Alice Sara Ott e Krzysztof Urbański a Lugano

Foto ©www.osi.swiss

Perdurando la chiusura dei teatri e sale da concerto, si moltiplicano le dirette streaming di serate a porte chiuse. Un ciclo molto interessante è quello organizzato dall’ OSI (Orchestra della Svizzera Italiana) nell’ Auditorium LAC (Lugano Arte e Cultura) di Lugano. L’ OSI, fondata nel 1935, era in origine l’ orchestra della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana e dal 1991 in poi ha acquisito una piena autonomia anche dal punto di vista finanziario. Il complesso vanta nella sua storia collaborazioni con personalità illustri come Strawinsky, Ansermet, Celibidache, Scherchen, Richard Strauss e con solisti rinomati come Arturo Benedetti Michelangeli e Martha Argerich, che dal 2002 ha fatto di Lugano la sede del celebre progetto a lei intitolato. Tra gli appuntamenti concertistici trasmessi in streaming dall’ OSI, che dal 2015 ha come Chefdirigent il maestro bavarese Markus Poschner, direttore di ottima rinomanza internazionale, mi interessava la serata con protagonisti Krzysztof Urbański e Alice Sara Ott, due giovani artisti che io stimo molto e dei quali ho già avuto modo di parlare in diverse occasioni. Alice Sara Ott ha già un curriculum di tutto rispetto, con esibizioni in tutte le più prestigiose stagioni concertistiche internazionali, oltre a riconoscimenti di rilievo come quello di Nachwuchskünstler des Jahres (Artista emergente dell’ anno) conferitole nel 2007 dalla rivista Fono Forum e l’ ECHO Klassik Preis 2010. Dal 2008 la giovane artista ha un contratto esclusivo con la Deutsche Grammophon, per la quale ha pubblicato finora otto album. Nata a München nel 1988 e figlia di un ingegnere civile tedesco e di una pianista giapponese, la Ott ha studiato prima nella sua città e successivamente all’ Universität Mozarteum di Salzburg con Karl-Heinz Kämmerling, uno degli insegnanti di pianoforte più prestigiosi del mondo musicale tedesco, i cui allievi hanno ottenuto primi premi in più di 100 concorsi nazionali e internazionali. La sua carriera concertistica a livello internazionale ha preso l’ avvio con una fulminante serata a Basel nel 2008, sostituendo all’ ultimo istante Murray Perahia. Da quel momento, la Ott ha raccolto una lunga serie di successi e consensi critici in tutte le grandi sale da concerto mondiali. Ho ascoltato tre o quattro volte dal vivo la giovane pianista nippo-bavarese e l’ ho sempre trovata una strumentista tecnicamente completa e dotata di una notevole musicalità. La sonorità di Alice Sara Ott è molto bella di qualità e ben graduata nella dinamica, anche se il volume non è grandissimo. L’ abilità strumentale è indiscutibilmente impeccabile, con un dominio assoluto della tastiera e una notevole chiarezza e pulizia di articolazione in tutta la gamma. Ma quello che mi ha sempre impressionato più favorevolmente nel pianismo di questa artista è il suo notevole senso del fraseggio e della concezione musicale d’ insieme, veramente rimarchevole in una strumentista così giovane.

