
Esistono opere il cui valore è inversamente proporzionale alla frequenza con cui vengono allestite. Continua a leggere “Euryanthe di Weber al Badisches Staatstheater Karlsruhe”
Tag teatro
Carmen al Festspielhaus Baden-Baden

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Katja Kabanova alla Staatsoper Stuttgart
La produzione operistica di Leós Janacek ha ottenuto Continua a leggere “Katja Kabanova alla Staatsoper Stuttgart”
Daphne di Richard Strauss, Oper Frankfurt, 10 aprile

L´amico livornese Fulvio Venturi, grande e competente appassionato d´opera, ha assistito un mese fa alla produzione della Daphne messa in scena alla Oper Frankfurt.
Ecco il suo resoconto.
Matthew Best (Peneios); Tanja Ariane Baumgartner (Gaea); Maria Bengtsson (Daphne); Daniel Behle (Leukippos); Lance Ryan (Apollo); Dietrich Volle, Julian Prégardien, Franz Mayer, Sungkon Kim (primo, secondo, terzo e quarto pastore); Christiane Karg, Nina Tarandek (prima e seconda vergine); Corinna Schabel (la vecchia Daphne, che non parla).
Sebastian Weigle, direttore d’orchestra – Orchestra Oper Frankfurt, MuseumOrchester
Matthias Köhler, maestro del coro – coro maschile Oper Frankfurt
Claus Guth, Inszenierung
Francoforte è una città grande. Il centro, che trent’anni fa poteva sembrare avveniristico, tutto metallo e grattacieli, oggi è solo vecchio: Fu realizzato così per rimediare i danni della guerra, che sono stati ingenti. Tuttavia, quanto è rimasto del passato, come la casa di Goethe o il Rohmer, è perfettamente mantenuto e godibile. Oltre alla birra vi si beve Apfelwein che, detto alla toscana, è acqua di mele nella quale si diluisce poco vino, e può essere considerato la bevanda locale. I vini del Reno, che a Francoforte pure si consumano in gran copia, sono leggeri, vagamente fruttati ed aciduli. La gente è allegra e ben disposta verso il prossimo. e lungo tutta la città si può godere di una bella passeggiata sul Meno, che ha il suo fascino anche col tempo avverso.
Vi sono due teatri molto funzionali.
Mi recai qui circa venti anni fa per ascoltare un’opera rara, Cristoforo Colombo di Franchetti (con un super Bruson, un vero baritono). Vi sono tornato in aprile per assistere alla messa in scena di un titolo non altrettanto raro, ma comunque inusuale, Daphne di Strauss. Opera appartenete alla maturità del suo autore, e figlia di quello strano connubio tra il musicista bavarese e l’oscuro prof. Gregor. Rivive in essa il mito ellenico della fanciulla tramutata in alloro per fuggire le brame d’un dio, soggetto culturalmente alto, ma difficile da trasfondere, se non in musica, sicuramente in teatro. E questa difficoltà in Daphne si avverte tutta. Splendida e sempre ispirata in tutte le sue parti musicali, irrisolvibile in scena, specie se ci si attiene didascalicamente al libretto. Un bel busillis da risolvere ai nostri disincantati occhi “moderni”; una ragazza che trasforma in albero; un ragazzo che si traveste da vergine pronuba per conquistare la ragazza che ama; un dio che si umanizza e si uccide per redimere le proprie malefatte. Più facile scuote il capo e sorridere, che sforzarsi e documentarsi per capire. Meglio dunque raccontare certe cose che seguirle pedissequamente. Così ha fatto Claus Guth, il regista, ambientando la produzione in locali che non hanno retto l’usura del tempo. Forse un manicomio dismesso, nel quale si aggira una vecchia signora, che racconta la vicenda. E’ Daphne tanti anni dopo. Ne nasce un’azione non priva di riferimenti psicologici, una continua alternanza tra presente e passato. Difficile, ma non priva di fascino. I tecnici del teatro si sono superati per seguire le scelte registiche, realizzando una serie di “cambi a vista” del tutto mirifici, con scorrimenti del palcoscenico mobile rapidissimi e perfettamente silenziosi .
Eccellente la parte musicale.
Maria Bengtsson era Daphne, e combatteva nel mio ricordo con una mitica Catherine Malfitano, ascoltata, vista ed ammirata alla Scala nel 1987 con Sawallisch direttore. E non ha perso. Bella in scena, con una biondissima coda di cavallo che le scendeva lungo la schiena, non ha dato segni di cedimento. Vocalmente si ricongiunge alla linea delle Daphne leggere, come l’eletta “creatrice” del personaggio Margarethe Teschemacher e la non meno illustre Hilde Güden, sua emula. Ha cantato in bello stile e con una vocalità traslucida. Notevole l’etereo, metafico finale nel quale Daphne si trasforma.
Lance Ryan, Apollo, ha firmato una prova superlativa. Anch’egli assai prestante si è mosso con estrema disinvoltura nei pieghi di una parte tra le più ardue dell’intero repertorio straussiano e di tutto il Novecento. Credo sinceramente che nessuno mai abbia risolto con tanta facilità i “disumani” passaggi del duetto con Daphne e dell’aria del sacrificio. Segnate il suo nome. D’altronde Lance Ryan, che si è già misurato al Maggio Fiorentino ed al Met, debutterà nella prossima estate a Bayreuth e giungerà presto alla Scala. Ne è passata acqua sotto i ponti dall’anno in cui si presentò alla Caprillina di Livorno per cantare brani tratti dall’Isabeau di Mascagni.
