
Foto ©Reiner Pfisterer
A un anno di distanza, Alexandre Kantorow è tornato ad esibirsi ai Ludwigsburger Festspiele. Il ventisettenne pianista francese originario di Clermont-Ferrand, balzato clamorosamente alla notorietà internazionale cinque anni fa con la vittoria al Concorso Tchaikowsky, primo strumentista del suo paese ad ottenere questo premio, ha di nuovo entusiasmato il pubblico della Ordensaal che ha applaudito a lungo la sua esecuzione di un programma che a me personalmente ha lasciato qualche perplessità sia dal punto di vista dell’ accostamento dei brani che sotto il profilo interpretativo.
Intendiamoci bene prima di proseguire: dal punto di vista tecnico, anche questa volta c’ era ben poco da rimarcare. Kantorow suona da grande virtuoso in grado di dominare la tastiera con straordinaria sicurezza. La tecnica è sicuramente quella di un pianista completo, sia nell’ attacco del tasto che nella chiarezza e definizione dei passi di agilità e delle acrobazie più complesse della scrittura pianistica come ottave semplici e doppie, arpeggi in velocità e trilli. Il suono è molto bello di qualità, potente e ampio nelle dinamiche anche se l’ acustica non proprio perfetta della Ordensaal rendeva impastati certi passaggi in fortissimo, la paletta timbrica di grande raffinatezza, con gradazioni dinamiche e di tocco davvero di alta classe. Ma tutto questo non è di raro ascolto al giorno d’ oggi. Quando si va a sentire in concerto un laureato di una grande competizione internazionale, di solito si sa che ci si puo attendere esecuzioni impeccabili dal punto di vista tecnico. Il pianismo dei nostri tempi ha raggiunto un livello medio talmente elevato da produrre tutta una serie di strumentisti in grado di affrontare con la massima sicurezza il repertorio virtuosistico più arduo, tutti più o meno affermatisi nel giro del grande concertismo. Il problema è vedere se dietro la preparazione tecnica impeccabile ci sia un temperamento interpretativo capace di soluzioni originali e una musicalità capace di comunicare, cosa che purtroppo non sempre accade.
Parlando di Kantorow, il suo recital dello scorso anno qui a Ludwigsburg mi aveva complessivamente convinto ma con qualche riserva. Certamente, dal punto di vista interpretativo non si può pretendere che un pianista di ventisette anni sia già un prodotto fatto e finito ma questa volta sono uscito dalla sala con parecchie perplessità dopo aver ascoltato una serie di esecuzioni virtuosisticamente davvero fulminanti ma che io ho trovato di una freddezza espressiva che spesso sfiorava addirittura la noia. Dopo una Rapsodia op. 79 di Brahms suonata da perfetto vincitore di concorso, con tutte le note assolutamente al loro posto ma che non si componevano mai in un fraseggio efficace, la spettacolare esibizione di acrobazie estreme nei due pezzi di Liszt, lo Studio Trascendentale N° 12 Chasse neige e Vallée d’ Obermann, il sesto brano dalla prima parte degli Années de pèlerinage seguiti dalla iperlisztiana Rhapsodie op. 1 di Bartòk, in pratica più di mezz’ ora di virtuosismo spinto, a me ha lasciato un senso di saturazione e stanchezza mentale come se avessi ascoltato tre Parsifal di seguito o tutte le Sinfonie di Bruckner una dopo l’ altra.
Un po’ meglio sono andate le cose nella seconda parte, dove Kantorow ha fatto sel suo meglio per ravvivare una pagina di qualità obiettivamente scarsa come la Prima Sonata di Rachmaninov, soprattutto nelle lunghe linee melodiche del secondo movimento salvo poi cadere ancora una volta nel bombastico all’ apparire della serie di accordi in fortissimo nel terzo movimento che a me sembrava non dovesse mai finire, anche se qui gran parte della colpa va attribuita all’ autore. Chiudeva il programma la Ciaccona in re minore di Bach nella rielaborazione pianistica di Brahms, a sua volta ulteriormente rielaborata per la sola mano sinistra, in un’ esecuzione parecchio old style che suonava abbastanza enfatica e datata. Alla fine io, dal mio personalissimo punto di vista, mi sono posto una serie di domande: al di là dell’ ammirazione innegabile per un talento esecutivo di quelli rari da trovare, queste enormi qualità erano al servizio di una mente interpretativa? Continuando a esibire il virtuosismo in maniera cosí sfacciata, il rischio che corre il giovane pianista non è quello di trasformarsi a lungo andare in una specie di clone di Lang Lang? Il tempo ci darà le risposte, ma in questo momento io posso dire con sufficiente sicurezza che Eva Gevorgyan e Yunchan Lim, gli altri due giovanissimi pianisti da me ascoltati di recente, mi sembrano migliori interpreti e personalità musicali più interessanti. Poi, torno a ripetere, vedremo come andranno le cose nei prossimi anni.
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