Eugene Onegin a Leipzig

Anna Costalonga ha assistito alla prima recita di Eugene Onegin all’ Oper Leipzig.
Pubblico il suo resoconto, come sempre notevole per chiarezza e lucidità di esposizione.

Ho assistito ieri sera alla prima della ormai storica messinscena dell’Eugene Onegin di Peter Konwitschny, considerata da più parti come una delle sue realizzazioni migliori. E a ragione, verrebbe da dire. La scelta di non ambientare la scena in maniera rigorosa in una Russia di primo ottocento, se in un primo momento, soprattutto all’inizio, risulta ostica allo spettatore, nello svolgimento della trama si rivela invece azzecata e coinvolgente. L’adozione di una dimensione vistosamente simbolica, negli oggetti di scena, nei costumi, nella gestualità stessa offre infatti al pubblico una chiave di lettura molto suggestiva, per nulla scontata dell’intreccio e dei personaggi. Il primo atto ci presenta le due protagoniste femminili come due giovani speranzose, ingenue, che credono all’amore e alla felicità. Tatjana, soprattutto ci appare volutamente infantile nei gesti, nella mimica: in scena si muove in maniera goffa, scomposta, come appunto può fare una ragazzina. Una ragazzina, che alla compagnia della famiglia, preferisce nascondersi dietro una pila di libri, accatastati a un lato del proscenio. I libri, ovvero la letteratura, il sogno: questo è il suo rifugio. Un rifugio per cui è sbeffeggiata dalla madre Larina e anche dalla sorella Olga, senza troppa pietà. Konwitschny qui offre uno dei punti nevralgici della sua interpretazione: il sogno, la speranza, il sentimento sbeffeggiati, torturati dal cinismo, dall’ironia, dal riso.   

La Scena della Lettera

Aspettavo con trepidazione questo momento cruciale, quest’aria molto lunga, molto impegnativa per la soprano. Onestamente, per come Tatjana ci è stata proposta nelle prime scene, tutta scalpitante e goffa, ho avuto paura di dover assistere a un ennesimo affogamento della drammaticità nel ridicolo, vezzo tipico di molto regietheater. Invece è stato uno dei momenti più intensi della rappresentazione.

L’infantile, tremula Tatjana va davvero oltre se stessa. Va letteralmente oltre il palcoscenico, esce sulla passerella, si rivolge al pubblico mostrando la sua lettera, la sua testimonianza. Come a dire “Ecco, io sono così, io voglio credere, io voglio sognare” A questo punto le parole del libretto “E’ solo menzogna, è solo illusione? Immagina la mia solitudine qui. Nessuno mi capisce, la ragione mi abbandona e nel silenzio dovrò morire” acquistano un ben altro peso, una prospettiva più profonda di una semplice inquietudine adolescenziale. In questo momento chiave dell’opera, Konwitschny non segue il libretto, ma la partitura. Traduce cioè in atto scenico la torrenzialità e il pathos trascendente dell’orchestra, facendo diventare la protagonista un personaggio drammatico a tutti gli effetti, eroica quasi nel suo intento di scardinare la realtà di chiusura e di silenzio, di assopimento emotivo che la circonda. La combinazione fra gestualità e musica è qui dirompente, quasi straziante.

Il Duello

 

Il sogno si rivela ben presto nella storia come illusione. Onegin ritorna in scena ubriaco, abbracciato a altre donne per sconfessare crudelmente Tatjana. La disillusione, la crudeltà della delusione è qui evidente. Konwitschny calca la mano apposta sull’aspetto sadico, impietoso del personaggio Onegin, e devo dire che questa liceità – mostrarlo ubriaco e in compagnia di “donnine allegre” – rende bene l’idea della portata della sofferenza della protagonista. Da questo punto in poi, la storia di un amore non corrisposto acquista sempre più intensità fino a culminare in tragedia. Una tragedia di cui Onegin è il fulcro, il catalizzatore. La tragedia di un amore soffocato – la sua relazione con Tatjana, e di una amicizia tradita – la sua relazione con Lenskij. Il tema dell’illusione è simboleggiato dalla lettera, che compare spesso in mano ad altri personaggi secondari, come Triquet e da questi viene di volta in volta derisa. Una trovata funzionale a innervosire i personaggi in scena e a far precipitare in tragedia gli eventi. In fondo, nella storia, tutto parte dalla lettera di Tatjana. Scoperchiare certi sentimenti, certe illusioni che dovrebbero essere taciute è pericoloso, come d’altronde dice lo stesso Pushkin nell’opera originale. E’ pericoloso per chi le confessa, ma anche per chi è oggetto di questa confessione.

