Ugo Benelli è stato, insieme a Luigi Alva, il tenore rossiniano di riferimento negli anni Sessanta e Settanta. Continua a leggere “Intervista a Ugo Benelli”
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Giuseppe Patanè e la tradizione operistica italiana
Penso che tutti gli appassionati d’ opera conoscano il nome di Giuseppe Patanè, uno degli ultimi veri grandi rappresentanti della tradizione lirica italiana nel campo della direzione d’ orchestra.
Vi propongo questa intervista, rilasciata dal Maestro pochi mesi prima della morte.
Credo che, dopo più di vent’anni, le affermazioni in essa contenute non abbiano perduto nulla della loro validità.
Con Giuseppe Patané, scomparso nel maggio 1989 a Monaco di Baviera dove era impegnato a dirigere il Barbiere di Siviglia, è sparito non solo uno dei direttori più stimati dei nostri tempi ma soprattutto uno degli ultimi esponenti dell’ antica scuola direttoriale, che da Toscanini a Serafin, da De Sabata a Votto aveva condensato in una sola figura tanto il musicista che l’ uomo di teatro, profondo conoscitore delle voci e delle convenzioni operistiche. Proprio sul rispetto di una certa tradizione, intesa come conservazione di un patrimonio di segreti, di malizie esecutive volte ad assicurare vitalità al testo musicale, ritenuto terreno su cui lavorare e non da rispettare pedissequamente come una falsa filologia tenderebbe a suggerire, poggiava lo stile del direttore napoletano, forse per questo motivo snobbato da certa critica intransigente. L’ esser rimasto da solo a sostenere tutta l’ eredità di un passato con convinzione assoluta e motivata (non dimentichiamo che Patané, figlio di una famiglia di musicisti, ebbe modo di conoscere e collaborare con i più grandi compositori e direttori di questo secolo) certo non lo favorì in un periodo in cui concedersi la benchè minima licenza equivaleva a un tradimento dell’ autore o, peggio ancora, ad un antiquato modo di pensare. E non pochi dissentiranno forse da alcune affermazioni di Patané presenti in questa intervista, sicuramente una delle sue ultime, rilasciata in occasione dell’ incisione per la Decca del Barbiere di Siviglia al Teatro Comunale di Bologna, nel giugno ’88. La stessa volontà di proporre coraggiosamente una versione ‘tradizionale’ della più popolare opera rossinana chiarisce immediatamente il punto di vista del direttore, tranquillamente disinibito nel dichiarare la predilezione per un’ edizione teatrale piuttosto che per la famosa edizione critica. Ma sarà forse possibile ritrovare nelle sue parole, in quella colorita ironia tutta napoletana, la sicurezza delle proprie posizioni, la certezza di una scelta non tanto personale quanto ‘giusta’ ai fini della logica interpretativa e doverosa nei confronti di una tradizione da tramandare, che dopo di lui sarà destinata probabilmente a perdersi nel tempo.
Qual è il suo rapporto con il disco?
– Non ho esclusive con nessuna casa discografica (ho lavorato indifferentemente per la Decca, per la RCA, per la Deutsche Grammophon, per la CBS, per l’Hungaroton), anche perché penso di incidere il più possibile per lasciare ai posteri qualche documento valido: così se un’ etichetta non è interessata ad un certo tipo di opera vado a farla con un’ altra. Per esempio ho appena realizzato l’Iris di Mascagni con la CBS perché era l’ unica disponibile in questo senso; prossimamente inciderò invece La Wally di Catalani con la RCA, insieme a Domingo e alla Tokody, mentre con la CBS ho in programma La Boheme, ancora con Domingo, e La fanciulla del West.
Noto un interesse predominante per il Verismo …
– Non solo, perché sono in ponte per il ’91 anche I Puritani, probabilmente a Santa Cecilia, e per il prossimo anno La Favorita, con Kraus e la Baltsa, che incideremo a Vienna.
Torniamo a questo Barbiere che sta registrando per la Decca. Quali opere di Rossini rientrano nel suo repertorio?
– Beh, a parte la Matilde di Shabran e simili che non ho mai sentito in vita mia, ho diretto tutte quelle del repertorio corrente: Cenerentola, Italiana in Algeri, Mosè, Barbiere, Guglielmo Tell.
Per questa incisione di Barbiere quale edizione è stata scelta?
– Dunque, noi sappiamo benissimo che c’è una revisione ‘Zedda’, riportata alla partitura originale. Noi l’ abbiamo evitata per due ragioni: una è che la terza edizione fedele a questa revisione sarebbe stata perfettamente inutile, non perché la partitura non sia valida, anzi devo dire che Zedda ha fatto un lavoro onorevole e lo si deve ringraziare per aver portato alla luce quelle che erano le prime intenzioni del compositore. Esistono però anche delle tradizioni da rispettare: essendo io un maestro di tradizioni, ho voluto incidere un Barbiere tradizionale, senza per questo voler andar a priori contro la versione Zedda, ma con l’ intenzione di realizzarne la prima edizione ‘tradizionale’ in digitale. La seconda ragione sta nel fatto che la tradizione ha un senso, intendendo con questo termine tutti quegli accorgimenti che l’ autore, d’ accordo con il direttore d’ orchestra dell’ epoca, ha accettato. Per esempio nella Sinfonia è stato innestato un trombone, perché il risultato sonoro con i soli contrabbassi non veniva fuori. Sono state aggiunte due battute nel concertato del primo atto perché sembrava ‘non logico’ avere due battute in meno. In questo stesso brano si è deciso di affidare l’ intervento di Don Bartolo a Don Basilio, anche perché «Guarda Don Bartolo! Sembra una statua! Fiato non restagli da respirar» fa sottintendere che Don Bartolo non canti. Ma i maggiori interventi si sono fatti comunque a livello orchestrale.
Vocalmente ci sono stati molti cambiamenti?
All’ epoca di Rossini erano accettate le variazioni che i cantanti si permettevano di fare nelle riprese di una strofa, che veniva sempre variata. Anche questo fa parte della tradizione, perché un’ usanza che da Rossini a Donizetti trovava tutti gli autori concordi e contentissimi è senz’ altro da recuperare.
Le variazioni da chi sono state scritte?
