26 giugno: auguri a Claudio Abbado

Il settantacinquesimo compleanno di un direttore illustre diventa, naturalmente, una buona occasione per riflettere su tutta la sua attivitá passata. Sembra ovvio affermare che Claudio Abbado é da collocarsi a buon diritto tra i pochi direttori d’ orchestra realmente storici della generazione a ridosso della seconda guerra mondiale. Formatosi a Milano e perfezionatosi a Vienna, Abbado é riuscito ad assimilare e sintetizzare il meglio di queste due culture, sviluppando poi una sua originalitá sia nel campo interpretativo che in quello della programmazione culturale. In tutte le istituzioni musicali con cui ha collaborato nel corso della sua vita artistica, Abbado ha sempre portato avanti un’ idea di rinnovamento nelle proposte, nonché una precisa logica nella programmazione intesa non solo come successione di eventi, ma come parte di un progetto culturale articolato. Si inscrivono in questa logica il Festival Berg, il Festival Mussorgsky e il Progetto Debussy alla Scala, il Festival Wien Modern e le stagioni tematiche a Berlino. Ma tra i risultati storici raggiunti dal direttore milanese in campo interpretativo rimane prima di tutto indimenticabile il lavoro compiuto sulle partiture di Rossini, sia per la lucida analiticitá della proposta musicale, tale da mettere in risalto ad esempio le profonde affinitá tra le geometrie rossiniane e la tagliente ironia di certo Novecento (Stravinsky in testa) che per il lavoro scrupoloso di ricerca sulle fonti. Il coronamento di tutto ció si é avuto con la magistrale riproposta del Viaggio a Reims, uno degli spettacoli storicamente piú importanti nell’ ultimo scorcio del Novecento. Ma anche accostandosi al repertorio verdiano Abbado ha sempre compiuto scelte di grande originalitá, privilegiando le opere che mettono in risalto le affinitá di Verdi con la grande cultura europea del suo tempo (Un ballo in maschera, Don Carlo) e quelle che presentano spunti di riflessione sul rapporto tra l’ uomo e il potere, come Simon Boccanegra e Macbeth, e ancora Don Carlo per molti aspetti. A me personalmente dispiace che il maestro non abbia mai preso in considerazione l’ universo di Puccini, perché sono convinto ad esempio che la scrittura cosí genialmente innovativa di Turandot potesse benissimo appartenere alla sua concezione interpretativa del Novecento ed essere da lui resa in maniera quanto mai originale. Del  resto, Abbado ha fatto del repertorio novecentesco uno dei cardini della sua attivitá. L’ eccellenza dei risultati da lui raggiunti affrontando Strawinsky, Prokof´ev, Bartók, Debussy e gli autori  della Scuola di Vienna é stata commentata e analizzata piú volte, e forse solo Pierre Boulez, tra i direttori appartenenti alla sua generazione, é riuscito a raggiungere un tale livello di eccellenza in questo repertorio.
Dobbiamo adesso parlare di Abbado interprete di Mahler. Per talento, concezione musicale e formazione culturale, Abbado é sicuramente l’ unico direttore italiano che possedesse i requisiti di base per scandagliare fino in fondo l’ universo del compositore boemo. Non é un caso perció che il maestro abbia scelto la Seconda Sinfonia di Mahler per il suo debutto al Festival di Salzburg nel 1965. Sicuramente le interpretazioni mahleriane di Abbado sono da collocarsi tra le massime della storia, per luciditá analitica e coinvolgimento espressivo, oltre che per la naturalezza e fluiditá del fraseggio orchestrale.
A partire dai suoi anni berlinesi Abbado ha intensificato il suo approccio al repertorio del grande sinfonismo classico-romantico, anche qui con un minuzioso e progressivo lavoro di scavo e analisi che ha avuto il suo culmine nel ciclo beethoveniano portato a Roma nel 2000 con i Berliner Philharmoniker, che resta forse la miglior sintesi mai raggiunta fra tradizione classica e ripensamento moderno alla luce del lavoro musicologico compiuto sulle fonti. Questa filosofia di base é riscontrabile anche nel ciclo schubertiano inciso con la Chamber Orchestra of Europe, a mio avviso tra le piú belle registrazioni portate a termine dal maestro.
A completamento della riflessione di Abbado su Beethoven é arrivata quest´anno la sua stupenda interpretazione del Fidelio, una delle sue piú belle interpretazioni operistiche, destinata a rimanere memorabile per la commossa partecipazione e la straordinaria carica espressiva. Speriamo che nella sua attivitá futura Abbado si decida a porre l’ ultimo tassello della sua costruzione interpretativa beethoveniana affrontando la Missa Solemnis.
Ma non si puó concludere un post su Abbado senza accennare al suo trentennale lavoro con le orchestre giovanili, un’ attivitá che ha profondamente innovato il mondo musicale e posto le basi per la rivelazione di tanti musicisti di talento.
Che dire ancora? Dal mio punto di vista di ascoltatore, un grazie sincero al direttore che, dagli anni Settanta in poi, ha accompagnato la mia vita scandendola con decine di esecuzioni memorabili.
Per il resto, si sa benissimo che Abbado é un uomo che guarda avanti ed ha senz’ altro in mente qualche nuovo progetto per sorprendere il suo pubblico.
Tanti auguri, Claudio! Sì perché, come tutti sanno, ad Abbado non piace affatto essere chiamato maestro…

