L’ Italia e la cultura

Se la Rai «snobba» Muti e i Berliner

Il concerto di Riccardo Muti, che dopo anni torna a dirigere i Berliner Philharmoniker, non sarà trasmesso dalla Rai. Molti considerano l’ appuntamento napoletano uno dei grandi eventi musicali del 2009, tanto che le televisioni di altri Paesi stanno allestendo la diretta per oggi. La Rai ha detto no e gli italiani dovranno accontentarsi del tradizionale concerto organizzato dai sindacati in piazza San Giovanni a Roma, presente Vasco Rossi. Possiamo immaginare quel che è successo. Il presidente Garimberti e il direttore generale Masi si sono appena insediati e non sanno ancora come ci si comporta in questi casi; i direttori di rete sono in scadenza e nessuno vuole prendersi sul groppone un contratto oneroso e con scarsa audience. Così, nell’ indecisione, il concerto di Muti al San Carlo di Napoli non andrà in onda. Certo, un Servizio pubblico dovrebbe essere geneticamente attrezzato per affrontare simili situazioni: il prestigio non fa audience ma rientra nei compiti istituzionali della Rai. Il concetto di servizio pubblico si fonda infatti sull’ idea che la produzione e la diffusioni di programmi tv costituisca un «bene pubblico» di importanza nazionale e non un fatto privato, interamente demandato al mercato. Ma nella vicenda c’ è un aspetto ancora più triste. Il rifiuto di trasmettere il concerto dei Berliner nasce in un contesto linguistico e politico di assoluta povertà, come se gli eventi culturali di eccezionale importanza parlassero una lingua sconosciuta ai palinsesti Rai. Raitre deve già seguire Vasco Rossi, Raiuno è allo sbando senza più una linea editoriale comprensibile, e Raidue, infine, pensa ai giovani e, come direbbe Arbasino, è tutta un delirio di griffe, gaffe, vaffa, hip, hop, hit, vip, chip, cheap… Muti e sordi: il vero guaio è che la Rai non ama più se stessa.

Aldo Grasso

Aldo Grasso ha detto tutto, e io non ho altro da aggiungere su una tv che é lo specchio fedele di un paese allo sbando dal punto di vista culturale, politico e umano.

Fonte:archiviostorico.corriere.it/2009/maggio/01/Rai_snobba_Muti_Berliner_co_9_090501094.shtml

Dedicato alle vittime del terremoto

Questo blog si unisce al cordoglio per le vittime della catastrofe naturale avvenuta in Abruzzo.
Per commemorarle,ascoltiamo un brano dal Deutsches Requiem di  Johannes Brahms

Ancora una testimonianza su Carlos Kleiber

Aggiungiamo ai documenti riguardanti Carlos Kleiber questo articolo di Clemens Hellsberg, primo violino e Vorstand dei Wiener Philharmoniker. Continua a leggere “Ancora una testimonianza su Carlos Kleiber”

Joshua Bell a Stuttgart

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Foto ©Helsingin kaupunginorkesteri

Circa un anno fa, ho raccontato qui le impressioni ricevute dalla scoperta, attraverso un documentario televisivo, di quello che ritengo essere, senza ombra di dubbio, il piú grande violinista dei nostri tempi. Continua a leggere “Joshua Bell a Stuttgart”

Una testimonianza su Carlos Kleiber

L’ amico milanese  Gabriele Baccalini, dopo aver letto l’  articolo su Carlos Kleiber da me pubblicato in traduzione italiana, mi ha mandato questa preziosa testimonianza, Continua a leggere “Una testimonianza su Carlos Kleiber”

Carlos Kleiber,il maestro misterioso

Su Carlos Kleiber, dopo quasi cinque anni dalla sua scomparsa, si è scritto abbastanza. Uno dei contributi piú validi, a mio avviso, è questo articolo di Stefan Osterhaus, Continua a leggere “Carlos Kleiber,il maestro misterioso”

Baby Yar

Nel Giorno della Memoria,mi sembra opportuno parlare di un capolavoro del Novecento come la Sinfonia N.13 di Dmitri Schostakovich,  Continua a leggere “Baby Yar”

