Al Gran Sole Carico d’ Amore di Luigi Nono, regia di Peter Konwitschny

La nostra carissima Anna Costalonga racconta ai lettori di questo blog le sue impressioni sul recente allestimento dell’ opera di Luigi Nono all’ Oper Leipzig.

Un palcoscenico notturno, tempestato di tante piccole luci, come stelle e tante casse, tante, quasi una montagna.
In primo piano, una casetta di vetro, tutta trasparente, dove cercano di addormentarsi due donne bambine, con l’ immancabile orsacchiotto sotto il braccio. Potrebbe essere l’ inizio di una fiaba. Due ragazzine, forse solo un po’ cresciutelle, che mimano alla rivoluzione e intanto scrivono frasi di Marx e Che Guevara sulle pareti trasparenti della loro cameretta. La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione. Il pubblico ride, mentre una di queste due “fanciulle” scrive ReBolution invece di ReVolution, per poi correggere quasi subito. Ed ecco una fata vestita di bianco, che arriva a rassicurarle e a parlare loro di Marx e della Comune di Parigi.
Potrebbe essere davvero una fiaba moderna, se non fosse per la musica, tesissima, tellurica, lunare, che proviene dalla buca. Se non fosse che da quello stuolo di casse, all’improvviso risorge, o meglio, insorge, una massa di persone. Di morti. Non è una fiaba, e alla fata adesso si sostituisce la guerrigliera Tania Bunke (Cuba, 1953). Il mio nome diventerà nulla? Siamo giunti a vivere su questa terra senza uno scopo, forse? Senza uno scopo? dice. E muore, commuovendo una delle due ragazzine, che con un gesto ingenuo le mette il suo orsacchiotto sotto il braccio. Per poi rialzarsi, insieme a tutti gli altri morti viventi che nel frattempo si rivestono: sono i comunardi di Parigi, e insieme anche gli altri rivoltosi dell’epoca contemporanea (i rivoluzionari russi del ’17, il popolo di Cuba del ’53), che tornano a vivere adesso sul palcoscenico. E da qui ha inizio il resto dei quadri intensi, drammatici, che Peter Konwitschny ha curato fin nel minimo dettaglio.

Al Gran Sole Carico d’ Amore è un’ azione scenica, un collage di frasi da Brecht, Marx, Gorki, Louise Michel, Tania Bunke, Che Guevara, Rimbaud, Pavese, e altri ancora. Non c’ è una storia, una trama unica, piuttosto un susseguirsi di scene, dominate tutte da una tematica forte, la lotta all’ oppressione e per la libertà, vista attraverso gli occhi delle donne. Non c’ è di conseguenza un protagonista unico, ma quattro soprani che interpretano – intercambiabilmente – i ruoli di Tania Bunke (Cuba, ’53), Louise Michel (Comune di Parigi, 1870), Deola (Scioperi di Torino ’50), Jeanne-Marie (Comune di Parigi, 1870). Fa eccezione il personaggio della madre tratto da Gorki, che, da quando entra in scena, nel secondo atto, rimarrà fino alla fine l’ unico carattere scenico perfettamente individuabile e non scambiabile con nessun altro.*
Questa è un’ opera piena di coraggio: quello delle protagoniste e delle scene rappresentate e certo, di Nono, che abbandona qualsiasi storia unitaria, qualsiasi punto di riferimento utile allo spettatore per districarsi nelle sonorità a un tempo terrene e ultraterrene della sua partitura. Ma soprattutto è evidente il coraggio del regista Peter Konwitschny, dello scenografo Brade e del direttore Harneit.
Ci sono voluti due anni buoni di studio, prima di poter realizzare questo allestimento, portato sulle scene per la prima volta nel 2004 ad Amburgo e rivisto per l’ Opera di Lipsia (di cui Konwitschny è direttore stabile) nell’ occasione del ventennale della Rivoluzione Pacifica. La grande sfida di questa produzione è stata quella di dare un senso logico e continuità teatrale a un’ azione scenica il cui più grosso rischio, data la natura del testo, è il susseguirsi farraginoso di scene diverse l’una dall’ altra. Anche a costo di inventare delle storie parallele non scritte nel libretto (quella delle due ragazzine che, ad esempio, nel primo atto abbandonano gli orsacchiotti per abbracciare il fucile: diventano cioè donne, assumendo coscienza storica e umana), che però aiutano, e molto, a dare coerenza al collage scenico.

SOTTO IL GRAN SOLE

A questo punto è naturale chiedersi in cosa consista questo “senso logico”. Ecco cosa dicono Konwitschny, Brade e Harneit a questo proposito.

