Don Carlo alla Berlin Staatsoper

Anna Costalonga riferisce le sue impressioni sull’ allestimento berlinese del Don Carlo di Verdi. Continua a leggere “Don Carlo alla Berlin Staatsoper”

Elektra all’ Oper Leipzig

Continuano le cronache musicali di Anna Costalonga da Leipzig. Oggi vi propongo la sua recensione dell‘ Elektra di Richard Strauss, nell’ allestimento del genius loci Peter Konwitschny.

Mentre gli spettatori si accomodano ai loro posti, sul palcoscenico un uomo a petto nudo gioca dentro una vasca di pietra, un monumento d’altri tempi.

È tutto un ridere e scherzare con i bimbi che potrebbero essere i suoi figlioli, quando all’  improvviso appare un uomo alle sue spalle accompagnato da una donna: questa  lo intrappola in una rete e l’ altro lo ammazza a colpi d’ ascia, mentre i bimbi urlanti fuggono dietro le quinte.

Qui incomincia Elektra: gli accordi iniziali, terribili, improvvisi, una scossa elettrica che corre lungo la schiena degli spettatori, sono il nome dell’  uomo assassinato: Aga-me-mnon.

E qui contemporaneamente si ferma la felicità della messinscena di Peter Konwitschny.

Una Storia senza tempo, ma dal tempo contato

Konwitschny ci ha presentato Elektra come una storia senza tempo, ma dal tempo contato.

Sul fondo del palcoscenico viene proiettato il conto alla rovescia fin dall’ inizio, da quando cioè Elettra sola in scena ricorda l’ uccisione di suo padre Agamennone da parte della moglie Clitemnestra e dell’ amante Egisto.

Agamemnon! Agamemnon! Questa è l’ ora, ecco l’ ora! 

Il conto alla rovescia che porta per necessità fatale e dichiarata già fin dal principio all’ ora X, al finale estremo.

In realtà, questo countdown proiettato sull’ immagine delle nuvole, che a volte si arrestava – un po’ come i contatori dei tassisti che per opportunità o cortesia possono subire accelerazioni o fermate improvvise – è risultato fin da subito un di più, di cui forse si poteva fare a meno.

Perché cercare di spiegare pedissequamente quella volontà terribile, perché esplicitare in maniera pleonastica quella suspense che è già nel canto di Elektra, nel suo terribile “Allein ganz weh allein”?

Dubito che senza la suspense di un enorme conto alla rovescia, quest’ opera così tremenda avrebbe potuto perdere qualcosa: possiamo anche far finta di non vederlo, basta chiudere gli occhi per sentire tutta la tragicità di questa partitura tellurica e stridente.

La scena si è aperta in un imprecisato tempo moderno borghese. Elektra è una ragazza dai modi maschili, una virago ossessionata dal ricordo e dalla voglia di vendetta, dai molti aspetti ambigui, non ultimi un malcelato amore morboso per  la sorella Crisotemide. Quest’ ultima, agghindata come un bon-bon, ha invece la forza della ragionevolezza e il suo unico obiettivo è farsi una famiglia: sono le figlie dal carattere opposto di una signora dell’ alta società, Clitemnestra.

Una ambientazione in economia, comunque, se paragonata alla sontuosità orchestrale.

La recitazione è stata curatissima ma non è bastata a coprire la mancanza di idee veramente forti tali da sostenere questo tipo di musica.

Fin da subito infatti ho avuto la sensazione che Konwitschny avesse voluto instaurare un braccio di ferro , una competizione drammatica con la musica di Strauss. Rimanendone ovviamente vittima quanto la famiglia di Agamennone.

L’Ora 00:00

Il finale tanto atteso, già annunciato fin dal primo monologo di Elektra, arriva con tutta la sua potenza.

Oreste non uccide Clitennestra con l’ ascia custodita gelosamente dalla sorella, né con un’ altra ascia, come nel libretto, ma con una pistola.

La stessa fine fa Egisto, ma in un impeto di drammaticità cosmica, Konwitschny non si limita a portare in scena solo queste vittime. La danza isterica di Elektra, nel finale, al raggiungimento della propria vendetta, è sostituita dal massacro di tutti gli abitanti del tristo palazzo, nobili e servi indistintamente. Massacro che avviene a colpi di mitra, mentre sullo sfondo vengono proiettati fuochi d’ artificio.

Non si tratta più di una vendetta familiare, ma un’affermazione di violenza totale, ingiustificata, una esemplificazione (e forse semplificazione) di una volontà “superomistica”, per cui è tutta una società che deve morire, perché muoia la violenza originaria.

Indubbiamente, è una messinscena che pone quesiti interessanti, stimolanti per chi sa o vuole “leggere la scena”. Per chi vuole invece, come me, veder rappresentata in tutta la sua potenza l’ opera di Strauss sul palcoscenico, non è un allestimento che riesca a equipararne la cupezza, la violenza, la tribalità.

Mi si può obiettare: ma come non abbastanza tragica, non abbastanza tribale? Ma se nel finale muoiono tutti, come in una tragedia shakespeariana?

Il senso dell’ ancestralità, dell’ endemicità mitica della violenza, che si può cogliere nella partitura e nel libretto, si possono ritrovare nell’ interpretazione di Konwitschny, ma in maniera troppo razionalizzata, troppo didascalica perché riescano ad appassionare quanto la musica stessa.

Nel trattare temi così drammatici e cupi, Konwitschny introduce spesso e volentieri trovate – ad esempio i fuochi d’ artificio sullo sfondo – che io interpreto come indizi di un distacco quasi lucreziano, di chi ama guardare le tempeste da lontano, seduto in un posto al sicuro.

Peccato però che gli spettatori – almeno spettatori come me – amino ritrovarsi immersi nel dramma fino al collo. E di simboli banali come i fuochi d’ artificio (noiosi anche quando non simbolici) non sappiano cosa farsene.

I veri protagonisti

La parte musicale è stata invece notevole.

Nel ruolo di Elektra, figurava Janice Baird, cantante nota e apprezzata, soprattutto per questa parte.

Purtroppo la Baird, in quanto a volume e corposità, non reggeva il paragone della bravissima Gun-Brit Barkmin,  Crisotemide: la Baird sembrava quasi voler risparmiare l’ugola e tirare fuori la voce soltanto nei forti e fortissimi, mentre la Barkmin non si è risparmiata un secondo.

