Dopo il controverso esito del Don Carlo alla Scala,un post del sito Articolo 21 ci fornisce interessanti informazioni sul modo di lavorare dei teatri italiani
Anche nel 2008 come ogni anno da molti anni, la premiata ditta Registi & Co. Presenta alle casse dello Stato un congruo carnet di conti. Basta scorrere i cartelloni dei teatri d’Opera italiani per rendersi conto di quanto certi nomi ricorrano di frequente. Tra questi spicca in particolare quello di Pierluigi Pizzi oggetto in questi giorni di accese polemiche.
Del suddetto circuitano attualmente sul territorio nazionale una quindicina di costosi allestimenti tutti a carico delle casse dell’ormai misero Fondo Unico per lo Spettacolo. A questi va aggiunta la Direzione Artistica dello Sferisterio di Macerata al cui compenso vanno sommati i titoli “Pizziani” che in quel cartellone fanno ovviamente la parte del leone.
Come se non bastasse questa posizione di privilegio apparentemente inspiegabile, i registi in questione non si fermano a fare l’asso pigliatutto, ma suggeriscono spregiudicate soluzioni al presunto “problema di crisi” del sistema: chiudere e licenziare tutti (salvo loro stessi è ovvio), e riaprire senza dipendenti, cioè senza l’odiata concorrenza di professionisti della musica che con la loro presenza sottraggono ai poverini una ricca fetta del su citato fondo, che potrebbe essere maggiormente dirottato nei conti correnti di Montecarlo e affini, delle superstar della lirica: agenzie, cantanti, scenografi, costumisti, registi (l’affaire Pavarotti è solo la punta di un iceberg di dimensioni che dovrebbero interessare sia l’erario che la magistratura).
Da diversi anni viene ribadito questo concetto sulle pagine dei maggiori quotidiani, tanto che alla fine qualcuno si infuriato davvero.
Dopo le dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino lo scorso 17 Novembre, già i lavoratori del Teatro Comunale di Bologna avevano chiesto allo stesso Pizzi, un chiarimento, rivelatosi poi tutt’altro che soddisfacente.
In seguito, quelli della Fenice di Venezia hanno fatto pervenire alla stampa e alle autorità cittadine un comunicato dove si indicava il regista come persona non gradita in quel teatro e si invitava la Direzione dello stesso a non stipulare ulteriori contratti con un artista ospite che si comporta in questo modo. Nella replica a mezzo stampa, anziché smentire, di fatto Pizzi riconferma le sue posizioni. A distanza di pochi giorni anche al regio di Torino viene inoltrata dai lavoratori analoga richiesta. Ma al di là dell’esito della polemica, c’è da domandarsi per quanto tempo ancora si continuerà a rappresentare l’opera italiana con allestimenti costosi oltre ogni moralità, fatti di materiali pesanti e onerosi nel montaggio quanto nell’acquisto, lasciando marcire nei magazzini e nei laboratori altrettanti allestimenti prestigiosi e molto più economici, così come le abilità degli scenografi realizzatori lasciati con le mani in mano per far posto alle ditte appaltatrici esterne.
E di registi giovani non si vede neanche l’ombra. Ma diamo qualche cifra: la Traviata di Zeffirelli data all’Opera di Roma nel 2007 ha avuto un costo “artistico” di 1.900.000 euro circa per una decina di repliche (dati di bilancio), l’Aida dello stesso, in scena a Palermo in questi giorni si aggira attorno a 1.300.000, sarà casuale, ma entrambi i signori pensano che ad essere eccessivo nei teatri sia il costo del lavoro: un musicista dipendente guadagna mediamente 2.000 euro al mese!!!Con tanto di quattordicesima. Vale a dire che un violinista di fila, per esempio, guadagna all’anno quello che un regista intasca in una sera. Chi sono i vampiri?
