Stepháne Deneve e la RSO Stuttgart

Con il nuovo Chefdirigent Stepháne Deneve sul podio, la Radio-Sinfonieorchester des SWR Stuttgart ha inaugurato la nuova stagione concertistica, la prima dopo l’ addio di Sir Roger Norrington. Continua a leggere “Stepháne Deneve e la RSO Stuttgart”

Musikfest Stuttgart 2011

La Musikfest Stuttgart è uno dei festival più interessanti del panorama musicale tedesco. Dalla fine di agosto a metà settembre, tutta la città  viene coinvolta in una serie di concerti organizzati  su un tema comune. Continua a leggere “Musikfest Stuttgart 2011”

Così Bono commemorava Luciano Pavarotti

Il 6 settembre di quattro anni fa, si spegneva a Modena Luciano Pavarotti.
Voglio ricordare questo anniversario riproponendo il bellissimo articolo Continua a leggere “Così Bono commemorava Luciano Pavarotti”

Bayreuth al capolinea

Avrei voluto scrivere un lungo post sul ciclo di dirette radiofoniche dal Bayreuther Festspiele, affrontando anche il tema dell’ evoluzione dello stile interpretativo wagneriano nel corso degli anni.
Dopo quello che ho ascoltato, sinceramente me ne è passata la voglia Continua a leggere “Bayreuth al capolinea”

Siegfried Wagner

Questo interessante dialogo tra Friedelind Wagner,  figlia di Siegfried Wagner e nipote di Richard, e Paul Hess, direttore d’ orchestra e musicologo americano, fu pubblicato per la prima volta in Italia una ventina di anni fa, nella rivista musicologica DIASTEMA.
Continua a leggere “Siegfried Wagner”

Liudmyla Monastyrska, una nuova star dell´opera

Nonostante la situazione attuale del canto lirico sia quella che tutti conosciamo, vale la pena di continuare a seguire le dirette radiofoniche dai grandi teatri, Continua a leggere “Liudmyla Monastyrska, una nuova star dell´opera”

Pasquale Amato

Un saggio di Rodolfo Celletti, apparso diversi anni fa sulla rivista MUSICA, dedicato a uno dei baritoni più completi della storia. Continua a leggere “Pasquale Amato”

