Aida a Stuttgart: sentire e non vedere

L’ ascolto di un paio di recite del nuovo allestimento di Aida qui alla Staatsoper di Stoccarda é stato un perfetto esempio di come il Regietheater tanto di moda qui in Germania possa, a volte, rovinare un’ esecuzione musicale piú che degna. I giornali di qui hanno censurato duramente la messinscena di Karsten Wiegand e sicuramente con molte ragioni. Ci siamo ormai rassegnati alle trasposizioni d’ epoca, a patto che esse abbiano una loro logica e che non stravolgano i meccanismi drammaturgici della vicenda. Questo é proprio quel che é successo nell’ allestimento di Wiegand, che dell’ Aida riteneva solo l´aspetto militaresco, con una sovrabbondanza di uniformi in stile dittatura sudamericana, e cancellava completamente l’ aspetto esoticheggiante dell’ opera e il conflitto tra amore ed oppressione di potere che sta alla base della trama. Non mi addentro in particolari se non per sottolineare la rara bruttezza delle scene di Bärbl Hohmann, forse adatte ad un Wozzeck, e l’ illogicitá assoluta dei movimenti scenici, che hanno letteralmente mandato a picco la scena del tempio e quella del trionfo. Era meglio dunque concentrarsi sull´esecuzione musicale, che senza arrivare a punte stratosferiche é stata sicuramente di ottimo livello. Merito soprattutto di Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor del nostro teatro, che ha proposto una lettura nervosa ed intensamente drammatica dell´opera, servito al meglio dai complessi della Staatsoper che hanno fornito una prestazione veramente di riguardo, particolarmente il coro, che da noi é di ottima qualitá.La compagnia di canto era dominata dall’ Amneris di Marina Prudenskaja, giovane mezzosoprano russo di voce scura e potente e di notevole temperamento drammatico.Un po’ inferiori alle attese l’ Amonasro di Yalun Zhang, non all´altezza delle sue ottime prove precedenti da noi ascoltate qui come Scarpia e Holländer, e il Ramfis di Liang Li, apparso in difficoltá nel legato. La coppia dei protagonisti era affidata a due giovani cantanti sudamericani, accomunati dal fatto di avere mezzi vocali piú tendenti al lirico che al drammatico, e quindi entrambi a volte in difficoltá nelle scene dove la scrittura verdiana si fa piú tesa. Maria José Siri, soprano uruguaiano, ha evidenziato una voce di bel colore,ma leggera nella prima ottava. Ne é risultata un’ Aida notevole nelle due arie ma opaca nei duetti, dove era costretta a forzare quando la tessitura si faceva grave. Il tenore messicano Hector Sandoval ha una voce che ricorda un po’ quella di Richard Tucker, bene impostata ed emessa con sicurezza, ma forse ancora immatura per la parte di Radamés. Molto buono comunque il suo quarto atto, coronato da un eccellente duetto finale reso da lui e dalla Siri con ottime mezzevoci.
Un’ esecuzione musicale di buon livello, come ho detto, a patto di dimenticarsi di quel che si vedeva sulla scena. Purtroppo qui in Germania occorre spesso comportarsi cosí, e stiamo cominciando a farcene una ragione…Ed ora, aspettiamo il prossimo nuovo allestimento: Eugene Onegin, andato in scena l’ altra sera e che io vedró venerdí 5 dicembre.

Aida a Stuttgart ieri sera

AidaStgtNeu__SIG8443Dopo il consueto mese iniziale dedicato ai titoli di repertorio, la Staatsoper di Stuttgart ha inaugurato ufficialmente la stagione con la nuova produzione di Aida, affidata per la parte musicale al Generalmusikdirektor Manfred Honeck e allestita da Karsten Wiegand. Tra gli interpreti, alcuni membri ben conosciuti del nostro ensemble come il mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, il baritono cinese Yalun Zhang, ottimo Scarpia e Holländer nelle passate stagioni, e il basso Liang Li, anch’ esso cinese e che l’ anno scorso ha riscosso qui un grande successo personale come Cardinal de Brogni ne La Juive.
Protagonista é il soprano uruguaiano Maria José Siri affiancata dal Radamés del tenore messicano Hector Sandoval. Io vedró lo spettacolo la sera del 12 novembre e comunicheró qui le mie impressioni.