“Abbiamo voluto lavorare sulla teatralità di Nono, e tradurla in termini terreni, umani, diretti, comprensibili. Così il nostro punto di partenza è la scena vuota. Incomincia con un nastro magnetico, con una musica cosmica, sferica; sulla scena, due bambine, che sono parte di questo cosmo. Questa è la definizione ultima del tutto: che noi siamo una parte del cosmo infinito. Senza questa consapevolezza non ha senso il suono del nastro magnetico o trascendere dal pensiero sulla storia, come ce la propone Nono.”(Konwitschny)
“Già il titolo Al Gran Sole Carico d’Amore (Unter der Große Sonne Von Liebe Beladen in tedesco, letteralmente “sotto il gran sole carico d’amore”) ci dice che non dobbiamo dimenticare che viviamo nella sofferenza sotto questo grande sole. E che siamo inetti e impotenti, solo se non vogliamo sentire, se non vogliamo vedere, se non vogliamo pensare.” (Brade)
“E’ un punto di partenza di totale importanza. Perché il cielo e le stelle che noi mostriamo, semantizzano il nastro magnetico di Luigi Nono, l’ inizio; non si tratta di un cielo teologico, ma di un cielo musicale-cosmico. L’ opera inizia perciò non nel silenzio, ma con lo spazio, in cui ci troviamo.” (Harneit)
Si apre nel cosmo, nello spazio aperto e si chiude con l’ immagine terribile della massa, disperata e piangente, stritolata dalle pareti di ferro di una fabbrica, nel buio. Niente sipari rossi, alla fine, solo una grande e pesante cortina di metallo, che cade sul palcoscenico, nel silenzio del teatro.

LE DONNE SALVATRICI

E nel mezzo, tra l’ agorafobia del cosmo troppo aperto per trovarci una direttiva, e la claustrofobia di un’ esistenza ormai già pre-direzionata, predestinata, chi sono i fari di questa umanità allo sbando, per Nono? Le donne.
D’ altronde l’ opera è del 1975: l’anno, cioè, che l’ UNESCO ebbe a definire “anno delle donne”, culmine di molte vittorie dei movimenti libertari femministi dell’ epoca.
Come abbiamo visto l’ opera è interamente incentrata su figure femminili che hanno giocato un grande ruolo rivoluzionario. La storia dell’ opera è piena di eroine, Nono non è né il primo né l’ ultimo a portare sulla scena donne eroiche. Come dice Konwitschny, però, le quattro soprano protagoniste (Louise Michel, Deola, Tania Bunke, Jeanne Marie) sono molto più di figure salvatrici intese nell’ accezione tradizionale.
“Credo che la donna secondo Nono non sia una salvatrice come Leonora lo fu per Florestano, perché il concetto di salvatrice nella tradizione tedesca funziona solo in rapporto con l’ uomo. Essere salvatrici significa prima di ogni cosa che il sistema maschile viene salvato e rimesso in funzione grazie alla donna. Per Nono non è così. Nono vuole invece che questo sistema muoia.”
Molto interessante a questo proposito è lo spazio che viene dato alla figura femminile, intendo lo spazio vocale: “le donne sono libere di cantare e di inventare cadenze in una maniera ancora più esaustiva, più libera delle famose cadenze di Bellini “– dice il direttore Harneit -“, di cui Nono si occupò a fondo nei suoi ultimi anni. Nell’ opera di Nono tutto è più utopico. Ci sono tre, quattro grandi punti, in cui il sistema maschile, rappresentato dal direttore, viene sopraffatto, in una parola cancellato. Se si osserva la scena in quei momenti, cosa si faccia sul palco, e come sia difficile quando, dopo le esplosioni orchestrali, all’ improvviso la Madre o Deola o Tania Bunke si ritrovano completamente sole sul palcoscenico a cantare, senza un sistema in cui rientrare, allora si capisce come Nono abbandoni anche a livello musicale il sistema delle salvatrici secondo l’ idealismo maschile”
Chi ha avuto l’occasione di ascoltare dal vivo quest’ opera in quest’ allestimento sa come le interpreti abbiano davvero reso la drammaticità delle loro parti, anche sporcando in certi punti la vocalità stessa, rendendola quasi rabbiosa. Per una storia di salvatrici, di eroine, di guerriere è il minimo che si possa richiedere.
Konwitschny e Harneit hanno insomma cercato nella drammaturgia e nella musica di Nono un discorso che travalica l’ ideologia con cui troppo facilmente vengono ancora identificate, in Italia.
Non è un caso che le prime frasi dell’ opera siano: La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione (Che Guevara, Cuba 1953) e Per questo cuore grande e caritatevole -ebbro di solidarietà -l’ unica aria respirabile è l’ amore umano (Louise Michel, Comune 1870)
Ovvero con la responsabilità civile dell’ arte e l’ amore umano. Al di là delle ideologie, il senso della solidarietà fraterna deve stare alla base delle grandi conquiste libertarie, sembra ammonirci Nono. L’ arte ha una responsabilità civile, l’ arte – intesa come bello – non è necessariamente negazione della verità. Si può fare arte cercando di aprire gli occhi, cercando “il vero”, auspicando il “selbständig denken” “il pensare con la propria testa”. Al di là dei pregiudizi.
A proposito, confesso che i primi minuti dell’ opera non sono stati facili per me, piena com’ era la mia memoria di tutti i pregiudizi, appunto, che mi portavo dall’ Italia. Mi sono sentita imbarazzata e mi sono chiesta: “Ma come? Si è scelto di inscenare Al Gran Sole Carico d’Amore, che a quel che ne so è un’ apologia delle lotte comuniste, per celebrare il ventennale della Rivoluzione Pacifica dell’ 89, della caduta cioè del regime totalitario di stampo sovietico dell’ ex DDR? Con che coraggio si può citare Che Guevara, o mettere in scena Lenin proprio qui a Lipsia e proprio in quest’occasione?”
Invece il bellissimo allestimento di Konwitschny e l’ ottima direzione di Harneit hanno avuto la meglio: non stavo più guardando o ascoltando un’ opera apologetica del comunismo (anche se è fin troppo facile cadere in questa interpretazione-trappola), ma un’ opera in cui la donna viene paragonata a un concetto, a una forza libertaria, al senso di fraternità stesso che dovrebbe unire gli uomini in nome di una vita più degna. Un’ opera insomma in cui si parla consciamente di utopia, ovvero di quanto sia necessaria, pur nella consapevolezza di essere fragili creature sotto questo sole carico, affannato d’ amore.

