Carlo Bergonzi nel centenario della nascita. Un ricordo di Daniela Lojarro

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Carlo Bergonzi con Maria Callas. Foto ©RA/Lebrecht Music & Arts

Il 13 luglio 1924 nasceva a Vidalenzo di Polesine Parmense, vicino a Busseto, Carlo Bergonzi, passato alla storia già da vivo come il più grande tenore verdiano del dopoguerra. A renderlo tale fu soprattutto la preparazione tecnica di altissimo livello, che gli consentiva di trarre risultati eccezionali da uno strumento vocale in natura di per sè non particolarmente privilegiato per quanto riguarda il colore e la risonanza di un settore acuto che possedeva facilità, limpidezza ed estensione ma era limitato per quel che concerne squillo e penetrazione di suono. Come spesso accade in questi casi, l’ affinamento e il consolidamento del substrato tecnico permisero al cantante di ottenere risultati di livello eccezionale nelle sfumature dinamiche e di fraseggio. Le interpretazioni verdiane di Bergonzi appaiono ancora oggi esemplari per la tensione interna del fraseggio, la scansione aulica ma assolutamente priva di esagerazioni retoriche nella sua innata nobiltà, il dominio assoluto della voce in tutti i passi impegnativi della scrittura vocale. Un fraseggio e un modo di cantare che, in relazione alla musica di Verdi, l’ ascoltatore riconosceva immediatamente come “giusto” e tale da far percepire tutte le caratteristiche dei personaggi e tutte le sfumature della scrittura vocale. Gli eroi verdiani di Bergonzi sono sempre stati delineati al meglio nel rendere quell’ obbedienza a leggi morali assolute che sta alla base delle caratterizzazioni drammatiche ideate dal musicista. Dopo Aureliano Pertile e Giacomo Lauri Volpi, solo Carlo Bergonzi è stato capace di portare avanti la tradizione del vero accento verdiano, con esiti fortunatamente documentati da una discografia cospicua, sia nel campo delle registrazioni ufficiali che in quello delle recite dal vivo.

Come contributo alle celebrazioni del centenario, ho chiesto a Daniela Lojarro, cantente che fu tra le allieve predilette del Maestro, di tracciare un ritratto dell’ artista. Daniela ha acconsentito anche in nome della nostra amicizia di lunga data e qui di seguito vi propongo il suo articolo.

100 anni di Carlo Bergonzi
Un trono vicino al Sol

Quest’ anno ricorre il decennale della scomparsa di Carlo Bergonzi, il Tenore Verdiano per antonomasia. Soprattutto, però, se ne celebra il centenario della nascita. Tempo, dunque, di ricordi, di commemorazioni, di iniziative e, anche, di bilanci: a questo proposito, purtroppo, c’ è da rimarcare l’ assoluta assenza delle istituzioni ufficiali che, di fronte all’ impegno di appassionati, allievi e ammiratori che si organizzano nei limiti delle loro possibilità e capacità per celebrarne l’Arte, restano chiuse in un imbarazzante silenzio. Sarebbe auspicabile che prima della fine del 2024 si schiuda il ciel, giusto per restare in ambito verdiano, ingombro dell’ oscuro nembo di belliniana memoria.

Carlo Bergonzi, il Maestro del “canto sul fiato”, iniziò la sua carriera come baritono ma, preoccupato nel riscontrare problemi nella zona del passaggio, decise di riprendere a studiare da solo: sulla base della tecnica della respirazione e del “suono coperto sul fiato” che il M° Ettore Campogalliani, suo insegnante di canto al Conservatorio “Arrigo Boito” di Parma, gli aveva trasmesso, passò al registro tenorile debuttando dopo alcuni mesi di studio nel ruolo titolo dell’ Andrea Chénier di Umberto Giordano al Teatro Petruzzelli di Bari. Questo episodio della sua biografia artistica è arcinoto ma va ricordato per due precisi motivi: innanzitutto, dimostra in maniera lampante non solo alcuni aspetti fondamentali del suo carattere come uomo ma anche quali furono le linee guida su cui come cantante impostò tutta la sua carriera artistica.

