Antonio Juvarra – I sognatori della “maschera”

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Iniziamo il nuovo anno con l’ articolo mensile di Antonio Juvarra, questa volta dedicato al concetto della cosiddetta “maschera”. Buona lettura e auguri di un sereno 2024 a tutti i lettori del blog!

I SOGNATORI DELLA ‘MASCHERA’

Esistono le icone sacre, che sono il punto di contatto, l’ interfaccia tra mondo visibile e mondo invisibile, ed esistono le icone comico-scientifiche (o, più precisamente, comico-paleo-scientifiche), che sono l’ oggetto idolatrato da quei maestri di canto che cercano di dare un crisma ‘scientifico’ alle loro fantasie tecnico-vocali. Esempi di icone comico-scientifiche (appropriate per il canto come lo sarebbero le foto degli organi genitali per illustrare il Canzoniere di Petrarca) sono le fotografie della glottide e le immagini anatomiche del diaframma. Tra queste l’ icona, riprodotta qui sopra, dove si vedono le onde del suono che dalla laringe salgono ed entrano trionfalmente nelle cavità nasali e paranasali, è tra le più riprodotte e venerate nelle scuole di canto di rito foniatrico. La ritroviamo anche nei siti web di alcune scuole di canto, ad esempio in quello temerariamente denominato ‘Belcanto Italiano’.

Come Don Chisciotte riuscì nell’eroica impresa di vedere in alcune enormi figure che gli stavano davanti, dei giganti invece che, come in realtà erano, dei normalissimi mulini a vento, così i don Chisciotte ‘scientifici’ del canto riescono a vedere nell’immagine in questione la prodigiosa apparizione dell’ entità fantastica denominata Maschera, quale si incarnò nei mitici tenori De Reszke e Kraus, invece che, più banalmente, quello che in realtà è: la fototessera del Naso, quale fa tuttora la sua prosaica comparsa in cantanti non propriamente mitici come Eros Ramazzotti… E come al suo scudiero, che inutilmente andava dicendogli che quelli non erano giganti, ma mulini a vento, Don Chisciotte rispose: “Si vede che di avventure cavalleresche non t’ intendi!”, scagliandosi subito dopo contro i ‘giganti’, così a chi mette in dubbio l’ esistenza della maschera i Don Chisciotte della voce rispondono: “Si vede che d’ impostazione lirica e di scienza non t’ intendi!”, lanciandosi mugolando nella loro ‘maschera’ nasale-paranasale.

Forti della loro fede, superiore a ogni obiezione critica, i visionari della maschera rimangono indifferenti anche davanti a un particolare inquietante: il velo palatino vistosamente abbassato, che compare nell’ icona. Ora in base ai loro dogmi il palato molle dovrebbe risultare rigorosamente alzato (e non abbassato) per garantire una completa apertura dello spazio di risonanza. La domanda quindi è: come riescono a sorvolare su questo plateale cortocircuito logico? In un modo molto semplice: come succede con le ‘immagini ambigue’, nel palato molle abbassato essi non vedono il vicolo cieco (reale) che conduce alla sorda caverna del Naso, ma vedono il sublime ponte levatoio (immaginario) che, una volta calato, li fa entrare trionfalmente nel Castello fatato delle Risonanze.

Per fortuna, come esistono i vetri auto-pulenti, così esistono le icone auto-confutanti e questa è una di quelle: infatti il particolare del velo palatino abbassato è quell’ elemento chiave, sufficiente a far capire a ogni persona normale (che non si sia tappata gli occhi e le orecchie) che la distinzione tra ‘suono in maschera’ e ‘suono nasale’ ovvero, come alcuni teorizzano, tra “suono VICINO AL naso” e “suono NEL naso”, è solo un patetico sofisma inventato per nascondere la realtà, che è quella, molto banale, della perfetta identità tra i due fenomeni. A evidenziarlo è un piccolo particolare, di cui ci vuole poco per accorgersi guardando la figura: fisiologicamente esiste un unico canale che dà accesso sia alle deprecate cavità nasali, sia alle fantomatiche cavità paranasali di amplificazione. Ciò significa che il suono, per accedere alle agognate cavità paranasali, deve prima passare per le cavità nasali, che lo ‘arricchiranno’ di quel particolare tipo di ‘risonanza’, che volgarmente è chiamato per antonomasia ‘naso’. A questo punto anche a chi si fosse tappato gli occhi, ma avesse lasciato libere le orecchie, basterebbe poco per rendersi conto che la fiaba delle ‘cavità craniche’ che amplificano il suono è tanto verosimile quanto la fiaba di Babbo Natale che porta i regali ai bambini buoni, e per convincersene non dovrebbe fare altro che provare a chiamare ad alta voce qualcuno a distanza, prima lasciando aperta normalmente la bocca, e poi chiudendola, in modo che il suono finisca totalmente nelle cavità craniche di ‘amplificazione’.

