Assistere a una rappresentazione wagneriana a Karlsruhe è una cosa che assume un significato particolare, se si pensa agli intensi rapporti che legano la musica del Maestro al capoluogo del Baden. Richard Wagner fu infatti Continua a leggere “Lohengrin al Badisches Staatstheater Karlsruhe”
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Bayreuth al capolinea
Avrei voluto scrivere un lungo post sul ciclo di dirette radiofoniche dal Bayreuther Festspiele, affrontando anche il tema dell’ evoluzione dello stile interpretativo wagneriano nel corso degli anni.
Dopo quello che ho ascoltato, sinceramente me ne è passata la voglia Continua a leggere “Bayreuth al capolinea”
Siegfried Wagner
Questo interessante dialogo tra Friedelind Wagner, figlia di Siegfried Wagner e nipote di Richard, e Paul Hess, direttore d’ orchestra e musicologo americano, fu pubblicato per la prima volta in Italia una ventina di anni fa, nella rivista musicologica DIASTEMA.
Continua a leggere “Siegfried Wagner”
Pierre Boulez e Daniel Barenboim al Festspielhaus di Baden Baden
Il Festspielhaus di Baden Baden si conferma sempre più come uno dei teatri di punta del panorama musicale tedesco per l´altissimo livello qualitativo dei cartelloni. Continua a leggere “Pierre Boulez e Daniel Barenboim al Festspielhaus di Baden Baden”
In memoria di Giuseppe Sinopoli

Esattamente dieci anni fa, la sera del 20 aprile 2001, Giuseppe Sinopoli crollava, fulminato da un infarto, sul podio della Deutsche Oper Berlin, Continua a leggere “In memoria di Giuseppe Sinopoli”
Parsifal al Concertgebouw
Per chi ama il Parsifal come lo amo io, propongo questa pregevole esecuzione concertistica dello straordinario capolavoro wagneriano, realizzata ad Amsterdam il 10 dicembre 2010.
Qui di seguito gli interpreti principali.
Falk Struckmann – Amfortas
Ante Jerkunica – Titurel
Robert Holl – Gurnemanz
Klaus Florian Vogt – Parsifal
Krister St.Hill – Klingsor
Katarina Dalayman – Kundry
Radio Filharmonisch Orkest
Groot Omroepkoor
Mannen van het Staatskoor 'Latvija'
Jaap van Zweden – direttore
Eberhard Friedrich – maestro dei cori
Atto primo
Atto secondo
Atto terzo
Christian Thielemann in concerto a Dresden
Anna Costalonga ha ascoltato a Dresden il concerto commemorativo per il bicentenario della nascita di Liszt, tenuto dalla Staatskapelle Dresden sotto la direzione di Christian Thielemann, che dal 2013 ne diventerà il nuovo Chefdirigent. Eccovi il suo resoconto. Continua a leggere “Christian Thielemann in concerto a Dresden”
Parsifal al Teatro Regio di Torino
I miei quattro lettori sanno bene che di solito le dirette radiofoniche dai teatri italiani mi strappano commenti aspri.
Lo splendido Parsifal eseguito al Teatro Regio di Torino ha finalmente segnato un´eccezione a questa che pareva essere divenuta una regola immutabile.
In un mondo come quello teatrale italiano, dove l´incompetenza, la faciloneria e la superficialità sembrano regnare sovrane, l´ente torinese si distingue da tempo per la serietà e la competenza delle persone che lo gestiscono.
Le stagioni del Regio costituiscono un vero modello per quantità e qualità di proposte. Quest´anno, oltre al Parsifal, son stati programmati titoli come Boris Godunov e I Vespri Siciliani, tremendamente impegnativi per difficolltà esecutive e complessità di allestimento.
