22 novembre

Oggi é la festa di Santa Cecilia,patrona della musica. A tutti gli appassionati offro, come augurio, il Lied schubertiano dedicato all´arte che noi amiamo. L´esecuzione che ho scelto é quella del grande baritono americano George London, una delle voci che adoro, a cui prima o poi dedicheró un post.

Simply perfect:Nathan Milstein

Milstein Nathan Milstein, grande violinista statunitense nato in Ucraina, appartiene a buon diritto al ristretto numero dei musicisti che hanno scritto pagine decisive nella storia interpretativa del Novecento. Il fraseggio epico e grandioso che emerge dalle sue registrazioni é una caratteristica che non si sente piú nei violinisti odierni, piú o meno una serie di robottini tutti simili l´uno all´altro, appagati dal culto di una perfezione tecnica fine a se stessa, fatta eccezione al massimo per Joshua Bell e, forse, per Maxim Vengerov. Nato a Odessa il 31 dicembre 1903, in quell´Ucraina che diede i natali, tra gli altri, anche a David Oistrakh, Leonid Kogan e Isaac Stern, inizió a studiare lo strumento all´etá di quattro anni, spinto da una madre che temeva avesse problemi a causa del suo temperamento molto irrequieto. Il suo primo insegnante fu Pjotr S. Stoljiarsky, maestro anche di Oistrakh. Il talento di Milstein si sviluppó rapidamente, al punto di poter debuttare all´etá di dieci anni, eseguendo il Concerto di Glasunow sotto la direzione del compositore. Un anno dopo, il leggendario Leopold Auer lo invitava ad essere suo studente al Conservatorio di San Pietroburgo. Milstein vi rimase fino al 1917, quando Auer emigró in Norvegia. Tornato ad Odessa, Milstein conobbe il grande pianista Wladimir Horowitz, con cui stabilí una solida amicizia. Suonando insieme, i due amici viaggiarono per tutta l´Unione Sovietica fino al 1923. Possiamo purtroppo solo immaginare come dovette essere un concerto a San Pietroburgo in cui, sotto la direzione di Glasunow, Milstein suonó il Concerto del compositore e, di seguito, Horowitz scatenava l´entusiasmo della platea eseguendo il Primo di Liszt e poi il Terzo di Rachmaninov… Un anno piú tardi, un funzionario governativo persuadeva i due giovani musicisti ad accettare un passaporto speciale per suonare all´estero, in qualitá di ambasciatori culturali della giovane repubblica sovietica. Il duo suonó a Parigi, Berlino e Bruxelles, dove Milstein conobbe il grande Eugene Ysaye e studió con lui per alcuni mesi. Nel giro di pochi anni, le ultime istituzioni democratiche sovietiche furono spazzate via dall´avvento di Stalin, e Milstein prendeva, insieme ad Horowitz, la via dell´esilio.Il pianista poté tornare nella sua terra, accolto come un sovrano,nel 1986. Milstein non fece mai piú ritorno in patria, scegliendo gli USA come luogo definitivo di residenza ed ottenendone, nel 1942, la cittadinanza. In America, il violinista otteneva clamorose affermazioni sia in duo con Horowitz che con il trio formato dai due insieme al violoncellista Gregor Piatigorsky. La stampa americana li soprannominó "I tre moschettieri" nel corso di una trionfale tournée del 1929. Da qui in poi, la carriera di Milstein continuó, in una serie ininterrotta di successi, fino al 1987, quando una frattura ad un braccio lo costrinse al ritiro. Il violinista, decorato con la Legion d´Honneur nel 1968 e insignito nel 1975 di un Grammy Award alla carriera, morí a Londra il 21 dicembre 1992. Cosí lo ricordava quel giorno, sul New York Times, il grande critico Harold Schonberg: "He could have been the most nearly perfect violinist of his time (…) Jascha Heifetz had a more electrifying technique, but there were those who considered him, rightly or wrongly, too cool and objective. Joseph Szigeti, who may have a more probing musicianship, never had the tone or technique of Mr. Milstein,who was able to bring everything together in a way matched by very few violinists of his time". Probabilmente, Milstein non presentava, nel suo modo di suonare, le caratteristiche tipiche dei grandi violinisti russi della generazione precedente la sua. Non aveva l´eleganza salottiera di un Mischa Elman o la spettacolaritá tecnica con la quale Jascha Heifetz mandava in visibilio le platee. Fu comunque uno degli ultimi violinisti della storia a possedere il dono del fraseggio "grande",aristocratico. Dotato di una tecnica superba e di un suono caldo, cantante, timbricamente caratterizzato nella sua personalitá, Milstein suonava con uno scrupoloso senso dello stile e sobrietá espressiva. Dal 1936 svolse anche un´intensa attivitá discografica, per cui la sua arte é documentata in maniera sicuramente abbastanza completa. Per chi volesse conoscere quello che occupa una posizione di primo piano tra i miei violinisti preferiti, raccomando, innanzi tutto, il live del Concerto di Brahms registrato nel 1950 con la New York Philharmonic diretta da Victor De Sabata, e il disco DG del 1973 con i Concerti di Mendelssohn e Tschaikowsky incisi insieme ai Wiener Philharmoniker diretti da un Claudio Abbado galvanizzato al massimo dalla presenza di un simile solista. Ma il capolavoro discografico di Nathan Milstein rimane l´incisione completa DG delle Sonate e Partite di Bach. Una pietra miliare della musica incisa, un capolavoro di una bellezza assoluta ed eterna; un disco che ogni appassionato di musica dovrebbe possedere.
Ascoltiamo come esempio la celebre Ciaccona.