Che siano note le difficoltà vocali di un personaggio come Elektra non deve renderci più accondiscendenti, al contrario. Avrei preferito sentire un’ altra cantante al posto di Elektra, forse la stessa Barkmin, per quanto la Baird abbia dimostrato notevoli capacità recitative.

Oreste è stato Thomas Pursio, che fa parte dell’ ensemble stabile dell’ Oper Leipzig: è un cantante che non delude mai, sempre generoso in scena e interprete attento.

Ma la vera protagonista è stata l’ orchestra della Gewandhaus con la splendida interpretazione di Ulf Schirmer. L’ orchestra ha svettato, facendo erompere nella sala questa musica terribile con una potenza, un volume, una drammaticità impressionanti. Come è giusto che sia, trattandosi dell’ Elektra di Strauss: e c’ è forse un’ opera più impressionante, violenta, ossessiva e ossessionante di questa?

Il maestro Schirmer è stato a mio avviso dunque – e non solo il mio – il vero protagonista di questa serata, ed è stato giustamente applaudito in maniera trionfale a fine spettacolo.

Mentre il buon caro Peter Konwitschny è stato buato….

Anna Costalonga

In memoria di Giuseppe Sinopoli

Giuseppe Sinopoli

Esattamente dieci anni fa, la sera del 20 aprile 2001, Giuseppe Sinopoli crollava, fulminato da un infarto, sul podio della Deutsche Oper Berlin, Continua a leggere “In memoria di Giuseppe Sinopoli”

Peter Maag dieci anni dopo

Il 16 aprile 2001 si spegneva a Verona, all’ età di 82 anni, Peter Maag, Continua a leggere “Peter Maag dieci anni dopo”

Vincenzo La Scola, 26.1.1958 – 15.3.2011

Ho appena appreso la notizia della improvvisa scomparsa del grande tenore palermitano Vincenzo La Scola, deceduto per un infarto che lo ha colto mentre si trovava in Turchia, dove stava tenendo una serie di masterclasses.
Quando ci si trova dinanzi a disgrazie così repentine, è veramente difficile esprimere un commento. Chi fosse Vincenzo La Scola, lo sanno tutti gli appassionati di opera lirica. Io voglio ricordarlo qui con un brano tratto da una delle sue più belle interpretazioni, Edgardo nella Lucia di Lammermoor eseguita alla Scala nel 1992 accanto a Mariella Devia.
Addio Vincenzo e che la terra ti sia lieve.

Rigoletto o il pericolo della memoria

160 anni fa, l´11 marzo 1851, veniva rappresentato per la prima volta, al Teatro La Fenice, il Rigoletto.
Rileggiamo per l´occasione questo saggio di Paolo Patrizi apparso per la prima volta nel programma di sala della stagione estiva alle Terme di Caracalla del Teatro dell´Opera di Roma e poi ripreso dalla rivista online Drammaturgia

Esiste un’edizione discografica del Rigoletto (Emi 1978, direttore Julius Rudel, con Sherrill Milnes, Alfredo Kraus e Beverly Sills) che la critica accolse con disattenzione, ma che – oltre alla curiosità di proporre un’aria aggiuntiva, d’incerta provenienza verdiana, destinata al personaggio di Maddalena – rappresenta un buon punto di partenza per una ricognizione drammaturgica. In quest’incisione (poco importa se per scelta precisa o circostanza fortuita) Sparafucile e Monterone sono affidati allo stesso interprete, il non ancora celebre Samuel Ramey: con la conseguenza che la maledizione e il suo materiale esecutore hanno la medesima voce.

È un esito interessante, perché si va a collocare all’interno d’una più vasta rete di simmetrie e specularità: Marcello Conati, nel suo Rigoletto. Un’analisi drammatico-musicale (Marsilio 1992), sottolinea il transfert vocale tra Monterone e il protagonista, entrambi padri offesi nell’onore della figlia ed entrambi chiamati a gravitare, nella gran scena dove si fronteggiano, sulla nota di Do; e le strutture simmetriche investono – se l’allestimento rispetta le didascalie del libretto – pure la scenografia, con un alternarsi d’interni ed esterni, anche nell’ambito del medesimo quadro, che pone personaggi e pubblico in una situazione quasi voyeuristica (la sponda del Mincio e la stamberga di Sparafucile, osservabile al suo interno, da Rigoletto e dagli spettatori, grazie a un gran numero di fessure).

Questo bisogno di creare una corrispondenza – drammaturgica, vocale, visiva – tra gli elementi che danno vita all’opera più vitale di tutto il repertorio italiano deriva, anche, dall’incapacità dei personaggi di porsi in relazione tra loro. I rapporti tra Rigoletto e Gilda, Gilda e il Duca, il Duca e il Rigoletto sono strettissimi (quello che lega un buffone al potente che lo foraggia non è meno vincolante del rapporto tra un padre e una figlia, o tra due amanti), ma circoscritti all’hic et nunc: si vive in un eterno presente dove – per contorta fobia nel caso di Rigoletto, per svagato edonismo nel caso del Duca – la memoria non trova spazio. È probabile che il passaggio dall’ambientazione francese di Victor Hugo a quella padana del libretto abbia contribuito a imprimere ai personaggi una concretezza terragna, dove radicarsi nel “qui e ora” è quasi fisiologico; ed è pure possibile che questa rimozione del passato abbia avuto per Verdi un risvolto autobiografico: la composizione del Rigoletto coincise con la rottura di rapporti con suo padre, dopo che questi si era rifiutato di accettare la relazione tra il figlio e la “traviata” Giuseppina Strepponi.

In ogni caso, la memoria è messa al bando. L’unico istante in cui il Duca si volge al passato – l’aria Parmi veder le lagrime – è uno strappo alla vera natura del ruolo, che per un momento acquista la consueta fisionomia del tenore amoroso e dismette i panni, tenorilmente ben più insoliti, di “antieroe positivo” o, se si preferisce, di simpatico farabutto; mentre l’unica che davvero saprebbe guardare indietro – Gilda – è di fatto un personaggio senza passato, un’adolescente che non conosce gli uomini e la vita. Quando impara a conoscerli, sarà proprio l’impossibilità di dimenticare che la porterà alla morte. In questa prospettiva un brano come Caro nome, all’apparenza antiquato ed esornativo, acquista una logica inoppugnabile: sì, in questa pagina – un tuffo all’indietro di almeno vent’anni, con il suo belcanto di bravura – Verdi arretra le lancette dell’orologio. Ma appunto perché è uno dei pochi momenti retrospettivi. In un’opera così oltranzisticamente dismemore, era inevitabile che i lampi di memoria si ancorassero a una forma espressiva più tradizionale (per il tenore) o ad una vocalità più “datata” (per il soprano).

