Ancora su Baricco

A integrazione di quanto scritto ieri,pubblico un contributo di Gabriele Baccalini,voce autorevolissima,che ha vissuto,spendendosi anche in prima persona,gli anni in cui la cultura era veramente considerata una cosa seria.

Ieri sera sono andato alla Scala a sentire la meravigliosa Winterreise di Quasthoff e Barenboim, stavolta molto umile nell’assecondare la linea interpretativa del grandissimo bass-bariton, di un intimismo e di una dolcezza tragica assolutamente originali, tali da porla sullo stesso piano delle altre più sublimi, che la nostra generazione ha potuto ascoltare.
Ne accenno qui invece di mettere un nuovo post, perché per seguire il testo mi sono portato da casa la brochure delle Schubertiadi di Hermann Prey del 1986-87: sei serate di Lieder di Schubert, tra cui naturalmente il sommo capolavoro di ieri sera. Sulla copertina figurava l’indicazione: "Concerti per Giovani, Lavoratori e Studenti", i mitici GLS, low cost ma con i più grandi concertisti del mondo, creati da Paolo Grassi e continuati gloriosamente con Badini.
Erano i tempi dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala, gestito dai rappresentanti della collettività e della comunità musicale e teatrale.
Poi è arrivata la Fondazione dei privati supermiliardari ed erano spariti anche i concerti di canto come quello di ieri sera, evidentemente non abbastanza "rentables" (vedi il programma della stagione 2004-2005, impostato dalla gestione Fontana-Muti; i concerti per giovani e anziani "invitati" alla Scala erano eseguiti dal Quartetto d’archi della Scala, dai Violoncellisti della Scala, dai Solisti della Scala e dall’Ensemble strumentale scaligero: luminoso esempio di apertura internazionale del primo teatro musicale del mondo!).
Il tutto soltanto per invitare il signor Baricco ad andare "a scoà ‘l mar", come si dice a Milano, e la Repubblica a smettere di ospitare questi conformisti dell’anticonformismo, inneggianti per puro codismo al liberismo culturale, in tempi in cui il liberismo selvaggio è stato messo in rotta dalle malefatte dei suoi stessi protagonisti.

Gabriele Baccalini

La polemica del giorno:Alessandro Baricco

Questo articolo dello scrittore alla moda-intellettual-saputello Alessandro Baricco

www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.htm

apparso oggi su La Repubblica,ha scatenato una serie di reazioni sul web,tra cui segnaliamo questa:
parma.repubblica.it/dettaglio/Stop-soldi-di-Stato-al-teatro-Meli:-Baricco-stia-zitto/1595495

Io non ritengo necessario spenderci tante parole sopra e mi limito a questa osservazione:
Quando si legge Baricco,sembra di leggere Veltroni,e viceversa:cerchiobottismo puro,il trionfo del "sí,ma anche…".Irrilevanti le opinioni di uno scrittore svociato,il quale é preoccupato della crisi della cultura principalmente per il fatto che la gente non compra piú i suoi libri.

Quindici domande a Lucia Mazzaria

Conosco da molto tempo Lucia Mazzaria, la cantante triestina in possesso di una delle piú belle voci di soprano degli ultimi vent´anni. Il suo carattere combattivo ed il rifiuto di scendere a compromessi l´hanno purtroppo di fatto allontanata dalle scene teatrali che contano. Pubblico questo colloquio online, nel quale Lucia si racconta, come sempre con la sinceritá che la contraddistingue.

Come hai maturato l´idea di diventare una cantante lirica?

Nel mio caso, si può proprio dire che non ho scelto io la musica, ma la musica ha scelto me. Sono figlia di due artisti del coro del Teatro Verdi di Trieste; da bambina ero totalmente stonata e, quando i miei mi portavano alle prove generali, io mi addormentavo in platea dopo la terza battuta, nonostante il livello artistico che veniva proposto a quei tempi…Kraus, Ricciarelli, Cappuccilli, Carreras e via avanti. Un giorno a Trieste diedero l’ Otello, edizione storica con Cappuccilli, Kabaivanska e…il mio Carlo. Cossutta per me è stato la folgorazione, mi ha fatto capire che cosa fosse cantare con voce, intelligenza e classe tutto assieme. Da allora ho cominciato ad ascoltare tutti i dischi che avevo in casa;  fortunatamente mia madre adorava la Tebaldi, così ho potuto assorbire il meglio di una vocalità  morbida e quindi per emulazione è avvenuto il resto. All’ età di dieci anni la mia voce era naturalmente impostata senza l’ ausilio di un maestro, ma poi, visto che nessuno aveva il coraggio di metterci le mani, ho dovuto sputare sangue per costruire tutto e non ho ancora finito.

Tu hai cominciato a cantare molto giovane e sei arrivata presto al successo: pensi che questo percorso ti abbia  fatto  bene?

 

Male, anzi malissimo! Quando si è giovani ed entusiasti si cade subito nei tranelli degli squali, ma io, provenendo da una famiglia di cantanti, avevo quasi un  sesto senso e istintivamente dicevo di no a  richieste premature. Questo mi è costato molto, perché il mio era un semplice ma chiaro “no”, non un “sì”, e poi “capperi sto male, devo cancellare!”, cosa che avrebbe fatto un artista più scafato. Inoltre, quando arrivi in alto troppo presto, senza aver scalato con fatica la vetta, non hai i mezzi e la maturità per mantenere il posto raggiunto. Io dalla mia avevo solamente una voce di rara bellezza (spero che mi sia concesso di definirla così, perché credo che sia la pura verità), un grande istinto musicale (segnalo che al Conservatorio di Trieste non ero stata ammessa perché ero considerata una bambina priva di attitudini musicali!!…) ed un carattere fermo ed inossidabile nel difendere le mie qualità, come una leonessa difende i suoi cuccioli. Il mio carattere non è piaciuto a coloro i quali avevano interesse allo sfruttamento commerciale della mia voce; non ero malleabile ed accondiscendente, quindi l’ inesperienza dovuta alla giovane età e la rettitudine morale non mi hanno per nulla aiutata, oltre al fatto che non ho mai trovato nessuno, nemmeno un cane, che mi abbia teso la mano per dare, ma tanti che hanno cercato solo di prendere…e purtroppo molti così hanno fatto.

Oggi si vedono sempre piú cantanti bruciare le tappe ed arrivare rapidamente nei grandi teatri. Non credi che questa sia una strada pericolosa?

Direi di si, ed è una strada che è cominciata proprio quando iniziavo anch’io, ma ciò che è peggio, è che i giovani che cominciano aspirano di fatto alla propria autodistruzione: la sete di successo è tale che dimenticano di essere delle persone e sono disposti a tutto, in particolare alla rinuncia della propria dignità.

Dammi una tua definizione dei requisiti necessari a un cantante completo.

Voce, intelligenza, carisma, studio costante ed approfondito e soprattutto umiltà. Bisognerebbe pensare di essere servi della musica e non di servirsene. I veri grandi sono e sono stati innanzitutto dei grandi esseri umani.