Una menzione particolare al direttore Sebastian Weigle, al quale imputiamo solo una certa mancanza d’abbandono nei passi più lirici della partitura, che non sono pochi. Ma ha retto la rappresentazione con autorità e l’orchestra aveva un suono meraviglioso.
Molto bene Tanja Ariane Baumgartner, Gaea, un vero contralto, ed il basso Matthew Best, Peneios. Un po’ inconsistente, invece, il “tenorino” Daniel Behle, il candido compagno di giochi di Daphne, che compie l’errore d’ innamorarsi.
Bene, ma proprio bene, tutti gli altri, con Christiane Karg e Nina Tarandek, le due vergini alle quali Leukippos si mischia, sugli scudi.
Un bel successo pieno, convincente ed una serata piacevolissima.
Fulvio Venturi
Giulietta Simionato: 1910 – 2010
Tra una settimana, Giulietta Simionato avrebbe compiuto cento anni. Purtroppo non ce l´ha fatta a raggiungere questo glorioso traguardo, già toccato da Magda Olivero un paio di mesi fa.
Se ne va una cantante tra le massime della storia del teatro lirico, oltre che una delle ultime testimoni di un´epoca d´oro del melodramma italiano.
Voglio ricordare la grande artista forlivese con una delle sue più celebrate interpretazioni: quella di Eboli nel verdiano Don Carlo.
Alcesti all´Oper Leipzig
Anna Costalonga mi ha mandato queste impressioni sull´Alcesti di Glück, messa in scena da Peter Konwitschny all´Oper Leipzig.
Che effetto fa vedere e ascoltare dal vivo per la prima volta un'opera di Gluck?
Confesso che in realtà quello che mi ha spinto ad andare a teatro, anzi, a correre a teatro appena uscita dal lavoro, è stata solo la curiosità di vedere che cosa si sarebbe inventato questa volta il nostro buon Peter Konwitschny.
Il mito di Alcesti certamente lo conoscevo, dai tempi della scuola: in sintesi, la moglie innamorata che si sacrifica per far vivere il marito ma viene riportata in vita grazie all'intervento di Apollo e di Ercole. Bene.
I primi due atti seguono un'efficace messinscena tradizionale: ecco Alcesti, Admeto sofferente a letto, Ismene, il sacerdote come potremmo immaginarceli, ovvero secondo un'iconografia classica della mitologia greca.
La scena si apre su un palcoscenico spoglio a parte una grossa pietra sacrificale, ai cui piedi si trova il coro e sopra la quale si trova un agnello. Un agnello vero, che verrà opportunamente sostituito nella scena del sacrificio rituale, da un peluche da cui sgorga in abbondanza un liquido rosso, con un effetto granghignolesco, ma efficace. E al quale si avvicenderà come nuovo "agnello sacrificale" Alcesti stessa.
La scena seguente, quella in cui Alcesti chiama "le divinità dell'Ade",è forse fra le più suggestive dell'intera produzione.
Fin qui, la vicenda scorre, con un piacevole senso di equilibrio fra musica e scena. I costumi sono improntati a una sobrietà classicheggiante. Non c'è niente quindi delle consuete provocazioni tipiche del nostro buon regista. Potrebbe essere una ottima regia tradizionale dei giorni nostri: lineare e rispettosa dell'equilibrio tipico di questo tipo di partiture.
Il coro dunque è il coro di una tragedia greca, Alcesti è Alcesti, Admeto è Admeto e anche se i figlioletti Eumelo e Aspasia giocano a fare gli aeroplanini di carta, be' la cosa non ci disturba.
Tutto il nostro interesse è concentrato sulle figure dei due coniugi, in quanto figure mitiche, seppure contraddistinte da un tipo di recitazione realista: per cui Admeto ad esempio si arrabbia e quasi urla alla moglie, quando viene a sapere che lei ha deciso di immolarsi per lui. Ma, come dicevo prima, questi particolari non sono ancora "sovversivi".
E INVECE….
Ben diversa è invece la rappresentazione della seconda parte.
La scena mitologica, che così ci aveva rassicurato nella sua lontananza, lascia il posto a uno studio televisivo chiassosissimo e colorato. Il coro cioè il pubblico sul palcoscenico-studio assiste e commenta uno spettacolo come potrebbe essere il nostro "La Posta del Cuore", dove la coppia mitologica è per così dire "intervistata" dalla star televisiva Ercole – una specie di star californiana, ricciuto e biondo in vestito leopardato e armato di una gigantesca clava, che è in realtà un microfono. Sul grande schermo nello sfondo viene proiettata la sigla del programma, con un Ercole ammiccante come in una pubblicità televisiva. Immancabile il balletto in stile, con le ballerine vestite come diavoletti neri con il lamè.
Qui onestamente non si riesce a seguire un vero filo logico. La caciara che succede in studio, cioè, sul palcoscenico – una brutta copia del grottesco studio televisivo del "Ginger e Fred" felliniano – crea solo un gran senso di confusione. Così che quando dal loggionino sopra la platea interviene Apollo in doppio petto grigio a riportare in vita Alcesti, quasi non ci si accorge che la tragicommedia è finita.