Occorre avere coraggio, lucida fermezza, fiducia in se stessi e nelle proprie capacità per decidere di abbandonare una strada già avviata e più o meno sicura, soprattutto, quando si ha la responsabilità di una famiglia in un contesto, quello del dopoguerra, in pieno fermento ma senza dubbio complesso e difficile. Bergonzi lo ebbe e, sostenuto dalla Signora Adele, scommesse su di sé intraprendendo il cambio di registro. La determinazione unita a una profonda e straordinaria onestà sia morale che intellettuale sono, dal mio punto di vista, i tratti più salienti dell’ uomo Bergonzi. Studio rigoroso, infaticabile dedizione all’ Arte del Canto, curiosità, sete di conoscere e di imparare uniti al più profondo rispetto per il Compositore e alla assoluta fedeltà alla partitura sono, invece, alcuni degli elementi che questo momento cruciale della sua vita artistica e umana ci permettono di cogliere. Solo un’acuta intelligenza musicale e una raffinata musicalità potevano portare Bergonzi, in quel preciso contingente musicale, a porsi con quell’estrema umiltà di fronte al segno scritto. Per lui nessuna nota e nessun segno dinamico erano stati messi a caso dal Compositore: questa regola valeva per lui e la ricordava anche ai suoi allievi. La tecnica del cantare sul fiato e coperto, il Belcanto della tradizione italiana, era l’ unico mezzo per eseguire in stile e con precisione le note e le indicazioni di fraseggio da cui nascevano il gesto scenico ma soprattutto il timbro, o meglio ancora, il colore per definire ogni personaggio e restituirne i connotati psicologici delineati e trasfusi dal Compositore stesso con la sua musica. Questo era il suo credo come interprete.

Non si trattò certo di un caso ma il frutto di un costante studio e lavoro di rifinitura se il suo debutto al Metropolitan nel ruolo di Radamès dell’Aida nel 1956 (quindi solo pochi anni dopo il passaggio al registro tenorile), venisse accolto dal pubblico con un trionfo così memorabile e indiscutibile da indurre addirittura la redazione del New York Times a scrivere a tutta pagina: «È arrivato il Radamès che sognava Verdi».

Il rigore, la pronuncia chiara e distinta delle vocali, la precisione dell’esecuzione musicale, la fedeltà al dettato musicale, il costante perfezionamento e l’ amore per il suono rotondo, bello, portato dalla colonna del fiato e offerto al pubblico senza apparente sforzo sono stati i punti di forza e la peculiarità della sua arte. Bergonzi non derogò mai dai suoi principi nemmeno per compiacere un direttore d’ orchestra quale Herbert von Karajan: la sua integrità lo portò a rifiutarne la proposta di portare in palcoscenico alla Scala di Milano la Cavalleria Rusticana e Pagliacci che insieme avevano appena inciso in studio. La differenza di vedute causò una rottura tra i due artisti che fu risanata solo nel 1970 quando Herbert von Karajan richiamò Bergonzi a Salisburgo per un’esecuzione del Requiem di Giuseppe Verdi. Dopo l’esecuzione trionfale si tenne una cena di gala in uno dei più famosi ristoranti della città: all’ entrata di Carlo Bergonzi nella sala, Herbert von Karajan si alzò per accoglierlo e complimentarsi con lui di fronte a tutti gli ospiti, rimasti senza parole e senza fiato per quel gesto di stima. Quando il Maestro ricordava l’episodio, la sua voce lasciava trasparire commozione ed emozione ma anche un pizzico di orgoglio. Qui di seguito, un estratto di quella storica serata.

Queste sue qualità artistiche, interpretative, stilistiche e vocali si traducevano in palcoscenico in esibizioni segnate dall’eleganza, dalla raffinatezza e dall’assoluta assenza sia di effetti realistici, quali esclamazioni stentoree, risatine o singhiozzi, sia di puntature esibizionistiche per strappare un applauso ma del tutto estranee al ruolo o allo stile dell’Autore. Questo suo stile, per esempio, lo fece divenire il tenore più amato e stimato dal Maestro Thomas Schippers, uno dei direttori più significativi del secondo dopoguerra per la modernità del suo stile interpretativo e per le scelte di repertorio. A questo proposito, si consiglia il volume Thomas Schippers – Apollo e Dioniso, Eros e Thanatos di Maurizio Modugno, edito da Zecchini, le pagine dedicate alla loro collaborazione: il celebre direttore d’ orchestra ne ammirava così profondamente l’ arte da richiedere e pretendere Bergonzi sia nei suoi spettacoli in teatro che nelle incisioni discografiche.

