Questo interessante dialogo tra Friedelind Wagner, figlia di Siegfried Wagner e nipote di Richard, e Paul Hess, direttore d’ orchestra e musicologo americano, fu pubblicato per la prima volta in Italia una ventina di anni fa, nella rivista musicologica DIASTEMA.
Continua a leggere “Siegfried Wagner”
Tag wagner
Pierre Boulez e Daniel Barenboim al Festspielhaus di Baden Baden
Il Festspielhaus di Baden Baden si conferma sempre più come uno dei teatri di punta del panorama musicale tedesco per l´altissimo livello qualitativo dei cartelloni. Continua a leggere “Pierre Boulez e Daniel Barenboim al Festspielhaus di Baden Baden”
In memoria di Giuseppe Sinopoli

Esattamente dieci anni fa, la sera del 20 aprile 2001, Giuseppe Sinopoli crollava, fulminato da un infarto, sul podio della Deutsche Oper Berlin, Continua a leggere “In memoria di Giuseppe Sinopoli”
Parsifal al Concertgebouw
Per chi ama il Parsifal come lo amo io, propongo questa pregevole esecuzione concertistica dello straordinario capolavoro wagneriano, realizzata ad Amsterdam il 10 dicembre 2010.
Qui di seguito gli interpreti principali.
Falk Struckmann – Amfortas
Ante Jerkunica – Titurel
Robert Holl – Gurnemanz
Klaus Florian Vogt – Parsifal
Krister St.Hill – Klingsor
Katarina Dalayman – Kundry
Radio Filharmonisch Orkest
Groot Omroepkoor
Mannen van het Staatskoor 'Latvija'
Jaap van Zweden – direttore
Eberhard Friedrich – maestro dei cori
Atto primo
Atto secondo
Atto terzo
Christian Thielemann in concerto a Dresden
Anna Costalonga ha ascoltato a Dresden il concerto commemorativo per il bicentenario della nascita di Liszt, tenuto dalla Staatskapelle Dresden sotto la direzione di Christian Thielemann, che dal 2013 ne diventerà il nuovo Chefdirigent. Eccovi il suo resoconto. Continua a leggere “Christian Thielemann in concerto a Dresden”
Parsifal al Teatro Regio di Torino
I miei quattro lettori sanno bene che di solito le dirette radiofoniche dai teatri italiani mi strappano commenti aspri.
Lo splendido Parsifal eseguito al Teatro Regio di Torino ha finalmente segnato un´eccezione a questa che pareva essere divenuta una regola immutabile.
In un mondo come quello teatrale italiano, dove l´incompetenza, la faciloneria e la superficialità sembrano regnare sovrane, l´ente torinese si distingue da tempo per la serietà e la competenza delle persone che lo gestiscono.
Le stagioni del Regio costituiscono un vero modello per quantità e qualità di proposte. Quest´anno, oltre al Parsifal, son stati programmati titoli come Boris Godunov e I Vespri Siciliani, tremendamente impegnativi per difficolltà esecutive e complessità di allestimento.