Nella dinamica fra i personaggi, Onegin balla con Olga, per sconfessare e deridere ancora più crudelmente Tatjana, alla festa del suo onomastico. Questo causa la gelosia di Lenskij, che a sua volta è ridicolizzato ancora una volta da Olga. Accentuare queste dinamiche – non esplicitate d’altronde nel libretto originale – rende però inevitabile arrivare alla scena della sfida e del duello tra Lenskij e Onegin. Non assistiamo a un duello vero e proprio. Non vediamo pistole in scena. E’ il coro che si stringe attorno ai due protagonisti maschili, rendendo evidente al pubblico che ciò che fa morire Lenskij non è in realtà la pallottola sparata dall’amico, ma il sistema chiuso da cui è circondato. Un sistema chiuso, per cui le uniche possibilità di difendersi dalla pericolosità dei sogni sono il cinismo, la derisione degli stessi. Si può ammazzare insomma con il sarcasmo, con l’ironia, con l’indifferenza, con il disprezzo degli ideali e dei sentimenti e perchè no? Con il disprezzo verso la letteratura. In fondo, Lenskij è un idealista, ma è anche un poeta.

La Grande Polonaise

E’ a questo punto che si assiste a una delle scene più strazianti di tutta l’opera. E’ il momento della celebre grande polacca, una delle pagine più conosciute dell’opera di Tschaikovskij. Perché proprio un brano così allegro, ballabile, trascinante, subito dopo l’uccisione di Lenskij? C’è una discrepanza evidente fra la storia e la musica. Una discrepanza voluta, che accentua ancora di più la spietatezza della morte di Lenskij, cioè della morte dell’illusione. Dopo di essa, c’è la vita di sempre che scorre indifferente, come un ballo allegro e canzonatorio. Ecco, qui il personaggio Onegin  non ha nulla di indifferente, non è il l’uomo tutto di un pezzo di altre produzioni. La scena della grande polacca è la scena della sua disperazione: Onegin abbraccia, scuote il corpo dell’amico morto, cerca perfino di ballarci, urla selvaggiamente, mentre gli archi galoppano a tutto volume, deridendo allegramente la morte dell’amicizia. E’ difficile descrivere il climax di drammaticità che Konwitschny ha saputo rendere qui, creando un devastante effetto straniante, quasi doloroso per gli spettatori.

Onegin carnefice e vittima

 

A partire proprio da questa scena appare evidente la trasmutazione di Onegin da carnefice a vittima. Si preparano cioè la conversione del personaggio nel finale e al rincontro a distanza di anni con Tatjana. La protagonista femminile è sopravvissuta alla delusione, a differenza del suo alter-ego Lenskij. E’ sopravvissuta soffocando appunto la sua delusione, rassegnandosi all’integrazione in quel sistema chiuso, da cui aveva cercato di uscire. E’ felicemente sposata con Gremlin e appare nel loggione del teatro come una vera e propria donna dell’alta società, vestita lussuosamente. Non più movimenti goffi, ma una gestualità pacata e raffinata la contraddistinguono. Ora è Onegin a confessare il suo amore per Tatjana, ma ormai è troppo tardi. Ora è Onegin a stare sulla passerella, cioè ad aprire e confessare se stesso al pubblico, mentre osserva adorante la giovane donna sul loggione. A sipario rosso chiuso, soli sul proscenio, c’è l’ennesima delusione finale. Tatjana sembra cedere a Onegin, ma decide di rimanere fedele al marito. Questo, nella storia così com’è nel libretto. Nella rappresentazione di ieri sera, ecco comparire di nuovo la lettera. Questa volta è Tatjana stessa a leggerla e a deriderla. I ruoli si sono invertiti, la sognatrice deride se stessa e Onegin, rientra cioè nella normalità del sistema sociale chiuso da cui proviene, mentre Onegin prende coscienza dell’inutilità, della sterilità di questo stessa chiusura. Onegin si rivela dunque per quello che è sempre stato: un uomo solo, che ha distrutto in un solo colpo con il suo cinismo e la sua voluta spietatezza ogni possibilità di amicizia e di amore. Non è più possibile ottenere una conciliazione. La lettera, simbolo dei sogni viene stracciata compulsivamente, disperatamente da Tatjana e a Eugene Onegin non resta che rientrare nei ranghi degli altri personaggi del sistema – letteralmente il coro disposto a mo’ di esercito dietro ai due protagonisti , mentre l’ultima illusione – Tatjana stessa – scappa dietro le quinte.