Famolo strano:Traviata alla Hauptbahnhof di Zürich

Una delle manie odierne che io trovo assolutamente perniciosa é quella di voler “democratizzare”  l’ arte a tutti i costi. Per i sostenitori di questa filosofia, una forma di espressione artistica come l’ opera troverebbe il suo limite nell’ essere eccessivamente elitaria e necessiterebbe pertanto di iniziative atte a portarla a livello delle masse che non la capiscono. Non sto qui a ricordare come il melodramma sia sempre stato, dall’ Ottocento in poi, l’ autentica musica del popolo, forse l’ unica espressione della musica d’ arte a possedere queste caratteristiche, come del resto scrisse a suo tempo Antonio Gramsci. Ma tant’ è, e nella mente di coloro che hanno l’ intenzione di popolarizzare e divulgare nascono operazioni come quella a cui ho appena finito di assistere, in diretta televisiva su ARTE. Come annunciato nel titolo, si trattava della Traviata rappresentata alla Hauptbahnhof di Zürich. Strano vedere un teatro come l’ Opernhaus, che persegue una gestione artistica per diversi aspetti  molto seria e di qualità elevata, arrivare a compromettersi in un’ operazione del genere. Perché questa serata si iscrive a buon diritto in quel filone aperto negli anni Novanta dai concerti dei Tre Tenori e dalle opere in diretta dai luoghi “autentici” organizzate da Andrea Andermann, che intende portare il teatro lirico a livello dei concerti rock, con tutto il rispetto che io ho per una forma musicale che ha una sua intrinseca validità. Ma il sincretismo e la contaminazione dei generi non sono il giusto mezzo per avvicinare un nuovo pubblico alle rappresentazioni operistiche. Qualsiasi espressione artistica ha i suoi codici, che vanno rispettati e compresi allo stesso modo in cui per assistere ad una partita di calcio bisogna naturalmente conoscerne le regole. È inutile che i fautori di queste operazioni affermino che l’ opera é una forma di teatro datata e che bisogna modernizzarla .Se io applico un clacson e un paio di catarifrangenti a un cavallo, non per questo avrò un’ automobile.Allo stesso modo, vedere una Violetta agonizzante nel ristorante di una stazione per poi raggiungere la barella di un’ ambulanza (in mezzo alla gente che la fotografa con i cellulari) dove morirá, probabilmente di assideramento e non di tisi visto il costume indossato, fa pensare irresistibilmente a “A Night at the Opera” dei fratelli Marx. Solo che la loro era dichiaratamente una parodia mentre qui si pretendeva di fare sul serio.
Come dice Canio nei Pagliacci, “il teatro e la vita non son la stessa cosa”. Operazioni del genere non hanno nulla di culturale. Cultura non vuol dire questo: fare cultura significa scuole per tutti, libri per tutti, teatri per tutti.
Come giá ho detto, iniziative del genere non sono assolutamente una novitá. Ricorderete nel 1992 la Tosca in diretta dai luoghi e nei tempi esatti dell’ azione, col povero Placido Domingo che stonava e steccava tentando di cantare “E lucean le stelle” alle quattro e mezzo della mattina, e Angelotti che entrava in Sant’ Andrea della Valle mentre sullo sfondo si vedevano le luci al neon di Campo de’ Fiori. Evento che fu ripetuto sette anni dopo, con la Traviata in diretta dai palazzi parigini, che non riscosse identica attenzione mediatica: evidentemente, non bis in idem. E adesso abbiamo avuto anche la Traviata alla stazione. A chi volesse ripetere il misfatto,suggerirei di organizzare una recita del capolavoro verdiano nel piú grande e famoso bordello di Berlino, l’ Artemis. Tra l’ altro,una Violetta che morisse in mezzo alle prostitute avrebbe almeno qualche carisma di autenticità.
Non parliamo degli esecutori di questo evento, che hanno dimostrato in ogni caso una professionalità non comune riuscendo ad eseguire la musica in modo corretto, viste le condizioni, tranne nei casi in cui i cantanti affrontavano passi scoperti dove l’ intonazione andava logicamente a farsi benedire. Da censurare comunque senza scusanti i tagli scellerati apportati alla partitura. Omettere il “Prendi, quest’ è l’ immagine” si puó solo definire come un verdicidio.
Successo finale e tutti contenti. Adesso come prossima genialata aspettiamo una Carmen ambientata in mezzo a una vera corrida: là sì che ci sarebbe da divertirsi…
Postilla: dopo una ponderata riflessione, auspico comunque un’ evento del genere anche in Italia. Sarebbe un’ eccellente opportunità per rimettere un po’ a posto le nostre stazioni ferroviarie, che mediamente fanno schifo. Per una volta le esigenze artistiche potrebbero passare in secondo piano rispetto a quelle della decenza. Ma questo, ripeto, vale solo per l’ Italia e solo per questa ragione.

