Come rendersi ridicoli

Copio dal sito del Teatro alla Scala:

Schubert, Bartok, Debussy e ritorno, a Chopin. Ha congegnato così, Lang Lang, il programma del suo prossimo concerto straordinario: un percorso quasi circolare che inizia e finisce con il romanticismo, dopo essere passato attraverso il Novecento ritmicamente scolpito di Bartok e timbricamente polverizzato di Debussy.

Non so chi sia attualmente l’ estensore dei comunicati stampa alla Scala, ma quel *Novecento…timbricamente polverizzato di Debussy* è una vera perla di comico involontario. E l’ aspirapolvere timbrico, chi lo ha composto, forse Stockhausen????

Impressioni da Berlino

berlinUn week end musicale a Berlino é sempre un’ esperienza altamente raccomandabile. L’ offerta di avvenimenti proposta dalla capitale tedesca Continua a leggere “Impressioni da Berlino”

L’ Italia e la cultura

Se la Rai «snobba» Muti e i Berliner

Il concerto di Riccardo Muti, che dopo anni torna a dirigere i Berliner Philharmoniker, non sarà trasmesso dalla Rai. Molti considerano l’ appuntamento napoletano uno dei grandi eventi musicali del 2009, tanto che le televisioni di altri Paesi stanno allestendo la diretta per oggi. La Rai ha detto no e gli italiani dovranno accontentarsi del tradizionale concerto organizzato dai sindacati in piazza San Giovanni a Roma, presente Vasco Rossi. Possiamo immaginare quel che è successo. Il presidente Garimberti e il direttore generale Masi si sono appena insediati e non sanno ancora come ci si comporta in questi casi; i direttori di rete sono in scadenza e nessuno vuole prendersi sul groppone un contratto oneroso e con scarsa audience. Così, nell’ indecisione, il concerto di Muti al San Carlo di Napoli non andrà in onda. Certo, un Servizio pubblico dovrebbe essere geneticamente attrezzato per affrontare simili situazioni: il prestigio non fa audience ma rientra nei compiti istituzionali della Rai. Il concetto di servizio pubblico si fonda infatti sull’ idea che la produzione e la diffusioni di programmi tv costituisca un «bene pubblico» di importanza nazionale e non un fatto privato, interamente demandato al mercato. Ma nella vicenda c’ è un aspetto ancora più triste. Il rifiuto di trasmettere il concerto dei Berliner nasce in un contesto linguistico e politico di assoluta povertà, come se gli eventi culturali di eccezionale importanza parlassero una lingua sconosciuta ai palinsesti Rai. Raitre deve già seguire Vasco Rossi, Raiuno è allo sbando senza più una linea editoriale comprensibile, e Raidue, infine, pensa ai giovani e, come direbbe Arbasino, è tutta un delirio di griffe, gaffe, vaffa, hip, hop, hit, vip, chip, cheap… Muti e sordi: il vero guaio è che la Rai non ama più se stessa.

Aldo Grasso

Aldo Grasso ha detto tutto, e io non ho altro da aggiungere su una tv che é lo specchio fedele di un paese allo sbando dal punto di vista culturale, politico e umano.

Fonte:archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/01/Rai_snobba_Muti_Berliner_co_9_090501094.shtml

Quando la corruzione é di casa in teatro

Un interessante articolo dal blog Classic Village.

Corruzione, trucchetti, protetti portati avanti dal potente del caso, nepotismo, favori sessuali, ricatti. Non stiamo parlando di Vallettopoli, né del mondo dello spettacolo televisivo, l’elenco di nefandezze riportato sopra  è da associare ai concorsi di Musica Classica ed Opera.
Quando si pensa alla musica classica, all’Opera, si pensa ad un mondo austero, dove il rigore e la serietà professionale vengono prima di qualsiasi altra ragione. Dimenticatelo, tutto il mondo è paese e,come lo spettacolo televisivo o cinematografico è costellato di fenomeni di malcostume,così nella musica classica la corruzione dilaga,e questo,lasciatelo dire,sembra essere un eufemismo.

 Alcuni giurati di un concorso
In questa diapositiva un gruppo di Giurati  poco corretti nelle fasi finali di un concorso
 
I concorsi,in questo ambito,sono banditi da teatri e fondazioni,con l’intento di "trovare" degli interpreti adatti per un Opera,o per dei concerti. Il premio per i vincitori consiste,nella maggior parte dei casi,in un contratto, o in una borsa di studio.
Rivolti principalmente a giovani,servono quindi ad aiutare artisti in erba  a dare un incipit di un certo rilievo alla loro carriera.
Come si fa a decretare chi fra i concorrenti è il migliore?Il più adatto ad un ruolo, ad interpretare un personaggio? A decidere vengono chiamate delle giurie di "esperti": Insegnanti di Canto,Direttori Artistici, Musicisti,Agenti (ovvero intermediari che propongono alle varie istituzioni gli artisti,in cambio di una percentuale del loro cachet),che nella totale imparzialità,illuminati dall’amore per la musica,forti di una morale quanto mai rigorosa, votano il vincitore.

Cosa succede durante questi concorsi? Gli artisti selezionati,sono sempre i migliori? I selezionanti,sono sempre super partes?
La risposta è No.
Come succede spesso nella vita comune,la corruzione porta ad aiutare. gli allievi di un certo insegnante, gli amici di un certo politico,o quelle persone che sono disposte ad accettare degli inviti poco artistici.