Ecco, forse questo è il senso più vero dell’ opera: lo slancio fraterno, consapevole ma non rassegnato per il miglioramento della condizione umana sotto questo sole, ovvero al di là di ideologie contingenti, al di là di inutili divisioni fra uomini: la fine claustrofobica sia da ammonimento.UN AUGURIOPersonalmente, mi auguro di poter assistere ancora a un’ opera di Nono, ma questa volta non più in Germania, ma in Italia, come è giusto che sia. Mi vergogno un poco al pensiero che un’ opera italiana dall’ alto contenuto civile come questa sia stata scelta per celebrare la vittoria libertaria della società tedesca. E noi? Quando potremo vedere di nuovo Al Gran Sole Carico d’ Amorein un teatro italiano? E per celebrare che cosa, poi?*Sind die Mütter revolutioniert, so bleibt nichts mehr zu revolutionieren (Walter Benjamin). Le madri si sono ribellate, quindi non c’ è più niente ancora che debba ribellarsi. Come a dire che la madre, la donna per eccellenza, è il grado zero dell’ umanità, e di conseguenza il grado zero della aspirazione umana alla libertà.

Anna Costalonga

Intervista a Claudio Giombi

Claudio Giombi, il basso-baritono triestino che è stato uno dei più famosi interpreti dei ruoli di carattere, è già stato ospite di questo blog con i suoi ricordi degli incontri con Kleiber e Karajan. In questo colloquio, Giombi Continua a leggere “Intervista a Claudio Giombi”

Claudio Giombi intervista Alfredo Kraus

Claudio Giombi, di cui ho già pubblicato i ricordi dei suoi incontri con Carlos Kleiber ed Herbert von Karajan, mi ha autorizzato a inserire qui questa interessantissima intervista inedita al grande e indimenticabile Alfredo Kraus.
A lui vanno i miei ringraziamenti per questo documento di altissimo valore.

Il 2 aprile 1978 presso l’hotel Savoia a Trieste ALFREDO KRAUS Continua a leggere “Claudio Giombi intervista Alfredo Kraus”

Microfoni all´Arena di Verona

Si discute molto, in questi giorni, sulla proposta di usare l´amplificazione e i microfoni nelle recite areniane.
Pubblico un intervento della mia cara amica Lucia Mazzaria, che ne parla con la sua consueta schiettezza.

Ma insomma….ma ci stiamo tutti rincitrullendo o che??
Vero che nel panoramico casino mondiale l’argomento è sicuramente irrilevante, ma siccome noi parliamo di musica lo affrontiamo.
Corriere della sera martedì 10 novembre 2009
titolo
Microfoni all’Arena, la lirica si divide

Il fatto che stiano tecnologizzando ( si dice così???) tutto mi sembra chiaro, fra poco faremo la pipì via mail, ma che le vecchie glorie del teatro siano le prime a rinnegare il loro passato questa poi non me l’aspettavo. Domingo dice "Sì sì. facciamolo, così facciamo meno fatica" ( e parla al presente perchè è ancora convinto di essere un cantante lirico e non un parlante…con tutto il rispetto chiaramente), Zeffirelli addirittura minaccia che se non gli mettono i microfonini lui all’ Arena non ci gioca più…e batte i piedini santi e manda la sua troupe svizzero tedesca, affiancata a quella italiana solo per far finta di aver amor di patria, a fare i sopralluoghi. Il sovrintendente pinco pallo di turno tale Girondini aggira il problema dicendo che saranno cauti. I cantanti…pochi ..dicono ma io ho studiato per cantare senza microfono… e qui la baraonda.
Ma il buon Domingo quando saliva la vetta chiedeva i microfoni?? e Zeffirelli li avrebbe proposti alla Callas…si sarebbe beccato un mi bemolle nell’orecchio!
Perchè la vecchie glorie invece di fare le bizze da star di quarta categoria non si mettono a fare cose costruttive invece di voler a tutti costi cambiare quel qualcosa che non deve essere cambiato, perchè non insegnano tutti i trucchi del mestiere ai giovani in modo che quest’arte possa andare avanti senza sofisticazioni e quindi che , nella fattispecie, all’ Arena tornino a cantare le voci vere come quelle di un tempo? Perchè all’ Arena si ostinano a chiamare dei direttori d’orchestra che fanno rumore e non musica?