Belli e dannati: Samson François

samson francois“Toute ma conception de la musique a toujours été plus o moins sentimentale. Je ne pense pas etre porteur de messages, j’ aime la musique par amour, tout betement et sans me poser de questions”.

In questa affermazione é racchiusa tutta la parabola artistica del pianista francese Samson Pascal François, Continua a leggere “Belli e dannati: Samson François”

Marian Anderson

Marian AndersonCome mio contributo ai festeggiamenti per l´elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti,voglio ricordare qui una cantante che ha simboleggiato,nel campo della musica classica,la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani.Marian Anderson nacque a Philadelphia il 27 febbraio 1897,cominció a cantare nel coro di una chiesa battista a sei anni di etá,e dopo aver terminato gli studi superiori,le venne negata l´ammissione ad una scuola superiore di musica a causa della sua razza.Nel 1925 la Anderson fece il suo debutto con la New York Philharmonic Orchestra e tre anni dopo esordiva alla prestigiosa Carnegie Hall.Seguirono numerose tournées in Europa,durante una delle quali la cantante ebbe modo di farsi ascoltare da Arturo Toscanini che la definí "una voce di quelle che nascono una volta in ogni secolo".Nel 1939 la Anderson doveva esibirsi a Washington,dove il prestigioso circolo "Daughters of the American Revolution" rifiutó di concedere per la serata la Constitution Hall,in quanto riservata solo ai bianchi.Immediatamente Eleanor Roosevelt,la moglie del Presidente,rassegnó le dimissioni dall´associazione insieme a centinaia di altri soci.Con la collaborazione dello stesso presidente Roosevelt,il manager dell´artista,il celebre Sol Hurok,e Walter White,segretario della NAACP (National Association for Advancing Coloured People) convinsero il Segretario agli Interni Harold L. Ickes a concedere l´uso dello spiazzo davanti al Lincoln Memorial.La domenica di Pasqua del 1939 Marian Anderson,accompagnata dal pianista finnico Kosti Vehanen,teneva il suo recital davanti a un pubblico di oltre 75000 persone,oltre a milioni di ascoltatori che seguirono l´evento per radio.La Anderson proseguí poi la sua trionfale carriera di concertista fino ad abbattere un´altra barriera razziale.Il 7 gennaio 1955,infatti,divenne la prima cantante afroamericana della storia ad esibirsi al Metropolitan di New York,nel ruolo di Ulrica nel "Ballo in maschera".Negli anni successivi la cantante viaggió in tutto il mondo come "Godwill ambassador" del governo degli Stati Uniti e fu nominata dal presidente Eisenhower delegato ufficiale alle Nazioni Unite nel comitato per i diritti umani.Il 20 gennaio 1961 la Anderson fu invitata a cantare alla cerimonia d´insediamento del presidente John F. Kennedy e nel 1963 cantó alla marcia di Washington per i diritti civili prima del celebre discorso tenuto da Martin Luther King.Insignita delle massime onorificenze da parte del governo americano,nonché di numerosi altri riconoscimenti,Marian Anderson morí a Portland l´8 aprile 1993.Figura storica,e non solo per motivi musicali,la Anderson possedeva una delle piú affascinanti voci di contralto mai ascoltate sulla scena.Giacomo Lauri Volpi,nel suo libro "Voci parallele",la cita come una delle cinque "voci isolate",dalle caratteristiche talmente inconfondibili da non potersi paragonare con nessun´altra.Ma,come ripeto,il motivo che mi ha spinto a ricordarla oggi é il fatto che la carriera di Marian Anderson é stata senz´altro una delle circostanze fondamentali che hanno portato,nel corso degli anni,un esponente della razza afroamericana ad essere eletto alla massima carica della nazione piú potente del mondo.