– Non esistono variazioni per questa o quella opera, tanto che si può trovare grosso modo la stessa cadenza sia nell’aria del baritono del Trovatore che in quella del tenore della Lucia. Generalizzando, si può dire che in quasi tutte le opere la cadenza rimanga la stessa. Di conseguenza non sono stati fatti studi particolari. Si sono evitati abbellimenti e si sono accettate alcune variazioni, soprattutto nell’ aria di Rosina, scritte nel nostro caso per registro di mezzosoprano.
Questa scelta è stata sua o della Decca?
– È stata presa di comune accordo, con l’ idea precisa di realizzare un Barbiere non freddo ma quasi live, in cui dominasse lo spirito teatrale. Abbiamo di conseguenza curato molto bene i recitativi ed anche il movimento scenico, cercando di dare con il cambio dei microfoni l’ effetto di lontano-vicino, interno-esterno.
I tagli sono stati tutti riaperti?
– Si, perché oggi si usa trasferire in disco tutto quello che è stato scritto. Io mi sono adeguato a questa usanza anche se confesso di non essere del tutto convinto, perché i tagli hanno un senso, un significato più che altro teatrale, accettato dall’ autore. In disco non mi danno fastidio, ma in teatro non farei mai un’ edizione integrale.
Verrà inclusa quindi anche l’aria finale del tenore?
– Noi l’ abbiamo incisa, ma, se decideremo di inserirla, la posizioneremo alla fine dell’ opera, come appendice. Questa è un’aria che fu tolta da Rossini dal Barbiere e innestata nella Cenerentola per il mezzo-soprano, quindi fu egli stesso che non volle che comparisse nel Barbiere, anche perché è di una difficoltà enorme per il tenore. Comunque solo l’ aria è stata
tolta dal contesto, mentre il recitativo tra il Conte e Don Bartolo è stato mantenuto.
Ai cantanti è stata lasciata una certa libertà interpretativa?
Abbiamo scelto d’accordo con i cantanti un’ impostazione precisa, un’ unica linea interpretativa, che è stata realizzabile grazie ad una compagnia di elementi disponibili e anche molto validi. Oltre a Nucci, alla Bartoli, a Matteuzzi, a Burchuladze, voglio ricordare Fissore, uno dei migliori Bartoli d’ oggi, se non il migliore.
Come si è trovato con l’Orchestra del Comunale di Bologna?
– Il risultato musicale è abbastanza soddisfacente, perché, nel responsabilizzare un po’ tutti, l’ orchestra alla fine ha reso. Sa, quasi tutte le orchestre italiane non sono abituate alla disciplina discografica e tendono per questo ad essere un po’ rumorose. È questione di mentalità, che spero si cambi al più presto, in modo che le case discografiche tornino ad incidere di nuovo in Italia, perché il suono delle nostre orchestre per l’ opera italiana e l’ideale. Purtroppo mancano anche le sale d’ incisione e se si pensa a Santa Cecilia, che è una delle migliori orchestre europee ma che è priva di una sala da concerto e di una d’ incisione, si può ben capire perché rimanga senza un’ attività discografica.
Lei lavora molto all’ estero. Com’è il suo rapporto con le orchestre straniere rispetto a quelle italiane?
– Devo dire che attualmente sono direttore stabile di una delle due orchestre della Radio di Monaco di Baviera. Abbiamo inciso l’ Iris in pochissimo tempo. È un’orchestra che legge molto bene, di ottima qualità sonora, che non ha nessun problema se ci sono da fare straordinari o sedute fuori orario. Sarà perché la c’ è un’ altra organizzazione, perché si guadagnerà forse di più, ma si avverte un orgoglio che qui sembra essere scemato, ma per ragioni indipendenti dagli stessi orchestrali. È l’ andazzo musicale italiano che va riveduto e corretto, a partire dalla Scala.
Torna comunque volentieri in Italia?
– Naturalmente, perché qui il contatto umano è unico e poi perché ho amici dappertutto. Come napoletano vorrei essere il salvatore del Teatro S. Carlo, ma vedo che è un’impresa veramente disperata. Ho sempre sperato, ma ormai mi sono rassegnato.
Dove pensa che si riesca ancora a fare musica in Italia?
Bologna, se si cambia la mentalità di qualcuno a livello dirigenziale, ha un teatro molto serio. Ho conosciuto il Sovrintendente e il Direttore Artistico e ne ho ricevuto un’ ottima impressione: se tutti i teatri avessero due persone così, forse cambierebbe la vita musicale italiana. Mi sono trovato bene alla Scala, anche se quest’anno c’ è un po’ di crisi (1988, n.d.r.), e così pure all’ Opera di Roma, dove l’ anno scorso abbiamo fatto un buon Macbeth perché ho avuto la fortuna di non incappare in un periodo di scioperi. Difficilmente se sono impegnato in Italia per uno spettacolo riesco a farne un altro nello stesso tempo in un diverse teatro, perché la mia attività si svolge soprattutto all’ estero, dove come si sa gli impegni si fissano con molto anticipo. Col Teatro di Monaco ho già un programma predisposto nei minimi particolari sino al ’92.
Come si concilia lo spirito di un napoletano con quello tedesco?
– Basta farsi voler bene, essere amico, non darsi delle arie, non trattarli male. Loro capiscono e non ne approfittano. Da noi invece c’è sempre quello che ti batte una mano sulla spalla e ti dice «Beh, ora non ci pensiamo. Se ne parla domani». E a forza di parlarne domani, il domani diventa sempre domani, in modo che non si risolve mai niente.
I suoi prossimi impegni in Italia?
– Sono in trattative con la Scala per un’ opera: dipende da chi canterà. Purtroppo la Scala è un teatro in cui si scelgono prima i cantanti e in base a questi poi si stabilisce che opera si deve fare. Questo perché alla Scala non si accettano le mediocrità da parte del pubblico, mentre invece la critica scambia la mediocrità per talento e viceversa. Non accuso quella milanese, in particolare, ma a livello mondiale bisogna dire che la critica ne ha azzeccate poche. Se avessimo dovuto dar retta ai critici, a quest’ora sarebbero in piedi solo autori come Auteri-Manzocchi, Coronaro, Filippetti, mentre sarebbero scomparsi Verdi, Puccini, Wagner. Questo non fa testo: bisogna accontentare soprattutto il pubblico, perché le opere sono state scritte per lui. La conferma di uno spettacolo è il teatro esaurito e il pubblico in piedi che applaude. Il resto non conta.
Com’ è possibile gestire il rapporto tra direttore e artisti di fama?
