
Foto ©Michael Bode
Nella nuova programmazione degli Osterfestspiele Baden-Baden, alla Mahler Chamber Orchestra, scritturata come seconda Orchestra in residence insieme alla Concertgebouworkest, sono affidate la produzione operistica e due serate sinfoniche, sotto la direzione di Joana Mallwitz, la quarantenne musicista nativa di Hildesheim che in questi ultimi anni si è affermata come una tra le bacchette più talentose della giovane generazione per il suo lavoro da Generalmusikdirektorin prima a Erfurt poi a Nürnberg, che le ha fatto ottenere nel 2019 il titolo di Dirigentin des Jahres della rivista Opernwelt e nel 2023 la nomina a Chefdirigentin della Konzerthausorchester Berlin, oltre a una serie di inviti da parte della massime orchestre internazionali e a un contratto discografico in esclusiva per la Deutsche Grammophon. Una serie di successi meritatissimi per un’ artista dalla preparazione approfondita e compiuta secondo i dettami della scuola tradizionale, sviluppando il suo talento dietro le quinte e poi iniziando la carriera sui podi dei piccoli teatri di provincia seguendo il percorso di formazione professionale che ha prodotto direttori come Herbert von Karajan, Peter Maag, Christian Thielemann e Günter Wand. Ho seguito da vicino la carriera di Joana Mallwitz e il mio giudizio si di lei è sempre stato molto positivo sia per le ottime quaità tecniche espresse tramite una gestualità efficace e ben calibrata, che la Mallwitz dimostra di possedere, sia per una personalità musicale di notevole livello abbinata a scelte interpretative ben definite e molto misurate, capace di trovare nelle partiture che affronta accenti espressivi di giusta e intensa drammaticità senza mai cadere in toni troppo plateali. Mi ha fatto quindi molto piacere apprendere del suo impegno pluriennale con il Festspielhaus Baden-Baden per gli Osterfestspiele, che sicuramente porterà a risultati artistici di rilievo e garantirà il mantenimento del livello raggiunto dalla rassegna durante gli anni di presenza dei Berliner Philharmoniker.

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Per il suo secondo programma sinfonico di questo cartellone, la scelta di Joana Mallwitz è caduta sul War Requiem op. 66 di Benjamin Britten, composto per la cerimonia di riconsacrazione, avvenuta il 30 maggio 1962, della cattedrale di Coventry distrutta l’ 8 novembre di ventidue anni prima da un bombardamento della Luftwaffe. Una composizione di ampio e potente respiro tragico nella quale il musicista nativo del Suffolk non si limitò a utilizzare il testo latino della Messa funebre ma decise di integrarlo con i testi poetici di Wilfred Owen, rimasto ucciso durante la Prima Guerra Mondiale il 4 novembre 1918 durante un’ operazione militare nel nordest della Francia; un uomo che la guerra l’aveva vissuta, pensata, scritta e subita e che, a suo modo, l’ aveva sconfitta con le sue poesie. La produzione poetica di Wilfred Owen corrispondeva alle intenzioni di Britten, il cui scopo era quello di denunciare i malefici effetti della guerra, la cieca onnipotenza della distruzione e l’ annientamento del senso critico. La cultura e, nello specifico, la musica, possono essere di grande aiuto come antidoto a questa insensatezza e proprio questo è il messaggio trasmessoci dal War Requiem, scritto per commmemorare le vittime ma anche per denunciare la follia e l’ ottusità della devastazione. Un lavoro inteso come canto di morte per la guerra stessa, oltre che per i suoi caduti. La struttura di questo vasto affresco sinfonico-corale si basa su due livelli poetici, che si alternano evocando piani temporali diversi: i testi di Owen sembrano immergerci nel presente della guerra, ce la fanno vivere come se qualcuno la narrasse dal vivo; i testi latini ci portano invece in una dimensione atemporale. Nel Dies irae questi due piani sembrano sovrapporsi, evocando non tanto il terrore che l’ ira di Dio provoca, ma piuttosto i sentimenti di incertezza e paura tipici di chi si trova a vivere una situazione senza scampo. Nel suo insieme il War Requiem è una composizione assolutamente distante dalla retorica celebrativa, che al contrario vuole veicolare tramite la musica il ricordo della sofferenza e degli errori passati. visto come un mezzo per continuare a costruire un futuro.

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Affrontando per la prima volta questo capolavoro assoluto della musica del Novecento, Joana Mallwitz ne ha dato un’ interpretazione intensa ma assolutamente priva di eccessi retorici, coinvolgente al massimo nei suoi toni di asciutta e drammatica intensità, perfettamente assecondata dall’ ottima prestazione della Mahler Chamber Orchestra, il complesso nato nel 1997 da una delle tante iniziative di orchestre giovanili promosse da Claudio Abbado, ossia la Gustav Mahler Jugendorchester. Come già era accaduto nel 1981 all’ European Community Youth Orchestra in occasione della nascita della Chamber Orchestra of Europe, un gruppo di strumentisti che avevano dovuto lasciare il gruppo per raggiunti limiti di etá decise di dar vita a una formazione indipendente, che nel corso dei suoi quasi trent’ anni di attività ha raggiunto una posizione di primo piano nel panorama sinfonico internazionale per la qualità del livello esecutivo e l’ originalità delle proposte artistiche. Sfruttando tutte le possibilità offerte da un complesso di alta classe come questo e delle masse corali formate dal Philharmonia Chor Wien, dal Tschechischer Philharmonisches Chor Brünn e dal Cantus Juvenum Karlsruhe, la direzione della Mallwitz ha raggiunto esiti davvero esemplari per l’ atmosfera tesa, vibrante, di grande respiro tragico nell’ alternarsi delle disperate invocazioni corali e delle introspezioni meditative evocate dai brani affidati ai solisti in un succedersi di mezzetinte strumentali e vocali dalla bellezza davvero squisita alternate a esplosioni squassanti, di potente e lacerata drammaticità. Assolutamente ideale è stata anche la prestazione dei tre cantanti solisti. Il soprano russo Irina Lungu, una tra le migliori voci femminili della nostra epoca, ha raggiunto vertici espressivi di alto profilo per la commossa intensità di un fraseggio basato sull’ ottima gestione di una voce rotonda, luminosa e perfettamente proiettata. Il trentaseienne tenore ucraino Bogdan Volkov, uscito dalla scuola del Bolscioi di Mosca e poi ingaggiato come Festmitglied dell’ ensemble della Staatsoper Unten den Linden dove si è segnalato come cantante di grandi potenzialità, ha messo in evidenza ottime qualità di fraseggio sottolineando con grande efficacia tutte le sfumature del testo. Matthias Goerne, cinquantasettenne baritono originario della Thüringen, è da anni considerato uno fra i più accreditati interpreti liederistici in campo internazionale e anche in questa occasione ha messo in mostra intenzioni interpretative intelligenti e meditate. Nell’ insieme, una serata di alto livello artistico che ha coinvolto profondamente il pubblico del Festspielhaus, il quale alla conclusione ha applaudito entusiasticamente per diversi minuti tutti gli esecutori.
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