Jessica Dunchen pubblica il 21 aprile di quest’anno un articolo sull’Indipendent,in cui denuncia corruzione e affari torbidi che da anni vanno avanti all’interno di concorsi e competizioni di questo tipo,addirittura,da decenni. L’articolo non fa nomi,per evitare querele ed ovvi problemi legali.
Ad una sola voce fuori dal coro si aggiunge l’urlo di vendetta di un gruppo su Facebook,composto da più di 10.000 artisti.Il fondatore Ben Johnson ci spiega una delle tecniche utilizzate all´interno di questi concorsi "guidati".I concorsi vengono spesso svolti,nelle fasi finali,in presenza di pubblico.Se si deve spingere qualcuno alla vittoria,i giurati eliminano nei primi turni gli artisti più bravi,per avere meno problemi in fase finale, in cui decreteranno la vittoria dei raccomandati.

In molti concorsi avviene che,per salvaguardare la musica e la giusta esecuzione di questa,nessun vincitore venga scelto:giustissimo.Ovviamente,poichè l’opera è in programma,si dovranno comunque scegliere degli interpreti per suddetto ruolo.Il caso vuole che questi artisti possano essere presentati dagli stessi  agenti che hanno presenziato al concorso in qualità di giurati.

Probabilmente basterebbero alcune misure per garantire la massima chiarezza all’interno di queste manifestazioni:

1. Registrare tutte  le performance degli artisti
2. Svolgere tutte le fasi del concorso in sale aperte al pubblico
3.Votazione secca,senza possibilità di discussioni tra i giurati, in cui si possa influenzare positivamente o negativamente un votante in merito ad un artista

 
La corruzione, il malcostume, le inadempienze all’interno dei teatri sono purtroppo una regola ed i recenti problemi dei teatri italiani sono sintomo anche di questi problemi.

Non è difficile sentire voci riguardo direttori artistici (Il direttore artistico è una persona altamente qualificata sotto il profilo artistico,che viene nominata per affiancare il sovrintendente nella gestione del teatro, mantenere alto il profilo artistico delle stagioni,e quindi scegliere i cast degli spettacoli futuri) di alcuni teatri che fanno scelte orientate a favorire maggiormente delle agenzie di management a loro vicine,ovvero ad affidare degli spettacoli particolarmente importanti ad artisti in cambio di mazzette passate sottobanco.

Queste ovviamente sono solamente voci,ma ci chiediamo se  non sia il caso di indagare su queste voci.
 

Ci rivolgiamo inoltre al pubblico e a quelle persone che lavorano nel mondo dell’arte e della cultura:denunciate le irregolarità,denunciate i comportamenti scorreti ed i favoritismi,denunciate chi ruba a piene mani sfruttando l’arte e la cultura,questo comportamento condannerà questi generi alla morte.

Fonte:www.classicvillage.net/index.php

Baricco é mobile qual piuma al vento…

Sui deliri dello scrittore-fighetto torinese,ecco un´altro commento,tratto dal blog "le Culture del Riformista".
Qui sotto il link del post originale:

tritone52.wordpress.com/2009/02/26/baricco/

Da icona festivaliera di Walter V. che non ha disdegnato soldi pubblici, a denigratore della stessa e cantore del mercatismo. In questa capriola “mastelliana”, scavalca persino il McMinistro Bondi. Il Berlusconi della cultura vuole sponsorizzare i settori in cui ha il suo core-business: la musica e i libri in tv, nelle scuole e il teatro di massa.

Alessandro Baricco ha ragione quando sottolinea la necessità di ripartire dal “pubblico” inteso come destinatario, come soggetto attivo e materiale, e non come attributo spirituale, oggettivo, di un bene patrimoniale non meglio identificato. Prendiamo ad esempio Benigni e la Rai, come può essere un bene pubblico un artista che costa così tanto da poter essere pagato solo con una concessione sui diritti che la Rai ha su di lui? Baricco ha ragione quando dice che bisogna aprire al mecenatismo privato e investire per la cultura in tv. Il Riformista non può avere preclusioni verso gli sponsor privati, né snobismi mediatici.

Serve apertura mentale e risultati e Baricco può garantire entrambi. Quindi ci troviamo d’accordo con lui. Anzi, siamo così d’accordo da avere l’impressione che lui sia d’accordo con noi. Presunzione che genera un presentimento: che Baricco abbia ragione da vendere perché vuole rivenderci le nostre ragioni, rivenderci un nuovo se stesso, attraverso un risposizionamento degno di Mastella: da democristiano e cristianodemocratico, dal Pd al Pdl, da uomo di sinistra berlusconiana a berlusconiano di sinistra, da icona veltroniana ad ariete di Brunetta.

Dopo aver ricevuto anche lui, che ha mercato e potere mediatico da non necessitarne, contributi pubblici (RaiCinema e MiBac) per il suo imbarazzante film Lezione 21, uscito qualche mese fa, si mette in scia ai fustigatori degli aiuti di stato alla cultura. Sputa nel piatto in cui ha mangiato. E non per denigrare e basta. Ma per tirare a lucido il piattino. Fare nuovi soldi.