Qual è il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Estremamente variabile, a seconda di ciò che mi trovo davanti. Generalmente cerco un nucleo dal quale partire, cerco di trovare quel qualcosa che mi colpisce di più e lo sviluppo. Provo a dare un taglio interpretativo tutto mio, anche se non sempre è facile, mi documento con tutto ciò che ho a disposizione e mi catapulto nella storia, sempre però seguendo le indicazioni del compositore. E’ più facile quando hai a che fare con un personaggio che per alcuni versi ti assomiglia, ma più spesso è totalmente distante da te ed allora il lavoro è arduo e bisogna impegnarsi il doppio. Generalmente ci metto molto, studio a cottimo per circa due mesi e poi lascio decantare per almeno altri due, poi riprendo e rifaccio lo stesso percorso, cambio idea spesso, e in sostanza mi ritengo soddisfatta e pronta dopo circa un anno e a volte anche più. Arriva infine il debutto e lì mi accorgo che sono solo all’ inizio…non si finisce mai di sviluppare un’ idea.  Ovviamente, dopo tutto questo lavoro trovo un direttore d’orchestra più o meno famoso, ma ormai quasi sempre totalmente incapace, che smonta pezzo per pezzo ciò che hai costruito, per il semplice motivo che o non sa dirigere o non ha voglia di faticare per trovare un punto d’incontro (cosa del resto assai difficile perché implica che anche lui abbia una visione completa e coerente dello spartito), mancando quindi totalmente di rispetto sia per il lavoro svolto dal cantante sia per chi lo ha preparato, che spesso è un musicista più in gamba e talora con più esperienza di voci rispetto a lui. Non mi è mai successo, però con i maestri dalla “M” maiuscola, solo con le mezze calzette, che generalmente imparano l’ opera durante le prove, sulla pelle (e sulla voce) degli artisti e che, se non sanno suddividere un tempo, modificano la scrittura sulla partitura…mi è successo anche questo! Mi è anche capitato di sentirmi dire, da uno dei maestri italiani che vanno per la maggiore, che la tradizione italiana vuole il forte dove c’è scritto piano e l’ accelerando dove c’è un rallentando…e naturalmente viceversa… Che tristezza!!!

Secondo te, è giusta o eccessiva l´importanza che oggi si dá all´aspetto scenico ed alla recitazione?

L’ aspetto scenico è una prerogativa importante dell’opera, ma quando diventa predominante a scapito della musica e delle persone chiamate a far vivere questa musica, allora credo che non sia altro che un pretesto per nascondere la pochezza dei registi che non sanno fare il loro lavoro. Il regista veramente capace sa far emergere la sua idea da qualsiasi stazza, altezza o bassezza dell’artista che si trova davanti, sempre ammesso che il cantante sia un vero artista.  Sono e rimango convinta che l’attuale moda di privilegiare gli artisti magri e belli (al giorno d’oggi non ci sarebbero più le condizioni per far emergere un Pavarotti o una Caballé: ci pensate a che razza di potenzialità stiamo rinunciando?)  non nasca da un ideale estetico (per quanto discutibile) ma sia solo un pretesto per nascondere la totale incapacità di molti attuali registi a gestire le potenzialità artistiche che hanno di fronte. Io ricorderò sempre un “Olandese Volante” che ho visto a Trieste negli anni d’oro di quel teatro: c’ era Elisabeth Connell, che non è mai stata un fuscello, e che per una scena intera del secondo atto, mentre cantava solo il protagonista, lei, solo con la sua presenza scenica, ha trasmesso delle emozioni straordinarie. Carisma: questa è la parola chiave che manca a molti cantanti, specialmente quelli più amati dai registi inconsistenti.

Tu hai avuto modo di lavorare con molti direttori d´orchestra d´alto livello. Come ti sei trovata con loro e quali sono state le più belle esperienze che hai avuto in questo senso?

Ho lavorato con grandissimi maestri e il personaggio che più mi è rimasto impresso, anche se io ero cover in panchina è stato Carlos Kleiber, e credo di non dover aggiungere altro su questo mito. Maazel mi ha insegnato che un grande direttore non ha bisogno di imporsi con grandi chiacchiere e sproloqui: lui mi conduceva in modo inequivocabile, lasciandomi sempre l’ impressione di essere libera.  Pretre, capendo la mia giovinezza e la mia fragilità, mi diede forza e coraggio, mentre Muti, nonostante la sua bravura, mi ha trasmesso solamente un grande nervosismo. Voglio però ricordare con simpatia che, a cena dopo una recita, mi disse: “Signora Mazzaria, spero che lei si ricorderà che la sua prima Traviata (era quella famosa del 1990) l’ ha cantata con me!”  Da Mehta, con il quale ho cantato la mia ultima Liù (dopo circa cento recite), mi aspettavo degli insegnamenti profondi ed importanti ed ho incontrato invece solo tanta superficialità e totale disinteresse per ciò che stavo facendo. Infine ricordo Colin Davis, grande professionista, ma, da perfetto inglese, non mi ha dato particolari emozioni.

Dammi una tua definizione della tecnica vocale.

Cercare la natura che c’ è dentro di noi è il primo passo, renderla consapevole è l’arma vincente, continuare a ricercare soluzioni sempre migliori è la ciliegina sulla torta. Mai credersi arrivati e perfetti: sarebbe il primo passo verso la regressione. Non è mai un caso che i cantanti in età scoprono una seconda giovinezza vocale.

Quali sono le caratteristiche necessarie ad un buon insegnante di canto?

Secondo me è importante mettersi al servizio di una voce e della personalità che la detiene; ascoltare ed aiutare il cantante a diventare autonomo nello studio, così che non debba spendere tutta la sua vita a sovvenzionare economicamente l’insegnante; cercare e ricercare degli esempi che possano andare bene a quella persona, dato che i cantanti sono tutti diversi fra loro, con psicologie e paure diverse. Ma soprattutto l’insegnante di canto deve saper cantare per poter proporre degli esempi. E’ vero che non tutti i cantanti sono portati per l’insegnamento, ma è altrettanto vero – e su questo punto non smetterò mai di insistere – che una persona che non ha mai cantato non è assolutamente qualificata per l’insegnamento della tecnica vocale. Ora abbiamo una schiera di nuove “pseudotecniche” vocali, avvallate da importanti personalità dell’ambiente, foniatri che insegnano il canto e critici musicali che pontificano sull’uso corretto della voce, cantanti non riusciti (anche indipendentemente dalla loro bravura) che però non possono trasmettere l’esperienza diretta del palcoscenico, i conservatori poi…orrore!… Insomma un vero business per pochi a discapito di tantissimi veri talenti che continuano a fiorire e ad essere recisi sul nascere.

Hai un modello tra i cantanti del passato?

