Intervista a Claudia Muschio

Foto ©Matthias Baus

Claudia Muschio, venticinquenne soprano nativa di Brescia e formatasi prima al Conservatorio “Luca Marenzio” nella sua città natale per poi proseguire gli studi di perfezionamento al Conservatorio “G. Frescobaldi” di Ferrara, è stata assunta come membro stabile della compagnia alla Staatsoper Stuttgart dopo un anno passato all’ Opernstudio in cui era stata la prima artista italiana ad essere ammessa. Si tratta di una nomina sicuramente prestigiosa per una cantante così giovane e agli inizi della carriera, specialmente in un teatro che da sempre offre grandi possibilità ai giovani talenti: Waltraud Meier, Angela Denoke, Eva Maria Westbroek e Jonas Kaufmann sono alcuni tra i cantanti di rango della nostra epoca che alla Staatsoper Stuttgart hanno ottenuto i primi successi della loro carriera. Appena avuta la notizia della nomina, ho chiesto alla giovane cantante bresciana di concedermi un’ intervista. Claudia, che oltre alle sue qualità artistiche è una ragazza molto simpatica e di grande spontaneità, ha risposto molto volentieri alle mie domande. Ecco la trascrizione del nostro colloquio.

Prima di tutto, permettimi di farti anche qui i complimenti, come giornalista ma soprattutto come italiano all’ estero, per il prestigio che procuri al nostro paese con la tua nomina.

Grazie di cuore!

E adesso, parlaci di te. Tu sei giovanissima, quindi come Mimí potresti dire „La storia mia è breve“. Ma raccontaci lo stesso come hai deciso di diventare una cantante lirica.

Diversamente da molti, devo ammettere di essermi avvicinata all’ opera non molto presto, intorno ai tredici anni. Intendiamoci, ho sempre amato la musica, ma non prediligevo un genere in particolare e mi riconoscevo più come ascoltatrice che come vera e propria interprete. Specialmente ricordo che ascoltavo suonare mio zio Piero, pianista e musicista eccezionale, che spesso mi coinvolgeva nel suo studio e che è stato il mio vero e proprio primo Maestro. Giunta alla scuola media, il mio professore di musica notò la mia voce durante le audizioni per il coro della scuola e mi propose di partecipare ad un concorso canoro che – inaspettatamente per me – vinsi. Da lì in poi mi appassionai sempre più al canto, tanto che volli approfondire con più serietà la respirazione e la tecnica del canto in generale. Il caso volle che avessi come vicina di casa un soprano, Norma Raccichini, che mi insegnò in davvero poco tempo le basi del canto lirico (così iniziai ad appassionarmi all’ opera) e che mi preparò poi all’ audizione per entrare in Conservatorio a Brescia, la mia città. Lì ho potuto fare le mie prime esperienze concertistiche, dopo cinque anni mi sono diplomata e mi sono specializzata al Conservatorio di Ferrara. Dopodiché ho cominciato a cimentarmi in audizioni e concorsi, finché due anni fa sono riuscita a realizzare il sogno di entrare nella prestigiosa Accademia Rossiniana “Alberto Zedda”, da cui tutto è cominciato.

Quali sono le difficoltá principali che hai incontrato durante i tuoi anni di studio?

Sicuramente negli anni di studio mi sono resa conto che la voce è uno strumento davvero delicato e che la più grande difficoltà è saperla preservare senza rovinarla. Questo è possibile soprattutto affidandosi ad un bravo maestro di canto, che purtroppo però non è affatto semplice da trovare. Lo studio poi deve essere il pane quotidiano di un cantante, che a mio parere deve sempre puntare a migliorarsi, in una continua scoperta e ricerca della propria voce, strumento misterioso e magico, ma anche molto imprevedibile. Perciò è fondamentale costruirsi dei punti fermi, delle “ancore di salvezza” che aiutino a superare anche blocchi psicologici o impedimenti fisici. E per questo servono – ahimè – anni di studio ed esperienza, che comunque sembrano sempre non bastare!

Come studi i ruoli che devi preparare?

Solitamente, come prima cosa, mi documento sull’ opera a cui mi sto approcciando, approfondendo la trama, il sistema dei personaggi, ma anche raccogliendo informazioni su come l’ autore la compose e magari anche conoscendo il cast originale della prima (cosa che trovo sempre molto interessante). Dopodiché mi concentro sullo spartito e sulla musica, cercando prima di leggerla al pianoforte, analizzando le intenzioni e le dinamiche del compositore, per poi “metterla in gola” – come si suol dire in gergo – affrontando tecnicamente soprattutto i passaggi più ostici. Successivamente, quando il ruolo comincia ad essere più sicuro, proseguo lo studio contemporaneamente anche con un pianista accompagnatore, che mi aiuta ad aggiungere nuove sfumature e idee all’ interpretazione, nonché a memorizzare più facilmente tutto il ruolo.