Riassumiamo brevemente i due punti della proposta di riforma culturale di massa di Baricco. Il primo: non dare soldi pubblici ai teatri stabili, ma finanziare teatri nelle scuole (evidentemente per lui l’Attimo fuggente è la storia di un grande sogno, non di un ragazzo suicida perché il padre non gli lascia fare il teatro verso cui lo spinge un professore frustrato). Secondo punto: dare soldi pubblici perché in tv si facciano programmi culturali (Per un pugno di libri dimostra che si può fare cultura divulgativa sui libri con pochi soldi e ottimi risultati, ma forse Baricco non lo guarda, come non legge le recensioni di Giulio Ferroni ai suoi romanzi, pur lamentandosi che Ferroni non lo recensisce mai).

Sono illuminanti alcune reazioni su Baricco. Sorvoliamo sui plausi di Muti, «gli sprechi ci sono», e i fischi di Piovani, «toglieteli il vino», per focalizzarci su alcune reazioni a destra. Gabriella Carlucci gli ha dato il benvenuto nel gruppo (di nostalgisti di Forza Italia), chiedendogli di scusarsi per il ritardo. Luca Barbareschi gli ha rinfacciato di «aver fatto teatro a botte di sovvenzioni». Sandro Bondi, invece, si sente scavalcato. Avete capito bene. Il ministro che ha assegnato la valorizzazione dei Beni culturali in mano al manager di McDonald, Mario Resca, si sente costretto a frenare il futurista Baricco (convinto che la qualità migliore del pensiero, oggi, sia la velocità). Al Foglio, Bondi ha mostrato tutto il suo stupore: «È paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale». Poi «Baricco forse non va molto a teatro. Non avrà mai visto la trilogia della Villeggiatura di Goldoni con regia di Toni Servillo (…) il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema». Conclude Bondi – ineccepibile – che «è assurdo pretendere di ripristinare l’educazione musicale nei licei, bandita ai tempi dell’Unità, e demandare poi ai privati l’allestimento della Tosca. Urge un’analisi meno superficiale delle strutture culturali». Canaglia di un vecchio comunista, avrà pensato Baricco. Più bondiano di Bondi, cioè più berlusconiano del più berlusconiano degli italiani (Fede è più leale ma meno sentimentale). Baricco è “berluscavolini”. Il più amabile tra gli italiani. Qual è la canzone che intona il Duca di Mantova alla fine del Rigoletto di Verdi? Baricco è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero…

Di fronte al paradosso di Bondi, passano in secondo piano, anche se la sequenza è da spaghetti western, i colpi inferti sul cadavere veltroniano. Abbattuto e incartato con un giornale che gli fu amico, Repubblica, e ha supportato gli eventi della gestione veltroniana dove Baricco era spesso la star. Se fosse un film western, allora, Baricco non sarebbe il pistolero, ma il barman che offre da bere al vincitore. Passa in secondo piano anche il revisionismo istantaneo su Berlusconi: «Ho un esempietto – dice Baricco – che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona».

Il punto non è che Baricco minimizzi o simuli di minimizzare il berlusconismo. E neanche il riposizionamento. Ma il disvelamento spudorato di quello che Baricco è, che è sempre stato. Un Berlusconi della cultura. Oggi più che mai. Come campione di egemonia commerciale e come cavalier servente di se stesso. E dei suoi interessi. Baricco parla di libri in tv, cultura a scuola e teatro di massa come Berlusconi parla della tv e della giustizia. A ragion veduta.

Qualche esempio? Totem, trasmissione di libri e musica in tv che poi è diventata un tour teatrale, e poi operazioni para-scolastiche come Omero. Iliade e la Scuola Holden, dove c’è una sezione “Per le scuole” (http://www.scuolaholden.it/sholden/corsi_link.aspx?ID=437&NodeId=53) che è tutta un programma: «Se sei un professore, e ti interessa proporre uno dei nostri progetti alla tua classe o alla tua scuola o vuoi attivare il corso della Scuola Holden pensato per gli insegnanti puoi contattare…». Seguono vari pacchetti: Babele, Plot, Short, Elettro-reading, Imparare a raccontare, Raccontare la storia, Ridiamoci sopra…

Luca Mastrantonio

Madama Butterfly vista dai giapponesi

La genialitá di Puccini nel caratterizzare musicalmente la vicenda di Cio Cio San è stata analizzata ampiamente e in modo accurato dagli studiosi che si sono occupati a fondo della produzione operistica del musicista toscano. Ma come viene vista in Giappone la figura di Madama Butterfly? Ho rivolto a questo proposito qualche domanda a Mayumi Kuroki, soprano giapponese da molti anni residente in Italia, che vinse nel 1996 il concorso “Toti Dal Monte” di Treviso e in questo modo debuttó al Comunale come Elisetta ne “Il Matrimonio segreto”. Da allora, Mayumi ha percorso una carriera fortunata, soprattutto nei teatri del suo paese. Ecco la trascrizione del nostro colloquio.

Madama Butterfly descrive una storia ambientata in Giappone,vista con gli occhi degli occidentali. Come viene visto dalla gente del tuo paese lo svolgimento e lo sviluppo della vicenda?