Epilogo

Difficilmente ho potuto assistere a una rappresentazione di tanta intensità, forse davvero una delle migliori che mi sia capitato di vedere. Certo, la radicalità di questa messinscena può trovare parecchi dissensi, ma è oggettivo che pur nelle sue liceità cerchi di seguire, esplicitare il pathos della musica. Nella partitura orchestrale c’è già tutto: la melanconia ossessiva – il tema malinconico degli ottoni e dei fiati nella lettera di Tatjana o dell’ouverture che ritornano puntualmente per tutta l’opera , c’è l’eroismo, inteso come tentativo di trascendenza dalla realtà, e la sua puntuale derisione (come nella grande polacca). La Gewandhaus si è dimostrata una grandissima orchestra, capace di emozionare e trascinare con la sua grande espressività. Certo, la partitura è in sé uno dei capolavori di Tschaikovskij, ma devo dire che l’orchestra di Lipsia ha davvero dato il suo meglio in quanto a interpretazione, come non sentivo da tempo. La direzione di Andreas Schüller si è dimostrata efficace e sensibile nel non scadere mai in un suono troppo banale, troppo semplicemente cantabile o ballabile – a mio avviso, uno dei rischi tipici nell’affrontare le partiture del grande compositore russo. Poche volte capita di vedere un equilibrio fra parte orchestrale e drammaturgica. A mio avviso, la prima di ieri sera è stata un successo proprio in questo. Ad esempio, buona parte della drammaticità nella scena clou – la grande polacca – è data certo dalla resa di Konwitschny, dalla recitazione dell’interprete di Onegin, ma è data in misura pari dalla interpretazione grandiosa della Gewandhaus. Per quanto riguarda gli interpreti, dunque, Tatjana è stata impersonata da Marika Schönberg, una dei cantanti stabili dell’Oper Leipzig. Ieri sera ha potuto dare sfoggio di una voce potente nella scena della lettera e di un’ottima recitazione, assolutamente convincente. Lo stesso dicasi per Norman Reinhardt, altro cantante stabile, che ha cantato la parte di Lenskij: una bella voce, un bel recitato, una bella presenza, una buona interpretazione della grande aria “Kuda, Kuda”. Peccato però che non abbia retto il confronto in quanto a volume con gli altri protagonisti. Il vero protagonista vocale invece è stato il baritono slovacco Pavol Remenár: voce voluminosa, potente, mai sforzata, e sul palcoscenico, un vero e proprio attore drammatico. A lui il pubblico ha tributato una lunga ovazione, sia dopo la scena della grande polacca, sia a fine spettacolo. Grande ovazione finale anche per Peter Konwitschny, che si è mostrato in palcoscenico insieme al resto del cast. Ovazione meritata, aggiungo, per una messinscena che vale davvero la pena di vedere: raramente ho assistito all’Opera di Lipsia a rappresentazioni così intense, così emozionanti.

Anna Costalonga

Eugenj Onegin a Stuttgart

Devo dire innanzi tutto che amo molto l’ atmosfera della Staatsoper di Stuttgart. Per un melomane di lungo corso come me, é un piacere trovarsi in un teatro dove si percepisce prima di tutto la voglia di sentire musica. Facilità di accesso estrema, senza le traversie che occorre fare in Italia per procurarsi un biglietto, pubblico assolutamente privo di spocchia vipparola ed una forte presenza di giovani e giovanissimi, tutti animati da una sana curiositá, come il gruppo di adolescenti che occupava i posti vicini al mio venerdí sera, i quali appena hanno individuato che ero un appassionato hanno cominciato a tempestarmi di domande sull’ opera e sull’ autore, in un modo che faceva intuire la voglia di saperne di piú su quel che stavano vedendo. Tutto questo contribuisce a restituirti le condizioni d’ animo necessarie per gustarsi una serata all’ opera. Dal punto di vista artistico, la Staatsoper è un teatro organizzato secondo il sistema tedesco dell’ ensemble e preferisce lavorare con cantanti giovani, cosa che io trovo assai lodevole. Il cast dell’ Eugenj Onegin che ho visto venerdí sera era composto di elementi tutti intorno ai trent’ anni di età i quali, guidati da un direttore forse non geniale, ma molto esperto, ci hanno fatto ascoltare un’ esecuzione notevole per slancio e freschezza, con alcuni punti veramente eccellenti. Naturalmente il lato negativo nelle cose c’ è sempre e qui, come nella quasi totalitá dei teatri tedeschi, é costituito dagli allestimenti improntati al cosiddetto Regietheater, del quale abbiamo avuto giá modo di parlare e che alle volte sono di notevole disturbo. Il bello é che, a sentire la maggior parte degli spettatori, queste cose sembrano essere sgradite anche al pubblico. Comunque, si cerca di sopportare questo fatto, tranne quando i registi veramente esagerano in assurditá. Qui a Stuttgart, devo citare come esempi estremamente negativi la Fanciulla del West e il Fliegende Holländer messi in scena da Calixto Bieito e la recente Aida di Karsten Wiegand, di cui ho già riferito e che è stata duramente censurata anche dai giornali locali.

