un'occasione che impegnò come non mai la municipalità della città; come si apprende dalle cronache locali "il Municipio ristorò totalmente il Teatro Carlo Felice, completando la pavimentazione in marmo, ricostruendo il soffitto della platea, impiantando la illuminazione elettrica con apposita officina nel Teatro stesso, caloriferi, ventilatori, ecc.;questi ristori ammontano a L. 420.000 circa, delle quali 12.500 vennero pagate dai palchisti. Magnificamente rimesso a nuovo il Teatro, il Municipio pensò di avere per l'estate una stagione straordinaria e mediante sovvenzione di L. 160.000 si accordò con l'impresa Piontelli per una serie di spettacoli. Questa iniziò il 20 agosto 1892 con dei concerti sotto la direzione del maestro Luigi Mancinelli…". Lo stesso direttore che la sera del 5 ottobre avrebbe felicemente portato in porto l'impresa del Colombo; dopo due rappresentazioni gli succederà sul podio Arturo Toscanini, sostituzione del resto prevista in seguito agli impegni già assunti da Mancinelli a Madrid. Il successo, come si apprende da alcune cronache locali, fu "inaudito", secondo altre fonti critiche meno netto. "Gli è vero – scriveva il critico del Caffaro che questa musica è quello che si può ideare di più grande, di più alto, di più commovente; Kaschmann fu cantante e attore inarrivabile. Quale artista! Niuna parola potrà mai esprimere l'effetto che egli seppe produrre". Accanto a Kaschmann, protagonista, figuravano Edgardo Garbin, Carolina Mussini, Giulia Novelli. Chi teneva le fila con Verdi, l'amico e fiduciario Giuseppe De Amicis, in una lettera al maestro del 10 ottobre, sembra collocare il successo in un contesto più distaccato: "Le cose del  C. Felice, malgrado la nuova Opera sia discretamente incontrata per quanto di circostanza e nulla più, procedono poco soddisfacentemente…". La critica, pur nel riconoscere l'importanza dell'impresa affrontata dal giovane musicista, al suo secondo cimento teatrale, non tralascia di sottolineare le incongruenze, attribuibili in gran parte alla circostanza celebrativa: "… l'esìgenza dell'opera ballo, esigenza del Municipio committente – rileva Zorzi sul Mondo artistico del 18 ottobre – che ha così compromesso il merito della sua iniziativa, rese necessaria , un po' di America selvaggia. E qui metteteci ricerche storiche coscienziose, passioni di grandi linee drammatiche, particolari di costumi finchè volete, come ha fatto l'Illica; ma non si può sfuggire ai convenzionalismi, al ciarpame, alle maniere del vecchio melodramma. E la grande epica figura dello scopritore di un nuovo mondo impicciolisce, si smarrisce tra le piume, le zagaglie, i dardi, gli idoli, i furori dei selvaggi che abbiamo già conosciuto nell'Africana e nel Guarany. Eppure abbiamo certa fede, il Cristoforo Colombo di Franchetti può ancora diventare il capolavoro" conclude il critico che ha subito toccato il punto dolente, colto da tanti altri osservatori, lo squilibrio impresso alla struttura drammaturgìca degli ultimi due atti che aprono entro la tesa vicenda della "scoperta" una colorita parentesi "americana" infarcita di amori e di colpi di scena romanzeschi. Osservazioni cui si mostra ben sensibile il musicista il quale intraprende una sostanziosa opera di revisione. Vi è una lettera a Illica, inedita e senza data, che ci offre l'idea del travaglio dovuto a tale lavoro di riassetto: "Caro Illica, ho riflettuto, niente rimaneggiamento, niente nuova aria ma semplicemente tagli… e un nuovo finale per il IV at
to. Non mi sento di rimettermi a pasticciare in questo eterno … Colombo e interrompere così Germania e Giove". Il riferimento a Germania, andata in scena nel 1902 alla Scala, e a Giove a Pompei, una commedia musicale, su libretto di Illica e Romagnoli, che andrà in scena a Roma nel 192 1, ci riporta evidentemente molto più avanti, ad attestare così come il "problema" del Colombo abbia avuto uno svolgimento quanto mai tortuoso. Dapprima Franchetti rimaneggiò gli ultimi due atti, riunendoli in uno, ed in tale versione l'opera venne presentata ad Amburgo, nella traduzione tedesca di Ludwig Hartmann, il 5 ottobre 1893, mentre l'anno successivo approdò alla Scala ed a Treviso. La diffusione dell'opera avverrà poi con una certa progressione, lungo la quale va segnalata una versione in due atti, con l'omissione del terzo, in occasione della prima rappresentazione americana, a Buenos Ayres nel luglio del 