Ho nominato Carlo Cossutta, ma citiamo donne straordinarie come Renata Tebaldi, Antonietta Stella, Anita Cerquetti, Rita Orlandi Malaspina, Ghena Dimitrova, Eva Marton e ancora Fedora Barbieri, Elena Obraztsova, Olga Borodina e tenori come Franco Corelli, Mario del Monaco, Giuseppe Giacomini, baritoni come Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli e via avanti…Si capisce bene a cosa mi riferisco e che tipo di vocalità io prediliga: armonici pieni, non voci spoggiate che possono anche tirare fuori qualche bel filatino, ma che alla fine non ti avvolgono, e la cui moda si è affermata grazie a un’elite di Maestri intenti a far trionfare la loro immagine e non la completezza di un cast ben selezionato.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Pensi che siano utili e quali sono le tue registrazioni che ti soddisfano di piu?

Sono utili, ma non quelli attuali a mio avviso. Amo molto le registrazioni live perché sono umane e rappresentano anche le debolezze momentanee nelle quali può incorrere un cantante. Le registrazioni che mi soddisfano di più sono sicuramente quelle del passato, dove c’erano ancora i grandi maestri che conoscevano il palcoscenico e le voci ed artisti che sprigionavano il loro straordinario carisma.

Sei soddisfatta di quello che hai fatto sulle scene o hai qualche rimpianto?

Fortunatamente nessun rimpianto, non soffro di astinenza da palcoscenico, ho cantato tanto, di tutto e di più, sono riuscita ad interpretare i ruoli che più mi avevano affascinato da bambina ed ho anche raggiunto dei traguardi che non avrei mai e poi mai pensato di dover affrontare…Forse mi manca Wagner, ma poi andrebbe a finire che, dopo mesi di studio e approfondimento del ruolo, mi troverei magari a cantare circondata da figure geometriche, architetture minimaliste ultramoderne o paesaggi spaziali.  Per fortuna  lo canto comunque, in ambienti più consoni alla mia attuale sensibilità…niente stranezze sceniche niente obbrobri visivi, solo l’immaginazione che mi cala direttamente nell’immagine che mi sono fatta dei capolavori di questo Grande. Ma desidero aggiungere che, anche se la mia carriera non si svolge più nel “gotha” della lirica (del quale non mi sono mai sentita veramente parte), non è affatto giunta al termine.  Amo cantare in posti tranquilli, per pochi fortunati che vivono ancora la passione dell’andare a teatro per godersi una serata diversa, lontana da un pubblico che ormai va a teatro con il desiderio di veder tonfare qualche cantante, che decide che uno è bravo solo perché è pubblicizzato dalle case discografiche, e che poi alla fine applaude comunque (“per educazione” dice qualcuno) qualunque orrore scenografico, registico e vocale gli venga propinato.

Dimmi lo spettacolo ideale in cui vorresti cantare: che opera e con quali colleghi.

Molto difficile rispondere. I cantanti con i quali vorrei cantare sono tutti morti. Ma, idealmente, sarei felicissima di interpretare Turandot con un Corelli come Calaf, Tebaldi come Liù e magari sul podio nuovamente Maazel con la splendida produzione della Scala di Zeffirelli…ma…..questo mondo è finito! Un Wagner diretto da Sinopoli sarebbe stato il massimo, ma anche con Karajan (al quale il direttore d’ orchestra del mio debutto teatrale avrebbe voluto presentarmi, ma poi le vicende della vita sono andate diversamente: forse non avrei fatto comunque in tempo a cantare con lui).  Credo che però sarebbe chiedere troppo e passerei per quella che non sono: fortunatamente (per me) e a differenza di altri, conosco i miei limiti.

Per molti aspetti, l´ambiente teatrale è un po´un nido di vipere: sei d´accordo o no? E, se sì, puoi spiegare i motivi?

Il problema è che, quando si comincia a studiare, il teatro, ancora lontano, sembra il paese dei balocchi. Poi, quando pochi fortunati riescono a cominciare a cantare, si scopre che si diventa tutti asini (Pinocchio docet), perché si smette di amare ciò che si sta facendo e si comincia ad amare ciò che il cantare produce, o almeno si crede che produca, il denaro e la fama.  Ebbene, cantando si guadagna certamente la possibilità di una vita migliore e quindi non sei più in grado di vivere diversamente. Questo crea la corsa allo sgambetto, “mors tua, vita mea”. Non parliamo poi dei personaggi che pensano di poter essere qualcuno solo perché diventano famosi in un ambito ormai così limitato e marginale quale l’opera lirica (provate a chiedere al passante comune il nome di due cantanti lirici viventi e ve ne accorgerete…); se solo si soffermassero a pensare che, invece di dire “io sono un cantante lirico”, potrebbero dire “io sono una persona che in questo momento della vita fa il cantante lirico”, forse ci sarebbe un livello umano più accettabile. Entrano in ballo anche gli agenti, casta scriteriata alla quale, in particolar modo dalla mia generazione, è stata messa in mano la nostra vita, per pura pigrizia. Ora comandano loro, fanno e disfano a loro piacimento la vita delle persone, senza mai pensare che dietro ad un cantante c’è spesso una famiglia che vive del lavoro del malcapitato. Siamo usati e buttati quando non più di moda, e tutto questo solo perché si pensa che un agente ti risolve il problema di doverti appendere al telefono per mantenere i contatti o ti evita di dover prendere il treno o l’aereo per andare a parlare con i dirigenti teatrali…cosa che faceva persino il grande Del Monaco a scadenze fisse. Che dire poi dei critici musicali che si innamorano del/della tal cantante e lo/la seguono fino alla morte, negando persino l’evidenza di una performance mal riuscita, scrivendo delle critiche che non spiegano nulla e che sembrano un trattato di medicina? Ma dove sono finiti quelli che dicevano: “Bene perché…”, “Male in quanto…”  Ultima cosa: ma dove sono finiti i direttori artistici che di musica se ne intendono veramente? Alcuni sono compositori di musica contemporanea, messi lì solo come specchietto per le allodole (e che qualche volta non riconoscono neppure la loro musica!…), tanto i cast li fanno gli agenti con pacchetti preconfezionati; altri fanno finta di essere insegnanti di canto, da bravi cantanti non riusciti (vedi sopra), e altri ancora sono messi là dalla politica. Ah, dimenticavo!…e la musica?…

Pensi che la lirica abbia ancora un futuro?

Per come intendo io la lirica, penso che sia morta e sepolta da tanti anni, e non di morte naturale…Sono sicura però che questo fantasma  avrà un futuro, totalmente lontano dal mio gusto, ma specialmente lontano dal gusto e dalle direttive precise dei compositori.

Come ascoltatrice, cresciuta nel mito di ben altri spettacoli,  posso solo dire che per me “la commedia è finita!”

Auguri,Presidente Obama!

In questa giornata solenne,nella quale finisce uno dei periodi piú tristi della storia degli Stati Uniti d´America,questo blog invita i suoi visitatori a festeggiare l´insediamento del Presidente Barack Obama ascoltando la voce di Leontyne Price,una delle piú grandi cantanti afroamericane di tutti i tempi.Che la sua voce indimenticabile annunci una nuova era di speranza e di pace per il mondo.Al nuovo presidente degli Stati Uniti,i miei piú calorosi auguri di buon lavoro.