Constatare che nel secondo modo, ovvero nella modalità ‘maschera’, il suono non solo non beneficia di alcuna ‘super-amplificazione’, ma anzi diventa udibile solo a pochi metri di distanza, quasi smorzato da un’ invisibile sordina, è un’esperienza che dovrebbe finalmente aprire la mente dei sognatori della Maschera e del Twang sulla vera natura del loro oggetto di adorazione. Peraltro non ci sarebbe neanche bisogno di scomodarsi a fare esperimenti di questo tipo, se solo si lasciasse operare la semplice logica del buon senso, che subito provvede a farci capire un concetto semplicissimo: se effettivamente i suoni inviati nelle ‘cavità di risonanza’ craniche beneficiassero di una magica amplificazione, allora gli acuti più eclatanti dell’ opera verrebbero emessi a bocca chiusa o semichiusa, per cui i tenori, invece di cantare “VincEEEEEEròooooo”, canterebbero “ViNNNNNNNcerò”, rimanendo beati e contenti sulla ‘N’ ‘coronata’ (ossia nella condizione di massima ‘risonanza’ della ‘maschera’, rappresentata dal suono che non scappa dalla bocca, ma passa tutto nelle cavità craniche di ‘super-ampificazione’), in attesa che si scateni l’ applauso entusiasta e liberatorio del pubblico, per poi scendere alla nota successiva, sulla ‘E’ e sulla ‘O’.

Preso atto che ciò non succede, è il caso di riprendere contatto con la realtà, che, riassumendo, è la seguente:
1 – la configurazione anatomico-fisiologica della presunta icona del suono in maschera è in realtà quella del molto più banale (e reale) suono nasale, il che significa che la fantomatica ‘maschera’ (patacca paleo-scientifica inventata in Francia alla fine dell’ Ottocento) corrisponde esattamente a quello che, nella loro lucidità e capacità intuitiva, i belcantisti italiani (quelli storici, non quelli immaginari del ‘Belcanto Italiano’ e altri siti di belcanto farlocco) avevano riconosciuto e chiamato icasticamente (quasi tre secoli fa!) “vizio del naso”, definendolo un “difetto orribile”;
2 – la distinzione (fatta propria e riproposta da cantanti come Kraus, Loforese e lo stesso Del Monaco) tra ‘suono NEL naso’ e ‘suono VICINO al naso’ è una balla autoconsolatoria, basata su una distinzione sofistica del tutto fittizia.

Ne consegue che pubblicare questa immagine e spacciarla, come ancora fanno i devoti del Naso-maschera, per una rappresentazione scientifica di inesistenti cavità di risonanza (che per la scienza del Duemila sono cavità di anti-risonanza, ovvero di assorbimento e non di amplificazione del suono), si può considerare come un’ operazione di disinformazione, caratterizzata dallo stesso tipo (comico) di irresponsabilità di chi invitasse la gente a utilizzare le astronavi del luna park come mezzo di trasporto per andare a Parigi o a New York. Nel caso si preferiscano altre analogie, si può dire che il concetto fondamentale che gli adoratori delle Coane nasali dovrebbero finalmente farsi entrare in testa (smettendo una buona volta di confondere le idee alla gente con le loro favole illustrate), è il seguente: pensare che il suono ‘alto’, ‘sul fiato’ del vero belcanto equivalga alla ‘maschera’ è esattamente come pensare che il vapore acqueo si crei spruzzando acqua per aria, che l’ arcobaleno si crei accendendo un faro colorato e che le ‘risonanze’ del motore, create viaggiando a cento all’ ora in prima, siano il segreto per correre più veloci in macchina.

A questo punto è lecito chiedersi: ma l’ ignoto inventore del termine ‘maschera’ intendeva veramente attribuirgli il significato di magica quanto irreale cavità di amplificazione del suono cantato, che gli avrebbero dato nell’ Ottocento i foniatri francesi? E’ noto che nel canto gli studiosi moderni si distinguono da quelli antichi per due caratteristiche: 1 – ridurre a banali realtà concrete quelli che anticamente erano simboli; 2 – ritenersi più intelligenti degli studiosi antichi.
Un esempio di questa letale combinazione di ottusità e di complesso di superiorità è rappresentato dalla respirazione nel canto e da quel fenomeno, cui gli antichi avevano dato metaforicamente i nomi di “appoggio sul fiato” e di “sedia della voce” e che i moderni hanno tradotto, rispettivamente, nei concetti di “lotta dei muscoli respiratori” e di ‘sedersi’ non sulla sedia ( = il fiato), ma CONTRO la sedia.