L’ abbandono di Cio Cio San viene visto come una tragedia, che stranamente porta a pensieri (soprattutto da parte degli anziani) del tipo “Attenzione agli stranieri!!! Non fatevi fregare” …

Ritieni che Puccini abbia descritto in maniera efficace il comportamento di Cio Cio San?

Sì senz’ altro, trovo che il maestro abbia reso la figura della protagonista molto orientale, dignitosa.

Puccini ha fatto uso, nella partitura dell’ opera, di temi autenticamente giapponesi. Come giudichi il trattamento che ne ha fatto nel corso della composizione?

Ci sono tante melodie riconoscibili (per esempio quando lei spiega a Pinkerton il significato degli oggetti nel primo atto), quindi trovo veramente geniale l’ uso di frammenti delle melodie tradizionali e popolari giapponesi.

Ritieni che l’ ambientazione giochi un ruolo decisivo nella caratterizzazione drammatica di quest’ opera?

Nagasaki é una città di mare, era anche la città dove venne diffuso per la prima volta il cattolicesimo nell’ epoca di Edo, ritengo che l’ ambientazione immaginata da Puccini sia giusta ed efficace.

Come deve comportarsi, a tuo giudizio, l’ interprete che affronta questa partitura?Quali sono state, secondo te, le cantanti che l’ hanno resa in modo piú efficace?

Penso che per reggere questa opera così faticosa da cantare (soprattutto il secondo atto) e cosí difficile da interpretare… devi rimanere fredda mentre canti, ma nello stesso tempo cercare di realizzare TUTTO quello che viene richiesto da Puccini per rendere il canto espressivo, senza sovraccaricare la voce…
Io citerei Yasuko Hayashi (come giapponese, la piu’ autorevole), Daniela Dessì, Raina Kabaivanska (anche se a volte un po’ esagera…), Fiorenza Cedolins per la sua performance di Macerata, poi anche Mietta Sighele.

Per quanto riguarda la messinscena,esiste secondo te il rischio di sovraccaricare troppo l’ ambiente esotico?

Purtroppo sì, e molto… tanti allestimenti sono alla cinese…ho visto una statua di Buddha (con la pancia!!) ma anche Kimoni strani (l’ obi era praticamente a forma di “zainetto”, diciamo cosí).
A parte quell’ allestimento di Treviso nel 1998 (se non sbaglio) in cui Cio Cio San conservava la divisa di Pinkerton nell’armadio di vetro (che da noi non esiste) ce ne sono stati altri che erano pieni di cose che non c’ entrano. Anche al Maggio Musicale vestirono lo zio Bonzo con un costume di colore improbabile (una specie di vestaglia viola con ricamato un drago…).
In questi casi a noi capita di fare due risate!!

Esiste,a tuo giudizio,un’ influenza delle tecniche di teatro orientali nello sviluppo drammatico della vicenda?

Nell’ allestimento della Scala, la regia di Keita Asari usa molto la figura dei KUROKO, che spostano loro la scenografia, oppure portano gli oggetti, quando c’ è il cambiamento di scena.
Indimenticabile l’ ultima scena di HARAKIRI, quando Cio Cio San si suicida, la tela bianca diventa rossa (sangue) perché dai quattro angoli della tela viene tirata via la tela bianca e appare quella rossa grazie all’ intervento dei Kuroko, dove la Cio Cio San era inginocchiata per uccidersi.
Il Kuroko  viene usato nel teatro di Kabuki, non é un personaggio, ma viene usato come i macchinisti in vista, in questo caso per partecipare all’ HARAKIRI.

La prima interprete giapponese della parte di Cio Cio San fu Tamaki Miura. Come giudichi le cantanti tue compatriote che hanno affrontato il ruolo?

Tamaki Miura era un soprano leggero, che al giorno di oggi non credo renderebbe pienamente le esigenze della partitura.
Ripeto, la più autorevole era Yasuko Hayashi. Poi Yoko Watanabe (che purtroppo é scomparsa da un po’ di tempo) e non dimentichiamo la Atsuko Azuma. Recentemente la parte è stata cantata da un soprano lirico, Hiromi Omura, é molto brava anche lei, anche se mi piacerebbe almeno ancora una volta sentire cantare una Cio Cio San con la voce piú consistente. Ma forse chiedo troppo…

Dedicato alle vittime del terremoto

Questo blog si unisce al cordoglio per le vittime della catastrofe naturale avvenuta in Abruzzo.
Per commemorarle,ascoltiamo un brano dal Deutsches Requiem di  Johannes Brahms

Ancora una testimonianza su Carlos Kleiber

Aggiungiamo ai documenti riguardanti Carlos Kleiber questo articolo di Clemens Hellsberg, primo violino e Vorstand dei Wiener Philharmoniker. Continua a leggere “Ancora una testimonianza su Carlos Kleiber”

Lettura de Il Pirata

Una delle opere che segnarono un autentico punto di svolta nelle vicende compositive e stilistiche del melodramma protoromantico italiano é sicuramente  “Il Pirata” di Vincenzo Bellini. Propongo qui alcuni spunti per l´analisi di questo importante spartito.