Mettendo in cartellone il capolavoro wagneriano, la direzione artistica del teatro ha innanzi tutto provveduto ad assicurarsi una bacchetta all´altezza della situazione, il direttore francese Bertrand de Billy, musicista di grande esperienza e personalità interpretativa, ospite regolare dei maggiori teatri del mondo, (con l´eccezione fin qui di quelli italiani, naturalmente…) e dotato di grande competenza in materia, come dimostrano le sue pregevoli esecuzioni di titoli come il Ring relizzate al Liceu di Barcellona, teatro del quale è stato per anni direttore musicale. La sua direzione del Parsifal è stata sicuramente tra le migliori che io abbia ascoltato. Un perfetto senso della fluidità e continuità di narrazione, un timbro orchestrale denso e leggero allo stesso tempo, di rara bellezza e ricercatezza di tinte, accompagnamenti di un equilibrio e respiro perfetti. Quella di de Billy non è una lettura solenne e ieratica alla Thielemann e neppure una visione tesa e drammatica come quella dell´interpretazione di Manfred Honeck l´anno scorso qui da noi a Stuttgart. Direi piuttosto che la sua visione del Parsifal più che sull´aspetto mistico punta principalmente sul colorismo e sulla sfaccettatura delle tinte, in linea con la visione che di Wagner hanno sempre avuto i direttori francesi. Bellissimo l´impasto di tinte dell´inizio del Preludio, con le tinte orchestrali dispiegantesi in maniera sapientemente graduata sulle note dell´accordo di la bemolle maggiore, e la perfetta espressività del Corale. Fluidissimo il primo atto e perfetta per equilibrio degli spazi sonori e proprietà di tinte la scena della consacrazione del Graal. Ricchissima di colori la scena del giardino di Klingsor, con l´orchestra che trascolorava stupendamente dall´atmosfera sensuale della scena delle Zaubermädchen alla sensualità lacerata e sofferta della scena tra Parsifal e Kundry. Da manuale l´amosfera di tragedia allucinata e sommessa nell´esecuzione del Preludio al terzo atto, e la varietà delle tinte del Karfreitagszauber, così come il perfetto equilibrio e dominio delle architetture orchestrali e corali nel finale, culminante in una strepitosa, vaporosa e leggerissima esecuzione della scena conclusiva. Una direzione di assoluto rilievo, resa possibile anche dalla magnifica prova dell´orchestra e del coro del Regio, veramente in stato di grazia e sicuramente galvanizzati dalle qualità della bacchetta. Di gran lunga la miglior esecuzione che io abbia ascoltato negli ultimi tre o quattro anni da parte di complessi italiani. Dopo aver sottolineato più volte le esecuzioni scadenti delle orchestre italiane alle prese con partiture molto meno complicate di questa, fa piacere per una volta poter lodare l´eccellente prestazione di complessi che hanno saputo far fronte splendidamente alle difficoltà e all´impegno gravoso che il Parsifal richiede.
Secondo motivo di lode per la direzione artistica del Regio è l´aver messo insieme un cast perfettamente equilibrato e con punte di autentica eccellenza. Prima fra queste, la splendida prova del basso coreano Kwangchul Youn, una delle maggiori voci wagneriane di oggi e attuale interprete di riferimento del lungo e complesso ruolo di Gurnemanz. Bellissimo timbro, pastoso e ricco di sfumature, e un´emissione perfettamente in regola dal lato tecnico. In aggiunta una pronuncia tedesca assolutamente perfetta, addirittura superiore a quella dei cantanti di madrelingua. L´interprete è solenne, eloquente, stilizzato e quasi ovunque misurato ed efficace. Una prestazione di altissima qualità, da annoverare tra le più significative mai sentite di questo difficile ruolo.
Bravissimo anche Cristopher Ventris, che del resto è oggi il più accreditato interprete della parte di Parsifal. Il timbro è sempre argentino e di grande fascino e l´interprete mi è parso sempre più maturo e padrone del ruolo, sia nel tono ingenuo e trasognato dell´entrata che nella progressiva presa di coscienza ed evoluzione psicologica dei due atti successivi. Perfetta e veramente ispiratissima l´invocazione "Amfortas! Die Wunde!" nel secondo atto ed eccellente la varietà di accenti e colori nel terzo. Di buon livello anche la Kundry del mezzosoprano americano Christine Goerke, dotata di una voce di grande fascino timbrico anche se a volte troppo spinta nelle note gravi. La Goerke ha trovato le espressioni più belle nella scena della seduzione, mentre il lato tormentato del personaggio avrebbe richiesto un maggiore controllo tecnico nei passaggi di tessitura più aspra. Ad ogni modo una prova di buona qualità. Ottima anche la prestazione di Mark S. Doss, baritono conosciuto in Italia per le sue interpretazioni dello straussiano Jochanaan a Bologna e Firenze, che ha reso molto efficamente l´aggressività di Klingsor, con un fraseggio molto ben caratterizzato. Anche l´Amfortas di Jochen Schmeckenbecher, probabilmente l´elemento più debole del cast, è parso comunque perfettamente inserito nell´equilibrio complessivo della lettura di de Billy, riuscendo a trovare accenti di dolente ed efficace umanità a dispetto delle carenze tecniche piuttosto evidenti. Autorevole il veterano Kurt Rydl come Titurel, nonostante il declino vocale ormai impossibile da mascherare e bravi tutti gli interpreti delle parti di fianco, con una citazione particolare per l´incisivo Secondo Cavaliere del basso John Paul Huckle.