Che la storia di Alcesti come ci è stata tramandata nella tragedia di Euripide e poi nell'opera di Gluck offra spunti da commedia, è cosa risaputa. Ercole è tradizionalmente un personaggio giocoso: Konwitschny invece calca la mano su questa caratteristica tragicomica per reinventarlo da zero. E per reinventare tutto il finale secondo un processo direi quasi "didascalico".
Mentre Alcesti e Admeto, finalmente ricongiunti grazie all'uomo in doppio petto grigio e occhialoni alla Onassis, si rivestono con abiti borghesi, appare chiaro infatti che Konwitschny intenda offrire alle menti dei suoi spettatori una "razionalizzazione" del mito stesso.
È il concetto a cui tende questa "razionalizzazione" a risultare invece oscuro.
Si ha infatti la sensazione che Konwitschny voglia dimostrarci qualcosa, voglia esplicitare un significato simbolico del mito della donna che si sacrifica per far vivere l'uomo, in un mondo come quello contemporaneo, ma si ha anche la sensazione di trovarsi di fronte a "un paragone scollato".
Certo, lo studio televisivo è una fabbrica di miti, e forse i miti odierni dei "personaggi famosi" potrebbero essere tranquillamente paragonati ai semidei dell'antichità: ma Alcesti cosa c'entra con la superficialità del mondo televisivo? Alcesti è una figura mitologica tragica, è la donna che nega se stessa per riaffermare l'uomo. Mi chiedo se la carica drammatica di Alcesti nel finale (e quindi la portata della sua azione) non si sia persa tra le ballerine e il roteare della clava-microfono di Ercole. Mi chiedo anzi, se questo effetto di dispersione non sia voluto, a pensarci bene. A dimostrare magari la dispersione di un certo concetto del tragico. Ma sto azzardando ipotesi: quod gratis probatur, gratis negatur.
Ora, di tutto questo razionalizzare l'irrazionale, di tutto questo dimostrare l'indimostrabile, avevamo davvero bisogno? Mi vengono in mente le parole di un noto critico letterario anglosassone a proposito de "L' Amante di Lady Chatterley": "It bores me a little because it tries so hard to do me good" .
Per quanto riguarda la parte musicale, la direzione di George Petrou si è rivelata di gusto, capace di rendere bene le sfumature di una partitura settecentesca e di far apprezzare le parti più vicine alla sensibilità moderna. Chiara Angella nei panni di Alcesti, ci ha dato sfoggio di una vocalità potente e di un'ottima presenza. Yves Saelens è stato un Admeto abbastanza convincente. Ottima performance anche di Victoria Kaminskaijte nei panni di Ismene. Tutto sommato, quindi una recita felice dal punto di vista musicale, accompagnata purtroppo da una messinscena discutibile, anche se molto ben curata fin nel minimo dettaglio. Anche troppo. E Gluck? Credo che il povero Gluck si sia sentito un po' come un ospite d'onore di una serata così funambolica, da venire quasi dimenticato.
Anna Costalonga
Intervista a Dunja Vejzovic
Dunja Vejzovic è stata una delle voci più importanti della sua generazione. La cantante croata è nota al pubblico degli appassionati soprattutto per la sua celebre interpretazione di Kundry nell’ incisione discografica del Parsifal diretta da Herbert von Karajan. In questo colloquio, la Vejzovic, che oggi risiede qui a Stoccarda, dove insegna canto, ci racconta i punti salienti della sua carriera.
Come ha maturato la decisione di diventare una cantante lirica?
Sono nata a Zagabria, da una famiglia della classe media. Mio padre era un economista e mia madre esercitava la professione di architetto. Lei veniva da una famiglia di origine tedesca, e questo probabilmente ha influenzato la mia personalità. Dopo che ebbi finito la scuola primaria, nel 1958 raggiunsi, insieme a mia madre e alle mie due sorelle, mio padre che si era trasferito in Etiopia per motivi professionali. Dopo due anni ritornai a Zagabria per completare gli studi superiori. Anche a causa di queste esperienze all’ estero, ero una ragazza diversa dalle mie coetanee. Più che dalle serate trascorse a ballare o con gli amici, ero molto attratta dalla natura e dall’ arte. Mia madre suonava il pianoforte e io sin da piccola riuscivo a ricordare e ripetere perfettamente i brani di Chopin che lei eseguiva. Dopo la scuola superiore, mi iscrissi all’ Accademia di Belle Arti per studiare grafica. Contemporaneamente frequentavo la Scuola di Musica “Vatroslav Lisinsky”. Già alle superiori cantavo parti solistiche nei concerti corali e così decisi di chiedere un audizione a Marjia Borcic, insegnante di canto della scuola. Lei non credeva molto nelle mie possibilità e diceva che avrei potuto combinare qualcosa solo dopo dieci anni di studio. Ma io ho un carattere molto forte e non mi sono mai lasciata scoraggiare. Nel 1966 vinsi un secondo premio al concorso di canto della scuola e venni ammessa all’ Accademia di Musica . Dopo due anni di studio debuttavo nell’ Hansel und Gretel messo in scena a Zagabria dall’ Accademia, interpretando il ruolo della Strega. Fu un successo che mi procurò diverse scritture per concerti a Zagabria. Il mio debutto con una compagnia professionale avvenne nel 1970, con la parte di Ariel nell’ opera “Oluja”, tratta dalla celebre commedia “The Tempest” di Shakespeare, e scritta dal compositore croato Stjepan Sulek.
E quindi venne il trasferimento in Germania.
