
Foto ©Christian Kleiner
A Schwetzingen, cittadina del Nordbaden situata poco distante da Mannheim e da Heidelberg, la SWR organizza ogni anno in questo periodo gli Schwetzinger SWR Festspiele, rassegna nata nel 1952 che comprende prime esecuzioni di brani appositamente commissionati, serate cameristiche con la presenza di uno o più artist in residence scelti fra i migliori nomi del concertismo internazionale e produzioni operistiche di solito dedicate al repertorio barocco di rara esecuzione e alle novità contemporanee. La maggior oarte degli eventi in cartellone si tengono negli spazi dello Schloss Schwetzingen, palazzo settecentesco progettato per essere la residenza estiva del Kurfürst von der Pfalz (principe elettore del Palatinato), che al suo interno contiene uno splendido giardino in stile francese e nell’ ala sud lo Schlosstheater, autentico piccolo gioiello barocco dall’ acustica straordinaria progettato dall’ architetto Nicolas de Pigage, inaugurato nel 1753 e capace di 512 posti a sedere. Quest’ anno l’ opera in cartellone era L’ Orfeo di Claudio Monteverdi, in un allestimento realizzato in coproduzione con il Nationaltheater Mannheim che con questo spettacolo concludeva un ciclo dedicato a tutte le opere teatrali del compositore cremonese.

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La realizzazione scenica era affidata al regista amburghese Markus Bothe, che nel suo allestimento basato sulle belle imagini sceniche ideate da Robert Schweer è riuscito a sfruttare molto bene gli spazi e a realizzare una narrazione scenica di buona efficacia e originalità. La serata iniziava con la Musica che dopo aver recitato il Prologo deponeva il costume barocco e si trasformava nella custode di un museo dove un visitatore, che poi assumerà il ruolo di Orfeo, osservava i personaggi di un quadro che prendevano vita e lo coinvogevano nell’ azione. Da qui si sviluppava un’ azione scenica sicuramente ricca di gusto e raffinatezza nella caratterizzazione dei personaggi, con alcuni momenti molto ben riusciti come la visualizzazione del viaggio ultraterreno compiuto dal cantore tracio nella quale Orfeo interagisce coi personaggi di un altro quadro raffigurante Proserpina, Caronte e Plutone per poi entrare in un ambiente oscuro ravvivato solo dalla luce di alcune torce. Nel complesso uno spettacolo di buon gusto nel suo accostamento di elementi antichi e moderni, con una sua logica e un suo stile di indubbia validità.

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Come nelle altre produzioni di questo ciclo monteverdiano, responsabile della parte musicale era Il Gusto Barocco, un gruppo fondato nel 2008 da Jörg Halubek, quarantottenne cembalista, organista e direttore originario del Nordrhein-Westfalien che da dieci anni è professore di organo e strumenti storici a tastiera alla Musikhochschule Stuttgart e ha riunito in questo ensemble alcuni degli strumentisti che hanno studiato con lui alla Schola Cantorum Basiliensis, da decenni una tra le istituzioni didattiche di eccellenza nel campo della musica antica eseguita secondo le prassi storicamente informate. Un musicista che possiede una preparazione filologica impeccabile e padroneggia perfettamente questo repertorio, come io ho avuto modo di apprezzare in diversi appuntamenti delle stagioni che Il Gusto Barocco presenta a Stuttgart. Il gruppo ha un bel suono, morbido e senza quel tono metallico di molti complessi di questo tipo, e la concertazione di Halubek è stata molto attenta alle esigenze del canto e della flessibilità di fraseggio, assolutamente essenziale in un teatro come quello di Monteverdi dove quasi tutto si gioca sulle sfumature della parola. Sotto questo aspetto, apprezzabile era anche la buona pronuncia italiana dei solisti, nel complesso abbastanza pulita e curata nei dettagli.

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Il maggior motivo di interesse nel cast era sicuramente la presenza di Julian Prégardien, quarantunenne tenore nativo di Frankfurt proveniente da una famiglia di illustri tradizioni musicali (suo padre è il famoso tenore Christoph Prégardien e il soprano Julia Kleiter è sua cugina) oggi considerato uno tra i migliori liederisti della giovane generazione, che qui a Stuttgart mi aveva profondamente impressionato quasi quattro anni fa con una fulminante lettura del celebre ciclo Die schöne Müllerin di Franz Schubert in una serata della Musikfest. Ricordando quel concerto davvero memorabile, sono andato ad ascoltare con grande curiosità Prégardien nella parte di Orfeo, che il cantante assiano ha eseguito con una bella padronanza dello stile antico e una presenza scenica di notevole intensità espressiva. La voce è di bel colore, chiaro e luminoso, messo in rilievo da una tecnica eccellente che rende il suono timbrato e omogeneo in tutta l’ estensione. L’ interprete è dotato di una personalità spiccata e originale, che lo rende capace di utilizzare l’ ampia gamma dinamica consentitagli dal suo strumento per animare e colorire la scansione del testo con una perfetta resa delle sfumature. Un protagonista completo, che ha dimostrato anche una notevole abilità nei celebri passaggi di coloratura presenti nelle variazioni di “Possente spirto”.

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Il resto del cast, molto omogeneo ed equilibrato in tutti i ruoli, era formato da elementi artisticamente legati al Nationaltheater Mannheim come membri della compagnia o collaboratori abituali. Particolarmente interessanti mi sono sembrate le prove del mezzosoprano israeliano Shachar Lavi nei ruoli della Musica e della Spreanza, la commossa intensità espressiva del lamento della Messaggera eseguito dal soprano francese Marie-Belle Sandis, la delicatezza espressiva del soprano italo-svizzero Amelia Scicolone che impersonava Euridice e l’ Eco. Tra le voci maschili, il basso francese Nathanaël Tavernier forse non aveva l’ imponenza vocale necessaria per il ruolo di Caronte e lo stesso si può dire dell’ altro basso Thomas Berau nel ruolo di Plutone. Buoni invece sono apparsi gli interpreti dei Pastori e degli Spiriti (Rafael Helbig-Kostka, Raphael Wittmer), di Proserpina (Ruth Häde, impegnata anche nella parte del Primo Pastore) e della Ninfa (Yaara Attias) e del coro maschile del Nationaltheater Mannheim diretto da Alistar Lilley. Ben riuscito anche l’ intervento del baritono russo Ilya Lapich come Apollo nella scena finale. Teatro esaurito in ogni ordine di posti e successo assai vivo per una produzione di ottimo livello.
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