Tirando le somme, di gran lunga lo spettacolo italiano dell´anno, musicalmente parlando. Un´esecuzione che potrebbe essere presentata ed accolta con onore in qualunque teatro europeo di prestigio.
Onore ancora una volta al Teatro Regio, che si conferma istituzione seria e retta da persone competenti. Persino i tecnici del suono hanno lavorato bene, visto che la qualità timbrica della trasmissione radio era nettamente superiore a quelle sentite nelle recenti dirette da Milano e Bologna.Da quanto ne so, nei teatri italiani nessuno si assume l' incarico di controllare durante le prove di registrazione la qualità del suono che verrà poi mandato in onda. Probabilmente al Regio qualcuno si occupa di ciò e lo fa davvero con molta competenza. Bravi anche sotto questo aspetto.
Die Walküre alla Scala
Wagnerianamente parlando, sembra che il vero Leitmotiv Continua a leggere “Die Walküre alla Scala”
Sergio Sablich: Tradurre all´epoca dei sopratitoli
Pubblico questo bell´articolo di Sergio Sablich, apparso originariamente sul Giornale della Musica, relativo al problema delle esecuzioni operistiche in lingua originale e delle versioni ritmiche. Come sempre, la finezza di argomentazione e la lucidità di scrittura del compianto musicologo di Bolzano sono da ammirare senza riserve.
Quella delle traduzioni ritmiche è anzitutto una questione superata dai tempi. E mi spiego. Le opere venivano abitualmente tradotte quando erano novità del giorno o della stagione, prodotti che per entrare nel repertorio dei teatri di lingua e cultura diverse da quelle d’ origine venivano resi accessibili nell’elemento, funzionale alla musica, del libretto. In questo senso è vero che perfino Wagner e Strauss, per non dire lo Schönberg citato da D’Amico, ne patrocinarono la traduzione: pur di facilitare all’ estero la comprensione della loro musica, che sapevano nuova o comunque diversa, erano disposti a qualsiasi compromesso. Ciò non toglie che di un compromesso, verosimilmente ai loro stessi occhi transitorio, si trattasse. Inoltre esistevano allora, anche nei teatri che non avessero alle spalle una storia e una forte tradizione lirica, compagnie stabili di cantanti che eseguivano, facendole circolare, le opere nella propria lingua, creando così a loro volta una tradizione e una norma. La Carmen, per esempio, per lungo tempo circolò non soltanto un Italia ma anche in Spagna, Sudamerica e perfino in Germania nella versione italiana (con i recitativi musicati al posto dei parlati) anziché in quella francese, perché erano i grandi cantanti di scuola italiana e d’ interpretazione verista a imporla. Ma da quando il repertorio si è stabilizzato sui titoli del passato (che sono stati dunque a poco a poco metabolizzati) ed è mutata la struttura dei teatri (abolizione delle compagnie stabili, perdita delle specifiche tradizioni vocali, scambio internazionale dei grandi cantanti da teatro a teatro), si è affermata la tendenza a eseguire le
opere in lingua originale, ovunque: per una ragione più pratica che ideologica. Oggi, d’altra parte, i compositori che scrivono per il teatro (vedi i casi ultimi dei nostri Vacchi, Sciarrino e Corghi, più eseguiti all’estero che in Italia: ma questo è un altro discorso) predispongono versioni diverse per i singoli Paesi (in tedesco in Germania, in francese in Francia), magari in attesa che un successo internazionale decida quale sia la versione “originale” (naturalmente il ruolo del testo cantato nell’ opera contemporanea è assai più flessibile: diciamo di tipo più strumentale che specificamente vocale). Non è un caso che da noi i residui della tendenza alla traduzione abbiano resistito più a lungo o in presenza di opere non ancora metabolizzate dal repertorio (di Strauss per esempio Capriccio, meno Salome o Elektra; di Berg semmai Lulu non Wozzeck; Mahagonny di Brecht- Weill) o per autori di lingue particolarmente difficili come quelle slave (caso emblematico: il rilancio