A proposito di Carmen

Mi scrive oggi Marco Ninci, professore di filosofia alla Normale di Pisa. Siccome queste riflessioni sulla Carmen mi sembrano Continua a leggere “A proposito di Carmen”

"Teatri" d´Italia…

Pubblico parte di un’ intervista al maestro Lior Shambadal, Chefdirigent dei Berliner Symphoniker.
Il testo completo si trova QUI
Ringrazio l’ amico blogger  Leonardo Micucci per la segnalazione.

“In Italia, la situazione è vergognosa! In Germania si contano 250 orchestre di musica lirica, in Italia 13 Enti Lirici e si parla di chiuderne la metà! In Italia avete in tutto 10 orchestre importanti e dovrebbero essere almeno 100. Nella sola Pechino si esibiscono 13 orchestre di musica sinfonica italiana e quante orchestre di musica classica cinese, finanziate dallo Stato, avete a Roma? Nessuna, ovviamente.

In Venezuela ci sono circa 700 orchestre giovanili e musicisti di grande valore che hanno studiato anche all’estero e il governo ha deciso che ogni ragazzo invece della droga deve prendere in mano uno strumento. Recentemente a Vienna il direttore artistico di un grande teatro mi parlava dell’ Opera e della collaborazione con l’ Italia e a un certo punto mi ha detto: “L’ Italia è un deserto culturale!”. I vostri politici non fanno nulla e il popolo è rovinato dalla televisione.

In Corea, in occasione di un concerto, ho visto un grandissimo manifesto con su scritto Beethoven è anche coreano e questo è molto bello perché Beethoven è patrimonio dell’ umanità, è patrimonio di tutto il mondo. E qui in Italia? Dove sono i vostri grandi musicisti? Dove sono? Le orchestre italiane non sanno suonare la musica italiana, quasi non la conoscono. Parlo anche dei compositori più moderni per es. Petrassi e Malipiero. In Italia non c’ è rispetto per la cultura del passato. Se noi ebrei dimenticassimo la nostra cultura saremmo finiti in un giorno. Quando Verdi è morto tutta l’ Italia era al suo funerale e oggi dove sono gli italiani?”

Il maestro Lior Shambadal, primo direttore dell’orchestra sinfonica di Berlino e primo direttore dell’orchestra sinfonica slovena, uno dei più importanti direttori d’ orchestra del mondo, mi guarda diritto negli occhi e mi mette a disagio, in imbarazzo, mi fa sentire tutta la tristezza e la vergogna per la sciagurata assenza di una politica culturale nel nostro paese.

“Cinquecento anni fa, tutta la musica classica e sinfonica è nata in Italia e nelle Fiandre dalla musica sacra. Tutto il barocco, tutta la musica rinascimentale è nata qui. In Italia tutto è iniziato e tutto sta finendo! Nella mia vita ho diretto oltre seicento opere liriche di compositori italiani. Ho diretto molta musica italiana e molta musica russa.

Innanzitutto Giuseppe Verdi che io amo molto e che per me è il più grande e poi Donizetti, Rossini, Puccini….. Nella storia troviamo grandissimi compositori ed interpreti italiani dell’ opera lirica e sono ancora convinto che la potenzialità italiana sia fra le più importanti del mondo. E invece nel vostro paese alla musica e alla formazione dei giovani musicisti non si dà alcuna importanza e si continuano a tagliare i finanziamenti. Ho davvero la speranza che qualcosa cambi e che si ritorni ad amare la musica così come è sempre stato nella grande tradizione italiana.”

Buon compleanno, maestro Puccini!

Puccini“La morte di Puccini mi ha recato un profondo dolore. Non avrei mai creduto di non dover piú rivedere questo cosí grande uomo. E sono rimasto orgoglioso di aver suscitato il suo interesse, e Le sono riconoscente che Ella lo abbia fatto sapere ai miei nemici, in un recente suo articolo”.

Cosí scriveva Arnold Schönberg ad Alfredo Casella nel gennaio 1925. Credo che queste parole siano uno dei migliori omaggi che si possano tributare al grande compositore lucchese, di cui oggi ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. La figura di Giacomo Puccini, spesso maltrattata dalla critica a partire dal velenoso libello di Fausto Torrefranca del 1912, fu disinteressatamente apprezzata da musicisti del calibro di Stravinskij, Ravel, Webern e Varése, oltre al nobile giudizio di Schönberg che abbiamo citato in apertura. Una certa corrente critica italiana volle fare del musicista toscano il simbolo di una polemica diminutiva che aveva per bersaglio tutto il melodramma ottocentesco, della cui tradizione Puccini era l’ ultimo erede legittimo. Oggi, l’ attivitá critico-musicologica di studiosi come Fedele D’ Amico, Antonino Titone, Jürgen Maehder, William Ashbrook, Julian Budden, Anselm Gerhard, Andrew Porter e Michele Girardi ha inquadrato nelle giuste prospettive la produzione artistica di quello che va annoverato, senza ombra di dubbio, tra i compositori piú raffinati ed evoluti del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Partito da un’ ispirazione artistica rifacentesi ai drammi wagneriani (basterebbe ricordare a questo proposito la citazione letterale dell´Abendmahl-Motivi nel preludio de Le Villi e quella del Tristanakkord nel secondo atto di Manon Lescaut, oltre alla elaborazione tematica secondo la tecnica del Leitmotiv su cui quest’ ultima opera é basata) seppe in seguito fare tesoro delle piú moderne esperienze musicali europee, arrivando a proporsi come autentico innovatore. Lo splendore sinfonico e la superba tecnica compositiva di partiture come La Fanciulla del West e Turandot ne sono una testimonianza evidente. Ma ci sarebbe parecchio da dire anche sulle novitá che Puccini apportó nel campo della tecnica teatrale, con un trattamento del tempo degno dei grandi romanzieri, in un respiro epico che spesso sembra trasfigurare le vicende dei personaggi. Il musicista toscano si tenne sempre a debita distanza dal movimento verista, per portare avanti un altro concetto di teatro musicale, parallelemente alle novitá che in questo campo apportavano in quel periodo compositori come Richard Strauss, non a caso grande ammiratore dell’ arte pucciniana. Tutto questo fu immediatamente compreso dal pubblico, che alle opere di Puccini ha sempre decretato, fin dal loro apparire, un grande ed incondizionato successo, che si é mantenuto tale nel corso degli anni ed anche oggi non accenna a diminuire. In fondo, é proprio questo che certa critica non ha mai perdonato al compositore lucchese. Oggi per fortuna le cose sono cambiate e la musica pucciniana é stata fatta oggetto di studi critici estremamente validi, che hanno collocato il musicista nel posto che gli compete: quello di una delle piú grandi ed originali figure che la tradizione musicale italiana abbia mai prodotto, l’ ultimo erede del nostro melodramma e colui che ne concluse il ciclo meraviglioso, allo stesso modo in cui Gustav Mahler chiuse la parabola artistica della sinfonia viennese. La musica di Puccini occupa un posto insostituibile nella nostra cultura, e questo anniversario deve servire a ricordarcelo.