– Gli artisti di fama musicisti vanno sempre d’ accordo con il direttore. Poi ci sono anche artisti di fama che non sono musicisti e li ci può essere qualcosa che non va, ma col ragionamento si riesce a risolvere anche questa difficoltà e ad andare d’ accordo con tutti.
Esiste un repertorio in cui la componente vocale predomina su quella direttoriale e viceversa?
– Tutte e due le componenti sono importanti, perché un cast di ottimi cantanti con un direttore mediocre fa sempre una pessima figura e così pure un cast mediocre con un grandissimo direttore ottiene lo stesso risultato. Per quanto riguarda il repertorio, posso dire che per ragioni di pura comodità preferisco dirigere Wagner, perché è meno rischioso: tutto quello che può succedere succede senza che se ne faccia uno scandalo. Invece mettere le mani su Rossini, Bellini, Donizetti oggi è un problema, perché se non si ha un cast adeguato anche il direttore casca in pieno. Poi bisogna provare tantissimo con l’ orchestra, perché ad esempio Rossini richiede la massima pulizia, mentre in Wagner se esce fuori un trombone o una tuba tutto passa. Wagner è facilissimo da dirigere: infatti i direttori tedeschi dirigono Wagner, ma solo quando affrontano il repertorio italiano fanno capire se sono validi o meno.
Ha una preferenza per un repertorio in particolare?
– No, amo la musica in generale. Evito solo i rumori che fanno parte della musica contemporanea, perché quelli li sento alla Stazione Centrale senza pagare il biglietto!
E quindi se le proponessero un ‘opera moderna?
Dipende, ci sono delle opere moderne valide e ce ne sono altre che sono esperimenti inutili. Io non le subisco perché le rifiuto a priori: nel ’71 a Napoli ho diretto una prima assoluta di Meyerowitz, ma quella, per quanto moderna, era musica. Io leggo la musica come il giornale, ma se rifiuto certe opere è perché non c’ è musica da leggere.
Qual è il repertorio che le viene più richiesto?
– Quello di tradizione, perché molti ritengono che io sia l’ ultimo direttore della vecchia generazione e non uno dei maestri della nuova e così tutti vengono da me a chiedere come si faceva questa o quell’ altra cosa. Dopotutto avendo iniziato in teatro all’ età di sette anni e avendo diretto la prima volta a diciannove, conto gia una carriera quasi quarantennale. Pur essendo giovane, ho conosciuto Mascagni, Giordano, Alfano e ho studiato per un certo tempo anche con Cilea, grazie naturalmente a mio padre e a mio nonno, che era addirittura amico di Wagner. La nostra famiglia ha in questo senso una tradizione. E per quanto riguarda i compositori stranieri, posso dire di aver incontrato Stravinsky, Prokofiev, Hindemith, Sibelius, Shostakovich.
Pensa quindi di essere considerato un direttore di tradizione
per il suo modo di proporsi o per questi contatti che lei ha avuto con i musicisti del passato?
– Per questi contatti, perché credo di aver tramandato grazie a loro delle tradizioni giuste. Prendiamo un esempio: Cavalleria rusticana. Se la si volesse dirigere com’ è scritta, si otterrebbe l’ esatto contrario di quello che voleva Mascagni. E questo non lo dico solo io, perché se qualcuno ascolta il disco diretto da lui confrontando la partitura, noterà che uno è l’ opposto dell’ altra, come effetti sonori, tempi e via dicendo.
Di conseguenza il lavoro di un direttore come deve inquadrarsi?
– Un direttore dev’essere informato sulle vere tradizioni (non quelle costruite sui ‘tradimenti’ dei cantanti, come le fioriture alla Caruso che non fanno parte della tradizione e vanno di conseguenza eliminate), quelle per intenderci che l’ autore stesso alla prima prova d’ orchestra andava ad annotare sulla partitura già stampata, che di conseguenza è priva di queste correzioni.
I compositori che lei ha conosciuto erano tutti così elastici nelle intenzioni?
– Tutti, assolutamente. Giordano disse una volta, provando con l’ orchestra: «Signori, ritmo!». «Ma scusi, Maestro, qui c’ è scritto …» «Non importa, qui bisogna fare della musica!». Ora invece abbiamo i ‘masturbatori della semicroma’. Questa non è musica, è matematica!
Ma trova alcuni talenti tra le nuove leve?
– Qualche talento c’ è, ma questi giovani devono apprendere certe cose che non sanno. Io ho avuto la fortuna di lavorare con direttori che queste cose le sapevano, dai Serafin ai De Sabata.
Si spiega come mai una scuola di così abili concertatori e conoscitori della vocalità si sia perduta?
– Non accusiamo le giovani leve direttoriali perché tecnicamente oggi il direttore d’ orchestra è migliorato. Oggi abbiamo giovani che veramente danno punti ai direttori anziani, per quanto tra questi non si riesca più a trovare un uomo di teatro. Ora non si intende più questa parola nel senso di umile servitore della musica e del palcoscenico: si debutta subito alla Scala o al Met senza avere un’ esperienza maturata. Questi non li considero colleghi, pur rispettandoli tutti ed anzi valutandoli come direttori forse anche meglio di me. Però se un cantante mi viene a dire: «Sa, Maestro, ho sbagliato perché sono abituato al suo collega», io gli chiedo «Scusi, da quanti anni canta?» «Da un anno e mezzo» «E allora come fa a conoscere un mio collega, se sono tutti morti già da vent’ anni?». L’unico rimasto in piedi è Gavazzeni, gli altri sono tutti spariti, purtroppo.
Quindi lei crede che il direttore d’oggi sia più adatto alla sinfonica che all’ opera?
– Senza dubbio. Io consiglierei al direttore d’ oggi di respirare come un essere umano, perché solamente così può capire le esigenze di un cantante: dove deve riprendere fiato, come deve esprimere una certa frase, dato che non tutte le frasi possono essere cantate rigorosamente in tempo. Ora purtroppo si è persa questa concezione e si tende a realizzare un lavoro freddo. È vero che il romanticismo è superato e che non si suona più la serenata alla fidanzata, ma bisogna comunque rispettare lo stile di un’ epoca e se all’ epoca la prassi era quella di suonare la serenata, questa prassi va rispettata, anche se non è più l’epoca. Quando ho da lavorare con certi registi che vogliono spostare l’ azione più avanti preferisco fare l’ opera in forma di concerto, come mi è capitato ad Amburgo per Gioconda e a Francoforte per Mefistofele, dove ho scelto questa alternativa per evitare di avere a che fare con registi di questo genere. Che facciano le opere moderne, ma non questi lavori!