Siamo nel 1827: Bellini, giovane maestro da poco uscito dal Conservatorio di Napoli, ha riscosso vivo successo con le sue prime due opere: Adelson e Salvini, eseguita ad uno spettacolo che fungeva da saggio pubblico degli allievi, e Bianca e Gernando, commissionatagli dal Teatro S. Carlo in forza di una
clausola tra il regno di Napoli e l’impresa, che prevedeva la possibilità di dare uno spazio a giovani compositori meritevoli usciti dal Conservatorio. Il successo di quest’ultimo spartito persuase Domenico Barbaja (allora impresario del S. Carlo, una figura di uomo di notevole abilità e fiuto, che aveva già portato a Napoli Rossini) ad offrire al ventiseienne maestro un contratto per comporre un opera nuova per lastagione d’autunno della Scala. Sia oppure no questa offerta originata da motivi reconditi (come insinua
Francesco Florimo, fraterno amico e primo biografo di Bellini) si trattava comunque di una offerta lusinghiera, e Bellini si mise al lavoro subito. Ultimata la composizione, si andò in scena la sera del 27ottobre 1827, con un successo a dir poco trionfale, che si rinnoverà nel corso di quindici repliche.
Interpreti dei ruoli principali furono il soprano Henriette Meric Lalande, il tenore Giovan Battista Rubini e il baritono Antonio Tamburini. Fu una serata che rappresentò, per molti versi, un punto di svolta, sia nella evoluzione artistica di Bellini, sia in quella del melodramma italiano. Vediamo ora di spiegare perché.
Bellini, lo sappiamo tutti, scrisse, nel corso della sua breve vita, dieci opere, tutte, a parte le prime due e l’ultima, su versi di un unico librettista: Felice Romani. Il Pirata fu l’inizio della collaborazione tra due artisti dell’animo per molti versi affine. Genovese di nascita, due lauree al suo attivo, Felice Romani
contava allora trentanove anni. Era un uomo di notevole cultura, fanatico del classicismo e della scuola letteraria che faceva capo a Vincenzo Monti (il che lo porterà, nello stesso 1827, a scrivere un’aggressiva critica sui Promessi Sposi ne “La Vespa”), da quindici anni lavorava per il teatro, con tutti i più reputati
operisti dell’epoca che se ne disputavano la collaborazione, da Rossini (Bianca e Falliero) a Donizetti, Pacini, Mercadante. Lui e Bellini erano davvero due animi fatti per intendersi, e la vedova di Romani, Emilia Branca, e lo stesso librettista, ci testimoniano del coincidere dei loro intenti sin dal primo colloquio,che avvenne alla presenza di Mercadante, accompagnatore di Bellini in quei primi mesi a Milano:
“L’uno era fatto per l’altro: rispondevano tutti e due, nel loro diverso modo di manifestazione dell’intelligenza, ad un medesimo concetto artistico, ad un medesimo complesso di sentimenti, di impressioni, di affetto..” .(1)
Per questa loro prima collaborazione, il soggetto fu tratto da una commedia francese: Bertram, di Charles R. Maturin. Romani si servi anche del dramma, composto per la musica di Alexandre, di I.J.Taylor (Raimond) intitolato Bèrtram, ou le Pirate. Come ha già notato Franca Cella in un suo studio
sull’argomento (2), molti libretti musicati da Bellini sono di fonte francese. Ma vediamo un attimo come si evolve il libretto all’epoca di Bellini.

I Libretti

L’opera seria del Settecento era generalmente di ambientazione classica o classicheggiante, ed esprimeva un’atmosfera aulica, una tendenza al razionalismo ed alla stilizzazione massima delle passioni,che divengono, per usare una espressione di Hermann Albert, “Manifestazione sociale”… l’azione si
svolgeva quasi esclusivamente nei recitativi, lasciando alle arie, rigorosamente o quasi solistiche (senza interventi di pertichini, coro o altro) la descrizione degli “affetti”… anzi, un personaggio doveva avere diverse arie, una per ogni tipo di sentimento da evidenziare; musicalmente, questo veniva tradotto alla
massima perfezione nell’aria col da capo, quasi un vero e proprio tempo di concerto, che esercitò anche una notevole influenza sull’evoluzione della musica strumentale dell’epoca. Così il dramma diventava occasione di esibire una tensione che però non faceva mai precipitare gli avvenimenti. Tipica, a questo riguardo, era l’intervento del Re o del Dio a sciogliere l’intrigo (una vera e propria glorificazione di quell’assolutismo illuminato che Giuseppe II d’Asburgo aveva incarnato più di tutti). Con il sorgere delle nuove istanze romantiche, il Metastasio ed i suoi epigoni (Coltellini, de Gamerra, Varesco, Mazzolà) non rispondevano più alle nuove esigenze. Sfortunatamente, fino al 1820 circa, non ci fu alcun nuovo poeta che sapesse incarnare lo spirito dei nuovi tempi con l’abilità di Metastasio.
I librettisti dell’opera di Rossini (Gilardoni, Schmidt, Foppa, Berio e Tottola “che un’aquila non era anzi fu nottola”) si dimostrano in bilico tra vecchie e nuove tendenze.
A partire dal 1826 in poi, in Italia divampa la polemica tra classicisti e romantici. Questi ultimo, che pubblicavano a Milano la rivista “Il Conciliatore” postulavano una letteratura che non fosse più solo spunto per esercitazioni accademiche aride, ma che diventasse funzione educativa, di esortazione alla
libertà ed all’amor patrio. Tutto questo si riflette anche sui libretti d’opera, che cominciano ad accogliere nuovi tipi di soggetto e di struttura drammatica. Un punto fondamentale per i romantici era la rivalutazione del Medioevo, che trova la massima fioritura nei romanzi di Walter Scott. Anche nei soggetti d’opera troviamo, a partire da quest’epoca, soggetti di questo tipo, visti però non in funzione patriotticheggiante (a questo ci arriverà solo Verdi) ma piuttosto in funzione di estrinsecazione della nuova spiritualità dell’epoca, che in questi personaggi poteva trovare miglior campo che in quelli di stampo classico. Il soggetto del Pirata poi ci offre un personaggio nella persona del protagonista, che meglio di ,tutti varrebbe a caratterizzare quest’epoca: la figura del proscritto, dell’esule cacciato ingiustamente dalla sua patria e divenuto bandito per amor di giustizia. Mario Praz, nel suo “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” ha dedicato un intero capitolo a questa figura particolare.(3)
Anche se i letterati romantici respingevano la letteratura dell’orrore, non v’è dubbio che i librettisti ne fecero un uso amplissimo, facendo largo uso di intrighi avventurosi e ricchi di colpi di scena, in cui potevano trovare spazio sensazioni ed azioni passionali. Il libretto del Pirata ne è appunto un buon
esempio. Felice Romani, classicista per programma, non disdegnava, da uomo di teatro abile, quel che la nuova tendenza poteva offrirgli di utile.
Il soggetto del Pirata è un buon esempio delle caratteristiche tipiche dell’epoca: una donna strappata allo sposo designato da un tiranno, il fidanzato che, per farsi giustizia da sé, diventa fuorilegge, il ritorno del bandito che vede la sua donna maritata con il rivale… Sono elementi tipici, che configurano una
situazione ripresa (con varianti) in molti altri libretti di questa epoca: vedi Il Proscritto, Lucia di Lammermoor, La Rosa Bianca e La Rosa Nera, I Masnadieri. Ma esaminiamo ora come questa strutture sono accolte dalla musica.