Concerti live streaming

Splendida iniziativa dei Berliner Philharmoniker,che il prossimo 6 gennaio inaugureranno la loro Digital Concert Hall,che permetterá agli utenti del web di assistere ai concerti in diretta live streaming dalla Philharmonie.Pagando 5 Euro,si potrá vedere Sir Simon Rattle dirigere la Danza slava op.46 n.8 di Antonin Dvorak e la Prima Sinfonia di Brahms.Per i successivi appuntamenti,il prezzo é di 9.90 Euro.Ma,oltre ai concerti della presente stagione,il nuovo canale in streaming offre anche la possibilitá di accedere ad un archivio delle serate degli anni passati,nonché a film esclusivi sulle altre attivitá dell´orchestra berlinese,come il programma educativo Zukunft@BPhil.Bellissima iniziativa,non c´é che dire,perfettamente in linea con l´ereditá lasciata da Herbert von Karajan,che fu acceso propugnatore di tutti gli sviluppi tecnologici finalizzati alla massima diffusione della musica e che,se fosse ancora vivo,avrebbe senz´altro approvato e sostenuto un simile progetto con tutte le sue forze.
Per chi cercasse ulteriori informazioni o volesse acquistare i biglietti online (c´é anche la possibilitá di abbonarsi all´intera stagione concertistica pagando 149 Euro) l´indirizzo web dell´orchestra é:

www.berliner-philharmoniker.de/

Appuntamento in rete al 6 gennaio.Io ci saró senz´altro.

Andrea Chénier

Voglio parlarvi oggi di un´opera che amo molto

Andrea Chénier, l’ unico lavoro di Umberto Giordano rimasto stabilmente nel normale repertorio operistico, ha avuto, fin dalle sue prime apparizioni sulle scene teatrali, un successo continuo ed unanime, pressoché
ininterrotto, sui palcoscenici di tutto il mondo, senza cheil pubblico, né gli interpreti abbiano mai dimostrato
di esserne saturi. Di fronte a questa ragione, l’ opinione degli studiosi, che su questo e altri lavori del periodo cosiddetto “verista” hanno sempre avuto pareri contrastanti, passa in secondo piano, visto che alla fin fine è sempre il giudizio del pubblico a decretare le fortune di un’ opera (anche Verdi, come ben sappiamo la pensava così); e, d’ altra parte, ancora oggi è difficile trovare studi che sull’ opera verista dimostrino, se non obiettività, almeno serenità di spirito nel giudicare.

Soprattutto nei primi decenni del secolo, infatti, i musicisti e saggisti che diedero vita, in Italia, alle battaglie culturali in favore della “musica moderna”, si posero per obiettivo principale la condanna senza appello di tutto il teatro musicale verista, nonché di Puccini, che solo successivamente ottenne uno stralcio della sua posizione, per esprimerci ancora in termini giuridici. Per contro, i detrattori e i nemici di questo movimento seguitarono a difendere il verismo con un furore non meno polemico e non meno animato da ragioni ideologiche piuttosto che artistiche. Oggi, visto che queste ragioni dovrebbero ormai essere consegnate alla storia e che, d’altra parte, le battaglie per l’avanguardia hanno preso tutt’altre strade, tutto questo dovrebbe essere acqua passata, e invece non è così, o almeno lo è solo in parte.

Ma, per tornare all’ argomento principale di questo scritto, quali sono gli aspetti di Andrea Chénier che si impongono oggi alla nostra attenzione e quale fu la posizione di Umberto Giordano nell’a mbito del teatro lirico della sua epoca? Cominciamo dalla seconda questione: non c’è dubbio che, anche nelle sue migliori riuscite, la musica di Giordano rimanga ad un livello qualitativamente inferiore rispetto ad altri artisti di quel periodo. Lasciando stare Puccini, che per preparazione, abilità e felicità inventiva stava nettamente al di sopra di tutti, Giordano non possedeva certo la raffinatezza strumentale di Cilea o la capacità di tratteggiare fulmineamente i caratteri che era propria di Mascagni all’inizio della carriera. Ma è altrettanto vero che a questo musicista non facevano difetto la preparazione e la felicità dell’invenzione melodica, e nemmeno la capacità di organizzare un discorso teatrale vario ed avvincente. D’ altra parte, l’ aver studiato al Conservatorio di Napoli, a quell’ epoca, testimonia delle solide basi su cui poggiava la sua preparazione. Quando studiava, Giordano era già considerato come uno degli elementi più promettenti della sua scuola, e due suoi lavori scolastici, la romanza “Idillio” e una Suite per quartetto d’ archi, vennero eseguiti in pubblico ottenendo favorevoli accoglienze; anzi, la romanza venne anche pubblicata da Ricordi. Contemporaneamente, Giordano aveva partecipatoal Concorso Sonzogno del 1888, quello da cui doveva uscire vincitrice Cavalleria Rusticana. L’ opera da lui presentata, Marina, ottenne una menzione d’onore, anche se non venne poi mai eseguita in pubblico. Alcuni membri della giuria, tra i quali erano Filippo Marchetti ed Amintore Galli (il primo godeva allora buona fama quale autore di un’ opera discretamente fortunata come il Ruy Blas e l’ altro, oltre che professore di Storia della Musica al Conservatorio di Milano, era un influente membro di Casa Sonzogno) riuscirono a combinare un incontro tra il ventunenne musicista e l’ editore. Recatosi da Sonzogno a Roma, Giordano gli suonò l’intero spartito di Marina. Come risultato, il compositore ottenne l’ incarico di scrivere una nuova opera entro un anno ed una somma mensile in qualità di stipendio. Sonzogno,
a quell’epoca, riservava lo stesso trattamento a diversi giovani promettenti, tra i quali Mascagni, Leoncavallo, Spiro Samara, Gaetano Coronaro ed altri. Lo scopo era quello di creare un repertorio operistico tale da poter
competere con quello dell’editore rivale, Giulio Ricordi, proprietario dei diritti d’ esecuzione di tutti i grandi dell’ Ottocento italiano e di Wagner (dopo l’assorbimento, avvenuto nel 1888, della casa editrice Lucca, che fu la prima a pubblicare in Italia le opere del musicista tedesco). Sonzogno aveva risposto ai “colpi” di Ricordi con l’ acquisizione di quasi tutto il repertorio moderno francese (Carmen, Mignon e la maggior parte dei lavori di Massenet) e con i famosi concorsi operistici tenutisi dal 1883 al 1904, attraverso i quali cercava di assicurare i migliori giovani talenti alla sua Casa. Dopo essersi lasciato scappare Puccini, che aveva partecipato alla prima edizione del 1883 con Le Willis (poi pubblicata col titolo Le Villi), la quale non era stata neppure segnalata ed era poi stata pubblicata da Ricordi, Sonzogno non ripeté lo stesso errore con Mascagni e poi con Giordano. Il risultato fu la creazione di una nuova moda: quell’ opera verista consona alle attenzioni per la realtà sociale che l’ editore sosteneva sulle pagine del suo giornale, Il Secolo.

