Antonio Juvarra – Il “suono coperto”

Buon 2026 a tutti i lettori del sito! Iniziamo l’ anno nuovo con il consueto articolo mensile del docente di canto Antonio Juvarra.

DA CHE COSA È COPERTO IL VERO SUONO ‘COPERTO’

“Suono coperto” è una delle tante espressioni del canto (come ‘suono alto’, ‘appoggio’, ‘canto sul fiato’, ‘chiaroscuro’ ecc.) che originariamente furono elaborate da CANTANTI sulla base dell’ esperienza SENSORIALE, dando ad esse un preciso significato, che poi fu travisato e stravolto in senso meccanico-muscolare dai FONIATRI. Questi attribuirono infatti all’ espressione ‘suono coperto’ il significato (che è quello tuttora scambiato per vero) di suono verticalizzato e oscurato. A dare per primi questa interpretazione furono i foniatri francesi dell’ Ottocento Diday e Petrequin e il ‘parafoniatra’ franco-spagnolo Garcia junior, i quali precisarono anche quali sono i modi da utilizzare per oscurare il suono: abbassando direttamente la laringe, mescolando, rectius contaminando le vocali anteriori con quelle posteriori e/o oscurando intenzionalmente il suono. Anche un’ altra prescrizione foniatrica DOC, che oggi va per la maggiore, quella dell’ innalzamento diretto del palato molle, è sufficiente da sola, in quanto atto meccanico, quindi di per sé rigido, a distruggere il senso del vero spazio del canto, contribuendo a fissare la falsa equazione suono coperto = suono verticalizzato.

Se interpretato e realizzato così (ma, come vedremo, non è questo il probabile vero significato originario di questo concetto), è ovvio che il suono ‘coperto’ non sarà altro, per definizione, che un banale suono intubato e, in quanto tale, sarà destinato a realizzare prima o poi la profezia contenuta in uno dei significati del suo nome (essere coperto per l’appunto dall’orchestra…) e ciò per il semplice fatto che la componente acustica che fa correre il suono e lo rende udibile in ampi spazi è la brillantezza e non l’oscuramento-intubamento del suono. Questo con buona pace di tutti gli affondatori-intubatori vocali, che invece ‘utopizzano’ addirittura che coprire-scurire il suono sarebbe il modo con cui si genera lo squillo della voce (che è come pensare che il giallo si generi dal nero).

I fautori del suono verticale-coperto (in primis gli affondisti) si riconoscono dal fatto che hanno la fobia dell’ orizzontalità, che identificano col suono schiacciato, da loro definito in senso negativo “suono aperto”. Sono talmente abituati a vedere la bocca (propria e degli allievi) ‘ovalizzata’ che la forma naturale della bocca (che fino a prova contraria è orizzontale) gli sembra anormale, tant’ è che un giorno alla masterclass di un noto affondista l’ insegnante, vedendo un allievo che cantando atteggiava normalmente la bocca, cioè senza ‘ovalizzarla’, lo interruppe dicendogli: “Si può sapere che cosa hai da ridere?”

Nel prescrivere tubi verticali, bocche ovali o a imbuto (altrimenti il suono, secondo l’ affondista Paride Venturi, perderebbe la ‘proiezione’ e scapperebbe lateralmente dagli angoli della bocca), i fautori del suono verticale non si fanno mai visitare da questa domanda: ma se le cose stanno così, come hanno fatto a cantare, lasciando la bocca normalmente orizzontale e senza mai schiacciare un solo suono, fior di cantanti come Caruso e Pertile? Per di più entrambi questi tenori hanno messo per iscritto che per aprire la bocca NON bisogna verticalizzarne la forma, tanto meno atteggiandola a (ridicolo) imbuto o trombetta e a tale proposito è rimasto famosa la cantonata, presa da Mario Del Monaco quando disse che “ascoltando Caruso si rese conto che cantando affondava la laringe”, quando invece nel suo scritto sul canto Caruso non solo non nomina mai la laringe, ma precisa anche che il suono non deve essere mai percepito all’ altezza della gola o del petto, che invece è la location privilegiata dall’ affondo.