La musica

La musica del Pirata è espressione, nello stile belliniano, di un momento di transizione tra un rossinismo iniziale e quelle che saranno poi le caratteristiche dello stile più maturo del musicista catanese.
E’ Bellini stesso ad assicurarci come il suo stile fosse stato enormemente influenzato dalla conoscenza della musica di Rossini, in particolare da una rappresentazione di Semiramide data al San Carlo nel 1824.
Del resto, lo stile rossiniano si era imposto con una forza tale che nessun compositore dell’epoca era rimasto immune dal suo influsso. Bellini però era stato allievo, a Napoli, di un antirossinista convinto come Nicola Zingarelli, che con i suoi allievi insisteva molto sulla semplicità delle strutture e sulla ricerca della linea melodica semplice e d accativante. Sappiamo dalle testimonianze di Florimo come l’istruzione a Napoli fosse basata soprattutto sullo studio dei compositori settecenteschi della scuola napoletana e dei rappresentanti dello stile classico, Haydn e Mozart soprattutto.

Il Pirata è uno spartito che consta di quindici pezzi, più la Sinfonia; di questi, cinque sono arie ed il resto pezzi d’assieme: duetti, terzetti, concertati e cori.
Le arie sono tutte bipartite: alla sezione in tempo, fa seguito la sezione in tempo allegro, la cosiddetta cabaletta (da cobolo, derivato dal francese couplet, per designare un pezzo in più strofe). Come si era giunti a questa struttura interna del pezzo chiuso? L’aria classica era di solito estrinsecazione di affetti: era cantata dal personaggio solo, e di solito le arie di stile patetico erano in un unico tempo lento, mentre quelle virtuosistiche erano in forma di aria tripartita, con da capo della sezione iniziale. Rossini, accogliendo anche le esperienze dell’opera buffa e semiseria, introduce nell’opera seria strutture molto più articolate.
L’aria rossiniana può anche essere in tre o quattro sezioni, spesso con l’intervento di pertichini (personaggio che inserisce brevi interventi) o del coro. Vedi per esempio “Giusto ciel che tanto adoro” di Amenaide nel Tancredi oppure l’aria del Podestà nella Gazza Ladra, o anche “Pensa alla patria”
dall’Italiana in Algeri. Bellini, naturalmente, adatta queste strutture al suo particolare stile, e nel Pirata ne risultano scene in cui l’articolazione è spesso molto efficace. Non troviamo in quest’opera quei recitativi in forma di arioso, in bilico tra l’una e l’altra forma, che Bellini inserirà nelle opere più mature:
vedi tutto ciò che precede “Ah! non credea mirarti”, “Teneri figli” nella Norma o “Deh se m’amasti un giorno” nella Beatrice di Tenda. Bellini, a questo punto, predilige una forma della aria articolata così:
A (spunto melodico iniziale) – B (secondo spunto) – A’ (ripresa del primo). A sua volta il punto A può suddividersi in a’ e a’’. Di solito a’ e a’’ corrispondono alla prima quartina, B ai primi due versi della seconda e A’ ai secondi due. Il modello di questa struttura è rossiniano: un buon esempio si può trovare
nell’aria di Desdemona dal III atto di Otello.
La cabaletta, di solito, è costruita nel modo normale, e a sua volta può anche essere in tempo moderato.