Coerentemente con una vicenda che, nei primi due atti, si concentra nel ritmo incalzante di circa ventiquattr’ore («E tutto un sol giorno cangiare poté!»), il libretto di Piave è un florilegio di frasi smemorate, a cominciare da quel «Gran nuova! Gran nuova!» gridato quasi all’inizio da Marullo, che mostra come pure i cortigiani, intesi quale unico grande personaggio, rifuggano il passato interessandosi solo alle “nuove”; sicché quel «S’ho dormito sempre!» con cui lo stesso Marullo, nel secondo atto, rintuzza la frase di Rigoletto circa gli avvenimenti della notte prima non è solo un modo di eludere l’indagine del buffone: è la metafora d’un sonno capace di rimuovere ogni avvenimento. Una delle prime battute del protagonista («Che coglier mi puote? Di loro non temo») mostra poi come, nel gorgo che travolge quella corte, neppure per il futuro resti spazio. Anzi, che il futuro spaventi più del passato è confermato dall’angosciatissimo «Mi coglierà sventura?» su cui si chiude il soliloquio Pari siamo: un’angoscia che Rigoletto tenta invano di esorcizzare con un repentino ritorno al presente («Ah no, è follia»).

Alle volte il rifiuto del passato assume la forma dell’implorazione («Deh, non parlare al misero / Del suo perduto bene», dice Rigoletto alla figlia, per poi tornare alla concreta spietatezza del presente con un «Padre ti sono, e basti»); voltarsi indietro è possibile solo a prezzo d’una sintesi straziante, che fa concentrare tutta la propria storia d’amore in sole sette parole: «Solo, difforme, povero, per compassion m’amò». Perfino Monterone nella sua seconda, fugace comparsa sembra rinnegare il passato, rimangiandosi la maledizione che aveva tuonato il giorno prima. Sicché, paradossalmente, il miglior esercizio di memoria viene fatto dal Duca, quando dice a Maddalena «Un dì, se ben rammentomi, / O bella, t’incontrai». Si tratta d’un passato forse fittizio, comunque da rivangare solo a scopi seduttivi, ma almeno serve a uscire da questo patologico presente; e siccome, nelle schermaglie che seguono, il libertino ammette «Un mostro son» se ne deduce che il Duca è l’unico personaggio ad avere piena consapevolezza di sé. È abbastanza perché l’assolutoria simpatia concessagli dall’autore appaia tutt’altro che immotivata.

La mancanza di senso del passato diventa mancanza di senso della realtà (un padre che si rifiuta di dire alla figlia il proprio nome) e, talvolta, di capacità percettiva: sarebbe altrimenti difficile spiegare come la tagliente intelligenza del protagonista possa cadere nel puerile trabocchetto della scala tesogli dai cortigiani. La verosimiglianza di una beffa così violentemente farsesca – una sorta di rovesciamento dell’«inutil precauzione» di Don Bartolo – sta però nella circostanza, forse non abbastanza messa a fuoco, che il Rigoletto comincia come un’opera buffa. O meglio: il tenebroso preludio con cui inizia è un chiaro anticipo del dramma che verrà. Ma è una sorta di memento, tanto più necessario quanto più grande sarà la smemoratezza cui i personaggi andranno incontro. Resta fermo che il sipario si apre su musica e situazione da commedia, e il fatto che Rigoletto sia un buffone di corte dovrebbe farci riflettere: una delle figure più tragiche della storia del melodramma è un personaggio che, di mestiere, fa ridere la gente.

Stando così le cose, si dovrebbe guardare con interesse a quella manciata di cantanti imbrigliati nel cliché del baritono comico-brillante che, magari in via occasionale, si sono cimentati nel Rigoletto: le interpretazioni di Mariano Stabile, Renato Capecchi, Sesto Bruscantini, Rolando Panerai – assai diverse tra loro sotto il profilo degli esiti vocali – sono state importanti proprio per la cura di quell’aspetto da opera buffa presente nei primissimi quadri, e che prepara il terreno alla semina della tragedia. Ma c’è di più: sono i baritoni comici che hanno sottolineato meglio di altri il lato malvagio di Rigoletto.

Estrapolata dal suo contesto, che era un tentativo di salvare le caratteristiche del dramma di fronte alle modifiche richieste dalla censura, la celebre frase di Verdi («Un gobbo che canta… esternamente difforme e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore») ha finito per offrire il destro a una serie di raffigurazioni smussate, che glissano sull’aspetto diabolico e le tare psichiche di Rigoletto per concentrarsi sull’afflato patetico e la dolcezza paterna. È una forma d’idealizzazione (e in fondo anch’essa di censura) attribuita, nella storia dell’interpretazione operistica, anche a un altro grande personaggio di matrice victorhughiana: Lucrezia Borgia. Ma se la Borgia “angelicata”, come purificata dai propri misfatti e dalle proprie aberrazioni in virtù della maternità – esattamente come dovrebbe fare la paternità con Rigoletto – può trovare fondamento nella scrittura vocale di Donizetti, che comunque presenta anche momenti confacenti a un’incarnazione molto più “nera”, nel caso del gobbo verdiano sarebbe azzardato pensare che la crudeltà sia solo la maschera del personaggio, e la dolcezza il suo vero volto.

Il Triboulet di Hugo è ancora peggiore di Rigoletto, è lui che istiga al vizio il suo signore e fa circolare nella corte il contagio della depravazione. Pretendere che, nell’opera di Verdi, la corruzione del Duca e dei cortigiani sia un prodotto dell’arte manipolatrice del loro buffone non avrebbe fondamento, ma la questione resta aperta: Rigoletto si trasforma in mostro davanti al precipitare degli eventi o è già un mostro di per sé? Nei primi decenni del Novecento i baritoni di ceppo belcantistico (Mattia Battistini prima, i suoi numerosi epigoni poi) hanno rigettato quest’ipotesi: l’eventualità che, dietro la facciata dell’amore paterno, quello con Gilda fosse un rapporto egoistico e patologico («Mia colomba… lasciarmi non dêi… / Se t’involi… qui sol rimarrei…») non era presa in considerazione. La raffigurazione violenta – inevitabile corollario d’una vocalità ciclopica – di Titta Ruffo ha poi aperto una nuova prospettiva: nelle generazioni successive più d’un grande interprete ha preferito vedere in Rigoletto il «vil scellerato»

di Pari siamo, e in quella cavalcata a precipizio verso il male che è Sì, vendetta la vera epitome del personaggio, piuttosto che una figura all’ultimo stadio della degradazione ma con un’ineliminabile nobiltà di fondo. E che oggi si torni verso un Rigoletto “belcantista”, sia pure aggiornato rispetto al gusto battistiniano, rientra in una normale dialettica di corsi e ricorsi.

