Ludwigsburger Schlossfestspiele 2026 – Hilary Hahn & Omer Meir Wellber

Foto ©Reiner Pfisterer

Il ritorno di Hilary Hahn era uno tra gli eventi più attesi dell’ edizione di quest’ anno dei Ludwigsburger Festspiele. Erano diversi anni che la quarantaseienne violinista nativa della Virginia non si esibiva da queste parti e l’ evento ha richiamato la folla delle grandi occasioni, arrivata anche per verificare le condizioni di salute della celebre virtuosa che da pochi mesi è tornata in attività dopo un’ operazione alle vertebre cervicali, resasi necessaria per guarire da una doppia compressione nervosa che l’ aveva costretta a disdire numerosi concerti e a prendersi un periodo di pausa. Per il suo concerto al Forum am Schlosspark la Hahn è arrivata insieme a una formazione strumentale di prestigio come la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen, una tra le più stimate formazioni strumentali del panorama musicale tedesco. Il complesso si è imposto negli ultimi anni all’ attenzione del pubblico internazionale per le sue incisioni di cicli sinfonici realizzate sotto la guida di Paavo Jarvi che sono state insignite dei massimi premi discografici dalla stampa specializzata, e anche per l’ impegno nel campo della divulgazione musicale, premiato con diversi riconoscimenti dalle autorità governative. La Kammerphilharmonie Bremen è stata segnalata da diversi critici autorevoli come modello significativo di esecuzione beethoveniana e si tratta sicuramente di un giudizio ampiamente meritato. La compattezza e coesione strumentale, la bellezza del suono e la consapevolezza stilistica fanno di questa orchestra un vero e proprio esempio di criteri esecutivi e di qualità strumentale. Sul podio per questo concerto era Omer Meil Wellber, quarantaquattrenne direttore israeliano che qui in Germania si è fatto conoscere prima come assistente di Daniel Barenboim alla Staatsoper Unten den Linden e successivamente tramite alcune produzioni di successo alla Semperoper Dresden e alla Bayerische Staatsoper. Nato a Be’er Scheva nel Distretto Meridionale di Israele e discendente da una famiglia di ebrei russi emigrati, Wellber si è formato nella sua città di origine e dopo aver lavorato con tutte le principali orchestre del suo paese ha iniziato una interessante carriera internazionale che lo ha portato a esibirsi regolarmente, oltre che in Germania, in Italia e in Spagna dove dal 2011 al 2014 è stato direttore stabile del Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia e successivamente ad assumere la carica di direttore musicale al Teatro Massimo di Palermo e dalla scorsa stagione quella di Generalmusikdirektor alla Hamburgische Staatsoper, uno tra gli incarichi più prestigiosi nella vita musicale tedesca. Per quello che io ho avuto modo di ascoltare nei concerti in cui l’ ho sentito dal vivo, Wellber è sicuramente un direttore dotato di una preparazione tecnica completa che lo mette in grado di realizzare senza problemi tutte le sue intenzioni esecutive. Il gesto è ampio, incisivo e abbastanza elegante anche se a volte il giovane maestro israeliano ama compiacersi di certe pose un po’ narcisistiche da ballerino del podio, alla Bernstein per capirci.

Foto ©Reiner Pfisterer

Dopo un’ esecuzione intensa e altamente drammatica dell’ Ouverture dal Don Giovanni in apertura di serata, Hilary Hahn ha eseguito il Concerto in sol minore di Bruch e devo dire che la sua interpretazione mi è sembrata di un livello paragonabile a quelle che ho ascoltato dal vivo in questi ultimi anni da parte di artisti come Anne-Sophie Mutter, Joshua Bell, Janine Jansen e Arabella Steinbacher. Per quanto si è capito in questa serata, potrei dire che la cifra stilistica peculiare della Hahn è costituita dalla formidabile capacità di far cantare lo strumento. La violinista americana ha esibito un suono morbido, di un bellissimo colore ambrato e una tecnica dell’ arco che le consente un’ estrema flessibilità di fraseggio tramite cui le linee melodiche vengono tornite con un notevolissimo gusto del respiro cantabile. Già il recitativo iniziale, esposto con una bella flessibilità agogica, rivelava una personalità da concertista di alto profilo, impressione poi pienamente confermata da un’ esecuzione che ha avuto i momenti più ragguardevoli nella forte carica passionale impressa al primo movimento e nell’ Adagio. Il gusto davvero squisito con cui Hilary Hahn ha veramente “cantato” più che suonato questa pagina era più che sufficiente a confermare il valore davvero notevole di un’ artista che si può senz’ altro classificare tra le migliori personalità concertistiche del momento e che in questa esecuzione ha confermato di aver recuparato in pieno tutte le sue formidabili doti tecniche. Omer Meil Wellber e la Deutsche Kammerphilharmonie le hanno fornito un sostegno strumentale come meglio non si sarebbe potuto desiderare, calibrando perfettamente i colori orchestrali in sintonia con la parte solistica. Valeva davvero la pena di riascoltare questa violinista di altissima classe che, senza alcun dubbio, è sempre una di quelle artiste che lasciano il segno nelle loro esecuzioni.