Probabilmente perchè anche i più scarsi abbiano la possibilità di dire che hanno cantato li dentro e quindi fra poco avremo una serie di fighi belli fotomodelli, privi di qualsiasi talento e voce, microfonati ma parlanti ugualmente, a sostenere i ruoli più disparati e complessi.

Quindi i vecchi ci insegnano a non studiare più ma ad affidarsi alle amorevoli cure di un creatore di look e di un buon maestro di ginnastica per affinare il fisico…..
Io apro una palestra e un beauty center!

Adios….

Lucia Mazzaria

Intervista a Salvatore Fisichella

Salvatore Fisichella, il grande tenore catanese specialista di opere come Puritani e Guglielmo Tell, in questa intervista si racconta e ci propone le sue concezioni artistiche.

Raccontaci come hai deciso di fare il cantante lirico

Può benissimo dirsi che sono nato cantando. Sì, perché, fin da quando avevo aperto  gli occhi alla vita, tormentavo giorno e notte, con i miei acuti gridolini, le orecchie di papà e mamma. La mia voce era così squillante e penetrante  che chi mi stava vicino per accudirmi esclamava: “…farà il tenore!”. Mentre crescevo, vivevo un’infanzia felice, coccolato da papà e amato dalla mamma. Amici e parenti nelle riunioni di famiglia non mancavano di invitarmi a cantare qualche canzone allora in voga per poi finire con  o sole mio cavallo di battaglia del piccolo e audace cantore, che per nulla intimorito non si faceva tanto pregare.
All’età di 10 anni, frequentando la parrocchia, rapito dalla soavità della musica liturgica, mi viene il desiderio di entrare in Seminario per frequentare la scuola media. Ben presto i Superiori si accorgono della bella voce del piccolo seminarista e chiamandolo voce argentina da subito gli affidano gli assolo delle Messe,dei canti liturgici e delle operine  che si preparavano per le feste. Che triste giorno per me ,quando il direttore musicale, Padre Giosuè Chisari (divenuto poi direttore del Museo Belliniano), accompagnandomi al pianoforte in un pezzo lirico per me adattato, “Suoni la tromba”, sentendo la mia voce estesissima e potente, mi predice che probabilmente,dopo la mutazione sarei divenuto un basso. Scoppiai in un pianto dirotto  e fra le lacrime esclamai: “No, basso mai, o tenore o niente altro!”. A 13 anni, uscito dal Seminario, intraprendo le scuole superiori, prima al liceo scientifico e poi da geometra. Non avevo più pensato  seriamente al canto e mi limitavo ad  esibirmi in qualche romanza o in qualche canzone strimpellata  con la chitarra e canticchiata fra amici  e compagni di scuola.
A 18 anni, già diplomato geometra, l’ episodio che si sarebbe rivelato decisivo per le mie scelte future. Invitato al matrimonio di un cliente, al quale avevo progettato la casa, assistetti ad uno spiacevole contrattempo. Il tenore che avrebbe dovuto con la sua voce accompagnare gli sponsali, ha un preoccupante ritardo, e la sposa non vuol saperne di entrare in chiesa poichè teneva moltissimo all’ Ave Maria. Era risoluta al punto  di rinviare il giorno delle nozze. Il panico era tra gli invitati e l’ impaziente sposo ritto ad aspettare davanti l’ altare con i fiori in mano. Ricordandomi di avere avuto una voce argentina, mi offrii in sostituzione del tenore lumacone che rischiava di compromettere il matrimonio. Canto tra lo stupore di tutti, riscuotendo i primi meravigliati consensi, soprattutto da parte del tenore designato, nel frattempo arrivato, che mi  invita a recarmi con lui,la stessa sera, dalla sua maestra di canto Sara Messina, che ascoltandomi mi predice un florido futuro canoro. Un breve periodo di studio vocale che non mi soddisfa appieno poiché le lezioni si concludevano sempre con un “Bravo! Bravissimo!”.
Un’idea fissa mi tormentava l’ animo e le giornate: trovare un maestro in gamba che sapesse limare, plasmare, valorizzare quel tesoro che avevo in gola.
Catania, allora, non difettava di buone scuole di canto. Scelsi quella che allora era considerata più esosa e più rigorosa: Maria Gentile, soprano catanese dall’illustre passato  artistico, che mi sottopone a sei anni di studio rigoroso e stressante; le lezioni si concludevano sempre con un: “No!Così non va!”.
Anni di angoscia ed ansia, di scoraggiamento e di sogni soprattutto quando ascoltavo i divini del momento (Del Monaco, Di Stefano, Corelli, Bergonzi, Raimondi etc.), ma anche di soddisfazioni quando gli applausi accompagnavano i piccoli concerti  che la Gentile organizzava per mettere alla prova i suoi giovani studenti.
I buoni risultati non tardano a venire. I grandi sacrifici economici per pagare le lezioni di canto e i travagli spirituali vengono ripagati nel 1970, quando riesco a vincere  il XXIV° CONCORSO LIRICO ADRIANO BELLI DI SPOLETO con il massimo assoluto dei voti, presentando come opere studiate: I PURITANI, LA FAVORITA e RIGOLETTO. L’ incredulo maestro Sanpaoli, Deus ex machina dell’ organizzazione spoletina, che prima diffidava del fatto che un giovane potesse presentare un repertorio tanto difficile, dopo avermi ascoltato,mi appioppa un 10 e lode, divenendo poi uno fra i miei più fervidi sostenitori  e pronto a dispensarmi sempre i più saggi consigli all’ inizio della carriera.
Esordii nella stessa Spoleto, con la direzione di Ottavio Ziino, quale protagonista nel WERTHER di Massenet. È un’ edizione che la critica definisce di Alto Livello e che va in giro per tutta l’ Italia.