La Juive di Halévy alla Staatsoper Stuttgart

La stagione della Staatsoper Stuttgart si avvia alla conclusione, e con essa anche la gestione di Albrecht  Puhlmann, che a partire dal prossimo luglio lascerà il posto al nuovo sovrintendente Jussi  Wieler. Nei giorni scorsi è stato presentato il programma 2011/2012,  che prevede diversi  titoli interessanti come La Damnation de Faust, La Sonnambula, un dittico composto dalla  schönberghiana Glückliche Hand e Osud di Janacek, il Wozzeck, Platée di Rameau e le  consuete riprese tra le quali si segnalano due spettacoli di grande interesse come Norma e l´Elektra nella  messinscena di Konwitschny.
In questi giorni è andata in scena la ripresa de La Juive, produzione del 2008  che è stata uno dei maggiori successi nella gestione Puhlmann.  L´opera, andata in scena con enorme successo all´Opéra di Parigi nel 1835, è frutto del  lavoro congiunto di un librettista geniale come Eugene Scribe e di Fromental Halévy,  compositore di talento e parte di una grande famiglia che contribuì non poco ai fasti dell´opera francese. La vicenda, ambientata durante il Concilio di Costanza del 1415, è  imperniata su un tema attualissimo anche per il  pubblico odierno, quello del conflitto  interreligioso, incarnato nelle figure dell´israelita Eleazar e del cardinale Brogni.  Eleazar, padre putativo di Rachel, è una delle figure più complesse di tutta la storia  dell´opera, in particolare tra quelle affidate alla voce di tenore.  Perseguitato come ebreo,  odia i cristiani e per realizzare la sua vendetta nei confronti del cardinale si spinge fino  a sacrificare la vita di Rachel, figlia naturale del prelato da lui salvata e cresciuta.  Un modello di vendetta inesorabile che sarà poi ripreso da Verdi nel finale del Trovatore,  ugualmente conciso e forse per questo anche più terribile.
Come costruzione teatrale e qualità della musica, si tratta forse del lavoro più riuscito tra  quelli impostati sul modello del grand opéra. L´opera infatti, pur di esecuzione non  è frequentissima in quanto molto complessa e difficile, non è mai uscita del tutto dal repertorio   e moltissimi grandi tenori sono stati attirati dall´affascinante figura di Eleazar.  Tra gli interpreti del Novecento, basta fare i nomi di Enrico Caruso (di cui questa fu la sua  ultima interpretazione e anche il suo addio alle scene), Giovanni Martinelli, Richard Tucker e,  ai giorni nostri, Josè Carreras e Neil Schicoff.
La produzione della Staatsoper Stuttgart era stata molto apprezzata dal pubblico tre anni fa e anche in  questa ripresa ha avuto un successo notevole. Merito innanzitutto della messinscena di Jussi  Wieler e Sergio Morabito, logica, intelligente e innovativa senza forzare o stravolgere  il  significato del testo.  Questa è una prerogativa degli spettacoli messi in scena dalla coppia,  che qui a Stoccarda sono stati numerosi e sempre accolti da grandi consensi di pubblico.  La regia attualizza il conflitto interreligioso ambientando l´opera durante il nazismo e  Morabito ha spiegato di aver preso lo spunto da due fotografie di una manifestazione  tenutasi a Costanza nel 1938, durante la quale gli ebrei furono costretti a sfilare indossando  per dileggio delle maschere ridicole, chiamate in tedesco Pappenmasken.  Questa citazione viene realizzata nel finale del terzo atto e nel pogrom che apre il quinto,  prologo alla catastrofe finale. Come sempre avviene nelle regie di Wieler e Morabito, la  narrazione è chiara e logica e la recitazione curata e senza eccessi. Un bello spettacolo,  che dimostra come si possa benissimo fare una regia moderna senza stravolgere le  caratteristiche drammaturgiche del testo originale e senza prevaricare la musica.
Di ottimo livello anche la parte musicale, per merito innanzi tutto del direttore Sébastian  Rouland, che qui da noi ha appena riscosso un grande successo personale con la sua  interpretazione de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel. Una direzione  eccellente per la capacità di evocare il senso del grande affresco storico, stilisticamente  adeguata e perfetta nell´assecondare le esigenze del canto. Una prova di notevole  rilievo, tra le migliori che mi sia capitato di ascoltare in questo repertorio, ottimamente  assecondata dalla prova eccellente dell´orchestra e del coro preparato da Michael Alber.
Il cast era il medesimo delle prime rappresentazioni, ad eccezione del protagonista. Al  posto di un Chris Merritt generoso ma ormai vocalmente molto al di sotto delle esigenze di  questo difficile ruolo,  è subentrato il tenore francese Gilles Ragon, che ha esibito una  notevole sicurezza e un fraseggio di buona personalità e incisività, superando abbastanza  agevolmente tutti i numerosi passi scabrosi della parte e riuscendo a rendere in maniera  efficace la difficilissima scena finale del quarto atto, eseguita integralmente con la  celebre aria “Rachél, quand du Seigneur”  seguita da una cabaletta. di tessitura molto  impegnativa.  Il soprano russo Tatiana Pechnikova ha confermato la bella prestazione di tre anni fa,  impersonando la protagonista con notevole sicurezza vocale e accenti ispirati, in  particolare nel secondo atto. Lo stesso si può dire del basso cinese Liang Li, uno degli  elementi più validi dell´ensemble della Staatsoper, dotato di una voce ampia e facile,  che in questo ruolo ha dato una delle sue interpretazioni più convincenti.  Di nuovo positiva anche la prova di Catriona Smith, una delle cantanti più amate dal  pubblico di Stoccarda, che come Eudoxie ha sfoggiato la sua coloratura impeccabile,  frutto di una eccellente preparazione professionale che qui a Stoccarda le ha reso  possibile affrontare tutti i ruoli virtuosistici del repertorio.  Nel ruolo di Leopold, il principe fidanzato di Eudoxie che si finge israelita per sedurre  Rachel, questa volta abbiamo ascoltato il venticinquenne tenore russo Dmytri  Trunov, voce forse ancora un po´acerba ma molto dotata come estensione e sicuramente  di caratteristiche assai promettenti, molto efficace in particolare nella Serenata del primo atto.  Complessivamente uno spettacolo godibilissimo e un´interpretazione assai ben realizzata  di un´opera musicalmente e drammaturgicamente di grande valore.  Grande successo di pubblico per tutti gli interpreti.

 

Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart

Come penultimo nuovo allestimento di questa stagione, la Staatsoper Stuttgart ha presentato l’ oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno Continua a leggere “Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart”

Ricordo di Giuseppe Patanè

Il 29 maggio 1989 moriva a München il maestro Giuseppe Patanè, colpito da infarto cardiaco sul podio della Staatsoper durante una recita del Barbiere di Siviglia. Lo stesso tragico destino riservato a Giuseppe Sinopoli, dodici anni dopo.
Giuseppe Patanè era uno dei maggiori direttori d’ orchestra della sua epoca. Anche se in Italia il suo valore non era adeguatamente apprezzato, all’ estero era considerato una delle migliori bacchette, e non solo nel campo operistico. Purtroppo la sua scomparsa avvenne proprio quando il mondo musicale italiano stava cominciando a tenerlo in adeguata considerazione. Nei mesi successivi alla sua morte, infatti, avrebbe dovuto assumere la direzione stabile dell’ Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia.
In ricordo del maestro voglio riproporre questo articolo commemorativo scritto da Rodolfo Celletti.
Chi volesse approfondire la conoscenza del pensiero musicale del maestro, può rileggersi questa intervista