La chiave di volta, probabilmente, sta in quella frase nevralgica che è «Ma in altr’uom qui mi cangio», dove Rigoletto commenta la propria metamorfosi da criminoso pagliaccio a genitore che cerca rifugio tra le mura domestiche (una trasformazione sottolineata anche dalla scrittura vocale, con il passaggio di registro, all’attacco della frase, dal Si naturale al Mi). È proprio questo “altro uomo” che, almeno in parte, viene a mancare nelle interpretazioni più sensibili agli impulsi negativi del personaggio; ma in questa bipolarità tra crudezza espressiva d’un recitar cantando che esalta l’aspetto mostruoso del buffone, da un lato, e armamentario canoro del baritono grand seigneur che sfuma i momenti più scabri attraverso il proprio aplomb vocalistico, dall’altra, non è sempre facile schierarsi con le ragioni del belcanto.

Non lo è sotto il profilo drammaturgico, dato che, come si è visto, in quest’opera dove il passato fa paura il belcanto è semmai il porto dei rari ancoraggi alla memoria. Ma non lo è neppure sotto un aspetto più oggettivo, e cioè partitura alla mano. Una disamina in tal senso rivela come i momenti di canto tagliente o declamato siano tutt’altro che minoritari; e pure sulla natura delle pagine che, inequivocabilmente, richiedono canto sul fiato, legato e mezzevoci – da Veglia, o donna a Miei signori – ci sarebbe da discutere.

Veglia, o donna è stato per decenni dimidiato nella prassi esecutiva (cantato cioè solo nella sua seconda esposizione a due voci, sia pure su parole diverse, con il soprano, negando al baritono la prima esposizione solistica), appunto in un’ottica volta a minimizzare quanto di soffice e affettuoso si trova nella vocalità di Rigoletto; e tuttavia il Veglia, o donna preziosamente centellinato, atto a far delibare smorzature e rallentandi, è a sua volta un arbitrio che imprime un tempo più lento di quello previsto da Verdi, togliendo al brano quella carica di ansia che, dietro la facciata dell’affettuosità, lascia trapelare tutte le patologie del protagonista. Anche su Miei signori ci sarebbe da discutere, perché qui la dolcezza commossa potrebbe con pari verosimiglianza cedere il passo a una supplica farisaica, dove il personaggio resta crudele pure nella disperazione. Certo: un Rigoletto a ciglio asciutto quando canta «Ebben, piango» rischia di peccare d’insensibilità. Ma la cosa può assumere una straordinaria verità interpretativa se si pensa che nell’unico momento in cui è davvero se stesso – ancora Pari siamo – ammette con amarezza che «il retaggio d’ogn’uom m’è tolto… il pianto!…».

Vien fatto di pensare, insomma, che il Rigoletto dal canto morbido e nobile sia una forzatura, per quanto squisita, al pari di tanti Germont della Traviata belcantisticamente risolti attraverso una vocalità sfumata, affettuosa, commossa: cosa che obbedisce all’esteriorità di molte pagine, ma dimentica come Germont stia mettendo in atto un’autentica opera di distruzione di Violetta. Sicché il Rigoletto né idealizzato né magniloquente inviso alla scuola baritonale (e alla critica) più oltranzisticamente vocalistica sarà pure, com’è stato detto, “verista” e “borghese”. Ma non per limiti congeniti, bensì perché parte da premesse diverse: un’opera che teme gli indugi della memoria, con un avvio da commedia e uno sviluppo da dramma truculento. Il tutto, se possibile, da affidare a un baritono con talento comico.

Lo stato allucinatorio che, quasi dall’inizio alla fine, accompagna il protagonista potrebbe poi essere il viatico per interpretazioni di taglio addirittura espressionistico. È un’allucinazione che, ancora una volta, trova sintesi in Pari siamo, dove le immagini evocate – Sparafucile, Monterone, il Duca, i cortigiani – danno l’idea di scorrere come se passassero non sotto i nostri occhi, ma sotto quelli del monologante; e ci si può anche spingere più in là, ipotizzando – è la tesi di uno studioso di sicura fede verdiana come Gustavo Marchesi – che l’intero Rigoletto sia la storia di un’allucinazione, e tutti i personaggi siano fantasmi della mente del protagonista. Il finale della tragedia di Hugo, che prevede l’improvvisa apparizione di una folla attorno a Rigoletto sul cadavere di Gilda, e fa calare il sipario su una battuta tanto più asettica quanto più irreale (la diagnosi di decesso da parte d’un medico sopraggiunto all’ultimo momento), potrebbe corroborare una simile lettura. Verdi – anticonformista, sì, ma abbastanza pragmatico da non deludere ogni aspettativa del pubblico – preferì rinunciare a un epilogo così straniante, limitandosi a un ultimo duetto. Ma la macchina destinata a scompaginare tutte le certezze del lessico operistico, ormai, l’aveva messa in moto.

Paolo Patrizi

Dialogues des Carmélites alla Staatsoper Stuttgart

Grande successo, alla Staatsoper Stuttgart, per la nuova produzione dei Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, penultimo nuovo allestimento della stagione in corso. Un esito positivo Continua a leggere “Dialogues des Carmélites alla Staatsoper Stuttgart”

Anna Bolena alla Wiener Staatsoper, o della modernità interpretativa

Avrei potuto scrivere le mie impressioni sulla mediaticamente pubblicizzatissima produzione viennese di Anna Bolena subito dopo Continua a leggere “Anna Bolena alla Wiener Staatsoper, o della modernità interpretativa”

Piotr Beczala

La nostra è un’ epoca in cui tutti noi appassionati d’ opera diciamo, e con molte buone ragioni, che scarseggiano le voci di qualitá e i cantanti in possesso di una preparazione professionale adeguata. Voglio parlarvi qui di uno dei pochissimi tenori di oggi Continua a leggere “Piotr Beczala”

Francis Poulenc

Il 10 aprile prossimo, la Staatsoper Stuttgart presenterà una nuova produzione di Les Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc.
In attesa della prima, propongo questa esauriente disamina della figura dell´autore, scritta dal compositore italiano Lorenzo Ferrero.