1900, riduzione che ritroveremo ancora nel febbraio del 1909 al Teatro del Casino di Montecarlo e nuovamente a Buenos Ayres nel 1910, dove interprete protagonista fu Titta Ruffo, a Filadelfia e Chicago nel 1913 ed infine a Milano, al Dal Verme nel 1916. Ritroviamo l'opera in tre atti alla Scala nel 1923, direttore Antonio Guarnieri, protagonista Carlo Galeffi Ma la ricostruzione di questo iter complesso è ancora piena di punti oscuri: sappiamo di tre interventi da parte dell'autore, quello per la rappresentazione del 1894 al Regio di Torino, quello in occasione della ripresa dell'opera alla Scala nel 1908, sollecitato da Toscanini il quale, ammiratore sincero di Franchetti, da sempre aveva sostenuto la necessità di una revisione sostanziale che desse al lavoro una più stringata coerenza drammatica. L'ultimo intervento sarà nel 1923, per la ripresa dell'opera al Costanzi di Roma, con modifiche anche al libretto da parte di Arturo Rossato. Tutto questo ci guida nell'osservare, come in filigrana, l'intrecciarsi di due linee drammaturgiche sull'ampia tela dell' opera, due orizzonti la cui saldatura il compositore ha perseguito strenuamente, senza giungere a quella pienezza d'integrazione che, ad esempio, era riuscita a Verdi in Aida, dove lo spunto celebrativo e quindi il conseguente apparato esotico risultano, alla fine, perfettamente riassorbiti entro la forza stringente della sua drammaturgia. Ma qui, è ben evidente, il discorso, più che ad uno sterile confronto, ci riporta alle considerazioni generali più sopra accennate, a quella condizione dissociativa che pervade l'azione dei più giovani compositori ai quali viene meno quella tensione centralizzante, quella "forza morale", si è soliti dire, che costituisce il grande fatto coesivo del nostro melodramma ottocentesco, di quello verdiano innanzitutto; ed è proprio della più dilatata prospettiva decadentistica questo intrecciarsi di vari punti di fuga, in una struttura policentrica in cui stimolo narrativo ed interesse linguistico sembrano convivere sottraendosi reciprocamente qualcosa. Prospettive disagevoli, anche, proprio per l'inconsueta dilatazione di tale tipo d'intarsio, come si può cogliere da uno dei critici più attenti come Lorenzo Parodi, il quale scrivendo all'indomani della prima genovese sottolineò da un lato la "gravità dell'opera", e quindi il limite della musica di Franchetti, "d'essere troppo scolastica, massimamente nella parte corale"; dall'altro il tratto che costituiva, a suo parere, "un grave difetto", vale a dire "la mancanza della nota amorosa". Indubbiamente un aspetto che affiora sin dalle prime note dell'opera è l'attenzione rivolta dal musicista alla scansione costruttiva: aspetto evidenziato, del resto, entro la gittata generale, dall'esibita predilezione per la struttura per grandi capitoli, riassunta nel titolo apposto alle due parti: la prima, comprendente i due primi atti, pur distanziati tra loro nel tempo, 1487-1492, indicata come 1a scoperta"; la seconda come " la conquista". Due grandi campiture dunque accoglienti i ben stagliati pannelli dei singoli atti, entro ognuno dei quali le scene si incatenano senza soluzione di continuità. Un'articolazione che lascia scorgere la familiarità con cui Franchetti plasma tanto il discorso sinfonico quanto quello corale, ed ancor più la facilità che guida la sua mano nello stendere i colori, sempre fragranti, trasparenti, mai traditi da quelle sovrapposizioni bituminose dietro cui si mistifica tanto nostro sinfonismo del tempo. Un aspetto quest'ultimo che trovò un riconoscimento insospettabile in un musicista come Catalani il quale, per emulazione e per profonda diversità di sentire e di carattere, non provava per Franchetti particolare attrazione: anzi aveva criticato profondamente Asrael che considerava un'opera piena di difetti. Eppure, dopo aver ascoltato il Colombo non potè trattenere il proprio entusiasmo: "Ieri sera sentii il primo atto del Colombo in orchestra. E' musica bellissima, strumentata da gran maestro" confessione al Depanis che verrà successivamente arricchita: "E' un eccellente compositore … Rimarrai sbalordito, se verrai, dello strumentale. Pare impossibile che in trentasei giorni si possano strumentare cinque atti con mano così sicura, equilibrata, e con colori sempre belli, pieni e smaglianti". In effetti è questa sensibilità sinfonica, questa particolare leggerezza che penetra, con una