Giuseppe Patané è morto a cinquantasette anni. Ed è morto sul podio, mentre dirigeva. Sul podio, in un certo senso, era anche nato. Il padre, Franco Patané, era stato un direttore d’orchestra di qualche merito.
Pochi sanno, di Giuseppe Patané, che in teatro esordì come cantante. Napoletano, era fanciullo cantore del coro del San Carlo quando, nel 1946, quattordicenne, sostenne una parte solistica, quella di Geppino, in un’opera nuova di Jacopo Napoli, Miseria e nobiltà. Era già allievo del Conservatorio San Pietro a Majella. Studiò direzione d’ orchestra, impugnò per la prima volta la bacchetta, in uno spettacolo d’opera, nel 1951, ancora a Napoli. L’ opera era la Traviata, Giuseppe Patané aveva soltanto diciannove anni.
Il teatro dell’ esordio non era però il San Carlo. Per giungere al maggior teatro della sua città, Giuseppe Patané dovette attendere l’ estate del 1962 e la stagione organizzata dal San Carlo all’ Arena Flegrea. L’ opera fu la Madama Butterfly. Nel maggio del 1963, poi, Patané diresse al San Carlo il Rigoletto. Da allora, fino a tempi recentissimi, è stato uno dei direttori più assidui, nel teatro napoletano.
Per la verità, i primi anni di carriera non furono brillanti, riservarono a Patané molti teatri periferici, in Italia e all’ estero. All’ Opera di Roma giunse nel 1964 con la Madama Butterfly, alla Scala nel 1970 con il Rigoletto e il Don Carlo. Ma nel frattempo s’ era affermato anche all’estero. Nel 1961 aveva iniziato un rapporto con la Deutsche Oper di Berlino destinato a protrarsi per molti anni. Nel 1971 diresse per la prima volta all’ Opera di Amburgo, ma già da qualche tempo era comparso alla Staatsoper di Vienna, al Covent Garden di Londra, al Metropolitan di New York.
Ormai lo si considerava come una delle bacchette più versate nel repertorio operistico italiano ed era ospite dei maggiori teatri del mondo. Anche di recente la sua attività internazionale seguiva un ritmo serratissimo. Questo, per quanto riguarda i dati biografici essenziali, è tutto.
La statura del musicista era per molti aspetti eccezionale. Patané vantava anzitutto una memoria mostruosa. Per molte partiture del repertorio italiano era una sorta d’ archivio vivente. Si narra che, all’ inizio della carriera, trovandosi in uno sperduto teatro straniero, ricostruisse a memoria le parti strumentali della Boheme, non essendo giunte a destinazione quelle richieste dall’ impresariucolo che aveva organizzato le recite. La memoria, tuttavia, non era che un aspetto del singolare congegno musicale che Patané incarnava. Altrettanto eccezionali erano l’ istinto e la sensibilità. Coglieva il rapporto fra situazione scenica, contesto strumentale e vocalità con un’immediatezza che sorvolava qualsiasi problematica. Aveva anche un gesto ampio, incisivo, eloquente che, morbido o imperioso che fosse, andava sempre a segno per chiarezza e forza di suggestione. Conosceva il respiro dei fraseggi vocali, guidava le orchestre lungo la rotta d’ una dinamica che poteva abbracciare i pianissimi più tenui e i fortissimi più intensi senza distorsioni di suono e con un senso del ritmo e una capacità e una tempestività di interventi, negli imprevisti del palcoscenico o della buca, attuati con la massima semplicità.
Pochi mesi prima che Patané morisse, una zanzarina che ronza su un quotidiano milanese mi diede sulla voce. «Ma come! Loda Patané che alla critica piace poco e stronca un Böhm». Capirai che termine di paragone! Chi non apprezzava Patané? La critica che si fa provinciale per non sembrare provinciale; e che inoltre, diffidando del proprio orecchio e delle proprie nozioni, non osa censurare le cosiddette celebrità, anche quando la loro fama è usurpata.
Ma Patané era un grande direttore. L’ ha scritto di recente anche Maurizio Papini e ritengo che lo scriverebbero – se gia non l’hanno scritto – un Isotta o un Foletto. Magari con alcune riserve da me condivise. Non ho mai conosciuto Giuseppe Patané. L’ unico contatto è stata una telefonata di alcuni anni fa. Troppo poco per poter parlare dell’uomo in prima persona. Ma è notorio che Patané non si curava minimamente di sfoggiare l’ “allure”, il tono, il sussiego del grande direttore. Anzi, il contrario. E per questo si tendeva a sottovalutarlo. Gli mancava anche il cosiddetto perfezionismo. Piuttosto scettico, a volte abbonava a certe orchestre una parte delle prove. Tanto, diceva, più di questo non renderanno mai. Spesso aveva ragione, qualche volta torto.
Il suo stesso rendimento poteva essere altalenante per mancanza di concentrazione nell’imminenza d’ una recita. Anche perché amava vivere a modo suo. Gli accadeva poi di accettare la direzione di edizioni di opere il cui esito appariva pregiudicato in partenza e d’ essere quindi coinvolto in recite disastrate. In tempi più recenti, però, era divenuto più cauto. Ne è una prova la rinuncia alla Luisa Miller allestita quest’ anno dalla Scala.
Come chi sia, quando voleva Giuseppe Patané aveva veramente la statura del grande direttore d’ opera. Negarlo perché non s’ atteggiava a santone del podio sarebbe iniquo, oltre che sciocco.

Rodolfo Celletti