 

Sulla figura di Poulenc si è accumulato nel tempo un gran numero di luoghi comuni di cui andrebbe fatta pulizia. Come tutti i compositori apparentemente facili, è in realtà difficile: non per un ascolto distratto o una piacevole compagnia sonora, ma per un’autentica comprensione. Non va nascosta una sua complicità nel seminare l’idea dell’irridente indifferenza e del gioco superficiale, ma la maggior parte degli atteggiamenti più frivoli e salottieri risalgono alla prima parte della sua vita, e non è corretto giudicare con tale metro la seconda.

Da sempre bersaglio di ogni avanguardia per non aver aderito ad alcuno spirito di ricerca (tranne, e sempre col sospetto del gioco, nella prima gioventù), Poulenc non è totalmente ascrivibile nemmeno al neoclassicismo, in cui lo collocano l’amicizia con Cocteau e Stravinski e il Gruppo dei Sei di cui faceva parte, autori in realtà diversissimi che hanno preso nel tempo strade praticamente opposte. La sua omosessualità, una manna per gli autori di biografie pruriginose, è stata vissuta meno superficialmente di quanto potesse apparire, e comunque in un difficile e problematico rapporto con i sentimenti religiosi che negli ultimi anni di vita lo hanno posto fra gli autori delle migliori pagine cattoliche del Novecento.

Una nascita borghese, sul finire del secolo precedente, nel 1899. Una famiglia benestante, una madre affettuosa e buona pianista che preferiva Mozart, Scarlatti e Couperin a Beethoven e Brahms, con qualche incursione nella “adorabile cattiva musica” da salotto, stando alle parole del figlio, che già a due anni fingeva di improvvisare sul suo pianoforte giocattolo. La figura paterna, un uomo d’affari, sembra assente dalla vita quotidiana del piccolo Francis, mentre protagonista della sua adolescenza sarà lo zio materno Marcel, detto zio Papoum, il tipico zio scapolo con un debole per lo spettacolo e che poteva vantare una trascorsa amicizia con Toulouse-Lautrec. Grazie alla madre e allo zio, l’incontro con le avanguardie letterarie, pittoriche e musicali del primo Novecento gli viene offerto nel modo più naturale possibile. Tanto che, anche rintracciando le sue prime e precoci composizioni, si individua immediatamente una familiarità col mondo dell’arte contemporanea. La famiglia inoltre lo manda a lezioni di piano da un noto concertista, Ricardo Viñes, divulgatore della musica nuova e particolarmente sensibile ai problemi timbrici posti dalla letteratura impressionista (Debussy, e poi Ravel). Viñes gli fa conoscere la musica di Granados, Albeniz, De Falla, e gli presenta Satie e Georges Auric, futuro componente del Gruppo dei Sei, cui si aggiungerà di lì a poco la conoscenza con Milhaud, Arthur Honegger e Germaine Talleferre.

La presentazione a Ravel ebbe meno successo. Forse Ravel era di cattivo umore quel giorno, fatto sta che interruppe il giovane Francis che gli suonava qualcosa, e da allora non ebbero più particolari rapporti fino alla prima di L’enfant et les sortilèges, nel 1925, che Poulenc ammirò moltissimo. Altrettanto male andò il primo tentativo di entrare al Conservatorio, dal professor Paul Vidal. Gli presentò una sua composizione, Rhapsodie nègre, frutto delle varie esperienze e frequentazioni delle avanguardie. Vidal ne fu scandalizzato. Il pezzo fu eseguito di lì a poco in pubblico, e gli guadagnò l’apprezzamento di Diaghilev e di Stravinski, stupiti che fosse l’opera di un quasi adolescente. Era l’anno 1917.

Dopo aver perso la madre nel 1915, Francis perde il padre. È la guerra. Viene arruolato, ma non tutti i mali vengono per nuocere: sotto le armi conosce l’estroso poeta Guillaume Apollinaire. Nel 1918 scrive una Sonata per pianoforte a quattro mani, memore della scrittura percussiva di Stravinski e della moda per l’art nègre, ma anche pervasa di spirito francese. La Sonata gli vale un nuovo ammiratore nel già noto e futuro grande direttore d’orchestra Ernest Ansermet.

A meno di vent’anni, Poulenc è dunque un compositore di talento riconosciuto: ciononostante mantenne per tutta la vita una sorta di insicurezza che lo spingeva a sottomettere spesso i suoi lavori al giudizio di altri. Il talento è confermato da una delle prime composizioni, che benché scritta a vent’anni, possiamo quasi considerare matura: Le bestiaire, liriche su testi di Apollinaire per voce e pianoforte. Sia il poeta che il compositore giocano con l’apparente semplicità del bestiario, privo però di gioia infantile e anzi venato di una sottile malinconia. Ciò che più lascia stupiti è però il linguaggio musicale: non ha nulla di accademico, né sul piano armonico, né ritmico, né melodico, né del trattamento del testo. Che Poulenc sia pienamente cosciente di avere dietro di sé una Sagra della primavera di Stravinski o un Pierrot Lunaire di Schönberg, lo si avverte da una serie di indizi più che dall’impressione di una lavoro di ricerca: il tutto in una semplicità sconcertante, eppure apparente. Anche a leggerlo sembrerebbe facilissimo da suonare, ma non è proprio così. Come ha scritto Wilfrid Mellers, autore di uno dei libri più interessanti su Poulenc, a proposito dei lavori di questo periodo, si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a una sensibilità post-moderna, che si accentuerà con quel “viaggiare nel tempo” caratteristico del periodo neoclassico. È anche l’inizio di una lunga serie di liriche per canto e piano, oltre cento, uno sterminato catalogo tutto da riesplorare, in cui continua a frequentare la poesia francese, da Apollinaire a Jakob, da Valéry, ad Aragon, e soprattutto Eluard.