Nel 1971 sono entrata a far parte dell’ ensemble dello Staatstheater di Nürnberg. Qui ho avuto la possibilità di debuttare tutti i ruoli principali del mio repertorio. Il mio successo più grande in quel teatro l’ ho avuto probabilmente cantando Azucena, nel 1974, in una produzione firmata da Hans Neuenfels, regista estremamente innovativo e audace. L’ incontro con lui è stato decisivo per lo sviluppo della mia carriera. Fu una produzione che ebbe consensi da tutta la stampa tedesca. Ma a Nürnberg ho cantato ruoli diversissimi tra loro, come Klytemnestra, Carmen, Rosina, Marina , Venus.
E poi?
Sono rimasta a Nürnberg fino al 1978, quando venni ingaggiata dall’ Opera di Frankfurt. In quella stessa estate, Wolfgang Wagner mi ha scritturata per Bayreuth, dove debuttai cantando Kundry. Da lì ha avuto inizio la mia carriera internazionale.
Consiglierebbe a un giovane cantante di cominciare la carriera nello stesso modo?
Guardi, il sistema tedesco dell’ ensemble teatrale è buono per molte ragioni, soprattutto perché si possono preparare bene i ruoli, con molto tempo a disposizione per provare.
Inoltre, sappiamo che il cantante giovane deve mettersi in gioco anche economicamente, e lavorare con un contratto fisso può dare una sicurezza finanziaria, che è importante.
Bisogna però stare attenti. A volte i cantanti vengono sovraccaricati di lavoro e tra prove, recite e studio di nuovi ruoli, non resta più il tempo per perfezionare e maturare la preparazione tecnica, e questo può essere pericoloso, perché una voce senza basi solide si rovina in poco tempo.
Ed è tornata a cantare in patria?
Ho sempre cantato regolarmente in Croazia, anche durante le note vicende dei primi anni Novanta. Ho eseguito in patria opere come Norma, Nabucco, Macbeth, più Clemenza di Tito e Dido and Aeneas in forma di concerto.
A Zagabria ho concluso la mia carriera operistica nel 2002, cantando Charlotte del Werther insieme a Francisco Araiza.
A questo punto, se non le dispiace, parliamo del suo incontro con Herbert von Karajan.
Nel 1979 cantavo Die Walküre a Montecarlo, diretta da Lovro von Matacic. Karajan in quel periodo stava preparando il suo nuovo allestimento del Parsifal, che inizialmente era stato pensato per Hildegard Behrens, con la quale lui aveva poi litigato. Il regista di quello spettacolo a Montecarlo era Peter Busse, che a Salzburg lavorava come aiuto regista di Karajan. Fu lui a dire al Maestro che aveva trovato una cantante in grado di fare Kundry. Durante le prove a Salzburg, Karajan non dimenticava mai di ringraziarlo per avermi portata lì.
Karajan fu talmente soddisfatto che mi volle anche come Senta nell´incisione di Der Fliegende Holländer e poi come Ortrud nel Lohengrin, prima per completare il disco iniziato nel 1976, che era rimasto interrotto per il ritiro dalle scene di Ursula Schröder Feinen, e poi nelle recite salisburghesi del 1984.
Come è stato il suo rapporto con Karajan?
Come persona era un po’ distante, ma si percepiva lo stesso una grande umanità.
Si capiva subito quello che voleva, non era necessario parlare molto. Lui sapeva che io ero in grado di fare certe cose e aveva la pazienza di lavorare e ripetere finché non venivano bene. Mi ricordo più di dieci minuti di lavoro sulla frase “Gelobter Held”, dove io avevo in mente un particolare suono che però non riuscivo a fare, e lui ebbe la pazienza di ripetere il passo fino a quando sono riuscita a realizzare la mia idea. Gli fui molto grata per questa disponibilità, che contribuì a farmi passare la paura per le sedute successive.
È vero che Karajan faceva sedere i cantanti in orchestra alle prime prove, senza farli cantare?
Sì, e devo dire che questo permetteva di familiarizzarsi molto bene con il suono dell’ orchestra.
Quelle recite hanno rappresentato un punto di svolta nella sua carriera.
Naturalmente. Fu una produzione che ricevette critiche stupende, premi e riconoscimenti.
Ma poi la parte di Kundry è quella che ha influenzato di più il mio sviluppo artistico. La profondità e varietà di sentimenti che caratterizzano questo personaggio sono affascinanti e non si finisce mai di scoprire aspetti nuovi. Io ho cantato Kundry in tanti teatri e con altri grandi direttori, e ogni volta era una sfida nuova.
Lei ha cantato molto anche il repertorio italiano. Ci sono, secondo lei, differenze nella tecnica necessaria per queste opere, rispetto a quelle tedesche?
Parlando di tecnica, le differenze derivano dalla lingua. L’ italiano determina per forza di cose una posizione vocale diversa. Devo dire che sono pochissimi i cantanti che riescono bene a padroneggiare entrambi gli stili. In genere, i cantanti dell’ Est europeo hanno una maggiore facilità in questo senso. Tra gli artisti occidentali, mi viene in mente il nome di Josè Van Dam, grandissimo cantante, che riesce ad esprimersi al meglio in entrambi gli aspetti.
Comunque, anche il repertorio italiano le ha dato grandi soddisfazioni.