Ma, per tornare a Giordano, il primo frutto dell’ impegno con Sonzogno fu Mala Vita, tratta da un racconto di Salvatore di Giacomo adattato a libretto dal giornalista Nicola Daspuro, rappresentata al Teatro Argentina di Roma il 27 febbraio 1892, interpreti Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, gli stessi della “prima” di Cavalleria Rusticana. L’ opera in una ripresa a Napoli scandalizzò il pubblico e provocò disordini in teatro,anche a causa della scabrosità del soggetto, che portava in scena il mondo della camorra napoletana e aveva come protagonista una prostituta, Cristina, sfruttata dal marito, Annetiello (molti aspetti scabrosi della trama vennero attenuati nel rifacimento che Giordano ne fece nel 1897, intitolato Il Voto). Il lavoro però piacque indiverse riprese in Italia e all’ estero (era quello il momento in cui, soprattutto in Germania, il melodramma verista otteneva un successo clamoroso. Si veda a questo proposito l’ articolo di Marcello Conati “Mascagni, Puccini, Leoncavallo & C. in Germania”, pubblicato su Discoteca nell’agosto 1976) e se ne occupò, dandone un giudizio favorevole, anche il celebre critico viennese EduardHanslick. Comunque, sotto l’ impressione dei tumulti alla rappresentazione napoletana di Mala Vita, Giordano si decise, per la sua opera successiva, a tornare ad un soggetto storico. Il risultato fu Regina Diaz (Napoli, Teatro Mercadante, 5 marzo 1894), accolta con un certo favore, ma indubbiamente un lavoro nato morto (il libretto era un rifacimento della donizettiana Maria di Rohan), tanto che fu ritirato dopo due sole rappresentazioni.

A quel punto, Sonzogno, che già durante le prove della nuova opera aveva manifestato a Giordano le sue riserve, disse al musicista che la loro associazione doveva considerarsi conclusa. Giordano, che già stava pensando di abbandonare la musica e mettersi a dirigere una scuola di scherma, fu salvato da un incontro determinante: quello con Alberto Franchetti, che allora era a Napoli per la prima esecuzione locale della sua opera Fior d’ Alpe. Come poi lo stesso Giordano rievocherà, Franchetti, allora musicista molto stimato per il recente successo del Cristoforo Colombo, lavoro commissionatogli dalla città di Genova per celebrare il quarto centenario della scoperta dell’ America, gli offrì, durante un pranzo in una trattoria napoletana, i diritti del libretto di Andrea Chénier, che Luigi Illica si era impegnato a scrivere per lui. E fu lo stesso Franchetti che persuase Sonzogno affinché continuasse a versare a Giordano le trecento lire del contratto ancora per un anno.

Trasferitosi a Milano, per lavorare a contatto con Illica, Giordano trovò alloggio nel deposito di statue di un impresario di pompe funebri, vicino al Cimitero Monumentale e dovette adattarsi, dati gli impegni di Illica con Giacosa e Puccini per La Bohème, che stava nascendo in quel periodo, ad avere pochi contatti col librettista, cosicché la loro collaborazione fu portata avanti in massima parte attraverso la posta. Durante la composizione, Giordano persuase il poeta ad apportare alcuni cambiamenti al testo (come la soppressione dell’ episodio degli accenditori di fanali al secondo atto, che avrebbe potuto ricordare troppo da vicino quello analogo della Manon Lescaut). L’ opera fu finita il 27 gennaio 1896, e rapidamente messa in cartellone alla Scala, che Sonzogno gestiva per quella stagione, anche per l’ appoggio di Mascagni, che valse a superare la scarsa fiducia nutrita da molti membri di Casa Sonzogno nei confronti del lavoro. D’ altra parte, l’ intera stagione scaligera sembrava nata sotto pessimi auspici: infatti, l’ apertura era avvenuta con Henry VIII di Saint Saëns, sotto la supervisione dell’autore, ed era stata un clamoroso insuccesso. Anche peggio era andata La Navarraise di Massenet (un lavoro che presenta parecchie analogie con la Cavalleria Rusticana tanto che, al suo apparire, venne malignamente ribattezzato Calvelleria Espanola, alludendo alla prima interprete, che fu Emma Calvè) anch’ essa fischiatissima. Il fondo fu toccato con una ripresa di Carmen, partitura molto amata dal pubblico, che questa volta se la prese con gli interpreti (la Rappini e il tenore Vignas), tanto che l’opera venne interrotta durante il terzo atto. La situazione sembrava dunque già abbastanza pesante, e a complicare le cose ci si mise anche la defezione del protagonista designato, il tenore Alfonso Garulli, che rinunciò, forse fiutando un fiasco in arrivo. Giordano e Illica si rivolsero allora a un giovane cantante, da poco tornato dalla Russia e rimasto a Milano in attesa di scritture: era Giuseppe Borgatti, in seguito destinato a diventare famoso come il massimo tenore wagneriano di lingua italiana. Favorevolmente impressionato dal lavoro, accettò subito la parte (e racconterà poi di averla imparata in sei ore!) e l’opera poté andare in scena la sera del 28 marzo 1896. Oltre al Borgatti, cantavano il soprano Evelina Carrera e il baritono Mario Sammarco; dirigeva l’orchestra Rodolfo Ferrari. I primi applausi cominciarono subito dopo la sortita di Gerard, continuarono all’ Improvviso, che Borgatti dovette bissare, e si riassumono nel telegramma spedito da Sonzogno a Illica, alla fine dello spettacolo: “Trionfo completo per primo-terzo-quarto atto. Piacque pure secondo. Ventina chiamate artisti e maestro. Volevasi anche librettista.Venite assistere seconda”.

Dopo dieci rappresentazioni alla Scala, l’ opera cominciò il suo cammino su tutti i palcoscenici italiani e il 15
novembre dello stesso anno si ebbe la prima rappresentazione all’ estero, all’ Academy of Music di New York.
Anche le accoglienze della critica furono tutte favorevoli, soprattutto quelle di Galli sul Secolo, di Colombani sul Corriere della Sera e di Nappi, il temuto critico de La Perseveranza che nel suo articolo del 31 marzo mise acutamente in rilievo la “felice intuizione del teatro” e la “ragguardevole penetrazione del significato di ogni quadro del dramma”. Una fama era fatta, dunque, come ribadiranno il trionfo, due anni più tardi, di Fedora (Milano, Teatro Lirico, 17 novembre 1898, con Gemma Bellincioni e il giovane Enrico Caruso) che mosse all’ entusiasmo persino Gustav Mahler, il quale volle dirigerla alla Hofoper di Vienna, il successo di Siberia (Scala, 19 novembre 1903), lodata da Gabriel Fauré, le buone accoglienze toccate a Madame Sans Gene (New York, Metropolitan, 25 gennaio 1915, diretta da Toscanini), un argomento suggerito a Giordano da Verdi in persona, come ci testimonia Amintore Galli (A.Galli-G.Macchi-C.Paribeni,Umberto Giordano nell’ Arte e nella Vita, Milano, Sonzogno, 1915, p. 66), facente seguito però agli esiti incerti di Marcella (Milano, Lirico, 9 novembre 1907) e di Mese Mariano (Palermo, Teatro Massimo, 17 marzo 1910). Poi, dopo l’ operetta Giove a Pompei (1921) composta assieme a Franchetti, la parabola artistica di Giordano si concluderà con La Cena delle beffe (Scala, 20 dicembre 1924) e Il Re (Scala, 12 gennaio 1929, interpretato da Toti Dal Monte ed Enzo de Muro Lomanto): come per Mascagni, il destino di Giordano fu quello, malinconico, di chi sopravvive alla propria epoca che, nel caso dei musicisti della Giovane Scuola, era stata anche troppo breve. Infatti, di tutte le opere messe in scena in quel periodo, l’ ultima ad avere una vita teatrale regolare fu Adriana Lecouvreur di Cilea, che è del 1902: dodici anni appena era durata dunque la stagione verista (Puccini, come abbiamo già detto, vuole un discorso a parte).