Mettendo in cartellone il capolavoro wagneriano, la direzione artistica del teatro ha innanzi tutto provveduto ad assicurarsi una bacchetta all´altezza della situazione, il direttore francese Bertrand de Billy, musicista di grande esperienza e personalità interpretativa, ospite regolare dei maggiori teatri del mondo, (con l´eccezione fin qui di quelli italiani, naturalmente…) e dotato di grande competenza in materia, come dimostrano le sue pregevoli esecuzioni di titoli come il Ring relizzate al Liceu di Barcellona, teatro del quale è stato per anni direttore musicale. La sua direzione del Parsifal è stata sicuramente tra le migliori che io abbia ascoltato. Un perfetto senso della fluidità e continuità di narrazione, un timbro orchestrale denso e leggero allo stesso tempo, di rara bellezza e ricercatezza di tinte, accompagnamenti di un equilibrio e respiro perfetti. Quella di de Billy non è una lettura solenne e ieratica alla Thielemann e neppure una visione tesa e drammatica come quella dell´interpretazione di Manfred Honeck l´anno scorso qui da noi a Stuttgart. Direi piuttosto che la sua visione del Parsifal più che sull´aspetto mistico punta principalmente sul colorismo e sulla sfaccettatura delle tinte, in linea con la visione che di Wagner hanno sempre avuto i direttori francesi. Bellissimo l´impasto di tinte dell´inizio del Preludio, con le tinte orchestrali dispiegantesi in maniera sapientemente graduata sulle note dell´accordo di la bemolle maggiore, e la perfetta espressività del Corale. Fluidissimo il primo atto e perfetta per equilibrio degli spazi sonori e proprietà di tinte la scena della consacrazione del Graal. Ricchissima di colori la scena del giardino di Klingsor, con l´orchestra che trascolorava stupendamente dall´atmosfera sensuale della scena delle Zaubermädchen alla sensualità lacerata e sofferta della scena tra Parsifal e Kundry. Da manuale l´amosfera di tragedia allucinata e sommessa nell´esecuzione del Preludio al terzo atto, e la varietà delle tinte del Karfreitagszauber, così come il perfetto equilibrio e dominio delle architetture orchestrali e corali nel finale, culminante in una strepitosa, vaporosa e leggerissima esecuzione della scena conclusiva. Una direzione di assoluto rilievo, resa possibile anche dalla magnifica prova dell´orchestra e del coro del Regio, veramente in stato di grazia e sicuramente galvanizzati dalle qualità della bacchetta. Di gran lunga la miglior esecuzione che io abbia ascoltato negli ultimi tre o quattro anni da parte di complessi italiani. Dopo aver sottolineato più volte le esecuzioni scadenti delle orchestre italiane alle prese con partiture molto meno complicate di questa, fa piacere per una volta poter lodare l´eccellente prestazione di complessi che hanno saputo far fronte splendidamente alle difficoltà e all´impegno gravoso che il Parsifal richiede.
Secondo motivo di lode per la direzione artistica del Regio è l´aver messo insieme un cast perfettamente equilibrato e con punte di autentica eccellenza. Prima fra queste, la splendida prova del basso coreano Kwangchul Youn, una delle maggiori voci wagneriane di oggi e attuale interprete di riferimento del lungo e complesso ruolo di Gurnemanz. Bellissimo timbro, pastoso e ricco di sfumature, e un´emissione perfettamente in regola dal lato tecnico. In aggiunta una pronuncia tedesca assolutamente perfetta, addirittura superiore a quella dei cantanti di madrelingua. L´interprete è solenne, eloquente, stilizzato e quasi ovunque misurato ed efficace. Una prestazione di altissima qualità, da annoverare tra le più significative mai sentite di questo difficile ruolo.
Bravissimo anche Cristopher Ventris, che del resto è oggi il più accreditato interprete della parte di Parsifal. Il timbro è sempre argentino e di grande fascino e l´interprete mi è parso sempre più maturo e padrone del ruolo, sia nel tono ingenuo e trasognato dell´entrata che nella progressiva presa di coscienza ed evoluzione psicologica dei due atti successivi. Perfetta e veramente ispiratissima l´invocazione "Amfortas! Die Wunde!" nel secondo atto ed eccellente la varietà di accenti e colori nel terzo. Di buon livello anche la Kundry del mezzosoprano americano Christine Goerke, dotata di una voce di grande fascino timbrico anche se a volte troppo spinta nelle note gravi. La Goerke ha trovato le espressioni più belle nella scena della seduzione, mentre il lato tormentato del personaggio avrebbe richiesto un maggiore controllo tecnico nei passaggi di tessitura più aspra. Ad ogni modo una prova di buona qualità. Ottima anche la prestazione di Mark S. Doss, baritono conosciuto in Italia per le sue interpretazioni dello straussiano Jochanaan a Bologna e Firenze, che ha reso molto efficamente l´aggressività di Klingsor, con un fraseggio molto ben caratterizzato. Anche l´Amfortas di Jochen Schmeckenbecher, probabilmente l´elemento più debole del cast, è parso comunque perfettamente inserito nell´equilibrio complessivo della lettura di de Billy, riuscendo a trovare accenti di dolente ed efficace umanità a dispetto delle carenze tecniche piuttosto evidenti. Autorevole il veterano Kurt Rydl come Titurel, nonostante il declino vocale ormai impossibile da mascherare e bravi tutti gli interpreti delle parti di fianco, con una citazione particolare per l´incisivo Secondo Cavaliere del basso John Paul Huckle.