Foto ©Reiner Pfisterer

La seconda parte del programma iniziava con Labyrinthe du temps delle compositrice uzbeko-tedesca Aziza Sadikova, un brano commissionato dalla Deutsche Kammerphilhermonie appositamente per questa tournée con Hilary Hahn. Si tratta di una specie di sinfonia concertante per violino, akkordeon e orchestra basata su alcune citazioni di motivi di Couperin e Bach utilizzato come punti di riferimento in un clima sonoro fatto di timbri multicolori attentamente calibrati, nel quale gli interventi dei due strumenti solisti creano momenti altamente virtuosistici. Grazie a una straordinaria immaginazione sonora, Aziza Sadikova in questa partitura fa emergere paesaggi sonori sempre nuovi, la cui drammaticità ricorda le dinamiche di tensione e distensione che solitamente incontriamo solo nella musica tonale. In questo modo, sperimentiamo spazi sonori innovativi e di sorprendente bellezza, stupendamente evidenziati dall’ orchestra e dalla splendida prova di Hilary Hahn in perfetta sintonia con il fisarmonicista Geir Draugsvoll. Di seguito, Omer Meil Wellber e la Deutsche Kammephilharmonie Bremen hanno concluso la serata con una eccellente lettura della Sinfonia N°4 in re minore op. 120 di Robert Schumann, composta nel 1841 subito dopo la Prima ma pubblicata solo dieci anni dopo in una versione completamente riveduta. Con la sua struttura in quattro movimenti che si succedono senza soluzione di continuità, basati su un materiale tematico derivato da tre motivi presenti nell’ introduzione, il primo  formato dalla melodia iniziale, il secondo dal successivo disegno in semicrome dei violini, e il il terzo dagli accordi ritmati dei legni, la Quarta Sinfonia è una partitura piuttosto difficile dal punto di vista tecnico. Omer Meil Wellber l’ ha affrontata con un’ impostazione interpretativa molto flessibile nella scelta dei tempi e ben calibrata negli equilibri strumentali. Splendida era la definizione ritmica del primo movimento, con il passaggio dallo Ziemlich langsam introduttivo al lebhaft, che richiede un equilibrio tra accelerando e crescendo assai difficile da realizzare con pulizia, marcato in maniera perfetta. Nel secondo tempo Wellber ha reso in maniera molto appropriata l’ espansione lirica della melodia nel quale Daniel Sepec, il Konzertmeister della Deutsche Kammerphilharmonie, ha suonato gli assoli violinistici con un suono morbido e delicato, timbricamente assai fascinoso. Ottima l’ incisività ritmica ottenuta nello Scherzo dal direttore israeliano, che ha comunque raggiunto gli esiti migliori della sua interpretazione nel Finale. Il tempo scelto da Wellber per l’ attacco era lievemente più lento del consueto, in maniera da poter sviluppare al meglio la progressione ritmica continua che caratterizza questa pagina e che in questa esecuzione culminava in uno splendido accelerando nelle battute finali, caricate al massimo della tensione dalla bacchetta a siglare in modo perentorio un’ interpretazione che mi è sembrata notevolissima per maturità e coerenza di concezione. Trionfo finale per un concerto veramente di altissimo livello, con il movimento lento della Prima Sinfonia di Mozart eseguito come fuori programma.


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