Certo, ed anche quello francese. Quando dovevo affrontare ruoli come Amneris o Abigaille, andavo a prendere lezioni da Gina Cigna e Iris Adami Corradetti, mentre per le opere wagneriane e straussiane mi consigliavo con Martha Mödl per la parte scenica e ho studiato con Annelies Kupper, che fu la prima interprete di Die Liebe der Danae di Richard Strauss.
Oltre a Karajan, quali altri direttori ricorda con piacere?
Abbado, con cui ho cantato Marie del Wozzeck, Ortrud e Florinda nel Fierrabras di Schubert, a Vienna. Levine, persona gentile e musicista abile, Sylvain Cambreling, che mi diresse nell’ Holländer a Bruxelles e nella Mort de Cleopatre di Berlioz.
E poi Kleiber, insieme al quale feci la Suite dal “Wozzeck” con i Wiener Philharmoniker. Mi ricordo che, nella ninna nanna di Marie, a un certo punto lui smetteva di dirigere e diceva all’ orchestra:”Questa musica è troppo triste per muovere le mani. Prego, suonate!”.
Ma forse i miei ricordi artistici più belli sono legati a Cristoph Eschenbach, un musicista capace di ottenere sfumature fantastiche e un suono orchestrale incredibile. Il Parsifal che ho fatto con lui a Houston superava forse addirittura quello di Karajan, anche per la regia straordinaria di Bob Wilson, che considero il più grande uomo di teatro con cui ho lavorato.
E per quando riguarda i colleghi sulla scena?
Ho già citato Van Dam, poi vorrei ricordare la Behrens, che doveva cantare Kundry con Karajan al posto mio, e con la quale feci Walküre a Montecarlo, dove io ero Brünhilde e lei Sieglinde. Grande artista, a volte molto nervosa e contratta in scena, nonostante il pubblico la adorasse. Poi Piero Cappuccilli, una di quelle grandi voci che oggi sono così difficili da trovare, Bruson col quale feci un Macbeth a Bilbao con sole sette ore di preavviso, arrivando giusto in tempo per la recita, con un volo fatto partire apposta per me. A proposito di Macbeth, indimenticabile l’ interpretazione che della Lady dava Mara Zampieri. Alla Staatsoper di Vienna, dopo la scena del sonnambulismo, si scatenavano applausi tali che Renato Bruson doveva aspettare diversi minuti prima di poter cominciare la sua aria.
E ci sono, secondo lei, voci di questo livello oggi?
Le voci “grandi” oggi sono divenute molto rare. Ci sono diversi bravi cantanti in giro, ma eseguire certe opere è diventato difficile proprio per mancanza di spessori vocali adeguati.
Parliamo adesso della sua attività come insegnante.
Dal 1999 insegno tecnica vocale alla Musikhochschule di Stuttgart, dopo aver avuto la cattedra prima a Graz e poi a Zagabria. Molti dei miei allievi hanno vinto concorsi importanti e ottenuto ingaggi nei teatri tedeschi. Quella che ha fatto la carriera migliore finora è senz’ altro Christina Landshamer, che recentemente ha inciso la Matthäus Passion di Bach per la DECCA, con Riccardo Chailly e la Gewandhausorchester, e ha cantato Il mondo della luna di Haydn a Vienna con Harnoncourt. Ho appena tenuto un masterclass a Bologna per l’ Accademia dell´Opera Italiana del Teatro Comunale, e in settembre farò parte della giuria al concorso di Hertogenbosch.
Come vede il futuro dell’ opera lirica?
Penso che l’ opera abbia sicuramente un futuro, perché l’ interesse del pubblico nel vedere nuovi talenti affrontare le opere che tutti conoscono non verrà mai a mancare. L´importante è che, anche a livello di istituzioni, si continui ad assicurare il sostegno economico ai teatri.
Tre tenori
Oggi vi propongo un gustoso articolo di Marzio Pieri, professore di letteratura italiana all´Università di Parma, oltre che musicologo estroso e di gusti raffinati.
