
Foto ©Mozart2006
Il periodo che precede il Natale a Stuttgart si festeggia abitualmente a suon di musica e, passati i due spaventosi inverni pandemici con tutto il loro carico di spesso inutili restrizioni, quest’ anno tutte le istituzioni musicali cittadine sono tornate a proporre appuntamenti dedicati all’ Avvento. Quest’ anno, la Internationale Bachakademie ha deciso di presentare, al posto del tradizionale Weihnachtsoratorium, un lavoro di non molto frequente esecuzione concertistica, la leggenda drammatica L’ enfance du Christ di Hector Berlioz. Composta a fasi successive iniziando da L’ adieu des bergers, proseguendo con La fuite en Égypte per poi concludere con la parte iniziale e quella finale, è una partitura assolutamente affascinante per la bellezza e ricercatezza delle atmosfere sonore, nelle quali Berlioz impiega tutte le risorse di un linguaggio straordinariamente moderno e di una tecnica orchestrale che costituisce uno dei punti fermi nella storia della musica sinfonica. Soprattutto la prima parte, che racconta i tormenti e le paure di Erode, colpisce per il tono di profonda e ispirata espressività che caratterizza l’ invenzione melodica. Ma anche il clima di dolce e delicato misticismo della seconda parte e della conclusione dimostrano una volta di più la maestria incredibile del compositore nel creare effetti strumentali di profonda complessità e modernità, in un virtuosismo sinfonico e contrappuntistico che ha pochi paragoni tra gli autori della sua epoca. Ad uno sguardo più approfondito, nella musica colpisce una vera e propria gemma come l’ interludio strumentale suonato dai due flauti e dall’ arpa, una pagina di incredibile raffinatezza da annoverare senz’ altro fra le cose migliori mai scritte da Berlioz.
Splendida, per la cura minuziosa dei dettagli strumentali e l’ intensità espressiva della narrazione, la lettura di Hans-Christoph Rademann che in questa occasione era a capo dell’ Orchestre Philharmonique du Luxembourg, complesso dotato di notevole omogeneità e precisione, e della Gaechinger Cantorey, come sempre impeccabile ber la bellezza delle sfumature e l’ omogeneità sonora. Rademann dirige con un eccellente immedesimazione stilistica e una classe da grande interprete del repertorio corale, che padroneggia in tutte le sue sfumature espressive. Per quanto riguarda l’ esecuzione strumentale, meritano senz’ altro una menzione i due flautisti Markus Brönnimann ed Hélène Boulegue, che insieme all’ arpista Catherine Beynon hanno suonato come meglio non si poteva il Trio.
Nel quartetto di solisti, da segnalare la bella prova del tenore Maximilian Schmitt, cantante già avviato in una carriera internazionale di alto livello sia nel campo operistico che nel repertorio sacro e nel campo del Lied e che in questa serata ha delineato perfettamente il ruolo del Récitant. Tecnicamente molto preparato, Schmitt possiede una voce robusta, un’ autorevolezza di accento e una capacità di scolpire la frase assolutamente ideali in questo repertorio. Il basso-baritono Markus Eiche, dotato di voce morbida ed espressiva e cantante fra i più eleganti della nostra epoca, da tempo è degli artisti che collaborano stabilmente la Bachakademie e che questa volta ha dimostrato tutta la sua classe di fraseggiatore nel doppio ruolo di Herodes e del Pére de famille. Buone anche le prestazioni del soprano svizzero Letizia Scherrer, dalla vocalità luminosa, interprete molto intensa ed espressiva del ruolo della Vierge Marie e del baritono monacense Matthias Winckhler come affettuoso e commosso Saint Joseph. Il pubblico di Ludwigsburg è intervenuto numeroso a questa serata di grande interesse culturale, che ha consentito di fare la conoscenza di una musica non frequentemente eseguita ma di alta qualità, salutata alla conclusione da un grande successo da parte degli spettatori che hanno seguito con assoluta concentrazione le due ore e mezza abbondanti del concerto.
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