Osterfestspiele Baden-Baden 2023 – Die Frau ohne Schatten

Festspielhaus Baden-Baden

Foto ©Martin Sigmund

L’ opera prescelta per l’ edizione 2023 degli Osterfestspiele dei Berliner Philharmoniker a Baden-Baden era Die Frau ohne Schatten, la monumentale partitura terminata nel 1918, frutto della quarta collaborazione tra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, una specie di Zauberflöte del ventesimo secolo per il carattere iniziatico e fortemente simbolico della vicenda. Sicuramente, per l’ ampiezza dell’ organico orchestrale e la complessità tecnica richiesta dalla messinscena, si tratta di un’ opera ideale per consentire a un teatro di mettere in mostra tutte le sue risorse. Il Festspielhaus Baden-Baden ha superato magnificamente la prova e l’ esecuzione è stata complessivamente di livello assai elevato, soprattutto per quanto riguarda una parte musicale realizzata davvero come meglio non si poteva desiderare. Kirill Petrenko aveva già diretto l’ opera alla Bayerische Staatsoper in una produzione che viene ancora ricordata fra gli esiti migliori dei suoi anni da Generalmusikdirektor a München e il cui successo internazionale contribuì in maniera determinante alla sua nomina a Berlino. Il direttore austro-russo ha tra le sue caratteristiche migliori quella dell’ abilità nel costruire il racconto teatrale e della fantasia nel gestire i colori orchestrali, e sfruttando al massimo questi requisiti da autentico grande direttore d’ opera si trova perfettamente a suo agio con la complessa scrittura orchestrale della partitura. Spaziando dai potenti blocchi di sonorità in fortissimo sino alle mezze tinte piú delicate, il suo gesto ampio e incisivo scatena veri e propri arcobaleni di sonorità affascinanti realizzate in maniera superba da un’ orchestra che seguiva e realizzava con meravigliosa perfezione le idee interpretative del podio. Un’ interpretazione assolutamente completa, trascinante e ricca di quel senso straordinario della narrazione che rende avvincenti le esecuzioni operistiche di Petrenko, soprattutto in un repertorio come questo dove lo Chefdirigent dei Berliner Philharmoniker può sfogare fino in fondo il suo straordinario talento nella creazione di effetti sonori. In questo senso, alcuni momenti di squisita bellezza come il finale del primo atto col canto dei guardiani e tutti gli interludi erano tra le caratteristiche migliori di un’ interpretazione assolutamente di riferimento.

Festspielhaus Baden-Baden

Foto ©Martin Sigmund

Un po’ meno entusiasmante mi è sembrata la realizzazione della parte scenica. Die Frau ohne Schatten, con la sua drammaturgia sfuggente e carica di simbolismi in un labirinto di riferimenti e suggestioni che forse non era del tutto chiaro neppure agli autori, costituisce un bel rompicapo per i responsabili della realizzazione visiva, anche perché i registi dei nostri tempi provano grandi difficoltà a confrontarsi con il mito, cosa che induce a riflettere sulla “moda” attuale del dramma borghese a tutti i costi, sulla rinuncia alla fabula come metafora (sostituita dalle valenze metaforiche della realtà) e sull’ insistenza – talvolta eccessiva – a visualizzare tutto secondo gli elementi della più spiccia psicanalisi, tanto che al riguardo non può non venire in mente Emil Cioran quando scrisse: “mille anni di guerra hanno consolidato l’ Occidente; è bastato un secolo di psicologia per ridurlo allo stremo”. Sono riflessioni che viene spontaneo associare a una certa idea di Regietheater della nostra epoca, che a forza di cercare sovrasensi astrusi diviene troppo spesso rinunciatario e talvolta manierato.