Curiosamente, però, le stesse caratteristiche vocali e tecnico-interpretative talvolta gli causarono l’ accusa di eccessiva freddezza e distacco arrivando addirittura all’ aperto dissenso da parte del famigerato pubblico del Teatro Regio di Parma in occasione di una produzione di Aida. Bergonzi chiuse la celebre aria di Radamès Se quel guerrier io fossi esattamente come scritto da Giuseppe Verdi con l’ acuto finale, un Sib per la precisione, in diminuendo senza cadere nel falsetto: una prodezza tecnica che quasi nessun tenore era in grado di eseguire allora e che ancora al giorno d’ oggi è rimasta un unicum. Il Maestro rispose con una frase che ha fatto storia: «Verdi lo ha scritto così». E se ne andò.

Se negli anni dei suoi inizi e poi del suo fulgore – con il gusto verista imperante – qualche volta Bergonzi poté essere anche mal compreso, oggi, al contrario, il suo stile, la sua tecnica, la sua cura del suono e della dizione, la sua sensibilità e il suo rigore ne fanno un interprete moderno e, soprattutto, un modello sempre valido proprio perché la sua arte di saper commuovere, trasmettere emozioni e sentimenti, di rendere viva ed evidente l’ intenzione del compositore si esprimeva attraverso la magia della sua voce supportata dalla tecnica del cantare coperto e sul fiato. A questo riguardo sono da citare le parole con cui il critico e musicologo tedesco Jens Malte Fischer lo celebrò nel suo volume Grosse Stimmen von Enrico Caruso bis Jessye Norman ricordando la sua ultima esibizione in concerto alla Herkulessaal di Monaco di Baviera nel 1989.

«Il 65enne Tenore ha dimostrato al pubblico cosa possono significare intelligenza artistica, tecnica vocale intatta, materiale quasi intatto e pianificazione intelligente della carriera. Ha suscitato stupore ed entusiasmo… Una roccia in un mare di carriere brevi e crisi vocali permanenti. (…) Se è vero che Carlo Bergonzi non possedeva né il metallo o la potenza di Franco Corelli, né il volume di Mario Del Monaco, né la qualità di timbro di Ferruccio Tagliavini, né il temperamento e lo charme di Giuseppe Di Stefano, ad eccezione di Gigli, Bergonzi è superiore a tutti questi colleghi come artista e musicista, perché ha dimostrato e fatto tutto ciò che con l’ arte vocale si può ottenere anche con qualità vocali non così eccezionali, in questo paragonabile solo ad Aureliano Pertile».

(mia libera traduzione perché non esiste edizione italiana)

Per tutto questo si può attribuire senza alcuna ombra di dubbio a Carlo Bergonzi “Un trono vicino al Sol, un regal sul crin posargli”.

Le testimonianze audio e video della sua arte reperibili su Youtube sono numerosissime: non c’è che l’ imbarazzo della scelta tra incisioni ufficiali e live, tra repertorio cameristico e canzoni napoletane, tra ruoli romantici, verdiani e veristi. Chi desiderasse ancora approfondire, può ascoltare le trasmissioni di Ameria Radio dedicate a Carlo Bergonzi: una puntata dal mese da gennaio 2024 fino a dicembre 2024 nella sezione intitolata Tutto nel mondo burla (podcast sempre disponibile).

I suoi allievi ancora oggi fra di loro si riferiscono al Maestro chiamandolo Sommo Carlo (altra citazione verdiana) e, infinitamente grati per il suo canto e per gli insegnamenti che ha saputo trasmettere loro con la passione e l’ che lo animavano, cercano di passare il testimone alle giovani generazioni di cantanti portando avanti l’ Accademia Verdiana Carlo Bergonzi (fondata e voluta dal Maestro stesso a Busseto), grazie all’ appoggio e al sostegno della famiglia Bergonzi.

Daniela Lojarro, soprano, docente e allieva del Maestro Carlo Bergonzi.


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Un pensiero riguardo “Carlo Bergonzi nel centenario della nascita. Un ricordo di Daniela Lojarro

  1. According to Giacomo Lauri Volpi you need to have steel in the voice in order to sing Verdi. I tend to agree with Lauri Volpi’s assessment, as a result I don’t think Bergonzi was ideal or a great singer for Verdi. There were singers who were more suited to Verdi during his time. It would have been far more interesting if he had tried more French or even some German repertoire, his approach were more suited to that style.

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