È stato difficile sostenere per anni un repertorio impegnativo come quello che hai affrontato sulla scena?

No, perché quel repertorio mi veniva congeniale, tutto fluiva liscio e senza asperità nella mia gola, finivo gli spettacoli senza sentirmi stanco e questa era la misura che mi consentiva di pensare che le mie scelte erano giuste. Rossini, Bellini, Donizetti era come se avessero scritte per me le loro opere e mai, dico mai ebbi a dubitare nell’ accettare l’ esecuzione delle loro opere anche quando notoriamente per gli altri interpreti presentavano difficoltà esorbitanti. Solo per Guglielmo Tell aspettai la maturità vocale e pressato, spronato e controllato dal Maestro Nello Santi, grande conoscitore di voci, debuttai a Basilea (registrazione pubblica per la RDS)  nel 1986 e poi all’ Opernhaus di Zurigo, diretto sempre dallo stesso Nello Santi .A quelle recite molte altre ne seguirono per il mondo senza aver riportato mai danni vocali.

Qual era il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Prima di tutto leggevo il libretto, immaginavo le scene, mi vedevo nei duetti,nei terzetti nei concertati: interpretavo il libretto parlato come fanno gli attori e quando avevo rifinito tutte le peculiarità del ruolo mi accingevo a studiare la musica prima al pianoforte e poi se esistevano registrazioni discografiche mi apprestavo ad ascoltare interpreti e direttori diversi per avere una visione globale dell’ opera.

Dacci una tua definizione della tecnica vocale

Rispondere a questa domanda  è tanto difficile perché tutti i cantanti, anche quelli mediocri o che hanno perso la voce troppo presto, affermano che la loro tecnica è la migliore e che hanno perso la voce per svariati motivi ivi compresi la cattiva sorte, il destino etc. Io dico che per il canto all’ italiana, per opere italiane, francesi e la produzione spagnola, l’ unica tecnica giusta è quella che si basa sulla respirazione diaframmatico-costale o diaframmatica–toracica come suolsi dire comunemente. Questa è la respirazione che insegnarono i primi grandi tenori (Gayarre, etc.) era quella praticata da Caruso, Gigli, Lauri-Volpi (grande didatta del canto) e quella che adoperano tutti i tenori belcantisti o chiunque abbia cantato almeno 30/35 anni  in teatro, anche se la loro percezione era diversa: molti cantanti, infatti, erano convinti di cantare solo diaframmatico, mentre in effetti cantavano diaframmatico-toracico. Tutti gli Yogi o gli sportivi respirano così; così respira il neonato alla nascita. Avete mai visto uno sportivo correre con la pancia sporta verso  fuori? E quando voi tossite non siete costretti ad alzare il petto mente sulla linea del diaframma la pancia rientra?
Per quanto riguarda la postura della voce essa viene appoggiata sempre sul punto focale della laringe: dalla nota più bassa alla nota più acuta, senza perdere il fluire del suono posato sulle corde vocali. Pensate quando parlate normalmente dove ponete il suono. Il diaframma serve semplicemente da stantuffo per agevolare a portare il fiato nelle diverse camere di risonanza: il torace per le note basse, le fosse nasali e mascellari per i centri e le fosse frontali e la testa per gli acuti e i sopracuti pensando alla base cranica per dare alle note ampiezza e profondità. Certo per parlare di tecnica avrei voluto più tempo e più spazio…ma rischierei di annoiare il lettore. Bisognerebbe parlare ancora della lingua, dell’ atteggiamento labiale “a sorriso”, della postura del bacino, dell’ appoggio sui muscoli femorali acciocché si possano mantenere morbidi i muscoli del collo e della faccia etc….

Nella tua carriera, ti sei ispirato all’ esempio di qualche grande artista del passato?