di Janácek). Qui scatta il vecchio meccanismo: per rendere meno ostiche queste opere (e la loro musica, come traguardo finale), le si sono spesso tradotte. Io stesso ho tradotto per l’ esecuzione in lingua italiana al Maggio Fiorentino due opere di Janácek, Il caso Makropulos e Káta Kabanova, Franco Pulcini altrettante (fatto, ricordo, che fece crescere notevolmente le nostre quotazioni appo D’ Amico). Qui però entrarono in gioco le suddette mutate condizioni del costume teatrale. Per Il caso Makropulos, dopo aver cercato invano una protagonista italiana vocalmente all’ altezza dovemmo ripiegare su una cantante inglese, con risultati facilmente immaginabili (cantando lei in una lingua che non capiva, nessuno capì che cosa stesse cantando); nell’altro caso, dopo disperate, inutili ricerche, optammo nostro malgrado per l’esecuzione in lingua originale (il regista,
il grande Ermanno Olmi, trovò una soluzione geniale: un attore sulla scena riassumeva in italiano l’ azione che poi veniva cantata in ceco). Fu da questa esperienza che nacque l’idea, lanciata da Zubin Mehta, di importare dall’ America il metodo dei sopratitoli, che furono battezzati per la prima volta in Italia al Maggio Musicale Fiorentino con I maestri cantori di Norimberga. Fu un successo travolgente: per la prima volta un pubblico italiano capì il senso delle contraffazioni di Beckmesser e rise a crepapelle. Resterebbe la questione di principio cara a D’ Amico. Che è però un “mito culturale” né più né meno di quello della “versione originale”. Neppure D’ Amico, che è stato il più grande traduttor de’ traduttori, è riuscito a «fornire agli esecutori la possibilità di un’espressione naturale e immediata». Il meraviglioso stile di conversazione, così naturale e spontaneo, dello straussiano Capriccio, nella sua traduzione diventava una scivolosa arrampicata sugli specchi, un continuo esercizio da acrobata sulla corda senza rete: e il diavolo, mettendoci la coda volle che
Raina Kabaivanska, cantante splendida, non lo aiutasse con la sua dizione notoriamente impastata (ma di quanti cantanti si capiscono le parole, anche nella loro lingua? Forse, tra i sommi, solo Placido Domingo). Una versione ritmica, per quanto ben fatta (compito arduo: provare per credere), non restituisce sempre immediatezza e vivacità: dà solo l’ illusione di capire, captando qua e là qualche sillaba. Ma a che prezzo? D’ Amico, per esempio, usava aggiungere note allo spartito per conseguire una maggiore naturalezza della frase in italiano, e la linea del canto ne risultava continuamente modificata. Il ben più modesto sottoscritto, che invece si ostinava al principio della assoluta fedeltà alla musica, fece a suo danno l’esperienza della sua impraticabilità se non scadendo nel più insulso librettese (ostacolo insormontabile: i troncamenti delle parole).
Varrebbe poi la pena di fare l’esperienza inversa: Mozart tradotto in tedesco, pesante e traditore. Ho fatto ancora in tempo a sentire nei teatri tedeschi lo storico Verdi tradotto da Franz Werfel e Fritz Busch e perfino lo Janácek del sommo Max Brod: sembravano, giuro, altre opere. Ma, buone intenzioni a parte, sono i tempi a essere cambiati, ineluttabilmente: un fenomeno anch’esso, della globalizzazione. Quando, con Eliahu Inbal, facemmo la Tetralogia di Wagner alla Rai di Torino, accarezzammo l’idea di una edizione in lingua italiana. Contattai alcuni cantanti per sapere se erano disponibili, cominciando da Brunilde e Sigfrido: quelli che non mi risero in faccia, fecero notare educatamente che non era ragionevole imparare una parte così massacrante per cantarla
una sola volta nella loro vita. Chi investe su una Brunilde o un Sigfrido con la speranza di far carriera, lo fa ovviamente in tedesco. Piccola postilla. I sopratitoli sono evidentemente un surrogato, ma almeno hanno il vantaggio di aiutare a capire il cosa senza snaturare il come. E poi. Non sarebbe meglio insegnare ai nostri ragazzi a scuola le lingue straniere (e magari, udite udite, anche l’ alfabeto musicale), per metterIi in condizione di seguire un’opera in lingua originale, con l’ aiuto del testo a fronte? Sarà un caso che la riscoperta a livello mondiale di Britten (in lingua originale) sia avvenuta in epoca di diffusione planetaria dell’ inglese?
Sergio Sablich
Da «Il giornale della musica», n. 188, dicembre 2002 (www.giornaledellamusica.it)