Da dove nasce l’ idea della verticalità dello spazio di risonanza nel canto? Nasce dal fatto che la gola è verticale. Si dà il caso però che lo spazio di risonanza del canto sia BICAMERALE, essendo composto dalla gola (che è verticale) e dalla bocca, che invece è orizzontale, motivo per cui parlare di “suono verticale” come forma ideale dello spazio di risonanza, significa escludere dalla composizione acustica del suono quella cavità, la bocca, che è la fonte della brillantezza naturale della voce. Occorre ricordare inoltre che, anche se la gola è naturalmente verticale, la sua apertura viene percepita, altrettanto naturalmente, come allargamento (che è il motivo per cui Pertile nel suo trattato parla di “gola larga”), tant’ è che persino lo sbadiglio (che è una forma, per quanto rigida, di apertura naturale della gola) sfocia nella vocale ‘A’ e non nella vocale ‘U’.
Purtroppo, da quando si è imposta l’equazione farlocca e deleteria dei foniatri ‘gola aperta = abbassamento DIRETTO della laringe + sollevamento DIRETTO del palato molle’, è diventato fisiologicamente impossibile percepire e quindi realizzare la vera apertura della gola (che avviene per allargamento e non per allungamento!) e ciò proprio a causa della rigidità, indotta dalla manovra meccanica di abbassamento della laringe e sollevamento del palato molle, operazione sufficiente di per sé a trasformare lo spazio di risonanza in un TUBO.

A questo punto, rendendosi conto che la verticalizzazione-intubamento dello spazio di risonanza significa riduzione della brillantezza e dello squillo, anche i fautori del suono verticale-coperto-intubato sono stati costretti a trovare un rimedio e questo rimedio consiste o nell’ elaborare contorsioni mentali come il suono “aperto-coperto” (ovvero ‘coperto’ fino alle prime note dopo il passaggio di registro e poi ‘riaperto’) e (addirittura!) nel ripescare dal cestino, dove l’ avevano giustamente buttata, la ‘maschera’. Nel ripristinare la ‘maschera’ gli affondisti hanno ignorato gli avvertimenti di un loro idolo, Franco Corelli, che così aveva sentenziato in via definitiva: “portare il suono in maschera è contro natura e fa chiudere la gola”, così come in seguito, una volta guarito dal virus dell’ affondo, affermerà in maniera altrettanto lapidaria e autorevole che “lo scuro rappresenta la scoria del suono e appesantisce l’ emissione”.

In realtà, quello di Corelli rappresenta un caso particolare di applicazione intermittente della verticalità dell’ affondo. Più precisamente, l’ applicazione da parte sua di certi principi dell’ affondo può essere definita ‘postuma’, nel senso che la adottò solo per un breve periodo alla fine della sua carriera, quando Melocchi era già morto da più di dieci anni e avendo avuto da lui solo due o tre lezioni (nonostante vivesse a pochi chilometri di distanza da lui). Un vistoso segno ‘postumo’, lasciato da Melocchi sull’ ultimo Corelli, è per l’ appunto l’ abnorme apertura in verticale della bocca, a proposito della quale la Kabaivanska ha detto: “Io mi ricordo che Corelli durante le prove teneva costantemente la mano sul mento per tenere aperta la bocca”. La sua spiegazione di questo fatto strano (incredibilmente da lei indicato come segno di superiore tecnica vocale!) però non sta in piedi ed è la seguente: “Con questa mano Corelli cercava la larghezza, il volume grande del suono.”

Perché questa spiegazione non regge? Perché, se la “larghezza” di cui parla la Kabaivanska, è quella esterna, è ovvio che, essendo la forma della bocca già naturalmente orizzontale, non c’ è alcun bisogno di mettere la mano sul mento per mantenerne l’ orizzontalità, che anzi in tal modo ne verrà compromessa. Se invece si riferisce all’ apertura interna (la cosiddetta “gola larga”), non è certo mettendo la mano sul mento come per abbassarlo, che si potrà suscitarla. Quindi in realtà questo espediente, che proviene direttamente da Melocchi e verrà riproposto anche da Marcello Del Monaco, è finalizzato a suscitare non l’ orizzontalità, ma la verticalità dello spazio di risonanza, ‘aiutando’ con la mano il mento a rimanere abbassato. Il che contraddice una prescrizione testuale di Enrico Caruso, che recita: “Non bisogna pensare che spalancando la bocca, la gola si apra. Se uno s’intende di canto, sa che si può aprire perfettamente la gola senza una percettibile apertura della bocca;” (quindi senza bisogno di mettere la mano sul mento per tenere la bocca spalancata). “Eccezion fatta per gli acuti”, prosegue Caruso, “l’ apertura della bocca è quella che si assume sorridendo”. Una volta guarito dal virus dell’ affondo, anche Corelli condividerà questa concezione, come dimostra il video di una sua lezione, dove lo sentiamo correggere un allievo che spalancava troppo la bocca, dicendogli testualmente: “Esageri con l’ apertura della bocca. Una cosa è la bocca, un’ altra è la gola.”