Tirando le somme, di gran lunga lo spettacolo italiano dell´anno, musicalmente parlando. Un´esecuzione che potrebbe essere presentata ed accolta con onore in qualunque teatro europeo di prestigio.
Onore ancora una volta al Teatro Regio, che si conferma istituzione seria e retta da persone competenti. Persino i tecnici del suono hanno lavorato bene, visto che la qualità timbrica della trasmissione radio era nettamente superiore a quelle sentite nelle recenti dirette da Milano e Bologna.Da quanto ne so, nei teatri italiani nessuno si assume l' incarico di controllare durante le prove di registrazione la qualità del suono che verrà poi mandato in onda. Probabilmente al Regio qualcuno si occupa di ciò e lo fa davvero con molta competenza. Bravi anche sotto questo aspetto.
Die Walküre alla Scala
Wagnerianamente parlando, sembra che il vero Leitmotiv Continua a leggere “Die Walküre alla Scala”
Sergio Sablich: Tradurre all´epoca dei sopratitoli
Pubblico questo bell´articolo di Sergio Sablich, apparso originariamente sul Giornale della Musica, relativo al problema delle esecuzioni operistiche in lingua originale e delle versioni ritmiche. Come sempre, la finezza di argomentazione e la lucidità di scrittura del compianto musicologo di Bolzano sono da ammirare senza riserve.
Quella delle traduzioni ritmiche è anzitutto una questione superata dai tempi. E mi spiego. Le opere venivano abitualmente tradotte quando erano novità del giorno o della stagione, prodotti che per entrare nel repertorio dei teatri di lingua e cultura diverse da quelle d’ origine venivano resi accessibili nell’elemento, funzionale alla musica, del libretto. In questo senso è vero che perfino Wagner e Strauss, per non dire lo Schönberg citato da D’Amico, ne patrocinarono la traduzione: pur di facilitare all’ estero la comprensione della loro musica, che sapevano nuova o comunque diversa, erano disposti a qualsiasi compromesso. Ciò non toglie che di un compromesso, verosimilmente ai loro stessi occhi transitorio, si trattasse. Inoltre esistevano allora, anche nei teatri che non avessero alle spalle una storia e una forte tradizione lirica, compagnie stabili di cantanti che eseguivano, facendole circolare, le opere nella propria lingua, creando così a loro volta una tradizione e una norma. La Carmen, per esempio, per lungo tempo circolò non soltanto un Italia ma anche in Spagna, Sudamerica e perfino in Germania nella versione italiana (con i recitativi musicati al posto dei parlati) anziché in quella francese, perché erano i grandi cantanti di scuola italiana e d’ interpretazione verista a imporla. Ma da quando il repertorio si è stabilizzato sui titoli del passato (che sono stati dunque a poco a poco metabolizzati) ed è mutata la struttura dei teatri (abolizione delle compagnie stabili, perdita delle specifiche tradizioni vocali, scambio internazionale dei grandi cantanti da teatro a teatro), si è affermata la tendenza a eseguire le
opere in lingua originale, ovunque: per una ragione più pratica che ideologica. Oggi, d’altra parte, i compositori che scrivono per il teatro (vedi i casi ultimi dei nostri Vacchi, Sciarrino e Corghi, più eseguiti all’estero che in Italia: ma questo è un altro discorso) predispongono versioni diverse per i singoli Paesi (in tedesco in Germania, in francese in Francia), magari in attesa che un successo internazionale decida quale sia la versione “originale” (naturalmente il ruolo del testo cantato nell’ opera contemporanea è assai più flessibile: diciamo di tipo più strumentale che specificamente vocale). Non è un caso che da noi i residui della tendenza alla traduzione abbiano resistito più a lungo o in presenza di opere non ancora metabolizzate dal repertorio (di Strauss per esempio Capriccio, meno Salome o Elektra; di Berg semmai Lulu non Wozzeck; Mahagonny di Brecht- Weill) o per autori di lingue particolarmente difficili come quelle slave (caso emblematico: il rilancio