Salviamo il Maggio Musicale Fiorentino

Pubblico l´appello di Zubin Mehta a favore del Teatro Comunale di Firenze.
Chi volesse sottoscriverlo puó farlo qui:

maggioblog.splinder.com/post/18931178/FIRMA+L%27APPELLO+DI+MEHTA+E+MUT

Egregio Ministro,
il taglio dei finanziamenti alle Fondazioni lirico-sinfoniche e a tutto il mondo della cultura italiana colpirà in modo pesantissimo anche il TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO minando la sua stessa esistenza e il suo futuro.
Nella vita artistica di Firenze la musica ha avuto un ruolo fondamentale: qui, nella città di Cherubini, è nato alla fine del ’500, sulle teorie e le esperienze della Camerata dei Bardi, il melodramma. Il 9 dicembre 1928 ha visto la luce, grazie all’opera di Vittorio Gui, la prima stagione della Stabile Orchestra Fiorentina, quel complesso che sarebbe diventato l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, intorno alla quale si è sviluppato il Teatro e di lì a poco il più antico Festival europeo, insieme a quello di Bayreuth e di Salisburgo.
Sul palcoscenico del Teatro del Maggio si sono alternati i nomi più prestigiosi della musica del Novecento, come ad esempio Erich e Carlos Kleiber, Celibidache, Karajan e Mitropoulos, Maria Callas, Richard Strauss e Stravinskij, Messiaen e Berio; al loro fianco registi e scenografi di eccezione quali Reinhardt, Gründgens e Visconti, de Chirico e Kokoschka.
Per questi motivi Le chiedo, insieme al mio amico RICCARDO MUTI, che prima di me, dal 1969 al 1981, è stato Direttore Stabile del Maggio, che il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con la sua storia costellata di premi della critica e per il suo prestigio mondiale, sia riconosciuto tra le eccellenze nazionali in quanto parte fondamentale  del patrimonio culturale, artistico e sociale del Paese, da preservare e valorizzare.

ZUBIN MEHTA

Aida a Stuttgart ieri sera

AidaStgtNeu__SIG8443Dopo il consueto mese iniziale dedicato ai titoli di repertorio, la Staatsoper di Stuttgart ha inaugurato ufficialmente la stagione con la nuova produzione di Aida, affidata per la parte musicale al Generalmusikdirektor Manfred Honeck e allestita da Karsten Wiegand. Tra gli interpreti, alcuni membri ben conosciuti del nostro ensemble come il mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, il baritono cinese Yalun Zhang, ottimo Scarpia e Holländer nelle passate stagioni, e il basso Liang Li, anch’ esso cinese e che l’ anno scorso ha riscosso qui un grande successo personale come Cardinal de Brogni ne La Juive.
Protagonista é il soprano uruguaiano Maria José Siri affiancata dal Radamés del tenore messicano Hector Sandoval. Io vedró lo spettacolo la sera del 12 novembre e comunicheró qui le mie impressioni.