Fonte:www.articolo21.info/258/rubrica/lirica-vampiri-allassalto.html

Nathan Milstein, grande violinista statunitense nato in Ucraina, appartiene a buon diritto al ristretto numero dei musicisti che hanno scritto pagine decisive nella storia interpretativa del Novecento. Il fraseggio epico e grandioso che emerge dalle sue registrazioni é una caratteristica che non si sente piú nei violinisti odierni, piú o meno una serie di robottini tutti simili l´uno all´altro, appagati dal culto di una perfezione tecnica fine a se stessa, fatta eccezione al massimo per Joshua Bell e, forse, per Maxim Vengerov. Nato a Odessa il 31 dicembre 1903, in quell´Ucraina che diede i natali, tra gli altri, anche a David Oistrakh, Leonid Kogan e Isaac Stern, inizió a studiare lo strumento all´etá di quattro anni, spinto da una madre che temeva avesse problemi a causa del suo temperamento molto irrequieto. Il suo primo insegnante fu Pjotr S. Stoljiarsky, maestro anche di Oistrakh. Il talento di Milstein si sviluppó rapidamente, al punto di poter debuttare all´etá di dieci anni, eseguendo il Concerto di Glasunow sotto la direzione del compositore. Un anno dopo, il leggendario Leopold Auer lo invitava ad essere suo studente al Conservatorio di San Pietroburgo. Milstein vi rimase fino al 1917, quando Auer emigró in Norvegia. Tornato ad Odessa, Milstein conobbe il grande pianista Wladimir Horowitz, con cui stabilí una solida amicizia. Suonando insieme, i due amici viaggiarono per tutta l´Unione Sovietica fino al 1923. Possiamo purtroppo solo immaginare come dovette essere un concerto a San Pietroburgo in cui, sotto la direzione di Glasunow, Milstein suonó il Concerto del compositore e, di seguito, Horowitz scatenava l´entusiasmo della platea eseguendo il Primo di Liszt e poi il Terzo di Rachmaninov… Un anno piú tardi, un funzionario governativo persuadeva i due giovani musicisti ad accettare un passaporto speciale per suonare all´estero, in qualitá di ambasciatori culturali della giovane repubblica sovietica. Il duo suonó a Parigi, Berlino e Bruxelles, dove Milstein conobbe il grande Eugene Ysaye e studió con lui per alcuni mesi. Nel giro di pochi anni, le ultime istituzioni democratiche sovietiche furono spazzate via dall´avvento di Stalin, e Milstein prendeva, insieme ad Horowitz, la via dell´esilio.Il pianista poté tornare nella sua terra, accolto come un sovrano,nel 1986. Milstein non fece mai piú ritorno in patria, scegliendo gli USA come luogo definitivo di residenza ed ottenendone, nel 1942, la cittadinanza. In America, il violinista otteneva clamorose affermazioni sia in duo con Horowitz che con il trio formato dai due insieme al violoncellista Gregor Piatigorsky. La stampa americana li soprannominó "I tre moschettieri" nel corso di una trionfale tournée del 1929. Da qui in poi, la carriera di Milstein continuó, in una serie ininterrotta di successi, fino al 1987, quando una frattura ad un braccio lo costrinse al ritiro. Il violinista, decorato con la Legion d´Honneur nel 1968 e insignito nel 1975 di un Grammy Award alla carriera, morí a Londra il 21 dicembre 1992. Cosí lo ricordava quel giorno, sul New York Times, il grande critico Harold Schonberg: "He could have been the most nearly perfect violinist of his time (…) Jascha Heifetz had a more electrifying technique, but there were those who considered him, rightly or wrongly, too cool and objective. Joseph Szigeti, who may have a more probing musicianship, never had the tone or technique of Mr. Milstein,who was able to bring everything together in a way matched by very few violinists of his time". Probabilmente, Milstein non presentava, nel suo modo di suonare, le caratteristiche tipiche dei grandi violinisti russi della generazione precedente la sua. Non aveva l´eleganza salottiera di un Mischa Elman o la spettacolaritá tecnica con la quale Jascha Heifetz mandava in visibilio le platee. Fu comunque uno degli ultimi violinisti della storia a possedere il dono del fraseggio "grande",aristocratico. Dotato di una tecnica superba e di un suono caldo, cantante, timbricamente caratterizzato nella sua personalitá, Milstein suonava con uno scrupoloso senso dello stile e sobrietá espressiva. Dal 1936 svolse anche un´intensa attivitá discografica, per cui la sua arte é documentata in maniera sicuramente abbastanza completa. Per chi volesse conoscere quello che occupa una posizione di primo piano tra i miei violinisti preferiti, raccomando, innanzi tutto, il live del Concerto di Brahms registrato nel 1950 con la New York Philharmonic diretta da Victor De Sabata, e il disco DG del 1973 con i Concerti di Mendelssohn e Tschaikowsky incisi insieme ai Wiener Philharmoniker diretti da un Claudio Abbado galvanizzato al massimo dalla presenza di un simile solista. Ma il capolavoro discografico di Nathan Milstein rimane l´incisione completa DG delle Sonate e Partite di Bach. Una pietra miliare della musica incisa, un capolavoro di una bellezza assoluta ed eterna; un disco che ogni appassionato di musica dovrebbe possedere.