Simply perfect:Nathan Milstein

Milstein Nathan Milstein, grande violinista statunitense nato in Ucraina, appartiene a buon diritto al ristretto numero dei musicisti che hanno scritto pagine decisive nella storia interpretativa del Novecento. Il fraseggio epico e grandioso che emerge dalle sue registrazioni é una caratteristica che non si sente piú nei violinisti odierni, piú o meno una serie di robottini tutti simili l´uno all´altro, appagati dal culto di una perfezione tecnica fine a se stessa, fatta eccezione al massimo per Joshua Bell e, forse, per Maxim Vengerov. Nato a Odessa il 31 dicembre 1903, in quell´Ucraina che diede i natali, tra gli altri, anche a David Oistrakh, Leonid Kogan e Isaac Stern, inizió a studiare lo strumento all´etá di quattro anni, spinto da una madre che temeva avesse problemi a causa del suo temperamento molto irrequieto. Il suo primo insegnante fu Pjotr S. Stoljiarsky, maestro anche di Oistrakh. Il talento di Milstein si sviluppó rapidamente, al punto di poter debuttare all´etá di dieci anni, eseguendo il Concerto di Glasunow sotto la direzione del compositore. Un anno dopo, il leggendario Leopold Auer lo invitava ad essere suo studente al Conservatorio di San Pietroburgo. Milstein vi rimase fino al 1917, quando Auer emigró in Norvegia. Tornato ad Odessa, Milstein conobbe il grande pianista Wladimir Horowitz, con cui stabilí una solida amicizia. Suonando insieme, i due amici viaggiarono per tutta l´Unione Sovietica fino al 1923. Possiamo purtroppo solo immaginare come dovette essere un concerto a San Pietroburgo in cui, sotto la direzione di Glasunow, Milstein suonó il Concerto del compositore e, di seguito, Horowitz scatenava l´entusiasmo della platea eseguendo il Primo di Liszt e poi il Terzo di Rachmaninov… Un anno piú tardi, un funzionario governativo persuadeva i due giovani musicisti ad accettare un passaporto speciale per suonare all´estero, in qualitá di ambasciatori culturali della giovane repubblica sovietica. Il duo suonó a Parigi, Berlino e Bruxelles, dove Milstein conobbe il grande Eugene Ysaye e studió con lui per alcuni mesi. Nel giro di pochi anni, le ultime istituzioni democratiche sovietiche furono spazzate via dall´avvento di Stalin, e Milstein prendeva, insieme ad Horowitz, la via dell´esilio.Il pianista poté tornare nella sua terra, accolto come un sovrano,nel 1986. Milstein non fece mai piú ritorno in patria, scegliendo gli USA come luogo definitivo di residenza ed ottenendone, nel 1942, la cittadinanza. In America, il violinista otteneva clamorose affermazioni sia in duo con Horowitz che con il trio formato dai due insieme al violoncellista Gregor Piatigorsky. La stampa americana li soprannominó "I tre moschettieri" nel corso di una trionfale tournée del 1929. Da qui in poi, la carriera di Milstein continuó, in una serie ininterrotta di successi, fino al 1987, quando una frattura ad un braccio lo costrinse al ritiro. Il violinista, decorato con la Legion d´Honneur nel 1968 e insignito nel 1975 di un Grammy Award alla carriera, morí a Londra il 21 dicembre 1992. Cosí lo ricordava quel giorno, sul New York Times, il grande critico Harold Schonberg: "He could have been the most nearly perfect violinist of his time (…) Jascha Heifetz had a more electrifying technique, but there were those who considered him, rightly or wrongly, too cool and objective. Joseph Szigeti, who may have a more probing musicianship, never had the tone or technique of Mr. Milstein,who was able to bring everything together in a way matched by very few violinists of his time". Probabilmente, Milstein non presentava, nel suo modo di suonare, le caratteristiche tipiche dei grandi violinisti russi della generazione precedente la sua. Non aveva l´eleganza salottiera di un Mischa Elman o la spettacolaritá tecnica con la quale Jascha Heifetz mandava in visibilio le platee. Fu comunque uno degli ultimi violinisti della storia a possedere il dono del fraseggio "grande",aristocratico. Dotato di una tecnica superba e di un suono caldo, cantante, timbricamente caratterizzato nella sua personalitá, Milstein suonava con uno scrupoloso senso dello stile e sobrietá espressiva. Dal 1936 svolse anche un´intensa attivitá discografica, per cui la sua arte é documentata in maniera sicuramente abbastanza completa. Per chi volesse conoscere quello che occupa una posizione di primo piano tra i miei violinisti preferiti, raccomando, innanzi tutto, il live del Concerto di Brahms registrato nel 1950 con la New York Philharmonic diretta da Victor De Sabata, e il disco DG del 1973 con i Concerti di Mendelssohn e Tschaikowsky incisi insieme ai Wiener Philharmoniker diretti da un Claudio Abbado galvanizzato al massimo dalla presenza di un simile solista. Ma il capolavoro discografico di Nathan Milstein rimane l´incisione completa DG delle Sonate e Partite di Bach. Una pietra miliare della musica incisa, un capolavoro di una bellezza assoluta ed eterna; un disco che ogni appassionato di musica dovrebbe possedere.
Ascoltiamo come esempio la celebre Ciaccona.

Belli e dannati: Samson François

samson francois“Toute ma conception de la musique a toujours été plus o moins sentimentale. Je ne pense pas etre porteur de messages, j’ aime la musique par amour, tout betement et sans me poser de questions”.