Due tecniche vocali diversissime, due concezioni antitetiche del suono, quindi, quella dell’ affondo e quella autenticamente italiana. La concezione dell’ affondo è quella che GIUSEPPE GIACOMINI (l’ unico dei tenori dell’ affondo a rimanere fedele a questa tecnica) ha espresso sinteticamente in questo modo:

“Si canta solo verticalmente, mai orizzontalmente. Il colore e la risonanza della voce si trovano in BASSO, non in alto.”

Ora è evidente che se le cavità di risonanza della voce sono due (una delle quali, la gola, è verticale e dà la rotondità al suono, e l’ altra, la bocca, è orizzontale e dà la brillantezza al suono), non si capisce perché un cantante dovrebbe far riferimento solo alla verticalità, nel qual caso il risultato acustico sarà, per definizione un suono intubato. Proprio per evitare che la ‘rotondità verticale’ abbia il sopravvento sulla ‘brillantezza orizzontale’ nella composizione acustica del suono, i classici della tecnica vocale italiana storica hanno sempre posto l’ attenzione sul sorriso (interno!), che quindi agisce da ‘bilanciatore acustico’ delle risonanze. Il risultato sarà il “chiaroscuro” (Mancini), il “suono sferico” (Lauri Volpi) e una faccia e una bocca normali e non trasformate in “mascherone di fontana” (Mancini). Non a caso nella sua ultima intervista prima di morire Gianfranco Cecchele rivelò che uno dei motivi per cui era andato in crisi vocale era il fatto di aver deciso a un certo punto di imitare l’ apertura della bocca ‘in lungo’ dell’ultimo Corelli.

Il fatto che la bocca si apra naturalmente di più nella zona acuta non significa che la sua forma ne venga verticalizzata, nel qual caso la brillantezza verrà soppressa a favore dell’ arrotondamento-intubamento del suono. A metterlo in luce nei loro scritti sono stati sia ENRICO CARUSO sia AURELIANO PERTILE, il quale scrive testualmente:

“La bocca, non molto spalancata, è aperta piuttosto LATERALMENTE che verticalmente. La voce si mantiene sempre ALTA e facile e permette il massimo rendimento col minimo consumo di fiato e di energia.”

Ora, nel leggere questa prescrizione di Pertile e quella, sopra citata, di Giacomini, non si può far finta che si tratti della stessa cosa e mettere tutto nel calderone generico dei “cantanti italiani”. Dobbiamo invece decidere quale delle due strade prendere, sapendo che quella autenticamente, storicamente italiana è quella di Pertile e non quella di Giacomini. In questo caso “italianità” significa “universalità” e ciò esattamente come, parlando di ‘filosofia greca’, si intende ciò che di universale hanno le verità scoperte dalla filosofia greca e non certo una loro ipotetica e fantomatica ‘grecità’. A provare che questa è la via autenticamente italiana al canto è il fatto che sono le caratteristiche tecnico-vocali indicate da Pertile e non quelle indicate da Giacomini, che ritroviamo in altri grandi tenori come Schipa, Gigli, Lauri Volpi, Pavarotti, Caruso, Lemeshev, Bjoerling, Di Stefano, Gedda, Tucker ecc.

Un’ ulteriore prova che l’autentico significato originario del termine ‘suono coperto’ non era quello di ‘suono oscurato e verticalizzato’ è data dal fatto che ad utilizzare spesso questo termine è stato il tenore Carlo Bergonzi, altro tenore di tradizione italiana che, in quanto tale, non ha mai fatto nulla per scurire il suono. Il che dimostra che il significato originario di questo termine non era quello di “suono scuro” dei foniatri Diday e Petrequin, quale poi purtroppo si imporrà, ma era un altro, che faceva riferimento al senso della ‘voce ALTA’, come trascendenza del suono. In altre parole se, grazie al respiro naturale globale, si apre anche la parte alta della gola, la rinofraringe, che sta sopra la bocca e dietro al naso (e nulla ha a che fare col sollevamento diretto del palato molle!), questa apertura ‘alta’ susciterà la sensazione, essenzialmente mentale, di sovrastare e dominare dall’ alto la voce, esattamente come il ‘coperchio’ di una pentola ‘copre’ dall’ alto la pentola. Senza questa apertura TOTALE della gola e/o rimanendo sul piano orizzontale della bocca , il suono risulterà ‘schiacciato’ più o meno gravemente, mentre escludendo dallo spazio di risonanza globale della voce la bocca, il suono risulterà ‘intubato’. Fondendo l’ orizzontalità della bocca (che dà brillantezza al suono) con la verticalità alta della gola (che dà rotondità al suono), il risultato sarà invece il ‘”suono sferico” di cui parlava Lauri Volpi e il “suono spiegato”, di cui parlavano i belcantisti.