L’ ultima regina

Ieri, a Milano, si é spenta Leyla Gencer, una delle ultime rappresentanti di un’ epoca irripetibile per la storia del melodramma. Nata a Istanbul il 10 ottobre 1928,fu allieva di Giannina Arangi Lombardi, grandissimo soprano degli anni Trenta e una tra le voci predilette da Toscanini. L’ esordio teatrale di Leyla Gencer avvenne nel 1950 ad Ankara, nel ruolo di Santuzza. Trasferitasi in Italia, debuttò nel 1953 al San Carlo di Napoli ancora come Santuzza  ed esordí alla Scala il 26 gennaio 1957, come Madame Lidoine nella prima mondiale de Les dialogues des Carmélites di Francis Poulenc. Pochi giorni dopo, cantò il “Libera me” dal Requiem di Verdi ai funerali di Toscanini in Duomo. Alla Scala continuò a cantare fino al 1983 interpretando in tutto 19 ruoli, in un repertorio che spaziava da Monteverdi a Pizzetti. Alla Staatsoper di Vienna cantò Violetta e Madama Butterfly sotto la direzione di Herbert von Karajan. Attiva in tutti i maggiori teatri d’ opera del mondo, con la sola esclusione del Metropolitan, continuò ad apparire in concerto fino al 1992, per poi dedicarsi all’ insegnamento del canto. Il suo repertorio comprendeva 72 opere.

Voce non eccezionale dal punto di vista della pura qualitá sonora, compensava questo fattore con la preparazione tecnica di altissimo livello, il senso dello stile e il temperamento drammatico. Fraseggiatrice verdiana tra le più significative che la storia ricordi, raggiunse risultati storici nel repertorio neoclassico e soprattutto in quello protoromantico. Fu la prima cantante a riprendere e perfezionare la lezione della Callas, affrancando ruoli come Lucia ed Elvira dal cliché del sopranino di coloratura. Decisivo fu il suo contributo alla riscoperta di opere donizettiane come Belisario, Maria Stuarda, Anna Bolena, Roberto Devereux, Lucrezia Borgia, Caterina Cornaro e Les Martyrs. Trascurata colpevolmente dalla discografia ufficiale, può comunque essere ascoltata oggi in quasi tutte le sue interpretazioni piú significative grazie alle registrazioni live.

Tra quelle che si possono consigliare per un primo approccio con l’ arte della Gencer, da raccomandare sono i video del leggendario Trovatore RAI 1957,accanto alla Barbieri, a Mario Del Monaco ed Ettore  Bastianini, e la fantastica Aida areniana del 1966 insieme alla Cossotto e a Carlo Bergonzi, che costituisce una vera e propria lezione di interpretazione verdiana, di quelle che andrebbero analizzate battuta per battuta in un corso universitario. Tra le incisioni audio, oltre alle opere donizettiane citate in precedenza, da conoscere assolutamente I due Foscari registrati alla Fenice di Venezia nel 1957 e, dello stesso anno, la fantastica Forza del Destino eseguita con i complessi della Scala in tournée a Köln, nella quale lei e Giuseppe Di Stefano danno vita a un’ incredibile crescendo di intensa drammaticità, culminante nel più travolgente e disperato “Pace, mio Dio” mai consegnato al disco.

La personalitá del fraseggio, la capacità di variare i colori e la dinamica a tutte le altezze e la consapevolezza delle scelte stilistiche permettono di iscrivere a buon diritto Leyla Gencer tra le cantanti che hanno fatto la storia dell’ interpretazione operistica nel secolo appena trascorso. Il suo nome e la sua arte non vadano dimenticati.