E tra i cantanti vede più degli esecutori o degli interpreti?
– Oggi sono migliori come interpreti di quelli del passato. Quelli avevano una salute vocale superiore, perché non prendevano l’ aereo ma si riposavano in quei lunghi viaggi di nave, senza subire gli sbalzi di fuso orario. La carriera di un cantante oggi dura molto poco. Ricordo Beniamino Gigli a sessantatre anni ancora in auge, mentre oggi a quarantasette sono quasi tutti finiti, perché cantano troppo e spesso un repertorio sbagliato. Ora come ora, ad essere ottimisti, si può ancora combinare una compagnia di Belcanto. Il Verismo sta per scomparire a livello vocale e non parliamo poi di Wagner: anche a Bayreuth sono tutte ‘zanzare raffreddate’!
Davide Annachini
Lavorando con Karajan
John Culshaw (1924 – 1980) fu uno dei massimi produttori discografici della storia. Dal 1947 lavorò per la Decca, Continua a leggere “Lavorando con Karajan”
Turandot alla Staatsoper Stuttgart
In attesa della nuova produzione del Parsifal firmata da Calixto Bieito, la Staatsoper di Stoccarda propone in questo periodo una serie di riprese di titoli di repertorio, tra cui la Turandot nell’ allestimento ideato nel 1997 da Nicolas Brieger.
Questa ripresa aveva il suo motivo di interesse principale nella presenza del giovane direttore slovacco Juraj Valcuha, recentemente nominato direttore stabile dell’ Orchestra RAI di Torino, che debuttava in questa occasione sul podio della Staatsoper.
Il giovane maestro ha dimostrato di possedere notevoli qualità tecniche e una personalità interpretativa ragguardevole. La sua interpretazione dell´ultimo capolavoro pucciniano è stata vibrante e accesa nei colori, con un taglio esecutivo chiaramente volto a mettere in evidenza gli aspetti novecenteschi della scrittura. Tinte orchestrali sgargianti e spesso aspri,quasi stravinskiani, tempi in genere molto mossi e notevole grandiosità nel trattamento delle pagine corali. Valcuha ha sfruttato al meglio le notevoli qualità dell´orchestra e del coro, e si è rivelato preciso e sicuro nell´accompagnare e sostenere i cantanti. Una prova di notevole rilievo, che conferma tutto quello che si va dicendo di buono su questo giovane direttore, atteso nei prossimi mesi da una serie di impegni importanti, tra cui una nuova produzione de L’ Elisir d’ amore alla Staatsoper di Monaco, con Rolando Villazon protagonista.
La compagnia di canto comprendeva alcuni dei migliori elementi membri stabili dell’ ensemble della Staatsoper. Turandot era il soprano bavarese Barbara Schneider-Hofstetter, Hochdramatisch Sopran della nostra compagnia, apprezzata interprete di ruoli wagneriani come Senta, Elsa e Isolde. Si tratta di una cantante che possiede mezzi vocali notevoli per volume e squillo, perfettamente in gradi di dominare l’ aspra tessitura del ruolo di Turandot, affrontata con sicurezza e risolta in maniera egregia nel fraseggio.
Nella parte di Liù abbiamo ascoltato la giovane armena Karine Babajanyan, attualmente forse l’ elemento di maggior classe dell’ ensemble di Stuttgart, che in questi ultimi due anni ha riscosso grandi successi come Cio Cio San, Tosca e soprattutto Tatjana in Eugene Onegin, probabilmente una delle più belle interpretazioni ascoltate di recente in questo teatro. Al suo debutto nel ruolo di Liù, la Babajanyan ha confermato di essere un’ artista di grande classe vocale ed interpretativa, che può tranquillamente puntare ai grandi palcoscenici. Molto ben cantate le due arie, con accenti particolarmente ispirati nella grande scena del terzo atto.
Calaf era affidato al tenore coreano Ki-Chun Park, professionista di grande sicurezza ed affidabilità, in possesso di una voce forse non particolarmente attraente dal punto di vista timbrico, ma ben controllata, con un settore acuto notevole per squillo e penetrazione.
Molto buona anche la prova nel ruolo di Timur del basso cinese Liang Ling, un altro elemento di grandi capacità professionali e interprete duttile di ruoli assai diversi tra loro.
Buono anche il terzetto delle maschere, con una menzione particolare per il Ping del giovane baritono austriaco Miljenko Turk.
La messinscena di Nicolas Brieger, basata su scene molto schematiche ideate da Hermann Feuchter, è di taglio decisamente espressionistico, con un´atmosfera richiamante la schönberghiana Erwartung. Molto ben calibrati gli effetti di luce e assai efficace la condotta delle masse. Tenendo conto della tendenza trash di certo Regietheater in voga qui da noi, questa è una produzione che possiede una sua più che dignitosa cifra stilistica e si lascia ancora guardare con piacere.
Successo assai caloroso per tutti.
Intervista a Fiamma Izzo D’ Amico
Fiamma Izzo D’ Amico è stata una delle cantanti più in vista della sua generazione. Debuttante a vent’ anni, due anni dopo era a Salzburg per cantare con Herbert von Karajan. In questo colloquio, la cantante romana Continua a leggere “Intervista a Fiamma Izzo D’ Amico”
Cavalleria Rusticana e Pagliacci al Teatro Coccia di Novara
L´amico Paolo Toscani mi manda queste brevi impressioni su una recita al Teatro Coccia di Novara, alla quale ha assistito.
Pubblico volentieri la nota come testimonianza di quel teatro di provincia che un tempo era la linfa vitale del nostro movimento lirico e che gli artisti tentano ancora di portare avanti in mezzo a problemi sempre più grossi.
Oggi ho avuto il piacere di conoscere personalmente il baritono Silvio Zanon, in occasione della rappresentazione del dittico Cavalleria e Pagliacci al Teatro Coccia di Novara.
L’incontro è stato piacevolissimo e abbastanza arduo..ma ci sono riuscito! Grazie alla collaborazione dell’amico GianMario Cavallaro, sono riuscito ad eludere la sorveglianza all’ingresso artisti. Circa trenta minuti prima della recita sono riuscito a salutare personalmente sia Silvio e Chiara, che il Tenore Alberto Cupido e la Sua squisita Signora.
Bando alle ciance….incominciamo!