di Janácek). Qui scatta il vecchio meccanismo: per rendere meno ostiche queste opere (e la loro musica, come traguardo finale), le si sono spesso tradotte. Io stesso ho tradotto per l’ esecuzione in lingua italiana al Maggio Fiorentino due opere di Janácek, Il caso Makropulos e Káta Kabanova, Franco Pulcini altrettante (fatto, ricordo, che fece crescere notevolmente le nostre quotazioni appo D’ Amico). Qui però entrarono in gioco le suddette mutate condizioni del costume teatrale. Per Il caso Makropulos, dopo aver cercato invano una protagonista italiana vocalmente all’ altezza dovemmo ripiegare su una cantante inglese, con risultati facilmente immaginabili (cantando lei in una lingua che non capiva, nessuno capì che cosa stesse cantando); nell’altro caso, dopo disperate, inutili ricerche, optammo nostro malgrado per l’esecuzione in lingua originale (il regista,
il grande Ermanno Olmi, trovò una soluzione geniale: un attore sulla scena riassumeva in italiano l’ azione che poi veniva cantata in ceco). Fu da questa esperienza che nacque l’idea, lanciata da Zubin Mehta, di importare dall’ America il metodo dei sopratitoli, che furono battezzati per la prima volta in Italia al Maggio Musicale Fiorentino con I maestri cantori di Norimberga. Fu un successo travolgente: per la prima volta un pubblico italiano capì il senso delle contraffazioni di Beckmesser e rise a crepapelle. Resterebbe la questione di principio cara a D’ Amico. Che è però un “mito culturale” né più né meno di quello della “versione originale”. Neppure D’ Amico, che è stato il più grande traduttor de’ traduttori, è riuscito a «fornire agli esecutori la possibilità di un’espressione naturale e immediata». Il meraviglioso stile di conversazione, così naturale e spontaneo, dello straussiano Capriccio, nella sua traduzione diventava una scivolosa arrampicata sugli specchi, un continuo esercizio da acrobata sulla corda senza rete: e il diavolo, mettendoci la coda volle che
Raina Kabaivanska, cantante splendida, non lo aiutasse con la sua dizione notoriamente impastata (ma di quanti cantanti si capiscono le parole, anche nella loro lingua? Forse, tra i sommi, solo Placido Domingo). Una versione ritmica, per quanto ben fatta (compito arduo: provare per credere), non restituisce sempre immediatezza e vivacità: dà solo l’ illusione di capire, captando qua e là qualche sillaba. Ma a che prezzo? D’ Amico, per esempio, usava aggiungere note allo spartito per conseguire una maggiore naturalezza della frase in italiano, e la linea del canto ne risultava continuamente modificata. Il ben più modesto sottoscritto, che invece si ostinava al principio della assoluta fedeltà alla musica, fece a suo danno l’esperienza della sua impraticabilità se non scadendo nel più insulso librettese (ostacolo insormontabile: i troncamenti delle parole).
Varrebbe poi la pena di fare l’esperienza inversa: Mozart tradotto in tedesco, pesante e traditore. Ho fatto ancora in tempo a sentire nei teatri tedeschi lo storico Verdi tradotto da Franz Werfel e Fritz Busch e perfino lo Janácek del sommo Max Brod: sembravano, giuro, altre opere. Ma, buone intenzioni a parte, sono i tempi a essere cambiati, ineluttabilmente: un fenomeno anch’esso, della globalizzazione. Quando, con Eliahu Inbal, facemmo la Tetralogia di Wagner alla Rai di Torino, accarezzammo l’idea di una edizione in lingua italiana. Contattai alcuni cantanti per sapere se erano disponibili, cominciando da Brunilde e Sigfrido: quelli che non mi risero in faccia, fecero notare educatamente che non era ragionevole imparare una parte così massacrante per cantarla
una sola volta nella loro vita. Chi investe su una Brunilde o un Sigfrido con la speranza di far carriera, lo fa ovviamente in tedesco. Piccola postilla. I sopratitoli sono evidentemente un surrogato, ma almeno hanno il vantaggio di aiutare a capire il cosa senza snaturare il come. E poi. Non sarebbe meglio insegnare ai nostri ragazzi a scuola le lingue straniere (e magari, udite udite, anche l’ alfabeto musicale), per metterIi in condizione di seguire un’opera in lingua originale, con l’ aiuto del testo a fronte? Sarà un caso che la riscoperta a livello mondiale di Britten (in lingua originale) sia avvenuta in epoca di diffusione planetaria dell’ inglese?