Festspielhaus Baden-Baden

Foto ©Martin Sigmund

Lydia Steier, quarantacinquenne nativa di Hartford nel Connecticut, autrice negli ultimi tempi di spettacoli molto apprezzati come La Fanciulla del West alla Staatsoper unten den Linden, la Zauberflöte a Salzburg e la Salome all’ Opéra de Paris, ha trasformato la fiaba iniziatica in un sogno fatto da una ragazza ospite di un internato gestito da suore. Poteva essere un’ idea come un’ altra, quella di rileggere in chiave cattolica il desiderio di maternità della Kaiserin che sta alla base del racconto, ma a me personalmente questa chiave di lettura è sembrata piuttosto riduttiva. Certamente lo spettacolo si faceva apprezzare per la realizzazione tecnica impeccabile e la fantasia visiva, ben realizzata tramite le scene di  Paul Zoller e i costumi di Katharina Schlipf messi in risalto dal bel gioco di luci ideato da Elana Siberski, ma a mio avviso c’ era qualcosa di incongruo in una coppia imperiale abbigliata come Fred Astaire e Ginger Rogers in Top Hat, nella continua sfilata di statue della Madonna che a me richiamavano irresistibilmente la Suor Angelica e in un andirivieni di elementi scenici sicuramente di grande effetto, ma alla lunga forse disturbante. In definitiva, un Konzept scenico sicuramente non banale ma alla fine non completamente risolto nel rapportarsi con la trama.

Festspielhaus Baden-Baden

Foto ©Martin Sigmund

Altro spinoso problema posto dalle esigenze di una partitura fuori dal comune come questa è l’ assemblaggio della compagnia di canto: la scrittura sfogata verso l’ alto di quasi tutti i ruoli principali e la necessità di superare una barriera orchestrale così spessa esigono la presenza di voci  che abbiano peso e sicurezza nel dominare i passaggi di forza in tessitura acuta. I cantanti che formavano la Besetzung impegnata in questa produzione possedevano nell’ insieme uno spessore vocale abbastanza adeguato all’ impegno richiesto dalle parti principali, ma la padronanza del settore acuto appariva per tutti leggermente problematica. Il tenore americano Clay Hilley nel ruolo del Kaiser ha messo in mostra una voce abbastanza imponente, ma anche una pericolosa tendenza a forzare terribilmente gli acuti in certi passaggi. Lo stesso, più o meno, si può dire per la Kaiserin del quarantaquattrenne soprano sudafricano Elza van den Heever, adeguata come spessore vocale ma anche lei piuttosto a disagio in molti punti dove Strauss prescrive passaggi di coloratura in tessitura alta. Decisamente migliore mi è sembrata la Farberin impersonata da Miina-Liisa Värelä, che aveva già interpretato la parte con grande successo di pubblico e di critica sei anni fa al Landestheater Linz e lo scorso anno all’ Oper Frankfurt ed è già stata scritturata per cantarla il prossimo anno a Dresden con Chistian Thielemann. Per sicurezza vocale e incisività di fraseggio, la cantante finlandese ha realizzato quella che si può tranquillamente definire come la migliore prestazione vocale della serata. Wolfgang Koch non è il mio ideale nè come voce nè come cantante, ma la grana piuttosto ruvida del suo timbro e un fraseggio abbastanza caratterizzato rendevano bene la personalità di Barak. Molto buona la Amme di Michaela Schuster, veterana del ruolo e molto incisiva nell’ interpretazione che rendeva perfettamente il carattere demoniaco del personaggio, evitando di trasformarlo in una vecchia isterica come troppo spesso accade. Anche per lei però si notava qualche incertezza nella gestione del settore grave. Molto ben scelte tutte le numerose parti di fianco a assolutamente ammirevole Vivien Hartert, che impersonando il ruolo muto della ragazza che sogna tutta la vicenda ha sostenuto benissimo il vero e proprio tour de force richiesto da una regia che la costringeva a stare in scena per tre ore filate senza la minima pausa. Il successo è stato pieno e convinto, anche se alla seconda uscita si sono sentiti nitidamente un paio di buuh! indirizzati al team registico.


Scopri di più da mozart2006

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Un pensiero riguardo “Osterfestspiele Baden-Baden 2023 – Die Frau ohne Schatten

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.