Vediamo ora le varie arie del Pirata una per una:
la prima è l’entrata del tenore, Gualtiero. Bellini scrisse al parte per Giovan Battista Rubini, che aveva già interpretato a Napoli Bianca e Gernando e che alla Scala, in quella stagione, aveva riscosso una serie di trionfi in Donna del Lago, nel Barbiere e ne L’inganno felice: tutte opere di Rossini, e del resto rossiniana era stata la formazione di questo cantante.
Bellini ebbe una predilezione per questo artista, per il quale scriverà in seguto i ruoli di Elvino ne La Sonnambula, e di Arturo ne I Puritani: tutte opere che oggi risultano estremamente ardue da eseguirsi, perché pensate su misura per le caratteristiche di questo cantante, che aveva voce chiara ed estesissima (fino al Fa4, che Bellini inserisce nel finale dei Puritani) e propensione all’agilità. Rubini poi, come tutti i cantanti dell’epoca, oltre il si naturale prendeva gli acuti in registro di falsettone (sarà Duprez il primo tenore a emettere estremi acuti di petto). Ne risulta una parte scritta in una tessitura molto acuta, spesso tagliata su misura, secondo il principio che “bisogna pensare per chi si deve scrivere”, come Bellini diceva. Ma Gualtiero, interpretato da Rubini, diede l’avvio,anzi fu quasi l’atto di nascita ufficiale del mito del tenore romantico.
Il Romanticismo, che amava un rapporto stretto tra timbro, età e caratterizzazione drammaturgica, trovò nella voce del tenore contraltino la simbologia perfetta degli ideali di generosità, purezza, lealtà e coraggio che questi personaggi esprimevano.
Componendo la parte di Gualtiero, Bellini ideò una scrittura molto ancorata al canto sillabico e quasi del tutto aliena da melismi e agilità acrobatiche. Rubini vi si adeguò a malincuore ma l’enorme successo ottenuto in questa parte lo trasformò in un caposcuola, imitato da almeno tre generazioni di tenori.
La prima aria, “Nel furor delle tempeste”, è costruita su un impianto tonale molto raffinato (vedasi i trapassi maggiore-minore) e anche la cabaletta è giocata su abili trapassi tra Sol minore e Si bemolle maggiore.
A differenza di molte arie di Rossini e Bellini stesso, qui il compositore si è preoccupato di un’aderenza molto stretta tra musica e parole.
L’altra aria, “Tu vedrai la sventurata” è un perfetto esempio della costruzione formale da noi citata in precedenza; è il canto di congedo di un condannato a morte, che affonda le sue radici nelle varie composizioni sull’Ezio di Metastasio, e si svolge in Do maggiore, come la cabaletta (in contrapposizione
al La bemolle maggiore del Coro di Cavalieri che le separa).
Imogene è un altro personaggio che sarà ripreso molte volte: quello della donna angelicata e oppressa.
Le sue due arie incarnano anch’esse tipologie più volte riprese, quasi luoghi deputati: il racconto del sogno e la scena di pazzia.
Il racconto del sogno si trova nell’aria del primo atto, “Lo sognai ferito esangue”, di struttura un po’ più complessa rispetto all’entrata del tenore: intanto i primi versi sono in canto sillabico, interrotto da pause, quasi ansimante; il girare della voce intorno alla dominante del tono (Re, visto che siamo in Sol minore) dà un senso di forte tensione a questo inizio, tanto che l’aprirsi di un periodo regolare (Era sorda la natura) sembra quasi una liberazione (sottolineata dal trapasso in Mib minore). Il resto del racconto è in Si maggiore, che si interrompe quando Imogene crede di risentire i gemiti di Gualtiero, espressi da una serie di cromatismi.
La cabaletta è di andamento più regolare, e si conclude con una serie di passaggi di agilità, di scrittura ancora rossinianeggiante
La scena finale è un lungo assolo della primadonna, secondo i canoni dell’epoca (vedi Sonnambula, Beatrice di Tenda, Anna Bolena, Maria Stuarda, Roberto Devereux, Belisario, Gemma di Vergy ecc.).
L’aria di pazzia sarà poi un luogo comune dell’operismo romantico, e questa di Imogene dà adito a qualche interessante considerazione; intanto si noti il trapasso di tempo nel recitativo, che esprime bene (come poi sarà in Lucia) lo stato d’animo offuscato e instabile della protagonista; poi il delirio, si acquieta
in una visione di pace (“Col sorriso d’innocenza”) sottolineata dal modo maggiore e dal ritmo puntato, che di solito esprime sentimenti molto diversi.
Nella cabaletta, che rappresenta un momento di rottura tonale ben visibile (poi si va in Fa minore), la voce è chiamata a superare intervalli di settima e ad accentare note sotto il rigo.
Notare poi il procedimento, ancora rossiniano, di far citare all’inizio dell´aria il tema che sarà poi ripreso dalla voce.
Bellini, lo ricordiamo per inciso, aveva precedentemente composto un diverso finale, in cui i pirati tornavano in scena per liberare il loro capo, ma Gualtiero non volendo più vivere, si gettava in mare e Imogene cadeva svenuta.La partitura di questo finale è visibile a Napoli.
Ernesto, l’ultimo dei tre personaggi principali che prendiamo in considerazione, è forse quello meno caratterizzato musicalmente. La sua aria, un tipico discorso del comandante ai soldati, ha tutti e due i tempi scritti sul medesimo testo, anche se nel libretto originale vi erano diverse parole per la cabaletta. La parte fu scritta per Antonio Tamburini, anche lui proveniente dalle file rossiniane e celebre per il suo virtuosismo. La sua aria ne è un buon esempio. L’Andante molto sostenuto Bellini lo ricavò dall’aria “Obliarti,abbandonarti” dall’Adelson e Salvini (da quest’opera è tratta anche la Sinfonia, che fu scritta per una ripresa al Teatro Del Fondo mai realizzata).