Ottima Cavalleria, anche se in alcuni momenti la bacchetta nerboruta di Elisabetta Maschio non ha colto l’aspetto intimistico dell’opera, ma ha dato prova di grande duttilità e conoscenza, equilibrando la fossa con il palcoscenico.
Di notevole intensità la Santuzza di Maria Billeri che ha saputo dare al suo personaggio il calore necessario, senza mai eccedere in alcun modo. Di grande intensità emotiva e vocale il Turiddu di Alberto Cupido, che dopo una partenza incerta (dovuta ad un malessere passeggero) ha dato voce ad un Turiddu di notevole peso. Il timbro di Cupido è rimastato cristallino e luccicante, con fraseggio intenso e vitale. Ottimo l’Alfio di Silvio Zanon che ne ha reso ottimamente il carattere umano e vocale, cogliendone gli aspetti più intimi. Pregevole anche la Mamma Lucia di Monica Tagliasacchi, mezzo-soprano dotata di un buon timbro.
Dopo la piacevole pausa con gli amici di avventura Davide e Francesca, eccoci a Pagliacci.
La Maschio qui ha dato veramente il meglio di se stessa, con una direzione davvero eccezionale, fondendo il palcoscenico e l’orchestra in un tutt’ uno, ottenendo atmosfere davvero pregevoli.
Anche qui Cupido si è dimostrato davvero a suo agio, disegnando un Canio umano, disperato, collerico…davvero ottimo!
Una nota di merito alla Nedda di Esther Andaloro, dalla voce fresca e di peso. Ci ha regalato una Nedda sensuale e divertente, spigliata e di ottima presenza scenica.
Eccellente il Tonio di Silvio Zanon, il quale già dal prologo, ci ha dato prova di padroneggiare il ruolo sia vocalmente che scenicamente.
Di buona pasta anche il Silvio di Federico Longhi e lo scanzonato Arlecchino di Vincenzo Maria Sarinelli.
Il coro diretto da Gian Mario Cavallaro ha dato una grande prova in entrambe le pièces, dimostrandosi all’altezza della rappresentazione.
Un plauso infine anche alla regia di Emiliana Paoli, che ha ben gestito le masse sceniche e gli artisti senza eccedere in nulla….Grande Spettacolo a sedici ore….BRAVI TUTTI!!!
Paolo Toscani
Modernità e convenzioni nel Don Giovanni
L´amico Marco Ninci, già in passato gradito ospite di questo blog, riflette da par suo su alcuni aspetti drammatugici del Don Giovanni.
Un’opinione molto diffusa vede tratti ridicoli nella figura di Don Ottavio; di più, intenzionalmente ridicoli da parte di Mozart. Ecco, io su questa caratterizzazione non sono d’accordo. E penso anzi che nel "Don Giovanni" Mozart raggiunga un equilibrio perfetto nel rappresentare i vari personaggi che nell’opera agiscono. Ora, qual è il senso di questo equilibrio? Non certo quello di un generico classicismo, di un generico stupore per la perfezione senza tempo della scrittura mozartiana. E’ invece un equilibrio inteso nel suo concreto significato drammaturgico. Vale a dire, esso dà vita al fatto che Mozart, a mio parere, non esprime affatto un partito preso in favore di uno fra i due mondi che si contrappongono nell’opera: il mondo di Don Giovanni da una parte e dall’altra il mondo di coloro che volta a volta sono attratti nella sua orbita e da lei si ritraggono, richiamati da uno scrupolo morale incompatibile con l’istitnto erotico proprio del protagonista.Con Leporello a fare da cerniera fra questi due mondi, lui che solo per paura e mediocrità si allontana da Don Giovanni, lui che d’altro canto farebbe ben volentieri quella vita da briccone che ipocritamente rimprovera al proprio compagno di avventure. Un’interpretazione a senso unico di Don Giovanni porterebbe a pensare che questo scrupolo morale sia o retrivo o debole, superato com’è anche storicamente sia dalla licenziosità di costumi propria dell’Ancien Régime sia dal libertinaggio illuminista. In quest’ottica tutti gli altri personaggi verrebbero in qualche modo riassorbiti nella prospettiva appartenente a quel cialtrone di Leporello. Il loro scrupolo morale maschererebbe infatti unicamente il terrore di abbandonarsi ad una passione illecita, con la conseguenza inevitabile di rendere ridicolo Don Ottavio; come può costui pretendere di appellarsi ad una legge morale che è soltanto un sottilissimo velo di ipocrisia, del tutto sordo ai richiami di quell’autorità assoluta che è il Commendatore? Eppure, non mi sembra che le cose stiano proprio così. Penso invece che in Donna Anna, in Donna Elvira, perfino in Zerlina il combattimento fra il richiamo dell’amore lecito e la tentazione di quello illecito sia espressione di una lotta fra due istanze che sono entrambe reali, presenti e forti; e che quindi il timore di Don Ottavio, la sua insistenza, il suo dolore per quello che potrebbe essere avvenuto non siano affatto ridicoli, ma si appellino ad un’esigenza serissima, morale e sentimentale insieme. Ma quello che ho detto non implica che il Don Giovanni sia un’opera in cui appaiono tratti reazionari, reminiscenze stantie di un codice cui appartiene la luce fioca di valori e sentimenti ormai superati. Al contrario. Il Don Giovanni è un’opera modernissima. E questo in una duplice direzione. Da un lato i valori morali di riferimento, lungi dal costituire una ripetizione di archetipi quasi medievali nella loro assolutezza, sono già quelli della borghesia che di lì a poco prenderà il potere; si ricordi a questo proposito la santificazione beethoveniana del matrimonio. D’altro lato la carica vitale del protagonista, uno slancio che sembra travolgere tutto e tutti, preannuncia il romanticismo ed è del tutto incompatibile con le figurine dell’opera napoletana o con gli affetti incarnati in personaggi dell’opera seria. Ma è uno slancio che si arresta, è bene non dimenticarlo, non nella morte che è trasfigurazione d’amore (Wagner), non nell’incendio dei sentimenti che bruciano se stessi nello scontro con un mondo che non può capirli (Verdi), ma nell’incontro con un’autorità cui è estranea la compassione per le debolezze umane. Il finale è proprio questo. Lungi dal costituire una presa in giro delle convenzioni sociali cui obbediscono coloro che sono venuti in contatto con Don Giovanni, è invece un’ultima parola che ribadisce il carattere non convenzionale e anzi tragico di quella morale. Non c’è sbocco pacifico al contrasto fra legge etica ed istinto erotico. Donna Anna, Don Ottavio e Donna Elvira ne avranno il cuore spezzato per sempre. Si salveranno soltanto la sensualità ingenua di Zerlina e Masetto e la cialtroneria di Leporello. E la cosa si spiega: non si tratta di personaggi precisamente kantiani. Con questo si misura l’ errore enorme compiuto da Mahler quando tagliava il finale e faceva terminare l’opera con la morte di Don Giovanni. Rendeva omaggio sì alla statura del protagonista, ma toglieva la favella a tutti gli altri, facendone quasi delle proiezioni della vitalità del gentiluomo sivigliano, proiezioni prive di qualunque autonomia. Eppure a una morale non fondata sull’istinto avrebbe dovuto pensare, lui che tanto si era scandalizzato per un innocuo spacco nel vestito di una cantante durante una brappresentazione dei "Racconti di Hoffmann". Di lì a poco Mozart, nel "Così fan tutte", avrebbe presentato quella che era la sua opera meno proiettata nell’Ottocento, quella nella quale ogni sentimento trascolora nell’altro e non c’è nessun codice superiore a frenarlo; l’unica istanza che opera dall’alto è il malinconico sorriso mozartiano, pieno di umana pietà per ogni sentimento che voglia durare e non dura invece lo spazio di un mattino. Ma questa è un’altra storia. Non è un caso che durante tutto l’Ottocento "Così fan tutte" abbia subito un obnubilamento pressoché totale: e sia risorta soprattutto ad opera di Richard Strauss, il poeta dell’ambiguità erotica di "Salome" e " Der Rosenkavalier".