Ma non a Caracalla. Tutti e tre a porta inferi. Uno meno, o non, o anche più tenore degli altri. Il lutto nazionale per Big Luciano. Quando cominciarono, un anno fa, a capolineggiare i soliti messaggieri – ci ha il cancro, ma sta bene; il vannamarchi veronesi: ma poi che cos’è un canchero? Si guarisce, si guarisce… mettete mano al portafoglio intanto… –, sapemmo tutti che non poteva farcela; al pancreas, poi. Saranno vent’anni che avevo smesso di volergli bene, non era la svolta pop che mi stornava da lui, ma sempre la tristezza di un cantante quando, entrato, umanamente entrato, nella sua fase declinante, comincia ad andare sempre e soltanto sulle proprie orme, fingendo indifferenza o ‘allegria!’. E anche il populismo di ‘Mamma son tanto felice’ non era fatto perché i nostri strumenti potessero ancora suonare insieme. V’è stato un tempo che (nasco a Firenze in un rione povero, in una sottocultura più che modesta, ma non distratta) cantavo quelle strofette con le lacrime agli occhi anche io, che pure non ho mai sofferto del così dolce culto della mamma che uguaglia, da noi, Berlusconi e Padre Pio, Severino filòsafo e la Fenech. Ma erano i miei anni delle elementari, umilianti, delle prime medie, spaventose. Un’altra vita nella quale riconosco solo il dolore – vero se pure non riconosciuto – che non abbandonava mai quella durata sfigurata e incerta (rimedio: Sàlgari, Fenimore Cooper, i fumetti bellissimi, il cinema tutti i giorni, e sì, il canto, anche il canto, mia madre intonatissima, mio padre virilissimo e baldanzoso, un mio fratello dalla voce strabiliante in un corpicino dal quale non si sapeva come faceva a tirarla fuori, dicono fosse così anche pel prodigio Del Monaco…, la radio sempre accesa). Maestre, bidelli, preti, celere, carabinieri… pari-pari la televisione d’oggi, che a me se la incrocio saltando di palo in frasca, dalla réclame Barilla a quella pei pannoloni, sembra un incubo di ritorno. Non ho mai avuto una voce di prestigio ma cantare era come una gloria fisica. Beniamino Gigli deve aver detto che un do di petto richiede le stesse doti atletiche di un salto con l’asta. È accaduto a Pavarotti di uscire dalle scene della vita nel trentennale della scomparsa della Callas. Mi chiedo se ci sarà un trentennale di Pavarotti. Non sono un callassiano (eppure lo fui, tradendo la Renata da Pesaro o Langhirano, che pure avevo applaudito in diretta negli anni del suo splendore più fulgente, Violetta, Desdemona, Leonora di Vargas, e congedato ahimè in una serata difficile, in cui non le entrò il do acuto che conclude in pianissimo il primo atto della Bohème e che lei da troppo tempo era ormai costretta ad eseguire in fff) ma mi chiedo se quelli che tengono un piede nella staffa della maga e pitonissa grecoamericana e l’altro piede in quella del caro gigante dalla voce d’argento siano poi capaci di far andare almeno al trotto il cavallo. Seppi che Lucianone era alla fine quando al telegiornale dissero che uno di questi burlamacchi della politica gli aveva dato un premio alla cultura. Per farsi pubblicità gli stanno bene anche i moribondi. Ho accompagnato la lunga agonia del tenore ascoltando più spesso (e con più ammirazione) del solito i suoi dischi. Sarei sicuro di sapere quali dischi d’opera ha in casa Veltroni. Oddìo, quelli delle banche, le strenne natalizie, quelli non mancano mai in quei salottissimi. ‘Vincerò…’, come un toccarsi le palle strizzandole fino a farsi male. Non importa se poi vinci alla lotteria, al tirassegno o in qualche spedizione umanitaria. Puccini credette davvero di dare l’addio all’Italia innalzando quel popolo di commessi viaggiatori e giocatori di tombola alle soglie degli amori da milleunanotte; sì perché una Turandot senza rischiarci la testa potevi affittarla ogni notte se ci avevi i quattrini per salire in un bordello di prima classe. Magari te la facevano trovare cinese davvero. Che cosa portano, ‘sotto’, le cinesi? That is the question. Ma il gioco all’eros da Hotel Savoy non gli veniva bene e anzi addirittura preferì morirci sopra. Diede all’Italia della speranza e dei lutti un vincerò per tutti. Quando, sui tredici o quattordici anni, dopo molte preghiere, riuscii a convincere mio padre all’acquisto di un modestissimo giradischi per settantotto giri (l’anno dopo sarebbero dilagati i microsolchi, aprendo una nuova stagione della musica), il primo disco che prendemmo fu proprio ‘Nessun dorma’, in un dischetto di piccole dimensioni (sull’altro lato, ‘Non piangere Liù’, l’altro pezzo del tenore Calaf nell’opera del congedo pucciniano), e la folgore sul ‘vincerò’ era scagliata da un tenore noto solo ai pochi che avevano cominciato a spiarne le frequenti apparizioni in televisione (anche a ‘Lascia o raddoppia’). Franco Corelli, il Del Monaco dei poveri, il bel tenore autarchico. Non scegliemmo, accettammo l’offerta che costava di meno; vincere va bene, ma così a babbomorto, meglio non lasciarci troppi quattrini, non si sa mai. Questo per quanti credono che ‘Vincerò’ sia l’inno di Forza Italia, su parole di Silvio Brelùs e musica di Ennio Morricone. In una di quelle terribili giornate di bottega in cui dall’apertura alla calata della saracinesca non vedi che entrare miraggi, mio padre e un mio parente chiesero a me bambino di cantare col mio vocetto l’aria dell’ottimismo nazionale. A orecchio la presi alta e steccai. Me ne vengono ancora al ricordo rosse le