Il periodo cosiddetto neoclassico

Abbiamo già avuto modo (v. Letture dicembre 2001, dossier Stravinski) di considerare la genericità dell’espressione “neoclassico” applicata alla musica fra le due guerre. Certo, a qualcosa serve, se si tratta di raggruppare autori molto diversi sotto alcuni punti di convergenza. Più che uno sguardo al passato, lo sguardo neoclassico è il rifiuto del passato immediato, del tardoromanticismo di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento. Il passato remoto, a cui veniva, spesso erroneamente, attribuita un’assoluta oggettività e assenza di sentimento, diventa un luogo a cui guardare e anche un baluardo con cui difendersi da ceneri ancora troppo calde. Il successo dello “stile” neoclassico è anche causa di molte delle riserve che la critica ha avanzato successivamente. Per i compositori di minor talento sarebbe diventato un troppo facile rifugio in un’accademia fatta di vezzi e movenze settecentesche. Ma per i compositori degni di questo nome non è quasi mai stato così, senza dimenticare che all’epoca, in assenza di dischi e altri mezzi di diffusione, molta musica del Settecento era tutta da scoprire, e suonava in qualche modo “nuova” agli ascoltatori, non meno di quanto suonino nuovi oggi gli arcaismi medievaleggianti di certi compositori recenti (v. Letture maggio 2000, dossier Arvo Pärt).

I rapporti di Poulenc con la tendenza del momento sono, come al solito, estremamente personali. Non ha il radicalismo di Pulcinella o diOedipus Rex di Stravinski, non ha la pomposa riscoperta del contrappunto all’apparenza severo di Hindemith. Ha piuttosto il sapore di un aggiornamento della biblioteca, di un ampliamento di orizzonti, per un compositore cresciuto e nutrito nel presente. Ne è un ottimo esempio il Trio per oboe, fagotto e pianoforte del 1926. Se l’inizio può definirsi lulliano, e il movimento finale cita direttamente Gluck, dopo l’introduzione assistiamo a un incrocio fra Offenbach e lo stile rococò, possibile solo nel clima di disincanto parigino après-guerre. Le spericolate ibridazioni non si limitano all’antico e al moderno, ma anche agli stili “alti” e “bassi” della musica. La musica “volgare” assume per Poulenc un valore di riscoperta e di riappropriazione, simile all’atteggiamento che Stravinski aveva per il passato. Tanto sono presenti gli echi della musica di strada o di quella che oggi definiremmo “leggera”, che possiamo perfino concederci il piacere di immaginare che il giovane Poulenc l’abbia assimilata durante le lunghe ore passate con lo zio Papoum. Nello stesso tempo si deve a queste escursioni, da cui Poulenc trasse soprattutto suggestioni melodiche, il luogo comune sulla facilità della sua musica: e sappiamo che il termine “facilità” è spesso usato, quando si tratta di Novecento, come sinonimo di superficialità, per non dire di banalità. Certamente si tratta di musica perlopiù accessibile, ma non si può definirla facile, perché impone una vasta cultura musicale per coglierne anche le sfumature nascoste.

Uno dei primi titoli che vengono in mente parlando del nostro è certamente il balletto Les Biches, frutto di quella gigantesca macchina per capolavori che sono stati i Ballets Russes di Diaghilev, che ne diedero la prima esecuzione all’opera di Montecarlo nel 1924. Il titolo, come è noto, significa “le cerbiatte”, e sembra suggerire doppi sensi che la trama incoraggia solo se li si vogliono vedere a tutti i costi. Non c’è una storia vera e propria, ma alcune scene di corteggiamento in una festa elegante (uno dei doppi sensi è anche “le mantenute”). La musica, pur attraversando stili brillanti, accenni al rag time e a varie forme di danza, è straordinariamente coerente e porta in ogni momento il marchio del suo autore. Il pubblico dell’epoca, e soprattutto la società elegante delle prime teatrali, si riconobbe talmente in questa totale assenza di finalizzazione della trama (altro segno post-moderno?) da decretare un assoluto successo. Sorprende non poco che in un mondo totalmente diverso come il nostro il lavoro non sia per nulla invecchiato. Anzi, la sua freschezza sembra crescere a ogni ascolto.
Al pianoforte
Altre due notevoli composizioni appartengono allo stesso periodo: il Concert champêtre (1928) e Aubade (1929). Il primo fu scritto per la sacerdotessa della rinascita del clavicembalo Wanda Landowska (se uno dei meriti del neoclassicismo fu la riscoperta del Settecento, in questo caso lo fu anche per uno dei suoi strumenti). Nei suoi tre movimenti non è la natura incontaminata a prevalere, ma la grazia suburbana di boschi e castelli intorno a Parigi, gli echi di Couperin e di marcette militari. L’atteggiamento di Poulenc verso il passato non è dissacrante, come talvolta in Stravinski, ma condiscendente e amichevole, come se il passato riaffermasse la sua continuità in un confortevole presente di civiltà e di gusto (francese, beninteso).

Quanto ad Aubade, scritta per pianoforte e piccola orchestra, il tema mitologico di Diana cacciatrice porta ad affondare le radici in movenze rococò, mai prive, però, dei consueti scarti armonici e ritmici, con un costante senso di malinconia. Sull’argomento del balletto, scritto dallo stesso Poulenc e che descrive la solitudine di Diana in attesa dell’alba, si è molto speculato, volendo vedere nella dea un’autoritratto dell’omosessualità dell’autore. Il dramma di Diana, condannata alla castità, sembra essere lo stesso del compositore. In quegli anni aveva infatti cercato senza successo di sposarsi e al tempo stesso stava vivendo una travolgente storia d’amore con un uomo, nella quale alternava momenti di esaltazione ad altri di depressione perché la sentiva come “impura”.

Le buone origini familiari non permisero a Poulenc di vivere di rendita. Un’importante fonte di sussistenza fu l’attività concertistica. Probabilmente il suo carattere schivo lo tenne lontano dall’attività solistica e lo portò a esercitare la professione soprattutto come accompagnatore di cantanti. Tuttavia ha lasciato un corpus considerevole di lavori per pianoforte solo. Pochi hanno una particolare intensità virtuosistica, anche se non bisogna mai dimenticare che la semplicità di Poulenc è solo apparente e anche le pagine più scarne nascondono qualche insidia tecnica. Come per le liriche per canto e piano, si tratta di un repertorio da esplorare; alcune pagine hanno raggiunto una certa notorietà, come la Pastourelle, del 1927, derivata da un pezzo a più mani che si chiamava L’eventail de Jeanne; oLa Valse, del 1919; o ancora il gradevole Embarquement pour Cythère, per due pianoforti, un divertissement del 1951. Del 1925 è l’impegnativa suite Napoli, in più movimenti, di particolare intensità virtuosistica. In tutti questi lavori la scrittura stempera, o, se si preferisce, fa più intimamente propri certi cliché del neoclassicismo.