Fidelio a Baden Baden

Sabato sera ho assistito alla prima recita del Fidelio diretto da Claudio Abbado  al Festspielhaus di Baden Baden, che attendevo con grande impazienza dopo aver letto i resoconti delle recite a Reggio Emilia e a Madrid. Secondo alcuni amici giunti dall’Italia, lo spettacolo in questa circostanza ha un po’ sofferto delle dimensioni del teatro, essendo nato per un palcoscenico piú raccolto. Ad ogni modo, la qualitá assoluta della rappresentazione é emersa  anche qui in tutta la sua grandezza. La prima lode va tributata allo stupendo suono della Mahler Chamber Orchestra, ricco e sfumatissimo nelle gradazioni timbriche. In particolare evidenza il funambolico virtuosismo della sezione fiati, prima nell’ Ouverture, poi nell´aria di Leonore e quindi nell’ apertura del secondo atto, tanto per citare solo alcuni punti. Partendo da questa base, Abbado ha costruito un’ intepretazione di quelle destinate a essere ricordate per molto tempo. Piú che la stupenda flessibilitá e chiarezza del fraseggio orchestrale, mi ha colpito la capacitá di costruire un arco drammatico perfetto nella sua logica. Impressionante soprattutto la scena del carcere, col suo graduale accumulo di tensione che sfociava in un terzetto esplosivo. Ma vorrei ricordare anche il meraviglioso velluto strumentale che accompagnava il quartetto del primo atto, il canto tenero e commosso del coro dei prigionieri, e in genere la flessibilitá e il respiro perfetto degli accompagnamenti nelle arie. Abbado rifiuta il Fidelio monumentale e prewagneriano alla Furtwängler ma non per questo sceglie la via del Singspiel in stile mozartiano, scegliendo invece una linea di scabra e intensa  drammaticitá portata avanti attraverso una scrupolosa gradazione di tempi e dinamiche. Interpretazione di grande maturitá, da parte di un artista che ha meditato a lungo e profondamente la partitura, applicando ad essa i criteri maturati nelle sue numerose memorabili esecuzioni del sinfonismo beethoveniano. A completare il ciclo delle interpretazioni abbadiane di Beethoven manca solo la Missa Solemnis. Spero che prima o poi il direttore milanese ci pensi…

La palma del migliore in campo tra i cantanti va senz’ altro ad Albert Dohmen, un Pizarro perfetto, autentica incarnazione del tiranno implacabile nella sua malvagitá. Anja Kampe é stata una Leonore piú che convincente, nonostante qualche si naturale non perfettamente a fuoco, ma molto umana nella sua femminilitá. Efficacissima la Marzelline di Julia Kleiter, dalla voce bellissima e perfettamente impostata. Ottimo,nella sua calda umanitá, anche il Rocco di Giorgio Surjan, e molto buoni anche Jorg Schneider come Jaquino e Diogenes Randes nei panni di Don Fernando. L´unico elemento un po’  al di sotto del livello del cast era Clifton Forbis, un tenore drammatico di notevoli mezzi, purtroppo non governati bene tecnicamente. L’ atmosfera angosciosa e le aperture liriche di Abbado nella scena del carcere avrebbero richiesto un Florestan in grado di replicare alla pari sul piano delle sfumature. Di questa capacitá al contrario non difetta l’ Arnold Schönberg Chor, qui integrato dal Coro de la Comunidad de Madrid, la cui prestazione é stata pari al livello dell’ orchestra.

Per quanto riguarda la regia di Chris Kraus, a cui alcuni critici hanno fatto le pulci, devo dire che io al contrario l’ ho trovata molto efficace. Prima di tutto, il regista tedesco si é preoccupato di costruire qualcosa di diverso dal solito Fidelio coi soldati vestiti da SS, che da trent’ anni a questa parte pareva diventato un obbligo. Poi gli va riconosciuta una capacitá notevole di lavorare sulla recitazione dei cantanti, cosa che io mi ostino a credere essere il principale compito di un regista operistico. Lo spettacolo ha una sua logica e un suo stile e io non l’ ho trovato affatto in contrasto con le indicazioni di Beethoven, anche per merito delle ottime scene di Maurizio Baló. Se poi a qualcuno non é andato giú il fatto che il finale evidenzi non il trionfo della libertá, ma solo la sostituzione di un potere con un altro, questa é comunque una chiave di lettura possibile.

Grande spettacolo comunque, di quelli che resteranno a lungo nella memoria.