Come cantante di formazione italiana, hai problemi all‘ estero per quanto riguarda la parte scenica? Qui in Germania le messinscene sono, diciamo cosí, particolari…

La scuola italiana, a mio parere, è ottima per quanto riguarda in generale la formazione musicale e tecnica. Tuttavia a mio parere si prende meno in considerazione la formazione scenica, e questo è un limite perché il cantante è soprattutto uomo di spettacolo e deve saper stare su un palcoscenico in maniera convincente, un po’ come un attore di prosa. Sicuramente in Germania c’ è un’attenzione particolare a sperimentare nuove letture dei libretti operistici, il che può sorprendere e a volte disorientare lo spettatore, ma anche offrire nuove occasioni di dibattito sullo stato dell’ arte del teatro lirico. L’ Italia, forse perché patria del melodramma e detentrice della grande tradizione operistica, tende a essere più affezionata alle rappresentazioni classiche, in stile tradizionale.

Tu sei una ragazza giovane. La professione di cantante comporta sacrifici per una persona come te?

La professione di cantate richiede sempre un certo numero di sacrifici. Il nostro strumento – la voce – è parte del nostro corpo e deve essere il più possibile preservato da malesseri che lo possano compromettere. Bisogna quindi porre attenzione all’ alimentazione, agli sbalzi di temperatura, all’ aria condizionata e non condurre una “vita spericolata” (almeno durante il periodo di una produzione!) per evitare di incorrere in spiacevoli abbassamenti di voce o in altri malanni che possano rovinare la performance canora.

Foto ©Roberto Recanatesi

E cosa fai nel tempo libero?

Mi piace moltissimo cucinare, in particolare dolci, leggere e viaggiare (uno dei motivi per cui amo il mio lavoro).

Hai amici al di fuori dell‘ ambiente musicale? Cosa pensano del lavoro che fai?

La mia più cara amica è totalmente estranea all’ ambiente musicale e spesso mi diverte raccontarle delle curiosità, che stupiscono i non addetti ai lavori . Il mio è un lavoro molto particolare, che porta spesso e volentieri a stare lontano dagli affetti, che coinvolge mente e cuore al limite dell’ alienazione sociale.  Per questo, a mio parere, è importante avere amicizie al di fuori di questo particolare mondo, non solo per il sostegno morale, ma soprattutto per rimanere ancorati alla “realtà”, cosa che spesso si perde progredendo nella carriera.

Pensi che l‘ opera sia ancora un genere di arte che ha qualcosa da dire alle nuove generazioni?

Assolutamente sì. L’ opera è un genere artistico particolare, per cui è necessaria una certa educazione al suo ascolto, che ahimè manca in particolare nelle nuove generazioni. L’ opera infatti ha smesso di essere popolare quando il mondo dei media e dei social ha iniziato ad avere un ruolo predominante, senza valorizzarla adeguatamente. I giovani quindi non conoscono l’ opera e le sporadiche volte in cui si approcciano ad essa, questi lo fanno in modo superficiale e la considerano qualcosa di lontano, vecchio e superato. Apprezzo quindi moltissimo i nuovi progetti dei teatri lirici che organizzano spettacoli ad hoc per i bambini e per i ragazzi, riadattando su misura il repertorio operistico, rendendolo quindi più accessibile e accendendo in loro una nuova curiosità. Questo potrebbe dare nuovo impulso allo studio della musica non solo per i ragazzi delle scuole specializzate, ma anche semplicemente per gli studenti della scuola dell’ obbligo, formando una nuova generazione più sensibile e più consapevole della cultura musicale.

Ci sono artisti del passato che costituiscono per te un modello a cui ispirarsi? E ascolti i dischi quando stai preparando un ruolo?

Amo particolarmente ascoltare gli artisti del passato, a mio parere i veri detentori dell’ arte del canto. Trascorro il mio tempo libero ascoltando registrazioni di Rosa Ponselle, Luisa Tetrazzini, Aureliano Pertile, Giacomo Lauri-Volpi, Beniamino Gigli e ovviamente Maria Callas, Franco Corelli e Mario Del Monaco, Luciano Pavarotti e Mirella Freni. Nonostante ciò ascolto raramente le interpretazioni altrui quando sto preparando un nuovo ruolo, poiché voglio evitare in ogni modo di imitare gli altri, cercando di trovare una mia visione personale.

Immagina per un attimo di essere il direttore artistico di un teatro. Che tipo di stagione vorresti presentare?

