
Foto ©SWR/Hans Fahr
Per il terzo concerto della stagione in abbonamento la SWR Symphonieorchester ha invitato per la seconda volta Petr Popelka, trentottenne musicista nativo di Praga che dopo diversi anni passati come primo contrabbasso della Staatskapelle Dresden ha iniziato una promettente carriera direttoriale, che lo ha portato a divenire Chefdirigent dell’ orchestra della Radio di Oslo e da questa stagione anche dei Wiener Symphoniker, oltre a dedicarsi con buoni risultati anche alla composizione. Dopo il suo debutto qui a Stuttgart avevo parlato di questo direttore come di un musicista con tutte le carte in regola, dotato di un gesto chiaro, efficace ed incisivo oltre che di una personalità interpretativa assolutamente notevole. Un’ impressione che è stata pienamente confermata anche da questo concerto nel quale Popelka ha presentato un programma dedicato a musiche della sua patria e del classicismo viennese.
Il brano di apertura del programma era la Suite op. 16 Pohádka di Josef Suk, (1974 – 1935) compositore e violinista ceco allievo e genero di Dvořák, avendone sposato la figlia maggiore Otilie, e fondatore del leggendario Bohemian Quartett, uno dei complessi da camera più illustri del primo Novecento. Nei primi anni del ventesimo secolo Josef Suk faceva parte, insieme a Viteszlav Novák, delle tendenze compositive più moderne nel panorama musicale del suo paese. All’ ascolto della sua musica si percepisce immediatamente una profonda affinità con le atmosfere sonore di Mahler, che del resto era anche lui boemo di nascita, e con la tecnica armonica dei poemi sinfonici di Richard Strauss. La Suite op. 16 è tratta dalle musiche di scena per il dramma Radúz and Mahulena di Julius Zeyer, scritte da Suk tra il 1897 e il 1898, nelle quali gioca un ruolo importantissimo il tema della morte con il suo doppio tritono armonicamente instabile (quello che viene definito diabolus in musica nei manuali di armonia classica), che presenta infatti più di qualche affinità con i temi di Ein Heldenleben. In sintesi, un lavoro interessantissimo e purtroppo di non frequente esecuzione al di fuori del mondo musicale ceco, che andrebbe sicuramente riproposto più spesso. Seguiva il poema sinfonico Polednice op. 108 di Dvořák, ispirato alla raccolta di ballate popolari Kytice del poeta e folklorista Karel Jaromír Erben e facente parte di una serie di lavori orchestrali che il compositore boemo scrisse dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. Petr Popelka ha sottolineato molto bene la ricchezza di colori della strumentazione, in una lettura davvero rilevante per intensità di espansione melodica, incisività drammatica e capacità di dare il giusto rilievo ai motivi di origine popolare che questa partitura contiene.
Nella seconda parte era in programma la Sinfonia N° 1 in do maggiore di Brahms, un grande classico del repertorio tedesco e una partitura con cui qualsiasi direttore in carriera è prima o poi obbligato a confrontarsi. Per quanto riguarda questa esecuzione, è stata davvero di ottimo livello. Petr Popelka, che ha già diretto molte delle più importanti orchestre sinfoniche europee ed americane, è un direttore sicuramente di grandi prospettive, per la sicurezza tecnica e la personalità interpretativa che dimostra di possedere. La sua interpretazione si faceva apprezzare soprattutto per la cura dei dettagli, l’ equilibrio del fraseggio e la coerenza interpretativa. Bellissimi il tono dolce e le tinte pastello dei fiati nei primi tre movimenti e trascinante l’ ultimo tempo, con la perfetta realizzazione del trapasso dai toni cupi, densi di gestì icastici e calibratissimi dell’ Adagio introduttivo in cui sul sostegno elementare di un tetracordo discendente degli archi gravi i violini innestano un motto che dissimula il profilo del primo tema, occultato da tonalità minore e ritmo lento, graduato poi con grande precisione sino all’ affermarsi di quello che per me resta il più bel motivo di tutta la produzione brahmsiana, irresistibile nel suo fascino di intensa cantabilità, intonato dai violini sulla quarta corda come un inno di maestosa imponenza. Con grande lucidità e coerenza interpretativa, il maestro praghese ha guidato l’ evolversi del discorso sinfonico sino alla sfolgorante affermazione del Corale, qui molto ben evidenziata dal brusco e sottolineato rallentando del ritmo, che chiude la partitura in un tono di maestosa imponenza. Per quanto riguarda l’ orchestra, ho detto più volte che è sempre un piacere grandissimo ascoltare un complesso tedesco quando esegue questi lavori che stanno alla base della cultura musicale in Germania e che una formazione come la SWR Symphonieorchester è in grado di suonare con un’ affinità stilistica istintiva ed assoluta. Una esecuzione davvero di alto profilo, salutata da grandissimi applausi da parte del pubblico della Liederhalle.
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