È interessante notare come uno dei sinonimi (questa volta giusto) di ‘suono coperto’, utilizzato dai foniatri Diday e Petrequin, è “suono dentro”. Questo concetto scandalizza tutti i fautori del suono ‘fuori’ o ‘avanti’ o ‘girato in maschera’, i quali pensano che il suono ‘dentro’ porti al suono intubato, ignorando che a rendere il suono intubato non è il suo naturale prodursi all’interno (dove non a caso sono collocati gli organi fonatori e articolatori), ma è la sua artificiale verticalizzazione. Anzi, poiché noi associamo il senso di protezione a ciò che è appunto ‘dentro’ (ad esempio, un rifugio) e non ‘fuori’, e poiché uno dei significati del verbo ‘coprire’ è proteggere, è molto probabile che ad aver originato il concetto di suono ‘coperto’ non sia solo l’idea di dominare il fenomeno dall’alto, ma anche l’ idea di rimanere al sicuro nel proprio centro, senza essere sbalestrati fuori. Pertanto gli adoratori utopici dell’esterno e del suono ‘fuori’, devono convincersi che le risonanze ‘fuori’ sono solo un EFFETTO (illusorio) del suono giusto e NON la sua causa, per suscitare la quale occorre invece applicare il principio di S. Agostino (valido sia per la ricerca spirituale, sia per la ricerca vocale), che recita: “Non andare fuori: è all’ interno dell’uomo che abita la verità.”

Esiste anche un altro significato molto diffuso del termine ‘coprire’ ed è quello che fa riferimento al fenomeno del passaggio al registro acuto. Occorre precisare in proposito che anche in questo caso non si tratta di oscurare DIRETTAMENTE il suono, ma di chiudere foneticamente la vocale (la “vocale chiusa in gola aperta” del baritono Giuseppe De Luca), dato che il leggero oscuramento riscontrabile nella zona oltre il passaggio, deve rimanere un semplice EFFETTO del meccanismo del passaggio di registro, leggero oscuramento quindi da NON cercare direttamente. Il meccanismo del passaggio di registro implica anche l’ inclinazione in basso (o basculamento) della tiroide, che è in funzione dell’ allungamento delle corde vocali, che interviene nelle note acute, ed è da qui che ha origine la sensazione del ‘girare’ la voce. Anche il significato originario del ‘girare’ la voce però è stato distorto (questa volta non ad opera dei foniatri) e, fondendosi con l’ idea (farlocca) della ‘proiezione’ del suono, si è trasformato in quell’ operazione fantasiosa e surreale che consiste nel portare, previo ‘giro’ in avanti e in alto, il suono dalla gola alla mirabolante quanto inesistente ‘maschera’. Ora, considerato che il suono non è un oggetto che si possa spostare a piacere in vari punti dello spazio, è evidente che questo significato di ‘giro del suono’ non è altro che il risultato di un’ illusione percettiva, spiegabile nel seguente modo. Il suono nasce alla fine dell’ inspirazione, ma l’ inspirazione è un movimento interno del corpo, paragonabile a un’ onda che sale (e NON che scende, come hanno teorizzato i foniatri!), da cui l’espressione “cantare sul fiato”. Il fatto che il suono nasca DOPO questo movimento di espansione-elevazione ha fatto sorgere l’ illusione che nasca DA questo movimento, essendone invece indipendente. Il suono infatti non è portato in alto, ma è GIÀ in alto, a condizione ovviamente che, grazie alla giusta inspirazione, si sia aperto nel giusto modo lo spazio di risonanza.

A questo punto si rivela il vero significato del suono ‘coperto’: il suono è ‘coperto’ come il cielo è coperto in alto dalle nuvole, parola il cui significato etimologico (nubes: nubere) è infatti ‘ciò che copre’. Detto in altro modo: la coscienza del cantante sovrasta dall’ alto la voce come le nuvole sovrastano dall’ alto il cielo.

Antonio Juvarra


Scopri di più da mozart2006

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

4 pensieri riguardo “Antonio Juvarra – Il “suono coperto”

  1. Buongiorno maestro e grazie dell’articolo.

    Che cosa pensa dell’indicazione secondo cui “le note acute si eseguono pensandole come note basse”? Ovviamente con le dovute differenze trovo che mi aiuti a prendere gli acuti in maniera più rilassata e con la gola aperta.