Marco Ninci
Voglio adesso aggiungere alcune riflessioni personali alla lucidissima analisi esposta da Marco.
Prima di Mozart, la figura di Don Giovanni era stata messa in scena dando maggiore attenzione, più che all´aspetto del libertino amante di belle donne, a quella dell´uomo che sfida la morte invitando un morto a banchettare con lui. Per citare due tra gli esempi più noti, in questo stile la figura del protagonista è delineata nella commedia di Tirso da Molina e nella prima opera musicale che tratta questo soggetto: "L´empio punito" di Alessandro Melani, su testo di Giovanni Filippo Apolloni e Filippo Acciaiuoli, rappresentata per la prima volta a Roma, al Teatro di Palazzo Colonna, il 17 febbraio 1689. Opera, tra l´altro, commissionata al compositore da Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino, che l´aveva fatta sposare col principe Lorenzo Onofrio Colonna per porre termine alla sua relazione con il re di Francia Luigi XIV.
Mozart e Da Ponte, accanto a questo aspetto, approfondiscono e sviluppano altri aspetti della figura del cavaliere sivigliano.
Nella caratterizzazione mozartiana, Don Giovanni è prima di tutto un anticonformista e un ribelle che lancia apertamente la sua sfida alle convenzioni sociali.
Se si guarda attentamente, anche altri personaggi del dramma compiono azioni in contrasto con la morale. Donna Anna ad esempio ammette pubblicamente di ricevere uomini in casa sua di notte: il tentato stupro che è il nucleo generatore della vicenda deriva dal fatto che lei stava aspettando Don Ottavio in camera da letto e fa entrare Don Giovanni perchè lo aveva scambiato per lui.
Donna Elvira si comporta allo stesso modo, essendo stata sedotta e accettando un incontro notturno adescata da una serenata.
Zerlina flirta senza problemi con un altro uomo alla vigilia del suo matrimonio.
La differenza rispetto a Don Giovanni è costituita dal fatto che gli altri personaggi vivono le loro azioni con il rimorso di aver trasgredito le regole morali, mentre il cavaliere non si pone affatto simili problemi. Lo dimostra anche il fatto che tratta il suo servo con familiarità e se ne fa addirittura un complice delle sue imprese.
Ma in estrema sintesi la differenza fondamentale tra il mondo di Don Giovanni e quello dei personaggi che lo circondano è riconducibile ad un solo aspetto. Don Giovanni vive in un eterno presente, non si cura del passato nè del futuro e tutta la sua vita si svolge nella ricerca di nuovi piaceri e nel tentativo irrisolto di trattenere l´attimo fuggente, un po´alla maniera del Faust goethiano. Gli altri personaggi invece sono perseguitati da un passato che ne determina a dirige le azioni. Da ciò la sostanziale incomunicabilità tra questi due mondi, con il servo Leporello a costituire quasi una sorta di ponte tra essi.
Musicalmente, Mozart si pone, come sempre nel suo teatro, in una posizione di imparzialità. Il musicista non giudica mai e non adopera i mezzi musicali come una dimostrazione di tesi etiche e morali predeterminate, a differenza per esempio di un teatro come quello verdiano, nel quale i personaggi esistono in quanto dimostrazioni di principi ferrei.
Può così succedere che la figura del libertino sia tratteggiata in maniera spesso irresistibilmente simpatica, un aspetto di cui si ricorderà Verdi alle prese con il Duca di Mantova: le relazioni tra il depravato sovrano del Rigoletto e Don Giovanni sono state illustrate in maniera perfetta da Pierluigi Petrobelli nel saggio "Verdi e il Don Giovanni:osservazioni sulla scena iniziale del Rigoletto", contenuta negli Atti del I Congresso di studi verdiani.
Mozart, in ogni caso, lascia a noi il giudizio, ed è questa a mio avviso una delle ragioni della straordinaria attualità del suo teatro. Il Romanticismo respingeva questi aspetti preferendo sottolineare ancora una volta in Don Giovanni la figura del peccatore impenitente fulminato dalla giustizia divina. Questo era il senso del taglio della scena finale, praticato durante tutto l´Ottocento, e del rifiuto della cinica morale conclusiva espressa in un bruciante fugato, che archivia semplicemente la fine del protagonista e invita a voltar pagina.
Nel successivo "Così fan tutte", Mozart celebrerà in modo supremo questa filosofia, arrivando a risultati affascinanti nello scrivere una musica di molteplice lettura, che può tranquillamente contraddire o svelare altri significati rispetto a quello che si sta rappresentando sulla scena. Il tutto si può condensare nelle parole che chiudono quest´opera:
Fortunato l´uom che prende
ogni cosa pel buon verso
e tra i casi e le vicende
da ragion guidar si fa.
Come giustamente sottolinea l´amico Marco, Mozart costruisce un ponte che scavalca l´Ottocento e si congiunge idealmente con l´ambiguità erotica del teatro di Richard Strauss, che con Salome e Der Rosenkavalier sarà il primo a raccogliere il testimone.
