Staatsoper Stuttgart – Falstaff

Falstaff

Foto ©Martin Sigmund

La Staatsoper Stuttgart riprende in questi giorni l’ allestimento del Falstaff firmato da Andrea Moses, che inaugurò la stagione 2013/14 in omaggio al bicentenario della nascita di Verdi. Una produzione che al suo apparire fu complessivamente apprezzata dalla stampa e della quale anch’ io scrissi in termini favorevoli. Rivedendolo dieci anni dopo, devo dire che il mio gradimento è sceso in maniera drastica e che a mio avviso lo spettacolo è decisamente invecchiato molto male. Questo posso affermare a motivo dell’ estetica complessivamente molto dimessa, di una recitazione piena delle solite mossette e frufru e di alcuni errori e cadute di gusto davvero pacchiane. Innanzi tutto, va detto che un Falstaff di fisico magro non è assolutamente credibile. La pancia di Falstaff, prescritta espressamente da Shakespeare e dal libretto di Boito, è un tratto distintivo fondamentale del personaggio come la gobba lo è per Rigoletto e la carnagione scura per Otello. Se la si elimina, tutta la psicologia del vecchio libertino che crede di far innamorare le donne a dispetto del suo fisico viene completamente svisata. Di una volgarità pacchiana mi sono parsi poi certi intermezzi come quello precedente l’ inizio del secondo atto, con l’ oste che ascolta Azzurro e serve a Falstaff un piatto di spaghetti. Insieme ai costumi da picciotti di Bardolfo e Pistola, questa era la classica raffigurazione di un’ Italia caratterizzata da spaghetti, Celentano e mafia cara a certo popolino tedesco, noiosa e risaputa da decenni oltre che di una banalità davvero irritante. A tutto questo si aggiungevano poi i soliti costumi moderni ormai obbligatori come l’ IVA e la Mehrwertsteuer e il rumore di sega elettrica sovrastante il delicato preludio strumentale del quadro della foresta di Herne. Nell’ insieme, una messinscena che si può definire in poche parole come un insieme di billige Ideen und billiger Humor.

Falstaff

Foto ©Martin Sigmund

Anche per quanto riguarda la parte musicale, la serata doveva portare il peso di una direzione orchestrale assolutamente inadeguata perché impersonale, smorta, stracca e priva di idee. Friedrich Haider, settantunenne musicista austriaco legato per molti anni artisticamente e umanamente alla defunta Edita Gruberova, dirigeva il titolo per la prima volta e questo si sentiva in maniera evidente dalla poca cura delle dinamiche sonore, da un’ orchestra che spesso sovrastava le voci in maniera irrimediabile, ai pasticci negli ensembles e dal tono bassamente routinier di tutta l’ esecuzione. Il Falstaff è un’ opera complessa, bisognosa come poche altre di una concertazione minuta e accurata. Senza la presenza sul podio di un manico (come dicono i melomani) sicuro, tutta la struttura della narrazione musicale perde gravemente di significato.

Falstaff

Foto ©Martin Sigmund

A reggere e salvare l’ esito di una serata piuttosto traballante ha fortunatamente provveduto una compagnia di canto equilibrata e di buon livello, con in più il non indifferente vantaggio costituito dalla presenza di alcune voci italiane. Lucio Gallo, baritono di lunga e illustre carriera che io ricordo di avere ascoltato come Ford a Ferrara ventiquattro anni fa nello spettacolo di Jonathan Miller diretto da Claudio Abbado, pur penalizzato da una raffigurazione scenica sbagliata ha delineato un protagonista all’ altezza delle esigenze per arguzia e scioltezza oltre che di buona linea vocale e interpretativa. Abbastanza buono anche il Ford del baritono polacco Paweł Konik, dotato di voce robusta e sonora. Interessanti anche il Fenton del tenore cinese Mingjie Lei, dalla voce fresca e accattivante oltre che di bellissimo colore e i due seguaci di Falstaff impersonati da Torsten Hoffmann e Jasper Leever, due tra i migliori caratteristi della Staatsoper Stuttgart e bravo anche il tenore francese Christophe Mortagne come Dottor Cajus. Molto pregevole il quartetto delle voci femminili, tutte di bel timbro e attraente freschezza. Selene Zanetti, giovane cantante vicentina che ha lavorato per diverso tempo alla Bayerische Staatsoper, ha impersonato un’ Alice di ottima verve scenica e vocale, elegante e spiritosa nel fraseggio. Eccellente anche la prova di Claudia Muschio, ventisettenne cantante nativa di Brescia che qui alla Staatsoper sta raccogliendo ottimi successi e come Nannetta ha messo in mostra tutti i pregi di una voce accattivante e di una tecnica rifinita che le permette incantevoli smorzature ad alta quota nell’ aria del terzo atto. Impeccabile per gusto sorvegliato e senso della misura mi è sembrata la Quickly del mezzosoprano siciliano Marianna Pizzolato, dal fraseggio di giusta comicità senza mai cadere nel caricaturale. Ben cantata e scenicamente spiritosa è apparsa anche la Meg di Ida Ränzlöv, giovane mezzosoprano svedese entrata nell’ ensemble direttamente dall’ Opernstudio come Claudia Muschio e che in questi ultimi tempi si è segnalata per la sua versatilità interpretativa in un repertoio molto variegato. Vocalmente, quindi, la serata offriva diversi motivi di interesse anche se in assenza di una direzione d’ orchestra efficace e di una regia valida lo spirito dell’ ultimo capolavoro verdiano stentava a venir fuori.


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