In questa affermazione é racchiusa tutta la parabola artistica del pianista francese Samson Pascal François, Continua a leggere “Belli e dannati: Samson François”

26 giugno: auguri a Claudio Abbado

Il settantacinquesimo compleanno di un direttore illustre diventa, naturalmente, una buona occasione per riflettere su tutta la sua attivitá passata. Sembra ovvio affermare che Claudio Abbado é da collocarsi a buon diritto tra i pochi direttori d’ orchestra realmente storici della generazione a ridosso della seconda guerra mondiale. Formatosi a Milano e perfezionatosi a Vienna, Abbado é riuscito ad assimilare e sintetizzare il meglio di queste due culture, sviluppando poi una sua originalitá sia nel campo interpretativo che in quello della programmazione culturale. In tutte le istituzioni musicali con cui ha collaborato nel corso della sua vita artistica, Abbado ha sempre portato avanti un’ idea di rinnovamento nelle proposte, nonché una precisa logica nella programmazione intesa non solo come successione di eventi, ma come parte di un progetto culturale articolato. Si inscrivono in questa logica il Festival Berg, il Festival Mussorgsky e il Progetto Debussy alla Scala, il Festival Wien Modern e le stagioni tematiche a Berlino. Ma tra i risultati storici raggiunti dal direttore milanese in campo interpretativo rimane prima di tutto indimenticabile il lavoro compiuto sulle partiture di Rossini, sia per la lucida analiticitá della proposta musicale, tale da mettere in risalto ad esempio le profonde affinitá tra le geometrie rossiniane e la tagliente ironia di certo Novecento (Stravinsky in testa) che per il lavoro scrupoloso di ricerca sulle fonti. Il coronamento di tutto ció si é avuto con la magistrale riproposta del Viaggio a Reims, uno degli spettacoli storicamente piú importanti nell’ ultimo scorcio del Novecento. Ma anche accostandosi al repertorio verdiano Abbado ha sempre compiuto scelte di grande originalitá, privilegiando le opere che mettono in risalto le affinitá di Verdi con la grande cultura europea del suo tempo (Un ballo in maschera, Don Carlo) e quelle che presentano spunti di riflessione sul rapporto tra l’ uomo e il potere, come Simon Boccanegra e Macbeth, e ancora Don Carlo per molti aspetti. A me personalmente dispiace che il maestro non abbia mai preso in considerazione l’ universo di Puccini, perché sono convinto ad esempio che la scrittura cosí genialmente innovativa di Turandot potesse benissimo appartenere alla sua concezione interpretativa del Novecento ed essere da lui resa in maniera quanto mai originale. Del  resto, Abbado ha fatto del repertorio novecentesco uno dei cardini della sua attivitá. L’ eccellenza dei risultati da lui raggiunti affrontando Strawinsky, Prokof´ev, Bartók, Debussy e gli autori  della Scuola di Vienna é stata commentata e analizzata piú volte, e forse solo Pierre Boulez, tra i direttori appartenenti alla sua generazione, é riuscito a raggiungere un tale livello di eccellenza in questo repertorio.
Dobbiamo adesso parlare di Abbado interprete di Mahler. Per talento, concezione musicale e formazione culturale, Abbado é sicuramente l’ unico direttore italiano che possedesse i requisiti di base per scandagliare fino in fondo l’ universo del compositore boemo. Non é un caso perció che il maestro abbia scelto la Seconda Sinfonia di Mahler per il suo debutto al Festival di Salzburg nel 1965. Sicuramente le interpretazioni mahleriane di Abbado sono da collocarsi tra le massime della storia, per luciditá analitica e coinvolgimento espressivo, oltre che per la naturalezza e fluiditá del fraseggio orchestrale.
A partire dai suoi anni berlinesi Abbado ha intensificato il suo approccio al repertorio del grande sinfonismo classico-romantico, anche qui con un minuzioso e progressivo lavoro di scavo e analisi che ha avuto il suo culmine nel ciclo beethoveniano portato a Roma nel 2000 con i Berliner Philharmoniker, che resta forse la miglior sintesi mai raggiunta fra tradizione classica e ripensamento moderno alla luce del lavoro musicologico compiuto sulle fonti. Questa filosofia di base é riscontrabile anche nel ciclo schubertiano inciso con la Chamber Orchestra of Europe, a mio avviso tra le piú belle registrazioni portate a termine dal maestro.
A completamento della riflessione di Abbado su Beethoven é arrivata quest´anno la sua stupenda interpretazione del Fidelio, una delle sue piú belle interpretazioni operistiche, destinata a rimanere memorabile per la commossa partecipazione e la straordinaria carica espressiva. Speriamo che nella sua attivitá futura Abbado si decida a porre l’ ultimo tassello della sua costruzione interpretativa beethoveniana affrontando la Missa Solemnis.
Ma non si puó concludere un post su Abbado senza accennare al suo trentennale lavoro con le orchestre giovanili, un’ attivitá che ha profondamente innovato il mondo musicale e posto le basi per la rivelazione di tanti musicisti di talento.
Che dire ancora? Dal mio punto di vista di ascoltatore, un grazie sincero al direttore che, dagli anni Settanta in poi, ha accompagnato la mia vita scandendola con decine di esecuzioni memorabili.
Per il resto, si sa benissimo che Abbado é un uomo che guarda avanti ed ha senz’ altro in mente qualche nuovo progetto per sorprendere il suo pubblico.
Tanti auguri, Claudio! Sì perché, come tutti sanno, ad Abbado non piace affatto essere chiamato maestro…