5 aprile 1908 – 5 aprile 2008: onore al maestro Herbert von Karajan

Cento anni fa a Salzburg, in una casa sulle rive della Salzach, nasceva il secondo figlio del dottor Ernst von Karajan, chirurgo e fondatore dell’ ospedale regionale della cittá austriaca. Il piccolo Heribert (piú tardi abbreviato in Herbert) riveló prestissimo prodigiose doti musicali e, dopo l’ esordio in pubblico a nove anni come pianista, studió alla Musikakademie di Wien debuttando come direttore d’ orchestra nella sua cittá il 14 gennaio 1929, sul podio del Mozarteum. Era la serata che segnò l’ inizio di una tra le piú prestigiose carriere direttoriali che la storia ricordi, culminata nei trentaquattro anni di attivitá come Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker, giá prima di Karajan la migliore orchestra del mondo e destinata sotto la sua guida, a diventare anche la piú famosa. Alla guida della prestigiosa formazione  berlinese e dei Wiener Philharmoniker, complesso con cui ebbe pure un rapporto di lavoro pluridecennale, Karajan sviluppó una cultura del suono e dell’ analisi musicale che fecero da base ad una serie di intepretazioni tra le piú straordinarie che la storia del secolo scorso abbia annoverato. Puntiglioso e implacabile nelle prove,dotato di una personalitá interpretativa e di una versatilitá di temperamento assolutamente senza confronti, Karajan va annoverato tra i pochissimi che siano riusciti, nelle loro prestazioni migliori, a sublimare e trascendere l’ atto dell’ intepretazione musicale fino a farlo diventare una sorta di vera e propria ri-creazione della partitura. Il suono orchestrale che Karajan riusciva a creare in concerto era assolutamente senza confronti. Nelle occasioni in cui ho avuto la fortuna di sentirlo dal vivo ho sempre pensato che le sue incisioni discografiche restituivano solo una parte di questa qualitá timbrica. A questo si aggiungevano la finezza e flessibilitá del fraseggio e la capacitá analitica di evidenziare anche i minimi dettagli delle partiture che dirigeva. Da un concerto di Karajan si usciva sempre con la sensazione di aver scoperto nella musica ascoltata particolari e aspetti di cui non ci si era mai accorti prima. E questo accadde fino all’ ultimo,a dispetto di gravi problemi fisici che ne limitarono sempre di piú le possibilitá gestuali. L’ immagine piú forte che mi é rimasta nella memoria é quella del suo ultimo concerto al Festival estivo di Salzburg, il 30 agosto 1988, della sua entrata in scena sorretto da due persone, e di come da movimenti ormai ridotti al minimo prese vita la piú sconvolgente, visionaria e commossa esecuzione del Deutsches Requiem di Brahms che avessi mai ascoltato, la quale é rimasta da allora in modo indelebile nella mia memoria come un modello insuperato di perfezione. Lo stesso posso dire dell´ultima volta che lo ascoltai, nel marzo 1989 ancora a Salzburg, in un Requiem di Verdi reso con una tale intensitá fatta di angoscia e speranza insieme da far dire ad alcuni spettatori in sala: “Er hat das für sich selbst dirigiert!”. Circa tre settimane piú tardi, il 23 aprile 1989, la carriera di Herbert von Karajan si chiudeva al Musikverein di Wien, con un’ esecuzione della Settima Sinfonia di Bruckner.

Il Maestro riposa nel piccolo cimitero di Anif, vicino Salzburg, in una tomba semplicissima, in mezzo a contadini e artigiani. Un perfetto sigillo ad una vita dedicata interamente e solo alla musica, a dispetto dell’ immagine pseudodivistica che certa stampa ha sempre tentato di costruirgli addosso. Certamente era un uomo che, tra le tante sue doti, possedeva anche quella di vendersi bene. Ma chi dice che questo sia un difetto in una persona che decide di fare il musicista ed apparire in pubblico? In realtá, Karajan fu un sagace utilizzatore delle possibilitá mediatiche per lo scopo che si era proposto nella sua vita: fare musica piú perfetta possibile e portarla a conoscenza del pubblico piú ampio possibile. Divulgatore appassionato di tutte le novitá tecniche in materia di registrazione, non riesce difficile immaginarlo oggi a sfruttare al massimo le nuove frontiere del web. Sono convinto che se oggi fosse ancora vivo, avrebbe un blog per dialogare col pubblico e sicuramente avrebbe aperto una stream tv per diffondere tramite la rete i suoi concerti. Ricordiamolo oggi ascoltando qualcuno dei suoi dischi. Personalmente suggerisco il rivoluzionario Ring, la Bohéme con Mirella Freni e Luciano Pavarotti,il Requiem di Verdi filmato alla Scala e soprattutto l’ incredibile ciclo sinfonico  beethoveniano del 1963, a mio avviso forse il miglior Beethoven mai consegnato al disco.

Alles Gute zum Geburtstag, Maestro!