    Grazie in anticipo e buon anno!

    "Mi piace"

    1. C’è del vero in questa affermazione e il senso è evitare il pericolo rappresentato dall’idea illusoria che gli acuti siano entità poste più in alto, da raggiungere dal basso, il che comporta il rischio di perdere l’appoggio della voce. Se però, volendo fare un esempio, uno deve intonare un intervallo ascendente abbastanza ampio, il fatto di concepire la nota più alta come quella più bassa, comporta il rischio di affondare il suono. Per evitare questo inconveniente, la procedura più consigliabile è la seguente: si intona una nota nella zona media della voce, dove l’emissione risulta facile. Se non ci sono costrizioni e contorsioni, si avrà la sensazione che il suono galleggia liberamente ad una certa altezza (essenzialmente mentale), che, volendo essere più precisi, possiamo dire che è poco sopra il livello della bocca e sotto il livello degli occhi: questa è la ‚linea di galleggiamento‘, all’altezza della quale TUTTE le note (eccetto le estreme gravi) devono essere concepite. A questo punto la differenza tra una nota centrale e una nota acuta, non sarà più una differenza di altezza (essendo entrambe allo stesso livello), ma una differenza di AMPIEZZA (nel senso che nelle note acute la gola è più aperta) e di APPOGGIO (nel senso che nelle zone acute l’appoggio si converte in pressione elastica (AUTOGENA). In sostanza si tratta di un fenomeno simile a quello del galleggiamento delle navi: un transatlantico ovviamente scarica più peso verso il basso di una barca, ma né la barca né il transatlantico scendono mai al di sotto della linea di galleggiamento, altrimenti dal galleggiamento si passa all’AFFONDAMENTO.

      "Mi piace"

      1. Gentile Maestro davvero molto interessante! Quando indica la

        “linea di galleggiamento‘, all’altezza della quale TUTTE le note (eccetto le estreme gravi) devono essere concepite.”

        cosa intende…come si può percepire e ottenere questa altezza e posizione fissa della voce?

        quando scrive il sorriso interno cosa s’intende e come si può ottenere?

        somo pienamente in accordo sulla follia del verticalizzare, chiudere, coprire! Mi avevano distrutto la voce, irriconoscibile…

        cosa ne pensa della respirazione aprendo le costole lateralmente e dello stare più aperti con le costole e accomaignare l’aria con gli addominali portandoli in dentro?

        saluti

        "Mi piace"

  2. Rispondo alla sua prima domanda. Questa ‘linea di galleggiamento’ non è una posizione fissa, tanto meno localizzata anatomicamente, ma è semplicemente la modalità con cui la mente interpreta e percepisce il raggiunto equilibrio tra i due spazi di risonanza della voce: la gola (aperta grazie alla distensione del respiro) e la bocca (dove avviene il processo naturale del semplice ‘dire’). Si tratta quindi di una percezione essenzialmente mentale di altezza, che non ha nulla a che fare né con la ‘proiezione’ né con la ‘maschera’. Rispondo adesso alla terza domanda, perché qui si trova anche la risposta alla seconda domanda, riguardante il sorriso. La respirazione che lei ha descritto è una delle tante respirazioni meccaniche e settoriali, introdotte nel canto dalla foniatria, che, in quanto tali, sono solo delle gabbie che irrigidiscono il corpo. Ne penso quindi male, come penso male del suo opposto meccanico: la respirazione solo bassa dell’affondo. Le due VERE respirazioni funzionali alla fonazione sono: 1 – la respirazione NATURALE SUPERFICIALE per la fonazione parlata; 2 – la respirazione NATURALE GLOBALE per la fonazione cantata. Quest’ultima non è altro che la respirazione di atti naturali come il sospiro di sollievo e la boccata d’aria rigeneratrice. Il sorriso del canto (e qui rispondo alla seconda domanda), sorriso che nasce all’interno e non all’esterno, non è altro che un’emanazione del sospiro di sollievo, che infatti sfocia in una vocale orizzontale come la ‘A’ e non nella ‘O’ o nella ‘U’. Non è una forma statica prefissata, ma una forma duttile.

    Se vuole approfondire di più l’argomento e come si passa da queste formulazioni teoriche alla pratica, può leggere il mio libro ‘I fondamenti del vero canto’ (reperibile solo su Amazon).

    Antonio Juvarra – Introduzione a “I fondamenti del vero canto” | mozart2006

    "Mi piace"

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.