Lo stato italiano e i teatri lirici

Mentre i teatri italiani si dibattono nelle spire di una crisi senza fine e il governo Berlusconi annuncia nuovi tagli ai fondo per lo spettacolo, mi sembra giusto ripubblicare quanto scritto al riguardo un paio d’ anni fa, dall’ amico Alfonso Antoniozzi.
Le sue parole non hanno perso nulla della loro attualitá.

Ma sì, ma perchè dobbiamo stare qui a perdere tempo dietro ai teatri lirici, che diciamoci la verità sono un baraccone insostenibile che ormai è imploso
e che non aspetta altro che di esplodere facendovschizzare per tutta la città pezzi di corde vocali, note musicali, fogli di musica, archetti, cantinelle,
praticabili e quant’ altro li riempia da sempre, insieme a carte, cartacce, documenti, ritenute d’ acconto, ruolini ENPALS e tutto l’ ambaradan che
la moderna amministrazione richiede per un efficiente funzionamento della baracca.

Ma abbiate il coraggio di dirlo che non ve ne frega più niente, che saremmo molto più utili alla società dietro un bancone di supermercato o a spalare merda nelle varie Fattorie televisive o, meglio, messi a pecora sulla Salaria per cinquanta euro a botta salvo sconti a militari e appassionati, tanto anche se non lo dite appare evidente lo stesso che la volontà neanche troppo nascosta è quella di farci chiudere baracca e burattini senza che nessuno alzi un dito a Roma e, peggio, senza che nessuno si assuma la responsabilità morale e materiale di buttarci tutti in mezzo a una strada.

Coraggio, su, ditelo : della lirica non ce ne frega un beato piffero, ooooh, lo vedete che è liberatorio? E tanto peggio se il resto del mondo parla italiano
anche (direi principalmente) grazie a Verdi, Puccini e compagni, se in questo esatto momento da qualche parte del globo viene rappresentata un’ opera
italiana, se ogni anno migliaia di giovani di tutto il mondo si innamorano della nostra musica, e studiano la nostra lingua, e cercano di cantare all’ italiana, ma
chi se ne frega, ma chiudiamoli questi teatri, cazzo!

Chiudiamoli sul serio però, senza tagliare fondi con le varie finanziarie, senza questo sgocciolio di rubinetto sempre più esile, sempre più misero, che ci costringe a risparmiare settanta euro di scenografia per far quadrare il bilancio, che spinge i teatri a pagare con quaranta-sessanta giorni di ritardo, che mette tutti nella condizione non dico di fare sacrifici, sarebbe il minimo, ma di indebitarsi NOI con le banche perchè lo stato (minuscolo, minuscolo e basta) i soldi li sgancia PER QUALUNQUE ALTRA STRONZATA ma non per la lirica.

Ma chi se ne frega di questi quattro pachidermi cerebrolesi che cantano Amami Alfredo, ma chi cazzo è Alfredo poi? Che non si capiscono le trame, diciamo la verità, e meno male che ci sono i sottotitoli, ma perchè non li doppiano IN I-TA-LIA-NO ‘sti cantanti, che non si capisce perchè siano tanto speciali, che mi significa cantare a voce piena QUANDO CI STA IL MICROFONO!!!
Siamo nel duemilasei, ohè, sveglia!

E i coristi, e gli orchestrali, ma sarà mica un mestiere, il lavoro fa SU-DA-RE, porca miseria, mica è un divertimento, me lo dicono sempre i Carabinieri quando mi fermano per un controllo, che mestiere fa? Il cantante lirico. Vabbè, ma di mestiere!? PETTINO LE BAMBOLE ALLA FURGA, tutti i giorni dalle otto alle sei, perchè, che vi credete che escono pettinate da sole dalle macchine, no no, LE PETTINO IO, tutte io, va bene?

Chiudiamo i teatri, chiudiamoli, abbiate pietà di noi, non manteneteci nell’ illusione che gliene freghi ancora qualcosa a qualcuno, di star facendo qualcosa
di buono, di essere capaci di toccare l’ anima di chi ascolta, ma quale anima, l’ anima LA TOCCA IL PAPA anche se quando parla sembra una delle Gemelle Kessler (quella più cattiva) chiudiamoli ‘sti teatri,  in fondo noi possiamo sempre provare ad aprire un bar, una tabaccheria, un tappeto su ponte santangelo, e coi teatri facciamoci UN BEL GARAGE, che di questo hanno bisogno le città, altro che di musica e di cultura, la musica la fa Povia coi piccioni, la cultura Marzullo, non scherziamo, altro che zumpappà, e annamo, su!