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In questa serata al LAC di Lugano, la Ott affrontava il Concerto N° 3 in do minore op. 37 di Beethoven e la sua esecuzione ha dimostrato una buona maturità musicale e una bella proprietà stilistica, espressa nei fraseggi tramite un suono dolce e ben graduato e una notevole chiarezza nei passi di agilità brillante. Il Terzo Concerto nella lettura di Alice Sara Ott è intenso, equilibrato, ricco di colori e di sonorità timbrate e trasparenti nelle mezze tinte, perfetto per equilibrio nel respiro melodico e capacità di far cantare lo strumento. Il dominio della tastiera è assolutamente da virtuoso di gran classe, con un tocco filigranato e incisivo nei passi di agilità di forza e un gusto sorvegliatissimo nell’ uso del pedale. Un’ interpretazione di tono aristocratico ed elegante, che ha toccato i suoi vertici nella perfetta resa delle architetture del movimento iniziale e nella cantabilità nobile ed ispirata con cui la ragazza bavarese ha suonato il Largo centrale, chiudendo con una scintillante esibizione di tutto il meglio delle sue qualità virtuosistiche nel Rondò. La giovane pianista, che da qualche anno sfoggia una pettinatura a caschetto in stile richiamante Louise Brooks, ha messo in mostra tutto il meglio del suo squisito stile miniaturistico e del suo gusto nella scelta delle dinamiche. Un Beethoven per molti aspetti già notevole, anche se suscettibile di ulteriori rifiniture in certi passi virtuosistici di agilità di forza, ma già sufficientemente maturo e completo, soprattutto considerando l’ ancor giovane età della virtuosa di München.

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Sul podio dell’ Orchestra della Svizzera Italiana c’ era in questa occasione Krzysztof Urbański, il giovane direttore polacco che anche in questa occasione mi ha confermato le impressioni positive riportate nei precedenti concerti in cui lo avevo ascoltato. Nato a Pabianice nel 1982, Urbański ha studiato alla Uniwersytet Muzyczny Fryderyka Chopina di Warszaw e a soli venticinque anni ha ottenuto il primo premio al Concorso di Interpretazione del Pražské jaro Festival. Dopo aver lavorato come assistente di Antoni Wit alla Filarmonica di Warszaw, il giovane direttore polacco ha iniziato una brillantissima carriera internazionale che in pochi anni lo ha portato nel 2011, a soli ventinove anni, all’ incarico di Music Director della Indianapolis Symphony Orchestra e poi sul podio di quasi tutte le maggiori orchestre del mondo, con un incarico stabile anche alla NDR Elbphilharmonie Orchester come direttore ospite principale. Avevo già ascoltato i suoi concerti di qualche anno fa a Stuttgart con la RSO des SWR e poi una sua serata al Gasteig con Joshua Bell e i Münchner Philharmoniker di quasi due anni fa, e in tutte queste esibizioni ho avuto l’ impressione che ci troviamo di fronte a uno dei grandi talenti emergenti della direzione d’ orchestra. Misurato ed elegante nel gesto, Krzystof Urbański possiede una tecnica solida e una capacità comunicativa davvero di primissimo livello. Dal punto di vista interpretativo, colpiscono l’ accuratezza della dinamica e il perfetto controllo delle sonorità, oltre all’ equilibrio e all’ eleganza del fraseggio. Senza dubbio, si tratta di un direttore che possiede tutte le qualità per ambire a una carriera di primissimo piano. Avendo ascoltato Urbański finora quasi solamente in pagine di compositori della scuola slava, mi interessava abbastanza verificare il suo approccio a due autori della scuola viennese classica come Beethoven e Brahms. Nella beethoveniana Ouverture dalle musiche di scena dell’ Egmont, op. 84, il trentottenne direttore polacco ha dato una bella resa per il fraseggio asciutto, nervoso e mobile nella scansione ritmica oltre che del tutto privo di eccessi retorici. Interessante anche la lettura che Krzysztof Urbański ha dato della Seconda Sinfonia di Brahms, tutta condotta su tinte strumentali dolci e delicate, con una bella sottolineatura delle linee melodiche nei primi due tempi. Un Brahms di tono più mediterraneo che luterano, che aveva il suo culmine nella resa trascinante l’ ultimo tempo, condotto con grande virtuosismo e notevole carica emotiva. Buona anche la resa complessiva dell’ OSI, complesso ben preparato anche se dal suono un po’ magro nei passi in fortissimo a causa dell’ esiguo numero di strumentisti in organico e delle regole di distanziamento imposte dalla pandemia, che hanno effetti molto negativi sugli impasti strumentali d’ insieme. In complesso, comunque, una bella serata di musica eseguita in modo eccellente.


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