gote. Pavarotti steccò una volta sola, in una di quelle serate scaligere cui solo il maestro Muti sapeva gravare addosso tante irrisolte tensioni, e fu fischiato come un contrabbandiere che scappa e i caramba lo fulminano col mitra. Ho visto una intervista in cui Pavarotti, con gran pacatezza, diceva: sì, ma in me fischiarono tutto lo spettacolo. E ci aveva ragione. Quando scomparve Beniamino Gigli, passata di poco la metà degli anni Cinquanta, prese un poco tutti di sorpresa il commosso ricordo dedicatogli da una bella penna e da un uomo arcigno come il grande Fedele d’Amico, sulla rivista “Il Contemporaneo” (una specie di “Quaderni piacentini” degli anni di passaggio da Roma città aperta alla Dolce vita). D’Amico rievocava certi cavalli di battaglia del tenore recanatese, uno per uno, come tirandoli fuori da una dolce memoria. Per Pavarotti è più difficile: certo che i suoi pezzi-simbolo non sono le cose sue più belle. Andrà cercato, paradossalmente, meno nelle opere che gli venivano, da giovane, benissimo (dalla Bohème al Rigoletto, dalla Tosca a Un ballo in maschera), che in quelle che comportarono per lui un rischio: l’Aida, debuttata sui cinquant’anni, il Guglielmo Tell (un appuntamento un filo tardivo, digià) e, ci crediate o no, l’Otello. Solo l’Aida, ch’io sappia, affrontata più di una volta in teatro; e l’industria discografica non lo aiutò nelle altre due imprese: il Tell fu realizzato in due tronconi (si era partiti dall’idea sparagnina di una vasta selezione), avvertibili anche dall’orecchio sia per diverse condizioni tecniche della registrazione sia per oscillazioni di forma dei cantanti. L’Otello andò anche peggio: registrato in pubblico, Lui che si stravaccava in poltrona e sgranocchiava mele confortanti come nell’Isola del tesoro, un baritono bolonieis allegrone ma sempre in bisticcio con le note da intonare, un soprano maori che non le bastarono i quattro atti a scaldarsi, un direttore illustre che non credeva all’operazione e spinse una orchestra elefantiaca, inclementemente antioperistica, a inopportuni clangori schematizzanti. Ma Pavarotti ne riportò, e lo scrissi sùbito mentre era vivo, non solo un generico onore delle armi. Forse fu quello, davvero, irriconosciuto, il suo addio all’Opera. Poi venne il personaggio ipermediatico, non poteva fare altro e se uno arriva al boccino quando ha dichiarato di voler arrivare a quello, non si può fargliene rimprovero, semmai guardare da un’altra parte, come io ho fatto per venti anni, con gratitudine per il ‘prima’.
Il secondo tenore è un americano. Con una compagnia di quasi sconosciuti, lo vedemmo in tv venti anni sono in una Bohème ‘da concerto’ diretta a Roma da Leonard Bernstein. Io avevo il ricordo (radiofonico) di una Bohème scaligera del Maestro da giovane, con Poggi, la Rovere; non ne esistono registrazioni, ch’io sappia, e dato che le recite non andarono bene, la RAI avrà certo distrutto i nastri per fare posto, secondo una pratica oscena. Era una Bohème ‘americana’, forse memore di quella radiofonica, di pochi anni prima, del vegliardo Toscanini, tutta con cantanti americani, come quella nuova di Bernstein, fattosi però anche lui funerario e più di sempre megalomane. Il tenore si chiamava Hadley, non una voce d’oro, forse, ma molta verve, molta intelligenza delle situazioni, un belcanto un poco costruito ma accattivante; non per nulla sarebbe poi stato anche una stella del Musical. Il baritono, quasi debuttante, era quello che ha fatto la carriera più rispettata, anche fuori dagli USA e dal repertorio operistico di tradizione, Thomas Hampson, mozartiano, schubertiano, wagnerian-mahleriano, strawinskiano, novecentista, esattamente l’opposto di un Pavarotti: voce forte, la sua, non bella, molta cultura, molta curiosità, molta arte, grande scienza del fraseggio. Lui e Hadley formarono coppia di successo, un loro disco di duetti prese il titolo da un nomignolo che si erano guadagnati sul campo: Tom & Jerry. La fortuna è girata male per Jerry. Due settimane prima che Pavarotti morisse con funerali di stato, il disgraziato si è tirato una palla nel cervello, come in un romanzo naturalista.
Il terzo tenore non era tenore con la voce ma coi libri, fra i più splendidi libri che, per amor di libro e di bellezza, siano stati realizzati in cinquant’anni in Italia. Subito dopo Ferragosto è scomparso, per cancro, Enzo Crea, il leggendario editore dell’Elefante. Libri di storia dell’arte, della tipografia, della poesia dagli antichi a Kavafis. Difficile immaginarlo morto, un uomo che aveva fatto un’arte del vivere con gusto e splendore di vita. Gli si doveva perdonare un innocuo snobismo per cui se diceva di avere incontrato in via Veneto Margaret, intendeva la un tempo celebre principessa inglese, o se narrava di aver trascorso una settimana in villa con Peter, intendeva magari Peter Ustinov. Ma erano come innocue piroette. Di Crea bisognerebbe che uno degli scrittori che lo conobbero ricostituisse la vita. Ma in fondo la sua storia è tutta nel catalogo di una casa editrice che, qui in Italia, stona. Qualche mese fa (non ero in casa) fece una lunga telefonata e tenne quasi un’ora all’apparecchio mia moglie, dicendo che voleva leggerle una novella di Bufalino. La lesse difatti. Leggere bene, declamando ampiamente, anche in romanesco, era una sua vantata specialità. Mi parve una delle sue stranezze, ora so che fu il suo modo di dirci addio.