Fra gli anni ’30 e ’40 troviamo le Improvvisations, laSuite française e, soprattutto, gli otto Notturni. Scritti nel corso degli anni e poi raccolti, sono un interessante laboratorio per la scrittura dell’ultimo Poulenc, similmente alle raccolte di liriche su testo di Eluard che si prolungano fino ai primi anni ’40. Qui Poulenc sembra smentire il luogo comune di autore gradevole e salottiero, elegantemente à la page, ma privo di impegno. Non è in realtà un cambiamento di rotta, ma una ricerca di essenzialità, priva di citazioni e di facili disincanti.

Straordinariamente vivace è l’apertura del Concerto per due pianoforti e orchestra, del 1932, un pezzo di bravura, assolutamente brillante, dove Poulenc sa mirare dritto all’effetto e non perde mai contatto con la forma, assai libera per la verità, ma proprio per questo più difficile da difendere da sbavature e indugi eccessivi. Alla maniera di Franck, c’è un collegamento tematico fra il finale del primo e del terzo movimento, una sorta di sospensione del tempo, che può ricordare l’ultimo Satie, di fatto uno scarto notevole anche sul piano emotivo che poco ha a che fare con la leggerezza banale e fine a se stessa. Dopo una simile sospensione del tempo, il gracile temino del larghetto sembra venire da un altro mondo, lasciando una traccia impercettibile, prima che attacchi il rutilante finale, sospeso, come abbiamo visto, dal ritorno del primo movimento. Nello stesso anno, ma con una gestazione che si protrae fino al 1939, è ilSestetto con pianoforte e strumenti a fiato. È un pezzo di divertente e piacevole intrattenimento, giocato sul ritmo e sul colore, spesso eseguito, anche perché appartiene al non grande repertorio per strumenti a fiato.

La crisi spirituale

Nel 1936 l’amico Pierre-Octave Ferroud muore orribilmente in un incidente d’auto. Poulenc ne è duramente colpito, tanto che una sorta di crisi spirituale lo porta a effettuare un pellegrinaggio a Rocamadur. Per via di questa esperienza mistica scrive le Trois litanies à la Vierge Noire de Rocamadur. È un lavoro in cui Poulenc sceglie per il coro e l’organo una scrittura modaleggiante senza indugiare in stereotipi, vicina alla pronuncia delle parole, e conduce l’opera attraverso un percorso drammatico che solo nella conclusione trova la sua pace. Seguono una Messa nello spirito gagliardo del cattolicesimo militante dell’epoca, priva stranamente di Credo, e soprattutto i quattro Motets pour un temps de pénitence che, nella loro scrittura per voci sole su tradizionali testi latini, rivelano un nuovo Poulenc, che non si preoccupa più di nascondere umanità e sofferenza dietro gli spiritosi calembours della buona società. È una scrittura corale che unisce semplicità e potenza, chiarezza ed espressione dolorosa, e che proprio per questo cominciamo solo ora a capire, dopo anni di luoghi comuni della critica che volevano sempre una rigorosa coincidenza fra profondità di espressione e durezza e astrusità di scrittura.

Ancor meglio rappresenta il nuovo Poulenc un lavoro profano, su testo di Eluard, legato alla Resistenza, destinato a celebrare la Liberazione: Figure umaine del ’43-44, per doppio coro. Una scrittura estremamente sofisticata e difficile, e insieme un’espressione diretta che colpì fin dalla prima esecuzione. La scrittura a due cori ha in sé qualcosa di teatrale, che trova le sue origini nel Rinascimento, ma Poulenc concede poco sia a soluzioni di rifacimento stilistico o retoriche, quali ad esempio il testo finale avrebbe potuto dettare: «je suis né pour te connaître, pour te nommer, LIBERTÉ». E a proposito della collaborazione con Paul Eluard, dobbiamo citare qui almeno uno dei suoi importanti cicli di liriche, Tel jour telle nuit, del 1937, altro lavoro del “nuovo” Poulenc.

Capita spesso anche ai compositori più grandi di fare un passo indietro dopo averne fatti due in avanti. All’intensità e alla linearità dei lavori “impegnati” di cui abbiamo parlato, seguono: un Concerto per organo, archi e timpani (1939), parzialmente di ispirazione religiosa, ma con ritorni neoclassici ormai datati (il che non impedisce, come sempre, un piacevole ascolto); un balletto, iniziato in tempo di guerra, come Les animaux modèles (1942), basato sulle favole di La Fontaine, che meriterebbe forse una riproposta coreografica; e infine un’opera buffa, Les mamelles de Tirésias, del 1947, tratto da un lavoro di Apollinaire. Se quest’ultimo lavoro ha avuto successo, è soprattutto grazie a una complessa trama che adombra i temi della sessualità e dei generi con una certa verve comica, la cui attualità Poulenc ha voluto sottolineare portando l’azione in tempi e luoghi contemporanei rispetto all’esotico originale di Apollinaire: guarda caso a Montecarlo, quasi un’evocazione del tempo spensierato di Les Biches. Il lavoro è condotto con grande abilità, ma forse ha un che di invecchiato nello spirito e risente del malinconico vezzo dell’autocitazione. Anche Poulenc aveva qualche insicurezza al riguardo, tanto da proclamare che era il lavoro a lui più caro, affermando curiosamente: «il peggio di me è forse il meglio di me». Fu comunque il suo primo vero lavoro teatrale, una sorta di prologo, anche se di tutt’altro genere, a due capolavori impegnativi e fondamentali come Dialogues des carmélites (1953-1957), e La voix humaine (1957-1959).

Bozzetto dei costumi per i Dialoghi delle carmelitane, opera in tre atti.
Bozzetto dei costumi per i Dialoghi delle carmelitane, opera in tre atti.

All’opera con Bernanos

L’argomento dei Dialoghi delle carmelitane è una storia drammatica ambientata ai tempi della Rivoluzione francese che finisce con la ghigliottina per sedici suore e per la tormentata protagonista Blanche. È una grande opera in tre atti, a cui Poulenc si mise al lavoro con entusiasmo febbrile. Scrive a Bernac che gli sembra di aver sempre conosciuto le protagoniste del dramma. La continua tensione poetica del testo di Bernanos non concede le tradizionali alternanze di recitativi e arie, ma invita alla continuità dell’azione, in una vocalità congeniale a Poulenc e alla tradizione francese fin dal Pelléas di Debussy, e giustifica pienamente il titolo di “dialoghi”. La tensione emotiva e teatrale non cede mai il passo alla distrazione, su temi che tuttavia muovono intorno a domande metafisiche sulla morte e sul senso della Storia. Il fatto è che Poulenc si colloca sempre accanto alle ragioni, potremmo dire alle vibrazioni psicologiche dei personaggi. Il suo mondo conventuale è in costante movimento, fatto di attese, colpi di scena, litigi, e si mantiene lontano dalle convenzionalità rituali, ad esempio, della Suor Angelica di Puccini. L’opera, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala, fu un notevole successo, legato anche al vertice assoluto di teatro musicale che è la scena finale. Dopo un breve periodo di eclissi, l’opera ha ripreso a circolare, e oggi è entrata a tutti gli effetti in repertorio, con rappresentazioni, fra l’altro, in quasi tutti i principali teatri italiani.