Werther et Melisande
Si muore di noia, ultimamente, a teatro. Questo è il primo pensiero Continua a leggere “Werther et Melisande”
Intervista a Gianfranco Cecchele

Gianfranco Cecchele non ha sicuramente bisogno di presentazioni, essendo stato uno tra i più grandi artisti della sua generazione. In questo colloquio, il grande tenore veneto ci racconta alcune cose relative alla sua splendida carriera.
1- È vero che da ragazzo volevi diventare un pugile?
Dall’ età di 16 anni fino ai 18 e mezzo ero un welter pesante (kg.78) iscritto alla F.E.R.V.E di Castelfranco Veneto. Passai da novizio a dilettante ma mio padre si rifiutò di firmare la documentazione perchè allora si diventava maggiorenni a 21 anni.
2- Come hai deciso di diventare un cantante lirico?
Durante il servizio militare al C.A.R. di Avellino, alla festa del giuramento il colonnello chiese di fare uno spettacolo al quale presi parte come canzonettista. Cantai “Granada” e “Torna” ed il colonnello mi esortò a studiare lirica.
3- La tua carriera si é sviluppata rapidamente. A 26 anni debuttavi alla Scala e l´anno dopo cantavi Norma con la Callas. È stato difficile arrivare subito in teatri così prestigiosi?
Feci la mia prima lezione di canto il 25/06/1962 con il maestro Marcello Del Monaco, fratello del collega Mario Del Monaco e in 19 mesi trovai la resistenza per sostenere un’opera intera; infatti, debuttai al Teatro Bellini di Catania con l’opera “La Zolfara” di Francesco Mulè. Tornando da Catania mi fermai a Napoli e feci un’audizione con i fratelli Di Costanzo che mi offrirono “Norma”. Mi fermai poi a Roma, altra audizione con il sovrintendente maestro Carlo Vitale , che mi offrì “Aida”, due recite a Caracalla. In realtà poi ne feci undici perchè il tenore Pier Miranda Ferraro era ammalato ed io essendo presente continuai la recita dal terzo atto in poi. L’ opera l’ avevo solo studiata al pianoforte e non l’ avevo mai vista interamente, solo i primi due atti, ma come mi disse l’anno dopo Luchino Visconti, durante le prove del “Don Carlos”, per l’ inaugurazione della stagione operistica al Teatro dell’Opera di Roma, ero proprio nato per il palcoscenico.
4- Quando hai iniziato a cantare, avevi in mente un modello da seguire tra i grandi artisti della tua epoca?
Non avevo solo un modello da seguire perchè da Caruso, Pertile, Gigli, Di Stefano, Del Monaco e tanti altri, c’ era tutto da imparare.
5- Come sceglievi i ruoli da affrontare?
Non ho mai potuto scegliere i ruoli. Dovevo solo avere il tempo per studiarli e anche scartare ruoli troppo acuti che mi venivano offerti o troppo centrali come le opere di Monteverdi, nelle quali ci voleva un’ esperienza che in quel momento non avevo.
6- Qual era il tuo metodo di studio nel preparare una nuova parte?
Il mio metodo di studio per un’ opera nuova era per prima cosa l’ ascolto delle incisioni di vari tenori fra i più importanti. Poi uno studio approfondito con un maestro di spartito per la parte musicale.
7- Tu hai cantato praticamente in tutto il mondo. Secondo te quali sono le differenze tra il pubblico delle varie nazioni?
Il pubblico dei melomani è uguale in tutto il mondo. La differenza sta nelle città e nella loro ricchezza materiale. Più sono ricchi e meno sono espansivi. Nei teatri italiani c’ è una grande tradizione. Pensate a Parma, a Reggio Emilia, a Mantova etc…Al calore dei napoletani, dei siciliani, alla competenza dei giapponesi. Insomma quando si canta bene l’ entusiasmo c’ è sempre.
8 – Avendo cantato quasi tutte le opere di Verdi, tra cui anche molte di quelle raramente eseguite, quali sono secondo te le caratteristiche necessarie per un interprete verdiano?
Sì! Ho cantato 24 opere di Verdi su 27 composte da questo grandissimo Maestro. Però ho cantato anche sei opere di Puccini, poi Mascagni, Leoncavallo, Bellini, Catalani, Giordano, Bizèt, Ponchielli, Cilea, Wagner,di Mario Zafred “Wallenstein” in prima mondiale, di Saverio Mercadante “La vestale” di cui ho effettuato la prima incisione assoluta. Poi Rossini con lo “Stabat Mater”. In Verdi, bisogna avere una dizione perfetta perchè molti sono i recitativi che preparano l’ aria, e poi una sicurezza assoluta nelle due ottave. Io dico sempre che Verdi fa perno sul cervello dell’ascoltatore, Puccini sul cuore, Mascagni e Leoncavallo riscaldano il sangue.
9 – Tu hai lavorato con tutti i grandi direttori e cantanti della tua epoca. Senza voler nulla togliere agli altri, vorrei che ci dicessi qualcosa sulla tua esperienza di lavoro con Maria Callas.
Nel 1965 ho avuto la fortuna di cantare “Norma” a Parigi con la più grande interprete di quest’ opera e non solo di questa, Maria Callas, ma il periodo d’ oro per lei era purtroppo già finito. La “zampata” della tigre però, era ancora presente in certi momenti. Io ho cantato molte recite di “Norma” con bravissimi soprani, però mai nessuna mi ha fatto accaponare la pelle come lei nella frase : “In mia man alfin tu sei..”. C’ era una tale voglia di vendetta nel suo suono che non ho più sentito. Nel ruolo di Adalgisa per le prime tre recite c’ era un mezzosoprano che ha fatto epoca , Giulietta Simionato in gran forma. Poi subentrava Fiorenza Cossotto, un “mostro” di bravura. Ho avuto la fortuna di cantare anche con Renata Tebaldi al San Carlo di Napoli, altro “mostro sacro”. Sostenevo un ruolo molto difficile, Enzo Grimaldo nella “Gioconda”. Anche lei a fine carriera ma con voce ancora potente e dolce insieme.