FACCIAMOCI UN GARAGE multipiano, uno per città, che meraviglia, finalmente i diciassette piani di torre del Carlo Felice di Genova saranno utili alla comunità,  tutti potranno entrare alla Scala (e in macchina!!!), il Petruzzelli lo ritirano su in una notte e forse allora a Piacenza sapranno dove cazzo è il Teatro Comunale visto che venti persone cui l’ ho chiesto mi hanno risposto boh e lo sapeva solo un ecuadoregno di passaggio (il che rafforza la mia fede: la salvezza verrà, forse, solo dall’ immigrazione!)

FACCIAMOCI UN GARAGE!

Noi ex lavoratori dello spettacolo lirico chiediamosolo, in cambio, un’ agevolazione sui prezzi delmensile per parcheggiare il nostro furgone della
porchetta in un posto che, in fondo, era casa nostra.

Fonte:www.alfonsoantoniozzi.com

Famolo strano:Traviata alla Hauptbahnhof di Zürich

Una delle manie odierne che io trovo assolutamente perniciosa é quella di voler “democratizzare”  l’ arte a tutti i costi. Per i sostenitori di questa filosofia, una forma di espressione artistica come l’ opera troverebbe il suo limite nell’ essere eccessivamente elitaria e necessiterebbe pertanto di iniziative atte a portarla a livello delle masse che non la capiscono. Non sto qui a ricordare come il melodramma sia sempre stato, dall’ Ottocento in poi, l’ autentica musica del popolo, forse l’ unica espressione della musica d’ arte a possedere queste caratteristiche, come del resto scrisse a suo tempo Antonio Gramsci. Ma tant’ è, e nella mente di coloro che hanno l’ intenzione di popolarizzare e divulgare nascono operazioni come quella a cui ho appena finito di assistere, in diretta televisiva su ARTE. Come annunciato nel titolo, si trattava della Traviata rappresentata alla Hauptbahnhof di Zürich. Strano vedere un teatro come l’ Opernhaus, che persegue una gestione artistica per diversi aspetti  molto seria e di qualità elevata, arrivare a compromettersi in un’ operazione del genere. Perché questa serata si iscrive a buon diritto in quel filone aperto negli anni Novanta dai concerti dei Tre Tenori e dalle opere in diretta dai luoghi “autentici” organizzate da Andrea Andermann, che intende portare il teatro lirico a livello dei concerti rock, con tutto il rispetto che io ho per una forma musicale che ha una sua intrinseca validità. Ma il sincretismo e la contaminazione dei generi non sono il giusto mezzo per avvicinare un nuovo pubblico alle rappresentazioni operistiche. Qualsiasi espressione artistica ha i suoi codici, che vanno rispettati e compresi allo stesso modo in cui per assistere ad una partita di calcio bisogna naturalmente conoscerne le regole. È inutile che i fautori di queste operazioni affermino che l’ opera é una forma di teatro datata e che bisogna modernizzarla .Se io applico un clacson e un paio di catarifrangenti a un cavallo, non per questo avrò un’ automobile.Allo stesso modo, vedere una Violetta agonizzante nel ristorante di una stazione per poi raggiungere la barella di un’ ambulanza (in mezzo alla gente che la fotografa con i cellulari) dove morirá, probabilmente di assideramento e non di tisi visto il costume indossato, fa pensare irresistibilmente a “A Night at the Opera” dei fratelli Marx. Solo che la loro era dichiaratamente una parodia mentre qui si pretendeva di fare sul serio.
Come dice Canio nei Pagliacci, “il teatro e la vita non son la stessa cosa”. Operazioni del genere non hanno nulla di culturale. Cultura non vuol dire questo: fare cultura significa scuole per tutti, libri per tutti, teatri per tutti.
Come giá ho detto, iniziative del genere non sono assolutamente una novitá. Ricorderete nel 1992 la Tosca in diretta dai luoghi e nei tempi esatti dell’ azione, col povero Placido Domingo che stonava e steccava tentando di cantare “E lucean le stelle” alle quattro e mezzo della mattina, e Angelotti che entrava in Sant’ Andrea della Valle mentre sullo sfondo si vedevano le luci al neon di Campo de’ Fiori. Evento che fu ripetuto sette anni dopo, con la Traviata in diretta dai palazzi parigini, che non riscosse identica attenzione mediatica: evidentemente, non bis in idem. E adesso abbiamo avuto anche la Traviata alla stazione. A chi volesse ripetere il misfatto,suggerirei di organizzare una recita del capolavoro verdiano nel piú grande e famoso bordello di Berlino, l’ Artemis. Tra l’ altro,una Violetta che morisse in mezzo alle prostitute avrebbe almeno qualche carisma di autenticità.
Non parliamo degli esecutori di questo evento, che hanno dimostrato in ogni caso una professionalità non comune riuscendo ad eseguire la musica in modo corretto, viste le condizioni, tranne nei casi in cui i cantanti affrontavano passi scoperti dove l’ intonazione andava logicamente a farsi benedire. Da censurare comunque senza scusanti i tagli scellerati apportati alla partitura. Omettere il “Prendi, quest’ è l’ immagine” si puó solo definire come un verdicidio.
Successo finale e tutti contenti. Adesso come prossima genialata aspettiamo una Carmen ambientata in mezzo a una vera corrida: là sì che ci sarebbe da divertirsi…
Postilla: dopo una ponderata riflessione, auspico comunque un’ evento del genere anche in Italia. Sarebbe un’ eccellente opportunità per rimettere un po’ a posto le nostre stazioni ferroviarie, che mediamente fanno schifo. Per una volta le esigenze artistiche potrebbero passare in secondo piano rispetto a quelle della decenza. Ma questo, ripeto, vale solo per l’ Italia e solo per questa ragione.