Sergio Sablich
Da «Il giornale della musica», n. 188, dicembre 2002 (www.giornaledellamusica.it)
Jon Vickers: tenore, ma soprattutto artista
Cosa contribuisce maggiormente ad una grande interpretazione? Continua a leggere “Jon Vickers: tenore, ma soprattutto artista”
Die Meistersinger von Nürnberg all´Oper Leipzig
La nostra carissima Anna Costalonga ha assistito alla prima dei Meistersinger wagneriani all´Oper Leipzig e, come sempre, pubblico la sua interessante e arguta cronaca della serata.
E' stato un caso, solo un puro caso se ho assistito alla prima dei Meistersinger von Nürnberg di Richard Wagner all'Oper Leipzig.
Sono entrata e uscita dal foyer almeno 4 volte, prima di decidermi a comprare il biglietto.
Per questa première c'è stato un gran battage pubblicitario da mesi, a cui di certo non sono rimasta insensibile.
Un evento speciale per l'allestimento, certo, ma anche per l'occasione per cui è stato scelto: l'anniversario della Rivoluzione Pacifica (ieri sera 9 ottobre) a ridosso del Jubiläum per i 50 anni dell'Opera (oggi 10 ottobre).
Si sa che le great expectations spesso si risolvono in grandi delusioni: lo dice Dickens e lo diceva anche il mio sesto senso, o forse buon senso.
In mezzo a un pubblico in gran tenuta – in fin dei conti si trattava di una serata di gala, fra i miei vicini di posto in platea uomini in smoking e anche qualche signora imbacuccata in improbabili toilette à la Carmen – si sono consumate ben 6 ore, pause comprese fra primo e secondo atto, di cui almeno 4 passate in una specie di dormiveglia.
Ormai è uno stereotipo lamentarsi dell'interminabilità di certe opere wagneriane.
In realtà, ciò che è interminabile è la noia di fronte a certe soluzioni drammaturgiche.
La durata è relativa, diremo inversamente proporzionale, alla felicità di certi allestimenti.
PRIMO ATTO: L'IKEA NELLA FORESTA NERA
Il regista Biganzoli, della scuola del buon vecchio Peter Konwitschny, fra l'altro presente in platea, seduto a poche file di distanza da me, ha presentato una scena statica, asettica per tutto il primo e secondo atto.
La Foresta Nera è stata soppiantata da un più razionale spazio Ikea colorato di verde: pareti e pavimento color felce, alcuni tavoli, alcune sedie moderne, in legno laccato, sparse qua e là in un finto disordine.
Fin qui niente di male, l'arredo scenico in fondo rispecchia il gusto dei tempi per l'understatement, la sobrietà.
Sobrietà d'arredo però non dovrebbe significare, drammaturgicamente parlando, mancanza di spirito.
Quello che infatti mi ha dato fastidio è stato far correre sottotono, senza un adeguato brio scene come quella fra Walther von Stolzing e David o scene come quella della riunione dei cantori o ancora la scena del duetto fra Hans Sachs con Beckmesser, con l'unico risultato di tradire completamente l'umorismo che c'è nell'unica partitura “comica” di Wagner.
Sulla scena, i cantanti si sono avvicendati con una recitazione sciatta, senza trovate registiche per tenere alta l'attenzione o per sottolineare la comicità delle situazioni.
Nella buca, l'orchestra della Gewandhaus dal canto suo si è adattata perfettamente a questa insensibilità umoristica: eppure Wagner dovrebbe essere uno dei suoi cavalli di battaglia.
Potremmo dire forse che c'è Wagner e Wagner.
Già avevo notato la poca propensione della pur stupenda orchestra di Lipsia a rendere al meglio in quelle partiture dove il brio è d'obbligo.
Mentre stavo per crollare con la testa sulla spalla del vicino, mi sono risvegliata con questa improvvisa rivelazione: l'orchestra della Gewandhaus probabilmente è una bellissima signora, ma seria, incapace forse per troppo bon ton e severa educazione a raccontare bene le barzellette.
Un'opera brillante, piena di frizzi e lazzi nella partitura e di battute taglienti nel libretto, come i Meistersinger, non può annoiare, anche se dura cinque ore.
RIUNIONE CONDOMINIALE O CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE COMUNALE?
L'interminabile scena della riunione dei cantori è stata forse una delle scene più noiose a cui mi è capitato di assistere.
Anche se sul palco c'era il celebre baritono Wolfgang Brendel nei panni di Hans Sachs.