Tutti mi hanno insegnato qualcosa, in tutti i cantanti c’ è da apprendere qualcosa: il fraseggio, la gestualità, il portamento, la ”vis comica” etc. Certo ti insegnano molto solo i grandi cantanti; da essi hai veramente l’ esempio pratico dell’ applicazione tecnica e il modo di esternare parola e i sentimenti. Però nessuno può insegnarti quello che non hai dentro. Ognuno è maestro di se stesso e il palcoscenico  sviluppa l’ esternare quello che per anni hai praticato, che hai studiato, che hai sperimentato, che hai vissuto nel tuo cervello e nel tuo intelletto fino a farti divenire a poco a poco  artista degno di questo nome. Puoi stare mille anni dentro la più illustre scuola di canto, ma se non hai calcato il palcoscenico non sarai mai Artista.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Ritieni che siano utili all’ artista e quali sono secondo te le tue registrazioni che ritieni meglio riuscite?

I dischi e i video sono necessari per comprendere meglio l’assieme di una esecuzione. Ma non sono indispensabili. Prima del loro avvento gli Artisti debuttavano il ruolo incontrandosi per la prima volta con gli altri in sala prove e là, giorno dopo giorno, costruivano la rappresentazione nel suo insieme totale. E oggi, quando debuttiamo un’ opera mai rappresentata o per la quale non esistono in mercato video o dischi, non facciamo come gli antichi interpreti? Quindi tutto il supporto mediatico serve ad aiutarti, ma non è indispensabile.
Le registrazioni mie più riuscite sono I Puritani di Bregenz con Gruberova, Gugliemo Tell con Maria Chiara diretto da Santi e Otello (Rossini) per la Philips.

Sei soddisfatto di quello che hai fatto sulle scene oppure hai qualche rimpianto?

Quando un artista arriva alla fine della carriera ha sempre dei rimpianti: se rinascesse potrebbe fare ancora meglio. Non essere mai soddisfatti è prerogativa necessaria per progredire sempre di più. Diceva la mia maestra Maria Gentile che un artista dovrebbe avere due vite: una per imparare, l’ altra per cantare.  Se qualche rimpianto ho veramente è quello di non avere trovato, in qualche rarissima volta che sia capitato, il “feeling” con qualche direttore d’ orchestra o qualche regista.

Secondo la tua opinione, è giusta o eccessiva l’ importanza che si da oggi alla recitazione?

L’ importanza che oggi si da alla recitazione cioè alla messa in scena dello spettacolo è giusta, il cinema ha abituato a delle  messe in scena spettacolari che il pubblico vuole poi ritrovare nei teatri. Tutto evolve ed è giusto che sia così. Ma quando  questo va a detrimento della musica o dei cantanti, allora si va alla esagerazione voluta e cercata e alla fine si depaupera il messaggio culturale e artistico al solo vantaggio del visivo. Quando tutto è rispettato, scene, costumi, epoca e musica, si assiste a quel genere di spettacolo che per sempre resta nella nostra mente.

Per un cantante, può essere dannoso arrivare troppo presto ai grandi palcoscenici?

Certamente si, al giovane deve essere dato il tempo giusto per maturare la sua arte e il suo talento vocale altrimenti rischia di non potere raggiungere vette importanti perché già schiacciato dalla critica. Quanti esempi di giovani promesse dissoltesi nel nulla…avessero avuto più tempo avremmo avuto altri nomi celebri. Io ricordo che, dopo il mio fortunato debutto al Teatro dell’ Opera di Roma,subito dopo Spoleto al posto di Pavarotti e con Mirella Freni, ebbi il coraggio a rispondere a degli agenti che mi volevano proiettare in teatri ancora più prestigiosi, che non mi sentivo pronto al momento e che volevo ancora aspettare un po’ per affrontare quei ruoli difficili in teatri difficili. Penso di avere avuto ragione su tutti quelli che invece mi esortavano a fare il contrario.

Quali sono le caratteristiche necessarie a un buon insegnante di canto?

Nessuno può insegnare l’ arte che non ha e un buon maestro deve essere stato artista e cantante per potere donare agli altri la propria esperienza. Egli deve essere intelligente, capire la psiche dell’allievo, i suoi pregi e lavorare su di essi , e i suoi limiti,per farli sparire in pochissimo tempo, ma soprattutto non fare forzare la voce per non ammalare l’ allievo. Deve consigliare e guidare , con grande carisma ,anche nelle cose private. L’ allievo all’inizio è sempre timido e titubante ma poi finisce, presa la giusta confidenza, a raccontarti e ad esternarti tutto quello che ha in cuore e allora, quando lui spontaneamente ti racconta, è arrivato il momento di consigliarlo. Molti allievi preferiscono parlare con il maestro e non con i genitori. Essi hanno posto molta fiducia in te e tu devi essere per loro maestro di vita e di arte.

Pensi che la lirica abbia un futuro? E quali consigli daresti ad un giovane che volesse intraprendere questa strada?