Mario Del Monaco

mario del monacoQuando Mario Del Monaco morí, il 16 ottobre 1982, il quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” uscí con un titolo in prima pagina che diceva: OTELLO IST TOT!. Sono estremamente rari, nella storia del teatro d’ opera, casi talmente forti di identificazione tra un cantante ed un personaggio. In effetti, il tenore fiorentino non ebbe assolutamente rivali a lui confrontabili nei suoi ventidue anni di frequentazione del ruolo, a partire dal debutto al Teatro Colon di Buenos Aires nel 1950 sino alle ultime recite nel 1972 a Bruxelles, di cui é rimasta una registrazione sbalorditiva per la freschezza dei mezzi vocali e la forza drammatica trascinante. Continua a leggere “Mario Del Monaco”

Sul Regietheater e sue conseguenze

L´amico Daland mi segnala una discussione in atto su questo forum tedesco

L´argomento di partenza é la rappresentazione di Turandot messa in scena lo scorso maggio a Valencia,con la direzione di Zubin Mehta e la regia di Chen Kaige,recentemente trasmessa in tv qui in Germania su ARTE.
Non una grande esecuzione per quanto riguarda la parte musicale,con un cast da non ricordare particolarmente e un Mehta assai spento rispetto all´indimenticabile registrazione DECCA del 1972,con un vero parterre de roi comprendente la Sutherland,la Caballé,Pavarotti,Ghiaurov,piú Tom Krause e Peter Pears nei ruoli minori.
La messinscena,al contrario,mi é sembrata bella e ben fatta,nel rispetto dell´ambientazione originale senza eccessi kolossal o esagerazioni alla Cecil B.De Mille.
La cosa interessante,leggendo gli interventi dei forumisti nel sito linkato,é che qualcuno definisce questa messinscena una Originalversion ed esprime perplessitá sul fatto che i contenuti drammaturgici dell´opera di Puccini possano essere pienamente evidenziati seguendo quella che in alcuni interventi viene definita  "versione originale".
Come punto di vista,é secondo me assai confuso.La messinscena originale,approvata anche da Puccini stesso prima di morire,esiste e sará anche pubblicata nell´ambito dell´Edizione Nazionale Puccini curata dall´Istituto di Studi Pucciniani,che ha sede a Lucca.Come replicavano altri interlocutori nel forum,qui si trattava semplicemente di una messinscena che seguiva il piú possibile le indicazioni della partitura.
Da qui poi inizia un dibattito per me abbastanza fumoso sulle motivazioni psicologiche dei personaggi,che io trovo abbastanza irrilevante,come tutti quelli di questo genere.Sapete,i tedeschi sono ottime persone,ma per mentalitá amano discutere sul sesso degli angeli.A me,dei problemi familiari che potrebbero aver avuto Calaf e Liú interessa poco,anche se ammetto che Turandot é effettivamente una psicopatica.Non serve stare a discuterne per delle ore:basta la musica di Puccini a farmelo capire.
Ma tutto questo é comunque interessante per comprendere le ragioni che stanno alla base di certo Regietheater,che nei paesi di lingua tedesca sta arrivando veramente agli eccessi.