reale organicità, il materiale sonoro, ad imprimere senza alcun senso di forzatura una continua animazione al "racconto"; riuscendo in tal modo a smussare gli stacchi propri a quella inclinazione costruttiva che, chiaramente, la disciplina degli studi in terra germanica aveva reso quanto mai solerte: quell'inclinazione che in occasione di una ripresa milanese dell'opera di molti anni dopo, al Dal Verme, nel 1916, indurrà Gaetano Cesari a chiedersi, nella sua positiva recensione sul Corriere della sera, se per caso Franchetti "non abbia cominciato ad apprendere la musica dalla fuga", tanto incidente risultava allora il retaggio del proficuo tirocinio compiuto dal compositore alla scuola di Rheinberger. A noi, si è già detto, pare che tale tessuto polifonico che innerva in maniera sensibile la partitura, solo in alcuni momenti, quando più pressante si fa l'evocazione arcaica o più stringente la definizione collettiva, diventa un tratto dichiaratamente emergente; diversamente, diramandosi come connettivo tra situazioni di lingua assai diversificate, anche quando la linea primaria, la voce sentita dell'autore, si snoda lungo l'affiato epico. Che è infatti il primo segnale che ci viene ad apertura di sipario, da quella breve introduzione orchestrale, dalla quale sentiamo subito il fiato del mare: più ancora che nell'ondeggiare inquieto dei violini e violoncelli, nella cifra espressa dalle trombe che aggruma quel colore fatalistico e triste evocato dallo spazio dell'acqua sfumante verso l'infinito: un inizio marino, non c'è dubbio, che rende inevitabile il richiamo ad un'altra opera "genovese", alla "tinta" inconfondibile del Simon Boccanegra, anche se altro è il dramma che da tale tinta viene avvolto. La dimensione epica, dunque, nella particolare ombreggiatura elegiaca che le imprime la figura di Colombo, con la sua idealità, la forza che lo sospinge a varcare i confini verso l'ignoto, la sua solitudine che gli pone contro sospetti ed ostilità; questo è il nucleo emozionale dell'opera quale poi si disegna più precisamente attraverso i vari passaggi della vicenda, il cui incedere sembra indicarci, ma soltanto per consentirci di dare a questo Colombo una sua coerenza di sviluppo storico, altr
e coordinate: da un lato il fondale pittoresco, fortemente chiaroscurato di Gioconda – un'altra opera "rnarina" in fondo – da cui escono personaggi "neri" come Barnaba che un poco sembra riflettersi nel bieco Roldano, dall'altro una prospettiva più spaziata entro cui quella stessa realtà narrata e rappresentata con tocco sempre nitido anche se consapevolmente compendiario sembra quasi perdersi, come riassorbita da una forza superiore: ed è appunto questa tensione utopica da cui è sospinta l'impresa di Colombo l'altro polo che esercita la propria insottraibile incidenza sull'opera, rendendo inevitabile, più per la proiezione intellettuale he vi è racchiusa che non per specifici richiami linguistici, l'evocazione boitiana di Mefistofele. E' da questo intrecciato punto d'osservazione che i primi due atti trovano il loro giusto passo poetico, ognuno racchiuso entro una campata la cui unità viene rinsaldata dalla varietà di episodi musicali che si incatenano tra loro; alcuni con una particolare emergenza, che non passò del resto inosservata ai primi critici. Come la terza scena del primo atto, con l'apparizione dei romei, che il Soffredini giudico "bizzarra e difficile"; in effetti l'arcaismo della ballata intonata dai tre giullari provenzali che apre una suggestiva luce profetica all'inizio della tormentata storia, osservata dalla visuale oppressa della folla (già all'inizio certe assonanze moussorgskiane possono lasciare una traccia non occasionale) trova una straordinaria riattivazione attraverso la robusta mano del musicista che gestisce l'amplificarsi del discorso, fino all'esplosione di un grandioso doppio coro, con un'ammirevole capacità contrappuntistica. Un crescendo partecipativo che, con indubbia efficacia, – un"effetto- di segno verdiano – si scontra con l'opposizione della scena successiva, dominata dalla reazione che il cattivo, Roldano, comincia ad innescare contro tale affiato popolare; un gioco insidioso di immagini terrificanti che il verso di Illica propone con compiaciuta fantasmagoria, con quel gusto estremo, tutto scapigliato ancora. Un germe malefico che trasformerà la stupefatta apprensione del popolo accesa dal poetico racconto