Naturalmente quando si canta nei grandi teatri si trovano sempre i migliori artisti del momento e i migliori direttori d’ orchestra. Con i grandi non ci sono mai problemi. Così era con Karajan, Gavazzeni, Giulini, Patanè, Guadagno, Prètre, Oren, Schippers, Levine, e molti altri. Unico maestro che cito a parte è Riccardo Muti e non per mancanza di bravura ma perchè lui era solo interprete dell’ opera , non ammetteva acuti “extra” , peraltro accettati dagli stessi autori. Insomma lui dirige molto bene ma non lascia spazio alle qualità differenti e tipiche di ogni artista. Perchè gli altri direttori altrettanto bravi, invece sì? Bisogna anche accompagnare non solo dirigere. Questa è la mia personale considerazione.
10- Quali sono gli spettacoli che ricordi più volentieri tra tutti quelli a cui hai preso parte?
Io ho cantato circa 2000 recite in 43 anni di carriera, all’ incirca 46-48 recite all’anno, però non posso dimenticare la collaborazione musicale con il maestro Carlo Maria Giulini nel “Don Carlos” e quella scenica con Luchino Visconti. I costumi veramente dell’ epoca, le scene meravigliose e imponenti. A proposito di costumi, se i registi moderni capissero quale importanza ha per un artista indossare un costume dell’ epoca prescritta dall’ autore dell’ opera, capirebbero quale aiuto dà il costume per la postura scenica. Inoltre, molti riferimenti del testo cantato si rifanno all’ epoca in cui accadeva il dramma. Non si può sostituire la ghigliottina con il fucile (Andrea Chènier) o la dimora di Violetta (in Traviata) con delle cassette vuote di birra. Oppure i carri armati in Norma: questo accadeva in Germania, ed io ho lasciato le recite profanatrici. Per fortuna l’ epoca di tali scempi è incominciata verso gli anni 1998/99, perciò ho sofferto solo per qualche anno. Non posso dimenticare la collaborazione con il maestro Karajan in “Cavalleria” e gli insegnamenti di un grande regista come Giorgio Strehler. Poi il mio debutto in “Otello” nel 1981 al teatro di Bonn, 25 recite. In quest’ opera ci vuole una maturità vocale veramente eccezionale. E’ un’ opera che mi ha dato grandi soddisfazioni, ne ho cantate 87 recite in totale.
11- Qual è secondo te il ruolo piú impegnativo tra tutti quelli che hai affrontato nella tua carriera?
Ogni ruolo comporta delle difficoltà quando si cerca di calarsi totalmente nel personaggio. Ci sono opere come Otello, Andrea Chènier, Vespri Siciliani, Don Carlos (in cinque atti), la Forza del destino (senza tagli), Gioconda, Loreley..Beh….in queste opere ci vuole una marcia in più che fortunatamente io avevo.
12- Cosa pensi dei dischi e dei video? Quali sono le tue registrazioni che consideri meglio riuscite?
E’ una vera fortuna poter disporre oggi dei DVD ma io personalmente amo di più le registrazioni live che rispecchiano fedelmente la parte vocale senza interventi sul suono, perciò proprio quelle registrate dal pubblico, non con i microfoni in scena. Solo così si ha l’ esatta percezione della vocalità di un artista, inoltre nei DVD ci si può vedere e facendosi un’ autocritica, migliorarsi.
Per quanto riguarda le mie incisioni discografiche posso dire che sono tutte ben riuscite. Basti pensare al disco “Cecchele canta Verdi”, all’ ”Aroldo”, sia quello inciso con la CBS americana che quello inciso con la RAI; ai film di “Cavalleria Rusticana” e “Turandot” , e a tutte le incisioni fatte alla RAI, quando questa azienda era un vanto italiano e cioè ” Attila”, “Alzira”, “La Battaglia di Legnano”, “Vespri siciliani”, “Turandot” sia in film che incisione per la radio etc., senza dimenticare la splendida incisione dell’ opera “La Vestale” di Saverio Mercadante e un cd inciso nel 2000 intitolato “L’ emozione di una voce”.
13- Sei soddisfatto di quello che sei riuscito a fare in palcoscenico oppure hai qualche rimpianto?
Sì, ho un rimpianto che è quello di non avere mai potuto cantare “Ballo in maschera” e “Sansone”, che peccato!
14- Quanto è importante per te la regia di uno spettacolo? Non pensi che oggi si dia un’ importanza eccessiva al regista e alla recitazione, a scapito delle altre componenti?
La regia è molto importante per l’ insieme della compagnia e per i singoli artisti, solo se viene rispettato ciò che l’ autore ha scritto e l’ epoca . Tutti sanno come si vive oggi però pochi sanno come si viveva nel 1500,1600,1700 etc…
L’ opera è stata scritta per gli interpreti vocali, che sono la colonna portante dello spettacolo. Il cambio artistico nella stessa opera, dà più o meno interesse per l’ opera stessa. Molto importante invece, è la collaborazione con il direttore d’ orchestra.
15- Come insegnante, che metodo segui? Qual è per te la tecnica giusta?
Non si può insegnare nello stesso modo una tecnica uguale per tutti,ci sono i pesi vocali. Prendiamo la voce del tenore. Ci sono tenori di grazia, tenori lirici leggeri, tenori lirici, tenori lirici spinti, tenori drammatici. Ciò che io insegno a un tenore lirico leggero non è la stessa cosa che insegno invece al lirico spinto o drammatico.
16 – Come vedi il mondo della lirica attuale?
In ogni epoca ci sono stati pochi cantanti veramente bravi, perciò anche oggi ci sono le stesse difficoltà di un tempo . Quello che invece è cambiato quasi radicalmente è il rapporto d’ importanza nell’ opera lirica. Chi canta l’ opera è diventato un soggetto di secondo piano e pensare che nessuna regia o direzione d’ orchestra può dare il successo dell’ opera se gli interpreti sono scadenti.
17- Quali consigli daresti ad un giovane che volesse intraprendere la carriera di cantante?
I consigli sono la cosa più facile da dare. I giovani dovrebbero per prima cosa sapere quali sono i cantanti in carriera usciti da una scuola di canto e constatare che questo sia vero. Per seconda cosa, se un artista ha cantato per oltre 40 anni senza rovinarsi la voce vuol dire che tecnicamente sa quello che fa perciò è facile intuire che potrà trasmettere una sicurezza vocale su cui in seguito costruire la carriera.
Il miglior modo di iniziare il 2010
La carissima Anna Costalonga mi ha segnalato un documento sensazionale: sei filmati di Carlos Kleiber ripreso mentre dirige il Tristan und Isolde Continua a leggere “Il miglior modo di iniziare il 2010”