Alla base di questo tipo di spettacoli c´é sicuramente la voglia di stupire a tutti i costi,ma soprattutto una ricerca esasperata di aspetti drammaturgici nascosti da evidenziare,che molte volte esistono solamente nella fantasia del regista.Poi,gioca un ruolo importante anche una certa pedanteria nel voler sottolineare tutto,senza lasciare alcuno spazio alla fantasia dello spettatore,che invece gioca un ruolo importantissimo nel meccanismo di una rappresentazione d´opera.Tutto questo potrebbe anche,in teoria,non essere censurabile,a patto di rispettare il buon gusto e il senso della misura e di non dimenticarsi mai che nell´opera la prima cosa con cui si deve fare i conti é la presenza di una partitura che detta le atmosfere e i tempi del gioco scenico.Qualche volta,assistendo a spettacoli di questo tipo,si ha invece l´impressione che il regista consideri la musica come un accessorio irrilevante o addirittura un ostacolo da rimuovere o mettere in disparte.E,badate bene,non é sempre questione di rispetto per l´ambientazione originale.
Willy Decker a Salzburg e Robert Carsen a Venezia ci hanno dimostrato che si puó mettere in scena la Traviata in abiti moderni senza che né il nucleo drammaturgico né la partitura di Verdi siano traditi.Jonathan Miller nel 1986 a Firenze firmava un allestimento di Tosca ambientato nel fascismo repubblichino,che conservava perfettamente l´idea di un potere spietato e feroce,descritto da Puccini a partire dagli accordi del tema di Scarpia che aprono l´opera e percorrono come un incubo tutta la partitura.
Molti registi invece preferiscono trattare l´opera solo come un´occasione per esibire effetti gratuiti oppure una non meglio definita attualizzazione della musica al gusto moderno.Nobile intento,ci mancherebbe,che andrebbe peró perseguito con l´onestá intellettuale di essere coerenti fino in fondo,intervenendo anche sulla partitura,rieleborandola per un organico moderno,magari con gli strumenti elettrici,e presentando il tutto come proprio spettacolo derivato da un´idea di Verdi o Wagner.Lo si é fatto proprio qui a Stoccarda recentemente,con il Fliegende Holländer,e vi assicuro che il risultato era a suo modo godibile.
Se al contrario ci si ripara dietro una partitura di un compositore famoso per raccontare una propria storia,allora l´operazione, prima che antimusicale,é disonesta.
E poi,scusatemi,ma a volte andando all´opera e vedendo un andirivieni di gente in giacca e cravatta o jeans,quale che sia l´epoca rappresentata,ti dá l´impressione che ti abbiano imbrogliato e venduto il biglietto per una prova…
Il problema non é di semplice soluzione se,come testimonia il forum citato,la gente ormai arriva a definire come Originalversion una semplice messinscena tradizionale.Si puó fare del cattivo gusto anche con questo tipo di regie,e certe pacchianate come l´Aida-Barnum di Zeffirelli alla Scala ne sono la testimonianza evidente.Quello che non andrebbe mai perso di vista,come ho cercato di dire,é il senso della misura e il rispetto delle esigenze della partitura.E´solo questo che distingue il regista valido da quello che ha il solo scopo di mettere in evidenza se stesso a scapito del compositore.