dei romei in aperto scherno, in una scena, rimasta nota come quella "della risata", di forte segno: "Il difficilissimo coro delle beffe ha molte e peregrine bellezze – annotò allora Parodi – è un coro spiegatissimo, a sei parti, a due movimenti distinti, con ardimenti nuovi". Contrappasso a questa importante apertura "corale" è recato alla seconda parte dell'atto dall'ingresso di Guevara, un personaggio positivo che offre una prima illuminazione alla figura del protagonista, attraverso la raccolta mestizia del suo aprire il cuore all'amico; percorso intimistico che si approfondisce ancor più nell'incontro con Isabella. In questo ampio scorcio finale dell'atto è soprattutto un Franchetti melodico che prende possesso del racconto, senza tuttavia che si faccia troppo netto lo stacco; non è, in altre parole, l'abbandono del melodista ad una vena tutta italiana perchè si avverte bene come anche qui tutto appaia filtrato da una consapevolezza che se da un lato poteva rendere sensibile il compositore a quell'atteggiarsi del disegno verso tensioni più sinuose, che pare dilatare la concisione della scolpitura melodrammatica secondo movenze più sottilmente delibate dal gioco cromatico – una inclinazione che troviamo appunto in Ponchielli come nel Verdi dell'Otello – dall'altro lasciava ben intendere l'assimilazione di modi più "europei", quelli che riuscivano a collegare in significative confluenze l'eburnea e sentimentale linea mendelssohniana con la curvatura di certo melos lisztiano, il Liszt armonioso e suadente ad esempio delle Consolations; il che non esclude affatto che anche altri risvolti dell'ungherese, sinfonici essenzialmente, certi momenti più vibrati ma ancor più, forse, le zone problematiche, nel cromatismo illividito, di certi poemi sinfonici, abbiano lasciato la propria impronta, benchè non diretta, sul tessuto orchestrale, fervoroso ed ordinato insieme, del nostro Franchetti. Se il primo atto presenta questo disegno eccentrico, che chiude via via la prospettiva drammaturgica dall'ampio spazio gremito di folla e dai contradditori sentimenti delle masse a stringersi, fino a limitare la più ristretta zona della sconsolata mestizia di Colombo, rinfrancata alla fine dal conforto di Isabella, il secondo si staglia con una sua solitaria epicità: ambientato su una delle tre caravelle, la Santa Maria, esso accentua il nucleo drammatico dell'opera, intrecciando in modo quanto mai stringente, reso ancor più acuto dalla condizione del luogo, una nave sperduta nell'immensità dell'oceano, i motivi essenziali del conflitto. Una tessitura che il compositore gestisce con grande controllo dando all'elemento sinfonico il ruolo evocativo dell'incombente spazio marino: già con quell'inizio inquieto ed assorto, il disegno aperto, interrogativo, la sonorità resa più misteriosa dal timbro dell'organo. Più d'una cornice, tuttavia, chè tale tessuto si inoltra, fondendosi, tra la trama polifonica delle voci, traducendo le paure e gli smarrimenti della ciurma. Fondale animato che dà ancor più luminoso risalto alla voce di Colombo, un Colombo meditabondo che ricaccia l'assalto del dubbio attraverso soliloqui concettosi, anche questa una sfida particolarmente sottile per la penna di Illica la cui ricercatezza Franchetti tempera con il suo morbido afflato melodico che qui, invece, più che mai sembra trar nutrimento da quella vena nostrana, toccata da inflessioni e da profumi popolareschi, scorrente lungo il variegato paesaggio italiano del secondo ottocento, tra melodramma e romanza da camera. Una luce affettuosa che si riverbera infine sulla concitata conclusione dell'atto, tutta giocata sul grande effetto del contrasto tra il raccolto canto della gregoriana Salve Regina ed il prorompere della sommossa, due energie che trovano poi confluenza liberatoria nella trionfale pienezza di canto suscitata dalla scoperta della nuova terra. La linea che accompagna i due primi atti, fondendoli grazie ad un'omogeneità di tensione che trova il suo elemento di coesione nella personalità di Colombo, si interrompe, non c'è dubbio, col terzo, anche nella definitiva versione che fa confluire in esso il quarto. "Un notevole ingombro alle vie respiratorie del lavoro" lo definirà il Cesari ed è giudizio che può risultare congruo in una visione tendente a ritrovare quei principi di unità drammaturgica che appunto il nostro novecento – lo scritto del Cesari è del 1916 – andava invocando, proprio come reazione alla "dispersione" in cui era andato dilatandosi il melodramma ottocentesco nella sua fase estrema, sospinto anche da quella propensione policentrica che aveva radici lontane, barocche addirittura, e che troverà nel grand-opèra un laboratorio di straordinaria efficienza. Del resto lo stesso Verdi, sempre così attento alla misura drammaturgica, non era stato tentato durante la composizione di Otello, proprio nel terzo atto, di inserire un attacco dei Turchi, sospinto da quella sua irresistibile ed intrinseca vocazione per "1'effetto"? E' dunque in questa più allargata prospettiva aperta dal grand-opèra, ed in particolare modo nel suo prolungamento sul polo dell'esotismo, che va collocato l'atto "americano" del Colombo, coi suoi intrecci amorosi, certo un po' gratuiti, le sue vicende più animate sul piano dei colpi di scena, e quindi anche con un diverso impegno del compositore di fronte al
materiale che fa necessariamente leva sull'effetto del "colore locale". Un piena consonanza con quanto andava indicando il panorama operistico italiano da almeno un ventennio, in una estrema varietà di riverberi raccolti dall'estemo, secondo modelli, a ben guardare, non amplissimi; l'Africaine, Thais di Massenet e le loro varie declinazioni minori, come Lakmé di Delibes, e tuttavia potenziali significativi, nel loro vario combinarsi, per i nostri musicisti: il Catalani di Dejanice, l'ultimo Ponchielli propenso a stemperare certe sue pienezze melodrammatiche con filtri stilistici più raffinati, il Gomes di Guarany e dello Schiavo ovviamente. Incroci variamente soppesati, con dosaggi via via più sottili che porteranno fino ai compiacimenti floreali dell'Iris mascagnano e, col soccorso degli esotismi di un Pierre Loti, alla Butterfly. Ciò che, allargando lo sguardo, ci consente anche di superare la barriera, sovente artificiosa, del "verismo" per reimmettere tale filone in quello spazio più ampio, e più indifferenziato anche che vede gli stessi musicisti della "giovane scuola" a contatto con le novità linguistiche dibattute nell'Europa fin de siècle; così da dar credito a chi parlerà, tutt'altro che a torto, dell'alto grado di formalizzazione dell'opera verista, spostando quindi l'obiettivo dei più giovani innovatori, accomunati nell'avversione alla poetica di quella scuola – soprattutto i tre principali esponenti della "generazione dell'80, Pizzetti, Malipiero, Casella – sulla inadeguatezza del sistema ideologico. Lo stacco recato da questa parentesi "esotica" rende ancor più intensa, in certo qual modo, la saldatura con l'epilogo, ultimo atto – il quinto nella prima proposta, ricalcante così la classica scansione del grand-opèra – dove il personaggio di Colombo toma ad essere centrale; osservato nella desolata luce del tramonto, in cui si riverberano anche musicalmente le reminiscenze della sua epica impresa, Franchetti ce lo ripropone in tutta la sua dolente rassegnazione. Il discorso musicale dimette la sontuosità più animata e vistosa degli atti precedenti per trovare una concentrazione emozionale, lontana da ogni effetto. Ne è subito testimone la raccolta pagina sinfonica, un Largo in fa diesis minore, che apre questo penetrante commiato e che distende la sua luce pacata sulle due scene che lo compongono, col toccante incontro del protagonista con Guevara, il lugubre canto dei frati nella cripta dei re di Castiglia, lo squarcio visionario che fa rivivere al vecchio Colombo la drammaticità dell'impresa, fino all'accorato Larghetto funebre che suggella l'estrema ora" della sua vita, di fronte al sepolcro di Isabella.

Il critico musicale

Un giovanissimo blogger, Francesco Vittorino, che si occupa soprattutto di vignettistica e problematiche legate al mondo dell’ opera moderna Continua a leggere “Il critico musicale” →

Antonio Juvarra: Il Voicecraft

Ricevo e pubblico questo interessante articolo di Antonio Juvarra, docente di canto tra i più esperti di oggi,già ospite di questo spazio alcuni mesi fa.

Il  Voicecraft di Jo Estill, ovvero il gioco delle figurine vocali, fatto ‘scienza’…

Il ‘voicecraft’, singolare metodo di canto, significativamente definito ‘non metodo’ dai suoi stessi sostenitori, nasce negli anni ottanta del Novecento per opera di Jo Estill e già nel nascere incomincia a farsi notare per i suoi plateali cortocircuiti logici. Continua a leggere “Antonio Juvarra: Il Voicecraft” →