Per quanto riguarda l’ opera di Tschaikowsky, la Staatsoper ha affidato la regia a Waltraud Lechner, che nel teatro lavora come direttore degli allestimenti scenici e che si é fatta apprezzare per la sua elegante messinscena dell‘ Idomeneo. La Lechner, in collaborazione col Dramaturg del teatro, Sergio Morabito, ha immaginato di ambientare la vicenda come una storia di nuovi ricchi nella Russia postsovietica. Una scena praticamente unica, ideata da Kazuko Watanabe, funge nei primi due atti da struttura portante di una villa comprata da Larina, la madre delle due ragazze da marito, la quale, dopo i lavori di restauro, inaugura la proprietá con uno sfarzoso party, quello che apre il secondo atto. Dopo la scena del duello, per il terzo atto ci troviamo in un’ esclusiva stazione di sport invernali, dove la società dei nuovi ricchi trascorre le vacanze. Tra essi naturalmente si trova Tatjana, che ha consolidato la sua posizione sociale grazie al matrimonio con Gremin. Devo dire che, fatto salvo il cambio di ambientazione, l’ allestimento era abbastanza gradevole e la regia sobria e senza eccessi. Peccato solo per una caduta di gusto: realizzare il duello tra Onegin e Lenskj come una sfida alla roulette russa non mi è parso opportuno, e l’ atmosfera drammatica della scena ne ha sofferto in maniera evidente. Comunque era uno spettacolo che si lasciava guardare senza grossi fastidi, soprattutto nè lambiccato nè troppo cerebrale.

La compagnia di canto, come ho detto, era estremamente gradevole ed equilibrata in tutti i ruoli. Karine Babajanyan, giovane soprano armeno che da cinque anni lavora con l’ ensemble della Staatsoper, ha delineato una Tatjana impulsiva e vibrante, facendoci ascoltare una voce di bel timbro ed estremamente ben controllata. La ventisettenne Tajana Raj, mezzosoprano di Norimberga che l’ anno scorso ha riscosso un grande successo personale come Idamante, ha impersonato Olga, confermando di essere una delle voci piú promettenti della compagnia. Il basso Liang Lin ha interpretato Gremin con una voce molto piú morbida e controllata rispetto all’ Aida. Nel ruolo di Onegin, il baritono giapponese Shigeo Ishino ha evidenziato gradevoli mezzi vocali e notevoli doti interpretative, sottolineando molto bene l’ evoluzione psicologica del giovane aristocratico blasé e disincantato che al terzo atto si ritrova innamorato infelice della donna che aveva respinto. Ma la vera sorpresa della serata ce l’ ha fornita il tenore russo Roman Shulackoff, non ancora trentenne, debuttante nel nostro teatro, che ha cantato Lenskj con una voce bellissima e sorretta da una tecnica giá ragguardevole. La celebre aria del secondo atto, eseguita con ottime mezzevoci, fraseggio appassionato e acuti squillantissimi, ha strappato un’ ovazione al pubblico. Buone anche le caratterizzazioni di Cornelia Wulkopf come Filipjewna e Heinz Göhrig come Triquet.

Sul podio, dopo la prima recita che si è svolta con il solo accompagnamento pianistico a causa di uno sciopero dell’ orchestra (ebbene sì, queste cose succedono anche in Germania ogni tanto…) c’ era Marc Soustrot, direttore di notevole mestiere e concertatore molto consapevole, ma dalla personalità intepretativa un po’ pallida. In una intervista pubblicata sul programma di sala, il maestro francese si soffermava a lungo sulla raffinatezza della scrittura di Tschaikowsky e sulla varietá dinamica della partitura. Siamo perfettamente d’ accordo, ma non bisogna dimenticare che Onegin è anche un’ opera di sentimenti al calor bianco e di passioni a volte esasperate e questo aspetto, nella direzione di Soustrot, è rimasto un po’ in ombra. Nella scena della festa, culminante nel concertato della sfida, e nel duetto finale, si sentiva davvero la mancanza di una bacchetta con un po’  piú di passionalitá. Ad ogni modo, una direzione sicura e sagace nel sostenere i cantanti, e questo era già qualcosa di positivo. In complesso una serata molto gradevole, con la scoperta di un tenore di cui sono sicuro che sentiremo presto ancora parlare.