Non voglio rispondere in modo esauriente a questa domanda perché ho molta perplessità verso il teatro d’ opera così come va oggi. Non mi piacciono le direzioni artistiche, non mi piace come gli agenti conducono i loro artisti e il loro criterio di valutazione. Non mi piace il modo in cui sono organizzati i  concorsi di canto, quasi sempre discriminatori e indirizzati a favore di qualche protetto, etc. Ci sono moltissime cose che non vanno per il verso giusto…ma il mondo della LIRICA non può morire, finirà certamente per essere completamente politicizzata e per guarirla bisogna tornare agli albori; ai tempi di Caruso e ancora prima, quando tutto era affidato a uomini di teatro che se sbagliavano le scelte pagavano di tasca propria. Occorre mettere gli uomini giusti e competenti al posto giusto. Oggi il teatro è retto da un politico e non da un cantante, nella migliore delle ipotesi da un musicista che non capisce niente di voci e si affida ad un agente che a sua volta non capisce nemmeno, avendo prima fatto tutt’ altro mestiere, ed è atto a proporre  solo business e chi paga è lo Stato, cioè noi, portando elementi mediocri, protetti o che pagano percentuali più ricche. Ovviamente in mezzo a tanto malcostume c’ è anche oggi anche qualcuno che si muove con onestà e difficoltà per proporre buoni artisti.  Su questi uomini rari è posta la salvezza del teatro lirico.

Il Turco in Italia a Leipzig

turco leipzigLa mia carissima amica Anna Costalonga mi ha mandato questa recensione del Turco in Italia rossiniano, in scena in questi giorni alla Oper Leipzig.

C’ è un uomo delle pulizie, sul palcoscenico, mentre gli orchestrali accordano i loro strumenti. C’ è un uomo delle pulizie sul palcoscenico, che lava il pavimento, mentre il pubblico si sta accomodando in platea e in galleria. Benissimo, l’efficienza e la pulizia tedesca non hanno limiti, non c’è altro da dire.
Ma chi è quell’uomo delle pulizie che fatica a passare il mocio sempre sullo stesso punto?
E come mai un direttore di scena lo richiama con furia dietro le quinte?
Ma lasciamo stare per adesso quell’uomo delle pulizie, come direbbe Lucarelli, e passiamo alla storia del Turco in Italia.

Chi legge il libretto sa che la scena si svolge in una località di mare presso Napoli. Invece del mare e della spiaggia, in mezzo al palcoscenico giganteggia un enorme teatro. Un teatro nel teatro, in cui il testo del libretto – opportunamente tradotto in tedesco – è visibile a grandi caratteri, neri su bianco, sopra le immancabili tende rosse del sipario. La scena è spoglia, tranne che per una scrivania e una sedia su cui il poeta, con tanto di penna d’ oca in mano, è intento a scrivere. Ma che cosa? Omini e donnine prosperose, come una tribù di selvaggi nudi o di spiritelli, gli spiriti della commedia – zingari nel libretto originale – quelli stessi che potrebbero affollare la mente del buon Prosdocimo (in realtà un ottimo Giulio Mastrotaro) suggeriscono, via via che si svolge l’ ouverture, alcune idee o archetipi per la commedia, mimandole: il marito tradito? Orfeo e Euridice? Il ratto del serraglio? No!
“Ho da far un dramma buffo e non trovo l’ argomento!” “Ah se di questi zingari l’ arrivo potesse preparar qualche accidente, che intrigo sufficiente mi presentasse per un dramma intero!” Ma si sa, che è proprio quando uno scrittore è sull’orlo della disperazione, che l’ispirazione arriva. O meglio, non arriva come uno si aspetterebbe, cade dall’alto. Tonf! Eccolo, l’ accidente: un enorme sacco bianco cade dal soffitto del teatro sul palcoscenico con un gran tonfo. E dentro c’ è il primo personaggio chiave dell ‘opera, Don Geronio (il bravo e simpatico Paolo Rumetz). Che esce riassestandosi la giacca grigia, dal sacco della mente ispirata di Prosdocimo, come ci viene fatto credere.
Perché la storia che il nostro poeta vuole narrarci è quella del buon marito Don Geronio e della pazza moglie Fiorilla, e dei suoi due amanti. E noi siamo gli spettatori di una commedia nella commedia. Perché in questo allestimento Prosdocimo non è un personaggio fra i personaggi, è il deus ex machina, è l’ inventore di tutto quello che ci viene proposto: è lui che suggerisce e crea fabula e intreccio. Lo si capisce mentre mima o scimmiotta i suoi personaggi quando cantano e li dirige con la sua immancabile penna. E il libretto che scrive è proprio il gigantesco teatro sul palcoscenico, che ruota su se stesso mostrando l’ altra sua realtà: quello dell’ ingranaggio di una rotativa, sulla quale scorre il testo che viene via via a crearsi, e che è azionata dagli spiritelli-zingari, ovvero gli spiriti della commedia!