Quasi avesse un surplus di energie, Poulenc scrive negli stessi anni un altro lavoro teatrale, non meno famoso, La voix humaine, su un testo già noto dell’amico Cocteau e per la fedele interprete Denise Duval. Una donna sola, non giovanissima, al telefono, ci fa assistere alla conclusione di un amore, un amore che non vuole finire, che si trascina fino al punto in cui è lei stessa a chiedere di troncare la conversazione. Il mondo è quello moderno, il tema, sempre attuale, è quello dell’alienazione e dell’incomunicabilità. La scrittura vocale è spesso impervia, drammatica, l’ideale cavallo di battaglia di molti “addii alle scene” di cantanti celebri. Il tema è assolutamente laico e mondano rispetto alle Carmelitane, ma è stato osservato che il tratto comune è la determinazione e il coraggio femminili, lontano ormai dai languori delle Diane cacciatrici.

La produzione strumentale

Poulenc soffriva di depressione. I primi segnali possono farsi risalire all’incidente del ’36, ma hanno radici precedenti. L’uso di farmaci contro la depressione è forse all’origine della debolezza del suo cuore, che lo lasciò ad appena sessantaquattro anni. Essendo tra l’altro il più giovane rappresentante di una generazione, si trovò spesso di fronte alla morte di amici cari o compositori ammirati. Tuttavia gli ultimi anni della sua vita sono ricchi di una produzione di alta qualità, legata soprattutto all’ambito cameristico. È una produzione per la quale l’aggettivo neoclassico non ha più senso, tanto è diventata personale la scrittura, senza perdere di vista accessibilità e facilità melodica. Se un senso può aver avuto, è per il contrasto che pagine di tanto luminosa scrittura possono aver avuto con la musica che in quegli stessi anni Pierre Boulez e le nuove generazioni andavano elaborando sulle ceneri di Webern.

Ma anche definire semplicemente luminosa la scrittura dell’ultimo Poulenc è un luogo comune. In realtà si intrecciano motivi perfino orecchiabili a forme complesse e a pagine drammatiche, purché non le si ascolti col metro o col filtro di ciò che le neoavanguardie producevano in quegli stessi anni. La pagina più famosa è senz’altro la Sonata per flauto e pianoforte (1957). Difficile tentare di spiegare con l’analisi un pezzo che è soprattutto costante e fresca ispirazione, e come tale fluisce dall’inizio alla fine, tanto che è ormai diventato il brano standard nel repertorio di ogni flautista. Meno conosciute, ma meritevoli di esserlo, le Sonate per clarinetto e per oboe (1962), quest’ultima con la sua sorprendente conclusione in una accorata déploration, in morte di Honegger e Prokofiev. Bella anche la più breve Elegie (1957), per corno e pianoforte, in memoria del grande Dennis Brain. Nel 1951 era tornato al pianoforte, con la sonata per due pianoforti, un lavoro massiccio e tragico, complesso formalmente, che dopo la diffusione datane dal duo Gold-Fitzdale non ha incontrato grande fortuna. Scrisse anche un Concerto per pianoforte e orchestra (1949) per se stesso, da suonarsi in una tournée americana, eccessivamente tradito dal desiderio di piacere, ma con un bell’adagio di sapore mozartiano.

Il compositore cattolico

Se molte delle pagine che abbiamo ora citato meritano appieno la loro fama e la loro diffusione, è certamente nella musica di ispirazione religiosa che troviamo il Poulenc più caratteristico di questo periodo. Fra i numerosi lavori, dedicati fra l’altro al Natale e a sant’Antonio di Padova e, nelle intenzioni dell’autore, non tutti destinati alla sala da concerto, ma alla chiesa, richiameremo l’attenzione soprattutto sue due: lo Stabat Mater (1950) e il Gloria (1959). Due pagine molto diverse, com’è naturale aspettarsi, ma complementari nel disegnare il suo stile ultimo: un perfetto controllo della vocalità, una partecipazione emotiva che non ha pari nemmeno nei lavori sacri di Stravinski e forse nemmeno nel più giovane Messiaen (v. Letture maggio 2002, dossier Messiaen), una semplicità apparente che nasconde sofisticate soluzioni armoniche e formali. Se la sobrietà è il carattere distintivo dello Stabat Mater, una pagina più apprezzata dai musicisti che dal grande pubblico, che si conclude con un Amen sospeso su una dissonanza, una pacata e matura estroversione è il carattere dominante del Gloria, di cui al soprano solo è destinata la più intima e variegata declinazione umana (il Domine Deus-Agnus Dei è diventata ormai una pagina staccata da concerto). È abbastanza sorprendente che questo lavoro sia stato scritto in un momento storico in cui perfino Stravinski cominciava a subire il fascino dell’avventura seriale: totalmente indifferente ai travagli linguistici del dopoguerra, la musica di Poulenc si affida alla melodia e talvolta a semplici accordi tonali per raggiungere un ascoltatore che ne può cogliere solo oggi, forse, una modernità lontana da mode e datati cliché.

Una delle ultime composizioni di Poulenc è un ciclo di liriche per bambini, che si ricollega alla notissima Histoire de Babar, le petit éléphant, che aveva improvvisato per la nipote e poi pubblicato nel ’45. La Courte paille (1960), fu scritta infatti per divertire il figlio di Denise Duval, ed è basata su brevi nonsense di Maurice Carême. Brevi incisi, pause accuratamente prescritte, e il tema del sonno, che apre e chiude il ciclo sembrano lasciare la porta aperta all’inconscio e alle sue tenebre, che la musica di Poulenc, anche nei momenti più drammatici, aveva sempre tenuto lontano. Quasi uno scherzo del destino accompagna invece l’impegnativo Sept répons des tenbres, destinato all’inaugurazione del Lincoln Center, che non fu finito in tempo, e perciò eseguito postumo sotto la direzione di Thomas Schippers, poco dopo la morte del suo autore.

Lorenzo Ferrero

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