Parsifal alla Staatsoper Stuttgart

La nuova produzione del Parsifal di Wagner, allestita dal regista spagnolo Calixto Bieito e diretta da Manfred Honeck, era sicuramente lo spettacolo più atteso della stagione alla Staatsoper di Stoccarda. Le violente contestazioni degli spettatori alle prime due recite costituiscono una ulteriore dimostrazione del fatto che anche il pubblico tedesco sembra cominciare a non poterne davvero più degli eccessi del Regietheater. Lo dimostrano i fischi con cui sono stati accolti, negli ultimi tempi, spettacoli come il Fliegende Holländer a Leipzig, l’ Aida qui a Stuttgart, il Lohengrin e il Don Giovanni a München. E l’ esasperazione del pubblico può ben essere compresa, visto che, a forza di cercare trovate con cui stupire a tutti i costi, i registi d’ opera in Germania stanno veramente oltrepassando i limiti. Calixto Bieito aveva firmato qui da noi già due produzioni abbastanza controverse, la Fanciulla del West e Der Fliegende Holländer, quest’ ultimo immaginato come l’ incubo di un uomo d’ affari dei nostri tempi stressato dalle disavventure accadutegli nei suoi viaggi. Una produzione accolta con parecchie perplessità dal pubblico e dalla critica, come nel caso di questo Parsifal. Il fatto è che il signor Bieito, a differenza dei registi moderni che cercano di reinterpretare la storia originale del pezzo di cui si occupano, va addirittura oltre, perchè nelle sue produzioni ignora completamente la vicenda dell’ operadi cui è chiamato a occuparsi e ce ne racconta un’ altra, immaginata da lui. Così nella sua concezione il Parsifal diventa una storia di homeless metropolitani che vivono sotto ai ruderi di un cavalcavia e si dedicano a pratiche sadomaso, il cui significato non mi è chiaro e, semplicemente, non mi interessa neanche approfondire. In un’ intervista rilasciata durante le prove al Frankfurter Allgemeine Zeitung, Calixto Bieito ha dichiarato che tutta la sua concezione della religione cattolica è stata influenzata dalle molestie sessuali subite durante la sua infanzia in un collegio di gesuiti. Con tutta la nostra comprensione, cosa interessa a noi dei suoi casi privati e perchè tutto questo deve far parte della sua concezione scenica del capolavoro di Wagner? E cosa significano tante trovate gratuite come quella di Kundry incinta (ma di chi, poi?) al terzo atto e quella di Parsifal che, vestito come un angelo da processione paesana, con al collo una croce, un candelabro ebraico a sette braccia e un busto di Wagner, viene trasportato al rito conclusivo su un trolley da aereoporto? Potrei continuare ancora ad elencare tutte queste demenzialità gratuite, ma preferisco fermarmi qui. La concezione scenica di Bieito è stata ben sintetizzata in poche parole dal critico del Badische Zeitung di Karlsruhe: “Doch dann passiert das, was bei Bieito nahezu immer passiert: die barbarische Zerstörung eines Konzepts durch billigen Exhibitionismus”. Tradotto in italiano: “Ma poi accade quello che nel caso di Bieito succede sempre: la barbarica distruzione di un concetto artistico tramite un esibizionismo da quattro soldi”. Molto ben detto, e personalmente sottoscrivo in pieno.
Come già accennato, il pubblico ha solennemente fischiato tutta questa baracconata alla prime due recite, tributando invece meritati consensi agli esecutori, che hanno offerto tutti una prova di altissimo livello. Un’ esecuzione musicale pienamente degna della grande tradizione wagneriana di Stoccarda, teatro che qualche decennio fa si era guadagnato la definizione di “Winter Bayreuth” per il livello dei suoi allestimenti wagneriani.
Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor della Staatsoper, firma in questa circostanza la sua direzione orchestrale più completa tra quelle ascoltate finora qui da noi. Un’ interpretazione tesa, drammatica, di una violenza fonica a volte sfiorante l’ espressionismo, con una varietà di tempi e colori assolutamente splendida. Forse le scene del tempio soffrivano un po’ di questa concezione, ma il secondo atto è stato reso con un crescendo drammatico e una tensione narrativa assolutamente eccezionali. Splendida la prestazione dell’ orchestra e soprattutto del coro preparato da Michael Alber, oltretutto duramente impegnato anche sul piano scenico, capace di scolpire con straordinaria plasticità le grandi arcate sonore delle scene del Graal.
Di alta qualità anche la compagnia di canto, ben superiore per esempio a quelle alternatesi negli ultimi anni a Bayreuth in quest´opera. Christiane Iven, già molto applaudita qui da noi quest’ anno come Marschallin nella nuova produzione del Rosenkavalier, ha interpretato Kundry con una fraseggio ricco di bellissime intuizioni e un sicuro dominio della tessitura del ruolo. Il basso finlandese Johann Tilli è stato un Gurnemanz autorevole per peso vocale e incisività di declamazione. Gregg Baker, baritono americano di colore, ha plasmato un Amfortas giustamente piagato e introverso, efficace soprattutto nellla scena conclusiva. Claudio Otelli, baritono austriaco da molti anni membro stabile della Wiener Staatsoper, ha reso bene la perversità e gli accenti quasi espressionistici di Klingsor.
Il ruolo di Parsifal era affidato al tenore americano Andrew Richards, un artista conosciuto anche in Italia per le sue frequenti esibizioni all’ Arena di Verona, e che in questa occasione faceva il suo debutto in un ruolo wagneriano. La voce è di timbro gradevole e ben emessa, e la sua interpretazione è stata convincente nel delineare un protagonista giovanile e dal fraseggio vario e appropriato. Bella anche la prova del veterano Matthias Hölle come Titurel.
Accoglienze, come si è detto, trionfali per la parte musicale, e dure contestazioni agli autori della messinscena.
Magda Olivero compie 100 anni
Era doveroso ricordarsi del centesimo compleanno di Magda Olivero, una delle più grandi cantanti della storia del melodramma, e non solo di quello italiano. Continua a leggere “Magda Olivero compie 100 anni”