Bene, gli spettatori non fanno a tempo ad applaudire i cantanti, che altri sacchi enormi cadono dal soffitto-mente del poeta, con gran rumore, ognuno contenente gli altri personaggi chiave dell’ingranaggio comico, perfetto, ideato da Prosdocimo-Rossini-Romani.
Ecco Fiorilla (Viktorija Kaminskaite), è il prototipo della moglie infedele, per cui “non si dà follia maggiore, dell’ amare un solo oggetto”.
Ed ecco sempre dall’alto della mente di Prosdocimo, Selim (Giovanni Furlanetto), che armato di tappeto enorme e enorme shisha entra, pardon, cade in maniera sontuosa e canta con voce sontuosa, da principe qual è. E fa paura davvero, quando, dopo almeno 4 vani tentativi, riesce a estrarre la sciabola dal fodero.
Il compiacimento di Prosdocimo, ma soprattutto del pubblico è palpabile. Anche perché Fiorilla ha un altro amante nel sacco, è proprio il caso di dire: Don Narciso (Timothy Fallon), di giallo vestito (è un narciso, in fin dei conti, delicato come un fiore) e dall’ aria costantemente stralunata. E l ‘affascinante e virile principe turco, lo straniero, è l’ elemento di disturbo ideale, in una storia già di per sé complicata.
Rileggere il libretto non semplicemente come la storia di Don Geronio, Fiorilla, e dei suoi due amanti , ma come la storia di come il poeta Prosdocimo (in cui è facile vedere Rossini stesso) crea un’opera buffa perfetta, basata su questi personaggi, è un gioco prospettico affascinante, che aggiunge una nuova vis comica surreale, in maniera davvero felice e giocosa. Permette ad esempio di ironizzare sui personaggi dell’ intreccio, creando una vera parodia – perché non sono più solo personaggi, ma prototipi. Il pubblico ieri sera l’ ha recepito perfettamente: il tormentone di Selim, il bello e virile principe turco, che entra sempre in scena trascinando goffamente un enorme tappeto arrotolato, (se non addirittura lanciandolo in scena, prima ancora di farsi vedere) e una shisha ancora più enorme è stata, ad esempio, una delle trovate comiche più apprezzate.
E permette soprattutto di ironizzare sulla cornice stessa, ovvero sul fatto di rappresentare la storia di un turco in Italia, azzardando anche irresistibili scenette fuori programma.

Ma torniamo all’uomo delle pulizie. Che c’ entra, direte? Be’ è inseguito da un energumeno di naziskin, che sul più bello entra in scena con un bel boccalone di birra in mano. In fin dei conti, siamo sempre in Germania, a Lipsia. Dov’ è il Turco, dice? E il povero Prosdocimo è costretto a scandire in italiano, con l’aiuto di Narciso che traduce in tedesco, che QUESTO. NON. E’. TEATRO.POLITICO. E’ solo un’ opera buffa. Che vada al Teatro Centrale. Ovazioni di risate da parte del pubblico, mentre il naziskin si allontana, fra i sacramenti dell’ uomo delle pulizie, in turco, appunto.
Tolta la maschera per un attimo (“Paolo, per cortesia, da capo” fa Prosdocimo-Giulio Mastrotaro a Geronio- Paolo Rumetz), l’ ingranaggio della commedia nella commedia torna a girare.
Fino al dénouement finale, in cui la povera Fiorilla, sempre su suggerimento del sornione Prosdocimo, viene abbandonata dal marito e dall’ amante, o almeno così le viene fatto credere.
Fino al momento, cioè in cui casca il palco. Ma nel vero senso letterale: tutte le tende che separano le quinte dal palcoscenico nel palcoscenico cadono, rivelando tutti gli altri personaggi nascosti (fra cui “i reali addetti ai lavori”, che entrano così in scena, diventando essi stessi personaggi). E la povera Fiorilla, il prototipo della moglie fedifraga scoperta, giace per terra, a piangere rumorosamente. Nonostante le esortazioni a cantare di Prosdocimo-Mastrotaro, di Geronio-Rumetz e perfino di Selim-Furlanetto (“Ma cosa fa? Non canta? CANTA!”). Fine della commedia nella commedia. Ma non dell ‘opera. Che si conclude gloriosamente a sipario (quello vero) chiuso, con la riconciliazione di Geronio e Fiorilla sul proscenio. Per poi essere raggiunti a maggiore gloria dagli altri personaggi, previsti e non.

E’ stato un vero trionfo, di comicità, di fantasia, di giocosità. Ecco un caso in cui la libertà interpretativa, anche anacronistica, riesce a rendere sul serio lo spirito dell’ opera buffa, che è soprattutto divertimento. Il belcanto, parimenti, c’ è stato, e a notevoli livelli, come era da aspettarsi, visto il cast: Giovanni Furlanetto è stato un superbo Selim, di grande presenza, scenica e vocale; Paolo Rumetz bravissimo! e Giulio Mastrotaro, davvero un Prosdocimo dalla comicità perfetta. Notevoli Zaida-Claudia Huckle, dalla bella voce scura e piena, ma soprattutto Fiorilla-Viktorija Kaminskaite, altra voce potente e piena, capace di riempire il teatro (e dalla dizione perfetta). Una vera piccola ovazione ha invece ricevuto Albazar-Dan Karlström, nella difficile aria del secondo atto. Ottima prova anche della Gewandhausorchester, diretta da Andreas Schüller. La regia felicissima e spettacolare è dell’ olandese Michiel Dijkema.

Anna Costalonga

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