Anche se il povero Beckmesser, una delle figure più comiche dell'opera, era il pur bravo Dietrich Henschel, ottimo interprete brillante.
Se l'idea registica è stata quella di creare una similitudine con un consiglio di amministrazione comunale o con una riunione condominiale, diciamo che il regista allora è riuscito benissimo a rendere il senso di polvere di certe assemblee.
Ad ascoltare i pareri degli altri spettatori, semplici appassionati e anche “addetti ai lavori”, non sono stata l'unica ad avere avuto questa impressione.
“Senza infamia, né lode” “Mediocre” sono state le battute che ho sentito più frequentemente sulla bocca di chi andava finalmente a rinfrescarsi al bar o sulla terrazza del foyer.
SECONDO ATTO: DOBBIAMO RIDERE?
Abbiamo salutato il secondo atto con un corale “Speriamo che il secondo atto vada meglio”.
Inutile dire, che il secondo atto si è rivelato quasi più letale in quanto a noia del primo.
Purtroppo la lunga scena del duetto notturno fra Hans Sachs e Beckmesser è stata rovinata da questo understatement polveroso.
Questa scena, che in teoria dovrebbe essere una delle più gustose dell'opera, in pratica si è risolta in un goffo tentativo di far ridere.
E avevamo due bravi cantanti, due bravi interpreti in scena, un'ottima orchestra in buca.
Sia la sottoscritta, sia gli altri amici melomani abbiamo condiviso un'unica sensazione: quella dello spreco.
Fosse stata un'altra recita, un'altra serata, ci fossero stati interpreti, registi e scenografi meno strombazzati, insomma fosse stata un'altra opera, e non così lunga, forse – dico forse – avremmo anche chiuso un occhio.
Dare in pasto invece agli spettatori due atti di un'opera come i Meistersinger e in questa maniera, facendoli passare in sordina, come se nulla fosse, volontariamente trascurando la partitura e tutte le indicazioni drammaturgiche che questa contiene (da il noto regista operistico Jochen Biganzoli, uscito dalla scuola di Peter Konwitschny, mi sarei aspettata una cura migliore e più fantasiosa del rapporto fra partitura e ciò che accade in scena) è un atto di coraggio da kamikaze.
Più conosco l'opera e più mi convinco che l'opera in sé non è fatta per l'understatement.
O meglio, è una questione di equilibri drammatici. Se si toglie da una parte, necessariamente ciò che viene tolto deve essere controbilanciato da un altro aspetto, per non far cadere la tensione in scena e l'attenzione in sala.
Se si toglie l'arredo scenico, per esempio, di solito è per focalizzare l'attenzione sulla drammaturgia, sull'aspetto psicologico dei personaggi, sulla loro recitazione, magari anche con trovate anacronistiche, o non contemplate nel libretto ma efficaci e fedeli allo spirito dell'opera.
Ieri invece ho assistito a un togliere senza dare, se posso dire così. A una messinscena squilibrata in tutti i sensi.
E poco importa se nel terzo atto il pubblico e la sottoscritta si sono risvegliati in un colpo solo.
TERZO ATTO: IL GRAN BAILAMME
Finalmente l'oscena scena verde vien fatta scomparire, per lasciare il posto a qualcosa di più ardito.
Diradate le nebbie dei fumi in scena, ecco che Hans Sachs è il maestro cantore, ma anche il poeta, lo scrittore celebrato che non ottenendo l'amore ottiene la gloria, l'artista che sacrifica la propria felicità personale per un ideale più grande comune, l'Arte.
E' la scena della gara fra i cantori. Ci sono volute quattro ore prima di vedere un'idea forte da parte del regista.
Eccola allora, quest'idea a lungo covata e nascosta: i cantori sono gli stessi artisti dell'Opera, e, nella fattispecie, dell'Opera di Lipsia che oggi compie 50 anni, come si capisce dai drappi che inneggiano al suo Giubileo e che all'improvviso vengono fatti srotolare dalla galleria e dai loggioni.
Ecco che il pubblico che assiste alla gara è il pubblico stesso.
Con un effetto scenico sorprendente (benché non nuovo), dietro i personaggi in scena cala un enorme parete a specchio, che riflette tutto il pubblico in sala.