Un altro esempio di ottuso riduzionismo pseudo-scientifico è rappresentato, per l’appunto, dalla trasformazione della ‘maschera’ da simbolo di altezza a concreta (quanto irreale) cavità di risonanza, dove ‘proiettare’ la voce. In che senso si può dire che la ‘maschera’ è un simbolo di quella mitica “voce alta”, di cui per la prima volta parlò Isidoro di Siviglia millequattrocento anni fa? Innanzitutto occorre sapere che la maschera di cui si parla, è la mezza maschera veneziana, la cui base è sopra la bocca. Questa base indica il livello (nel senso di orientamento mentale e non di localizzazione anatomica!) di quella linea orizzontale immaginaria, all’ altezza della quale occorre pensare che nascono i suoni perché siano puri, al di sotto della quale non devono mai scendere perché non siano ‘affondati’, e al di sopra della quale non devono mai salire perché non siano ‘spoggiati’. Di questo preciso livello dell’ altezza del suono parla anche Caruso nel suo scritto sul canto.

La seconda indicazione fondamentale (dopo l’ altezza), che il simbolo della maschera ci fornisce, è l’ orizzontalità. Il senso di orizzontalità, che è all’ origine di quella qualità del suono che è la brillantezza, è generato da due fattori strutturali della voce:
1 – l’ articolazione delle vocali, che, se lasciata avvenire rispettando il naturale piano orizzontale su cui si svolge, determina la perfetta sintonizzazione del suono;
2 – l’ apertura progressiva della gola, che avviene in senso orizzontale (come ogni dilatazione) e determina l’ arrotondamento del suono, mantenendone lo squillo.
La percezione di questi due elementi (che nulla hanno che fare con le localizzazioni anatomiche e le altre indicazioni della moderna didattica vocale foniatrica) è la causa che per la prima volta ha fatto sorgere nella mente di un ignoto cantante del passato l’ idea della ‘maschera’.

A questo punto si può essere certi di due cose: che se a questo ignoto cantante fosse stato insegnato di alzare il palato molle e/o di abbassare la laringe oppure di modificare le vocali orizzontali in vocali arrotondate oppure di ‘proiettare’ il suono ‘avanti’, paradossalmente l’ idea della ‘maschera’ non gli sarebbe mai venuta in mente. Seconda cosa: le ‘risonanze’ frontali sono l’ EFFETTO della vera causa, rappresentata dall’ altezza e dall’ orizzontalità, e NON sono in rapporto proporzionale con la correttezza di emissione, dato che una loro eccessiva presenza è il segno di un’ emissione spinta, priva di morbidezza.

Purtroppo a confondere le idee, così cartesianamente chiare, sul significato originario del simbolo della ‘maschera’ e sulla vera natura di quel suo surrogato farlocco che che è la moderna maschera-naso, non poteva non mettersi (tanto per cambiare) la fantascienza denominata “foniatria artistica” (o, più comicamente, “vocologia”). Come nel mondo del romanzo distopico di Orwell, con la sua ‘neo-lingua’, la libertà è chiamata schiavitù, la guerra pace e la menzogna verità, così nel magico mondo di Foniatrilandia le cavità del naso-maschera non sono più chiamate col nome di quello che in realtà sono e cioè cavità di anti-risonanza, ma sono chiamate col nome fuorviante di “cavità di CONSONANZA”. Questo perché chiamare col suo vero nome (anti-risonanza) il prodotto acustico della ‘maschera’ avrebbe messo pubblicamente in cattiva luce l’ inventore di questo bidone: la foniatria artistica. Di qui la necessità di ribattezzarla con l’ eufemismo ‘scientifico’ di “consonanza”.

Grazie ai foniatri, insomma, adesso dobbiamo fare i conti con un nuovo sarchiapone, la “consonanza in maschera”, che è una vera e propria mistificazione linguistica, dato che nessuno mai immaginerebbe che questo termine indichi qualcosa che è il contrario della “risonanza”, e a questo punto non lamentiamoci della fumisteria terminologica che affligge la didattica vocale.
A fare il passo successivo, che consiste nell ‘apporre il segnale ‘autostrada’ all’imboccatura di un vicolo cieco, ha provveduto poi un vocologo italiano, Franco Fussi, autore di questa strampalata ricetta pseudo-tecnico-vocale:
“Ponendo l’ apice linguale in posizione retroalveolare come per produrre una /l/, chiudere le labbra e iniziare a produrre un suono, spingendo con il polpastrello del pollice in direzione verticale verso l’alto sulla muscolatura sottomentoniera: le sensazioni di vibrazione propriocettiva in “maschera” verranno esaltate.”

Il che, quanto a logica, è come dire: “ponendo un bel piatto di risotto fumante sulla tavola, aggiungerci un pugno di sale grosso, mescolare e assaggiare: le sensazioni di sapore ne verranno esaltate.”

Oppure, meglio ancora: “ponendo una polverina bianca, nota come ‘cocaina’, su una striscia di carta, avvicinarla alle narici e aspirare: le sensazioni di realtà ne verranno esaltate.”

Antonio Juvarra


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