Se fossi un direttore artistico, proporrei una stagione molto eterogenea, che non comprenda solamente le opere di repertorio – meravigliose – che ascoltiamo sempre, ma riscoprirei opere dimenticate di grandi autori e non, lasciando anche spazio ai nuovi compositori d’ opera, per mantenere vivo e attuale questo genere.

I direttori d‘ orchestra che preferisci?

Sicuramente Claudio Abbado e Carlos Kleiber. Tuttavia posso affermare di avere collaborato spesso con giovani e promettenti direttori d’ orchestra che fanno presagire una nuova generazione in grado di dare degnamente continuità a questo importante ruolo.

Chi ti ha insegnato di piú tra gli artisti con cui hai finora lavorato?

Degli artisti con cui ho lavorato ho appreso molto: non solo a livello tecnico, ma anche a livello di tenacia e perseveranza. Una parte fondamentale del mio lavoro sta infatti proprio nel saper accettare le critiche, farne tesoro e non arrendersi alle prime difficoltà. Ma soprattutto il bello di condividere il palco con colleghi esperti è il poter respirarne la professionalità, il carisma e il sentirsi padroni del palcoscenico. Ovviamente non è scontato che tutto fili liscio, ma spesso nelle difficoltà si trova uno spunto per crescere professionalmente e umanamente. Tra le esperienze professionali che più mi hanno formato non posso non citare quelle al Rossini Opera Festival, in particolare la produzione de Il viaggio a Reims nel 2018 (a cui ho preso parte anche questa estate), il mio primo debutto nonché realizzazione di un sogno, L’ equivoco stravagante del 2019 diretto da Carlo Rizzi, con l’ Orchestra della Rai e con la regia di Leiser e Caurier e il Gala rossiniano sempre del 2019 durante il quale ho condiviso il palco con artisti come Juan Diego Florez, Angela Meade e Michele Pertusi. Ovviamente non posso non citare anche la mia Barbarina de Le nozze di Figaro allo Staatsoper di Stuttgart, che mi ha portato tantissime soddisfazioni e opportunità. Infine un vero punto di riferimento è la mia insegnante di canto, Donata D’ Annunzio Lombardi, che mi ha aiutato e mi aiuta a costruire delle solide basi tecniche e interpretative da poter portare con me nel mio lavoro.

Qual è la parte che ti piacerebbe interpretare anche se non hai la voce adatta per farla?

Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di interpretare Violetta. Tuttavia ci sono tantissimi ruoli che amo, ma che purtroppo per ora non rientrano nelle mie corde, come le grandi eroine del repertorio drammatico: Tosca, Norma, Suor Angelica, ma anche Semiramide e Mimì.

Come trovi la vita in Germania? Hai avuto qualche problema ad inserirti? Come si lavora qui da noi? Meglio o peggio che in Italia?

Mi trovo veramente molto bene in Germania. È stato sicuramente molto difficile separarsi dalla famiglia, dagli affetti e dal mio paese, ma non ho avuto alcuna difficoltà a inserirmi a livello professionale e non, poiché ho trovato grande gentilezza e umanità. Meglio o peggio che in Italia non si può dire, perché sono due realtà molto diverse. L’ Italia è il mio Paese, dove sono cresciuta e dove ho studiato, ed è ovvio che sarà sempre il mio luogo del cuore. Tuttavia la Germania, o meglio la Staatsoper Stuttgart, mi ha dato un’ opportunità straordinaria per cui non sarò mai abbastanza riconoscente e che mi sta permettendo di mettere a frutto quanto appreso in tanti anni di “studio matto e disperatissimo”.

Se non avessi fatto la cantante, cosa ti sarebbe piaciuto essere? E per finire, il tuo sogno nel cassetto. Come vorresti che si sviluppasse la tua carriera? 

Da bambina sognavo di diventare una ballerina classica, quindi diciamo che non mi sono mai vista fuori dal mondo della musica e del teatro, anche se miei genitori mi avrebbero preferito medico o ingegnere… Ora però sono i miei fans più sfegatati! Nel futuro spero di proseguire a cantare in teatro con la stessa passione e tenacia di adesso, e perché no, un giorno molto lontano di condividere la mia esperienza, dando il mio contributo alla formazione delle nuove leve del canto lirico.

Grazie Claudia e tanti sinceri auguri per la tua carriera!


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3 pensieri riguardo “Intervista a Claudia Muschio

  1. Kann mich Helga Elisabetta anschließen. Schönes Interview. Es ist erstaunlich, wie viele sehr gute Stimmen, gerade auch Frauenstimmen, immer wieder aus Italien kommen. Das deutet auf ein sehr gutes Ausbildungssystem hin. Habe zuerst Claudia Muzio gelesen…

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