“Toute ma conception de la musique a toujours été plus o moins sentimentale. Je ne pense pas etre porteur de messages, j’ aime la musique par amour, tout betement et sans me poser de questions”.
Come mio contributo ai festeggiamenti per l´elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti,voglio ricordare qui una cantante che ha simboleggiato,nel campo della musica classica,la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani.Marian Anderson nacque a Philadelphia il 27 febbraio 1897,cominció a cantare nel coro di una chiesa battista a sei anni di etá,e dopo aver terminato gli studi superiori,le venne negata l´ammissione ad una scuola superiore di musica a causa della sua razza.Nel 1925 la Anderson fece il suo debutto con la New York Philharmonic Orchestra e tre anni dopo esordiva alla prestigiosa Carnegie Hall.Seguirono numerose tournées in Europa,durante una delle quali la cantante ebbe modo di farsi ascoltare da Arturo Toscanini che la definí "una voce di quelle che nascono una volta in ogni secolo".Nel 1939 la Anderson doveva esibirsi a Washington,dove il prestigioso circolo "Daughters of the American Revolution" rifiutó di concedere per la serata la Constitution Hall,in quanto riservata solo ai bianchi.Immediatamente Eleanor Roosevelt,la moglie del Presidente,rassegnó le dimissioni dall´associazione insieme a centinaia di altri soci.Con la collaborazione dello stesso presidente Roosevelt,il manager dell´artista,il celebre Sol Hurok,e Walter White,segretario della NAACP (National Association for Advancing Coloured People) convinsero il Segretario agli Interni Harold L. Ickes a concedere l´uso dello spiazzo davanti al Lincoln Memorial.La domenica di Pasqua del 1939 Marian Anderson,accompagnata dal pianista finnico Kosti Vehanen,teneva il suo recital davanti a un pubblico di oltre 75000 persone,oltre a milioni di ascoltatori che seguirono l´evento per radio.La Anderson proseguí poi la sua trionfale carriera di concertista fino ad abbattere un´altra barriera razziale.Il 7 gennaio 1955,infatti,divenne la prima cantante afroamericana della storia ad esibirsi al Metropolitan di New York,nel ruolo di Ulrica nel "Ballo in maschera".Negli anni successivi la cantante viaggió in tutto il mondo come "Godwill ambassador" del governo degli Stati Uniti e fu nominata dal presidente Eisenhower delegato ufficiale alle Nazioni Unite nel comitato per i diritti umani.Il 20 gennaio 1961 la Anderson fu invitata a cantare alla cerimonia d´insediamento del presidente John F. Kennedy e nel 1963 cantó alla marcia di Washington per i diritti civili prima del celebre discorso tenuto da Martin Luther King.Insignita delle massime onorificenze da parte del governo americano,nonché di numerosi altri riconoscimenti,Marian Anderson morí a Portland l´8 aprile 1993.Figura storica,e non solo per motivi musicali,la Anderson possedeva una delle piú affascinanti voci di contralto mai ascoltate sulla scena.Giacomo Lauri Volpi,nel suo libro "Voci parallele",la cita come una delle cinque "voci isolate",dalle caratteristiche talmente inconfondibili da non potersi paragonare con nessun´altra.Ma,come ripeto,il motivo che mi ha spinto a ricordarla oggi é il fatto che la carriera di Marian Anderson é stata senz´altro una delle circostanze fondamentali che hanno portato,nel corso degli anni,un esponente della razza afroamericana ad essere eletto alla massima carica della nazione piú potente del mondo.