Per una volta, anche il pubblico vero ha potuto vedere se stesso sul palcoscenico.
Finalmente il regista è riuscito a coinvolgere, a rendere un'unica cosa la scena e la sala.
Ecco allora Walther Von Stolzing in frac che passa fra il pubblico, ecco Hans Sachs che canta da una delle porte di accesso alla platea.
Finalmente il pubblico ha riso, nella scena in cui Beckmesser canta il pezzo di Hans Sachs, stravolgendo le parole.
I colpi di scena in questo terzo atto si sono accavallati l'uno con l'altro, in modo da tenere sempre desta la tensione e l'attenzione.
Ecco allora balletti, una squadra di finti infermieri accorsi in scena a soccorrere Hans Sachs colto da malore (a mio avviso una trovata scenica cheap, comunque), addirittura acrobazie ginniche-judoistiche (non vocali, ahimé) dei cantanti in scena: non avrei mai pensato di vedere due cantanti prodursi in un ottimo Seoi Nage e in un ancor migliore Tomoe Nage durante una prima dei Maestri Cantori di Norimberga.
CONCLUSIONE
Possiamo ritenerci soddisfatti? Ci siamo sorpresi, abbiamo riso, siamo stati coinvolti come pubblico, in fin dei conti.
Forse sono troppo severa se dico di no.
Ripeto, non si possono aspettare quattro ore per godere di un bailamme di neanche un'ora.
E poi mi aspettavo di più, scenicamente, vocalmente, musicalmente.
Le ovazioni tributate a Wolfgang Brendel sono state meritate, certo: più per la carriera già fatta che per l'effettiva performance canora di ieri, di ottimo livello, ma non entusiasmante.
Walther Von Stolzing è stato impersonato da Stefan Vinke, che avevo già avuto modo di conoscere lo scorso anno nel Lohengrin con la regia di Peter Konwitschny: non mi ha convinto allora, pur essendo una produzione – quella sì – ai limiti con la genialità, e a maggior ragione non mi ha convinto ieri sera.
Goffo in scena, voce senza colore, a tratti forzata e fissa, senza una particolare intelligenza interpretativa.
Il bravo tenore Dan Karlstrom nei panni di David non mi ha del tutto deluso, però devo dire che lo ho apprezzato di più come interprete belcantistico che wagneriano: un'ottima voce squillante e agile, un buon brio scenico, doti che a mio avviso la regia non ha saputo utilizzare come si sarebbe dovuto ieri sera (a parte le proiezioni di judo).
Non si può parlare male dell'orchestra della Gewandhaus. E' una delle migliori orchestre europee, capace di serate esaltanti, quando il repertorio e il direttore sono quelli giusti, durante i concerti strumentali.
In ambito operistico, il discorso è diverso. Spesso certe regie impongono per le loro trovate sceniche dei ritmi di prova così stretti, che sovrastano il tempo necessario per un raffinamento interpretativo dei cantanti e della stessa orchestra.
Vista la staticità della scena, della recitazione e l'assenza di trovate sceniche nel primo e secondo atto, mi sarei aspettata qualcosa di più dagli orchestrali. Almeno quell'umorismo che sul palco faceva difetto.
Ancora una volta, mi è sembrato esserci un equivoco interpretativo di fondo: confondere sobrietà con rigidità, rispetto sacrale della partitura con la paura di renderla viva.
Il vero e sincero applauso da parte mia è andato invece all'unica cantante degna di tale nome: Meagan Miller nei panni di Eva.
Ecco, lei è stata l'unica gradita eccezione. Un'ottima presenza scenica, un'interpretazione e una voce più che convincenti: finalmente un colore e un bel timbro, e un fraseggio elegante!
Che dire? Torno alla citazione di Dickens.
Great expectations = Great Disappointments.
Ieri sera abbiamo imparato che è utile diffidare di ciò che viene strombazzato da mesi come il grande evento dell'autunno.
Dico: “abbiamo” non per immodestia, ma perché mi sono ritrovata a condividere queste stesse impressioni con altri appassionati come me, e con cari amici la cui presenza ieri ha reso almeno piacevole la serata .
Non me ne voglia il caro Richard Wagner, che pure ieri era presente all'Opera di Lipsia, nella persona della nipote Eva novantenne. Ma non presente con la sua musica e con il suo spirito, ahimé.
Anna Costalonga