L’ ultima regina

Ieri, a Milano, si é spenta Leyla Gencer, una delle ultime rappresentanti di un’ epoca irripetibile per la storia del melodramma. Nata a Istanbul il 10 ottobre 1928,fu allieva di Giannina Arangi Lombardi, grandissimo soprano degli anni Trenta e una tra le voci predilette da Toscanini. L’ esordio teatrale di Leyla Gencer avvenne nel 1950 ad Ankara, nel ruolo di Santuzza. Trasferitasi in Italia, debuttò nel 1953 al San Carlo di Napoli ancora come Santuzza  ed esordí alla Scala il 26 gennaio 1957, come Madame Lidoine nella prima mondiale de Les dialogues des Carmélites di Francis Poulenc. Pochi giorni dopo, cantò il “Libera me” dal Requiem di Verdi ai funerali di Toscanini in Duomo. Alla Scala continuò a cantare fino al 1983 interpretando in tutto 19 ruoli, in un repertorio che spaziava da Monteverdi a Pizzetti. Alla Staatsoper di Vienna cantò Violetta e Madama Butterfly sotto la direzione di Herbert von Karajan. Attiva in tutti i maggiori teatri d’ opera del mondo, con la sola esclusione del Metropolitan, continuò ad apparire in concerto fino al 1992, per poi dedicarsi all’ insegnamento del canto. Il suo repertorio comprendeva 72 opere.

Voce non eccezionale dal punto di vista della pura qualitá sonora, compensava questo fattore con la preparazione tecnica di altissimo livello, il senso dello stile e il temperamento drammatico. Fraseggiatrice verdiana tra le più significative che la storia ricordi, raggiunse risultati storici nel repertorio neoclassico e soprattutto in quello protoromantico. Fu la prima cantante a riprendere e perfezionare la lezione della Callas, affrancando ruoli come Lucia ed Elvira dal cliché del sopranino di coloratura. Decisivo fu il suo contributo alla riscoperta di opere donizettiane come Belisario, Maria Stuarda, Anna Bolena, Roberto Devereux, Lucrezia Borgia, Caterina Cornaro e Les Martyrs. Trascurata colpevolmente dalla discografia ufficiale, può comunque essere ascoltata oggi in quasi tutte le sue interpretazioni piú significative grazie alle registrazioni live.

Tra quelle che si possono consigliare per un primo approccio con l’ arte della Gencer, da raccomandare sono i video del leggendario Trovatore RAI 1957,accanto alla Barbieri, a Mario Del Monaco ed Ettore  Bastianini, e la fantastica Aida areniana del 1966 insieme alla Cossotto e a Carlo Bergonzi, che costituisce una vera e propria lezione di interpretazione verdiana, di quelle che andrebbero analizzate battuta per battuta in un corso universitario. Tra le incisioni audio, oltre alle opere donizettiane citate in precedenza, da conoscere assolutamente I due Foscari registrati alla Fenice di Venezia nel 1957 e, dello stesso anno, la fantastica Forza del Destino eseguita con i complessi della Scala in tournée a Köln, nella quale lei e Giuseppe Di Stefano danno vita a un’ incredibile crescendo di intensa drammaticità, culminante nel più travolgente e disperato “Pace, mio Dio” mai consegnato al disco.

La personalitá del fraseggio, la capacità di variare i colori e la dinamica a tutte le altezze e la consapevolezza delle scelte stilistiche permettono di iscrivere a buon diritto Leyla Gencer tra le cantanti che hanno fatto la storia dell’ interpretazione operistica nel secolo appena trascorso. Il suo nome e la sua arte non vadano dimenticati.