I barocchisti radicali

Ascoltavo oggi alcuni brani della nuova edizione discografica del Don Giovanni diretta da René Jacobs. Da qui volevo partire per alcune considerazioni di carattere generale su tutta la prassi esecutiva degli strumenti costruiti alla maniera antica.

Non c’ è dubbio che questo movimento, reso popolare a partire dagli anni Settanta tramite interpreti come Nikolaus Harnoncourt, Gustav Leonhardt, i fratelli Kuijken, Christopher Hogwood, Trevor Pinnock e John Eliot Gardiner, abbia offerto apprezzabili contributi sul piano della ricerca filologico-testuale e del recupero di criteri esecutivi da tempo andati in disuso. Quello che personalmente ho trovato sempre molto discutibile è la radicalizzazione e l’ estremizzazione delle scelte da parte di questa categoria di interpreti. Per essere più chiari, i musicisti di questa scuola riducono tutto il lavoro dell’ interprete a due soli parametri: il suono e il tempo. Ma non si può ridurre solo a questi due criteri le scelte esecutive, perchè suono e tempo sono elementi dell’ esecuzione musicale,ma non l’ esecuzione. E meno che meno l’ intepretazione.

Cosí, tramite la ricreazione di un suono genericamente antico e dall’ adozione di tempi generalmente spediti e dinamiche a terrazza, si crede di aver costruito una lettura musicale. Ma questo sfiora appena i problemi posti da autori come Mozart, la cui apparente semplicità di linguaggio nasconde al suo interno tutta una serie di significati eccezionalmente complessi e ambigui. Voler esaltare, come nel caso del Mozart di Jacobs, i legami di questo teatro con l’ operismo barocco, che pure esistono, significa ignorare la carica innovativa che le partiture del compositore salisburghese contengono e che ne determinano in buona parte la grandezza. Senza contare che nel campo della concertazione vocale, gli interpreti di questa scuola hanno sempre proceduto con scelte compiute a casaccio. Chi conosce certi dischi di Harnoncourt, Hogwood, Gardiner e Jacobs sa a cosa alludo.

Rifiuto del vibrato che pure i trattatisti come Tosi e Mancini prescrivono, suoni fissi e agilità eseguite con l’ aspirazione, e soprattutto un assoluto massacro, in molti casi, della pronuncia italiana che per autori come Monteverdi e lo stesso Mozart è un’ esigenza assolutamente fondamentale. Ma tornando alle scelte strumentali, la questione di limitare i criteri intepretativi alla correttezza del mezzo sonoro impiegato è secondo me assolutamente assurda. Per fare un esempio pratico dei più evidenti, il Bach eseguito da Glenn Gould al pianoforte è intepretativamente molto piú significativo e stilisticamente piú appropriato di quello del 90% dei clavicembalisti odierni. Lo stesso dicasi per le intepretazioni bachiane di violinisti come Henryk Szeryng o Nathan Milstein.

L’ ideologia del barocchismo radicale ha portato, in molti casi, allo stravolgimento interpretativo delle partiture e alla mortificazione delle personalità intepretative. Personalmente credo che da esecuzioni operistiche come quelle di Jacobs o Arnold Östman, con il loro trionfo di suoni gessosi, fissi e fischianti in orchestra e sulla scena, col loro fraseggio nevrotico e sobbalzante e la dinamica in bianco e nero, la personalità formidabile di un autore come Mozart esca gravemente diminuita.

In morte di Giuseppe Di Stefano

Un altro pezzo di storia del teatro lirico ci ha lasciato per sempre. Giuseppe Di Stefano fu una tra le voci piú straordinarie della seconda metà del secolo scorso. Continua a leggere “In morte di Giuseppe Di Stefano”

Joshua Bell

Ieri sera ho visto in tv su Arte un documentario sul violinista americano Joshua Bell, Continua a leggere “Joshua Bell”

Puccini 2008

Mi sembra logico dedicare il primo post al centocinquantesimo anniversario della nascita di Giacomo Puccini.Oggi piú che mai la figura del musicista lucchese si impone per la grandezza e la modernitá delle sue scelte artistiche.C´é voluto del tempo perché la nostra musicologia,spesso piú superficiale ed arretrata di quella anglo- tedesca,arrivasse ad inquadrare nella giusta prospettiva storica e stilistica i drammi musicali di Giacomo Puccini.Oggi comunque molti passi avanti sono stati fatti e ci auguriamo che questo anniversario possa essere occasione di ulteriori contributi di studio.Aspetto le vostre proposte di discussione su questa grande figura artistica

Apertura

Buongiorno.Ho creato questo blog per discutere con appassionati di musica classica e operistica.

Grazie anticipate a chi vorrá visitarlo e proporre temi di discussione.