Andrea Chénier, comunque, piace ancora, anche oggi che i gusti del pubblico sembrano lievemente mutati, sull’ onda di tante riproposte del repertorio belcantista e romantico. E non c’ è dubbio che l’ opera di Giordano contenga tutti i requisiti che occorrono per piacere all’ ascoltatore: felicità dell’ invenzione melodica, sicurezza nella caratterizzazione dei personaggi, ritmo teatrale tenuto sempre vivo, qualche volta anche esagerando nei colpi di scena. Gianandrea Gavazzeni ha opportunamente notato che Giordano, diversamente da altri musicisti della sua epoca, mira “…alla gettata della parte; intesa appunto in senso gestuale, quasi identificata nella forma dell’ attore cantante che dovrà essere Gèrard o Loris, Maddalena o Fedora. Sarà la stessa instintiva percezione del gesto scenico a orientare anche l’ orchestra di Giordano lungo gli affinamenti tecnici e le assimilazioni delle esperienze altrui. Infatti la sua orchestra è sempre una musicazione del gesto scenico. Ed è in questo l’ originalità, la differenza dalle altre orchestre del periodo naturalista”. Ma in cosa possiamo riconoscere l’ appartenenza di Giordano al cosiddetto verismo? E qui si innesta anche
la risposta alla domanda sulle ragioni del successo di quest’ opera, che ci eravamo posti in apertura di discorso.

Per le opere della prima stagione di questo movimento, verismo voleva dire soprattutto il trattamento di soggetti illustranti la realtà, anche e quasi particolarmente nei suoi aspetti meno edificanti. “Egli ha per massima sol che l’artista è un uom/e che per gli uomini scrivere ei deve./ Ed al vero ispiravasi”. Così le celebri parole del Prologo da Pagliacci, con le quali Ruggero Leoncavallo firmava il vero e proprio manifesto programmatico di questo nuovo genere. Era il prodotto di una società culturalmente plasmata dal positivismo e dal realismo, sull’ onda di influssi provenienti dalle letterature estere (e in particolare dalla Francia). In musica, questi soggetti vengono trattati con la rinuncia alla dicotomia tradizionale fra il recitativo e l’ aria (a cui anche Verdi, con le sue ultime due opere, aveva con tribuito a dare un colpo pressoché definitivo) sostituita, nei pezzi che mantenevano la struttura strofica, da forme popolareggianti come lo stornello e la ballata. Inoltre, al posto delle leggi morali salde e inattaccabili che regolavano il teatro romantico, l’ elemento motore delle opere veriste è la sensualità, ovvero la lotta del maschio con la femmina. È anche questo, come è già stato notato, un carattere che deriva dall’ operismo francese di fine secolo, e dalla Carmen in particolare. A tutto ciò, si aggiunge un tipo di recitazione anch’ esso nuovo rispetto agli schemi del teatro lirico ottocentesco, basato su un puntiglioso studio della realtà e straordinariamente accurato nella ricerca dei costumi e delle truccature. Due esempi tra i più significativi sono quelli di Gemma Bellincioni che, studiando la parte di Natalia ne La Martire di Spiro Samara, si era consultata con dei medici per riprodurre esattamente le espressioni e i gesti che sono propri dell’ agonia di una persona suicidatasi mediante inalazione di gas proveniente da una stufa a carbone, e quello del celebre baritono Titta Ruffo che, nella sua autobiografia, racconta di aver ricavato i gesti e le mosse della parte di Tonio in Pagliacci studiando le mosse di un minorato mentale nel quale si era casualmente imbattuto.

La musica esprimeva questi scontri tra i personaggi con inflessioni vocali desunte direttamente dal linguaggio
parlato e con un tipo di canto in cui l’ orchestra procede a volte intervenendo direttamente nel discorso melodico, che non viene più lasciato alla voce, con gli strumenti a commentare o a raddoppiare la linea del canto, ma equamente suddiviso tra essa e l’ accompagnamento orchestrale. Da queste basi nascono le diverse soluzioni stilistiche adottate dagli operisti italiani dell’ epoca, i cui risultati migliori sono dati da quel canto di conversazione del quale fu maestro assoluto Puccini. Per quanto riguarda Andrea Chénier, esso è il prodotto di una successiva fase del verismo: il periodo in cui, esauritasi per ovvia estinzione la fase dei soggetti rusticani, i musicisti ricominciano a prendere in considerazione, alla ricerca di nuove strade, le trame di stampo storicheggiante. Anche qui, però, essi trasferirono le istanze che erano state alla base dei lavori immediatamente precedenti, cosicché abbiamo opere come lo Chénier, dramma storico, ma basato su una figura reale: quella del poeta Andrè Chénier, nato a Costantinopoli il 30 ottobre 1762, membro, dopo la Rivoluzione, del “club dei Feuillants”, nell’ ambito del quale assunse una posizione sempre più critica verso il Comitato di Salute Pubblica, che governava in Francia durante il Terrore, fino ad essere arrestato e ghigliottinato, a Parigi, il 25 luglio 1794, solo tre giorni prima dell’ analoga fine di Robespierre. Tra l’ altro, nel libretto di Illica sono presenti anche altri personaggi realmente esistiti in quel periodo: Jean
Antoine Roucher, amico di vecchia data di Chénier e giustiziato con lui lo stesso giorno, il pubblico accusatore
del Tribunale Rivoluzionario, Fouquier Tinville, anche lui giustiziato nel 1795 e il presidente del Tribunale, Dumas, amico di Robespierre e ghigliottinatoinsieme a lui, Saint-Just e Couthon.