Questo è il discorso relativo alle arie, che sono solo cinque,in un opera che dura quasi tre ore. Il resto è dedicato agli ensembles, che nell’opera da Rossini in poi rappresentano la vera carta vincente dei compositori d’opera seria. Si noti, a conclusione, che nessuna delle arie è cantata da un personaggio solo in scena e che tutte sono estrinsecazioni di sentimenti.

Brani d’assieme

L’opera di questo periodo, generalmente divisa in due atti, voleva un primo atto che si concludesse con un ensemble molto elaborato, in cui tutti i sentimenti, che sono giunti ad un punto di tensione non più comprimibile, trovano sfogo nella musica. A Bellini doveva capitare, a questo proposito, una
disavventura alla prima rappresentazione di Norma. Il terzetto con cui si chiude il primo atto di quest’opera fu disapprovato dal pubblico che si attendeva il consueto grande finale d’atto. Il Finale primo del Pirata appartiene a questa categoria. E’ iniziato dal tenore e poi proseguito dagli altri, e si divide nelle due classiche sezioni,Largo e Stretta.
I duetti, nell’opera italiana fino a Verdi, seguono di regola la seguente struttura:
I) Recitativo
II) Tempo d’attacco
III) Tempo lento
IV) Tempo di Mezzo
V) Stretta.
Quelli del Pirata sono condotti secondo questa linea,e ci riferiamo al duetto Imogene-Gualtiero dal primo atto e a quello Imogene-Ernesto nel secondo. Tra le cose da aggiungere, c’è da dire che, nella sezione finale del duetto del primo atto, Bellini riutilizza un tema dall’Adelson e Savini,piú precisamente tratto dall’Ouverture.
Dell’altro duetto, da notare sono le varie occasioni che Bellini ha offerto a Tamburini di mettere in mostra la sua propensione al canto d’agilità. Il terzo duetto trapassa poi in una scena a tre, secondo uno schema già messo in pratica con successo da Rossini nel secondo atto della Donna del Lago,e che poi troveremo anche nel Finale I del Trovatore.La conclusione, con il violoncello solo che sbuca fuori percorrendo i gradi della scala armonica, è un’altra finezza degna di nota.

Problemi filologici e di interpretazione

Quando si mettono in scena opere del primo romanticismo, c’è un principio fondamentale da rispettare: se gli esecutori non sono adeguati, il valore intrinseco dell’opera non viene fuori. Bellini ideò il Pirata su misura per i cantanti che aveva a disposizione, e conosciamo varianti di suo pugno per esecuzioni con protagonisti dalle caratteristiche diverse. Vedasi quelle per la prima rappresentazione alla Fenice e quelle ideate per Domenico Donzelli, che era un tenore di stampo baritonale, come i Nozzari, Garcia, Tacchinardi dell’epoca rossiniana e non poteva logicamente addossarsi la tessitura acutissima di Gualtiero. Questa era la prassi corrente, nel primo Ottocento. Oggi, per vari motivi, questo non usa più, anche se sarebbe opportuno in qualche caso, e ciò aumenta le difficoltà per i cantanti che devono interpretare queste opere.

Per quanto riguarda la storia interpretativa del Pirata, il merito della riscoperta di quest’opera va ascritto a Maria Callas, che la interpretò alla Scala e poi alla Carnegie Hall di New York, in una performance tramandataci dalla cosiddetta “discografia pirata”. Successivamente, Imogene ha trovato una interprete di riguardo in Montserrat Caballé, che canto quest’opera al Maggio Fiorentino 1967.
Da ricordare anche le recite del 1987 al Festival della Val d’Itria, a Martina Franca, protagonisti Lucia Aliberti e Giuseppe Morino. Ma, come per altre opere, la storia interpretativa del Pirata è tutta da fare.

Note

1 da Emilia Branca: Felice Romani ed i più reputati maestri di musica del suo tempo, Torino, 1882, Pag. 117
2 Cella Franca, Indagini nelle fonti francesi dei libretti di Vincenzo Bellini, in “Contributi dell’Istituto di
Filologia Moderna” Serie francese, Milano, 1968, pp. 449-576
3 M. Praz, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Firenze, Sansoni, 1976, e particolarmente
il capitolo intitolato: “Le metamorfosi di Satana”

Joshua Bell a Stuttgart

jbell

Foto ©Helsingin kaupunginorkesteri

Circa un anno fa, ho raccontato qui le impressioni ricevute dalla scoperta, attraverso un documentario televisivo, di quello che ritengo essere, senza ombra di dubbio, il piú grande violinista dei nostri tempi. Continua a leggere “Joshua Bell a Stuttgart”