Illica trasse la sua documentazione storica dalla Histoire de la sociéte francaise pendant la Revolution, di Edmond e Jules Goncourt, stampata a Parigi nel 1854, nonché da un dramma di Jules Barbier e da un romanzo di Joseph Méry. Due tra le arie del protagonista sono parafrasi di poesie del vero Chénier: l’ Improvviso del primo atto, rielaborazione del Hymne à la Justice e Comme un Dernier Rayon, che fornisce lo spunto per l’ aria del quarto atto. Nel libretto i casi del poeta, prima rivoluzionario e poi proscritto da Robespierre, di Maddalena e del cittadino Gérard sono tratteggiati con una tecnica nell’ accavallarsi dei colpi di scena, che mira veramente a non lasciare al pubblico un attimo di respiro, secondo un incalzare di eventi che si potrebbe apparentare a certo tipo di cinema (e sarebbero tutti da studiare i modi che il cinema, questo moderno sostituto dell’ opera come spettacolo di massa e fenomeno di costume, ha preso a prestito dal melodramma e da quello verista in particolare). La musica accetta la sfida librettistica alla caccia dell’ effetto, momento per momento, e la capacità di Giordano di tenere il discorso sempre in tensione e di catturare l’ attenzione del pubblico tramite la melodia trascinante piazzata al momento giusto, ottiene perfettamente l’ obiettivo di tratteggiare un discorso teatrale sempre vario serrato e avvincente. In realtà, la Rivoluzione, vista in fondo con gli occhi di una persona moderata la quale pensa che queste cose non stanno mica bene,funziona solo come elemento catalizzante per far scattare le situazioni passionali in cui il piedistallo storico serve a moltiplicarne l’effetto sullo spettatore. Quando il gioco è realizzato con la misura e l’ abilità che Giordano dimostra nello Chénier, il gioco riesce. Togliete però questo equilibrio delicato a conseguirsi e come risultato avrete le concioni clamorose di opere come Il Piccolo Marat di Mascagni, per citare un altro lavoro ambientato nella Rivoluzione Francese.

Notevole è anche l’abilità con cui il compositore muove le fila del discorso e maneggia gli schemi, ottenendo il risultato di variare molto bene procedimenti che, in realtà, si somigliano tutti (guardate da vicino le arie solistiche dell’ opera e vi accorgerete che sono, più o meno, tutte costruite nella stessa forma: una prima parte in stile raccolto e legato, e una perorazione finale che porta la voce a toccare le note più alte, a volte concludendo, come nella romanza di Maddalena, con una frase in prima ottava). Anche il trattamento delle scene di massa, in particolare quella della festa al primo atto e quella del tribunale, rivela in Giordano un musicista dalla mano sicura e soprattutto molto abile nel servire al pubblico esattamente quello che si aspetta in quel determinato momento. E, di fronte a queste situazioni, come ha scritto ancora Gavazzeni, “cadono gli strumenti della critica e si alzano, luminose, le ragioni del cuore”. Si può anche discutere su questa affermazione, ma non condannare un’ opera che, piaccia o no, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo. D’ altra parte, i cantanti hanno sempre amato i ruoli principali del lavoro, e i nomi di Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile, Francesco Merli, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Placido Domingo tra i tenori e di Titta Ruffo, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Aldo Protti, Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli, tanto per citare alla rinfusa e non dimenticando Maria Caniglia, Maria Callas e Renata Tebaldi tra i soprani (interpretazioni tutte, integralmente o in parte, consegnate al disco) stanno a testimonianza del favore ininterrotto che, nei confronti di Andrea Chénier, accomuna da sempre pubblico ed esecutori.

Vampiri all´assalto

Dopo il controverso esito del Don Carlo alla Scala,un post del sito Articolo 21 ci fornisce interessanti informazioni sul modo di lavorare dei teatri italiani

Anche nel 2008 come ogni anno da molti anni, la premiata ditta Registi & Co. Presenta alle casse dello Stato un congruo carnet di conti. Basta scorrere i cartelloni dei teatri d’Opera italiani per rendersi conto di quanto certi nomi ricorrano di frequente. Tra questi spicca in particolare quello di Pierluigi Pizzi oggetto in questi giorni di accese polemiche.
Del suddetto circuitano attualmente sul territorio nazionale una quindicina di  costosi allestimenti tutti a carico delle casse dell’ormai misero Fondo Unico per lo Spettacolo. A questi va aggiunta la Direzione Artistica dello Sferisterio di Macerata al cui compenso vanno sommati i titoli “Pizziani” che in quel cartellone fanno ovviamente la parte del leone.
Come se non bastasse questa posizione di privilegio apparentemente inspiegabile, i registi in questione non si fermano a fare l’asso pigliatutto, ma suggeriscono spregiudicate soluzioni al presunto “problema di crisi”  del sistema: chiudere e licenziare tutti (salvo loro stessi è ovvio), e riaprire senza dipendenti, cioè senza l’odiata concorrenza di professionisti della musica che con la loro presenza sottraggono ai poverini una ricca fetta del su citato fondo, che potrebbe essere maggiormente dirottato nei conti correnti di Montecarlo e affini, delle superstar della lirica: agenzie, cantanti, scenografi, costumisti, registi (l’affaire Pavarotti è solo la punta di un iceberg di dimensioni che dovrebbero interessare sia l’erario che la magistratura).
Da diversi anni viene ribadito questo concetto sulle pagine dei maggiori quotidiani, tanto che alla fine qualcuno si infuriato davvero.
Dopo le dichiarazioni rilasciate al Resto del Carlino lo scorso 17 Novembre, già i lavoratori del Teatro Comunale di Bologna avevano chiesto allo stesso Pizzi, un chiarimento, rivelatosi poi tutt’altro che soddisfacente.
In seguito, quelli della Fenice di Venezia hanno fatto pervenire alla stampa e alle autorità cittadine un comunicato dove si indicava il regista come persona non gradita in quel teatro e si invitava la Direzione dello stesso a non stipulare ulteriori contratti con un artista ospite che si comporta in questo modo. Nella replica a mezzo stampa, anziché smentire, di fatto Pizzi riconferma le sue posizioni. A distanza di pochi giorni anche al regio di Torino viene inoltrata dai lavoratori analoga richiesta. Ma al di là dell’esito della polemica, c’è da domandarsi per quanto tempo ancora si continuerà a rappresentare l’opera italiana con allestimenti costosi oltre ogni moralità, fatti di materiali pesanti e onerosi nel montaggio quanto nell’acquisto, lasciando marcire nei magazzini e nei laboratori altrettanti allestimenti prestigiosi e molto più economici, così come le abilità degli scenografi realizzatori lasciati con le mani in mano per far posto alle ditte appaltatrici esterne.
E di registi giovani non si vede neanche l’ombra. Ma diamo qualche cifra: la Traviata di Zeffirelli data all’Opera di Roma nel 2007 ha avuto un costo “artistico” di 1.900.000 euro circa per una decina di repliche (dati di bilancio), l’Aida dello stesso, in scena a Palermo in questi giorni si aggira attorno a 1.300.000, sarà casuale, ma entrambi i signori pensano che ad essere eccessivo nei teatri sia il costo del lavoro: un musicista dipendente guadagna mediamente 2.000 euro al mese!!!Con tanto di quattordicesima. Vale a dire che un violinista di fila, per esempio, guadagna all’anno quello che un regista intasca in una sera. Chi sono i vampiri?

Fonte:www.articolo21.info/258/rubrica/lirica-vampiri-allassalto.html