Parsifal alla Staatsoper Stuttgart

parsifal
La nuova produzione del Parsifal di Wagner, allestita dal regista spagnolo Calixto Bieito e diretta da Manfred Honeck, era sicuramente lo spettacolo più atteso della stagione alla Staatsoper di Stoccarda. Le violente contestazioni degli spettatori alle prime due recite costituiscono una ulteriore dimostrazione del fatto che anche il pubblico tedesco sembra cominciare a non poterne davvero più degli eccessi del Regietheater. Lo dimostrano i fischi con cui sono stati accolti, negli ultimi tempi, spettacoli come il Fliegende Holländer a Leipzig, l’ Aida qui a Stuttgart, il Lohengrin e il Don Giovanni a München. E l’ esasperazione del pubblico può ben essere compresa, visto che, a forza di cercare trovate con cui stupire a tutti i costi, i registi d’ opera in Germania stanno veramente oltrepassando i limiti. Calixto Bieito aveva firmato qui da noi già due produzioni abbastanza controverse, la Fanciulla del West e Der Fliegende Holländer, quest’ ultimo immaginato come l’ incubo di un uomo d’ affari dei nostri tempi stressato dalle disavventure accadutegli nei suoi viaggi. Una produzione accolta con parecchie perplessità dal pubblico e dalla critica, come nel caso di questo Parsifal. Il fatto è che il signor Bieito, a differenza dei registi moderni che cercano di reinterpretare la storia originale del pezzo di cui si occupano, va addirittura oltre, perchè nelle sue produzioni ignora completamente la vicenda dell’ operadi cui è chiamato a occuparsi e ce ne racconta un’ altra, immaginata da lui. Così nella sua concezione il Parsifal diventa una storia di homeless metropolitani che vivono sotto ai ruderi di un cavalcavia e si dedicano a pratiche sadomaso, il cui significato non mi è chiaro e, semplicemente, non mi interessa neanche approfondire. In un’ intervista rilasciata durante le prove al Frankfurter Allgemeine Zeitung, Calixto Bieito ha dichiarato che tutta la sua concezione della religione cattolica è stata influenzata dalle molestie sessuali subite durante la sua infanzia in un collegio di gesuiti. Con tutta la nostra comprensione, cosa interessa a noi dei suoi casi privati e perchè tutto questo deve far parte della sua concezione scenica del capolavoro di Wagner?  E cosa significano tante trovate gratuite come quella di Kundry incinta (ma di chi, poi?) al terzo atto e quella di Parsifal che, vestito come un angelo da processione paesana, con al collo una croce, un candelabro ebraico a sette braccia e un busto di Wagner, viene trasportato al rito conclusivo su un trolley da aereoporto? Potrei continuare ancora ad elencare tutte queste demenzialità gratuite, ma preferisco fermarmi qui. La concezione scenica di Bieito è stata ben sintetizzata in poche parole dal critico del Badische Zeitung di Karlsruhe: “Doch dann passiert das, was bei Bieito nahezu immer passiert: die barbarische Zerstörung eines Konzepts durch billigen Exhibitionismus”. Tradotto in italiano: “Ma poi accade quello che nel caso di Bieito succede sempre: la barbarica distruzione di un concetto artistico tramite un esibizionismo da quattro soldi”. Molto ben detto, e personalmente sottoscrivo in pieno.
Come già accennato, il pubblico ha solennemente fischiato tutta questa baracconata alla prime due recite, tributando invece meritati consensi agli esecutori, che hanno offerto tutti una prova di altissimo livello. Un’ esecuzione musicale pienamente degna della grande tradizione wagneriana di Stoccarda, teatro che qualche decennio fa si era guadagnato la definizione di “Winter Bayreuth” per il livello dei suoi allestimenti wagneriani.
Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor della Staatsoper, firma in questa circostanza la sua direzione orchestrale più completa tra quelle ascoltate finora qui da noi. Un’ interpretazione tesa, drammatica, di una violenza fonica a volte sfiorante l’ espressionismo, con una varietà di tempi e colori assolutamente splendida. Forse le scene del tempio soffrivano un po’ di questa concezione, ma il secondo atto è stato reso con un crescendo drammatico e una tensione narrativa assolutamente eccezionali. Splendida la prestazione dell’ orchestra e soprattutto del coro preparato da Michael Alber, oltretutto duramente impegnato anche sul piano scenico, capace di scolpire con straordinaria plasticità le grandi arcate sonore delle scene del Graal.
Di alta qualità anche la compagnia di canto, ben superiore per esempio a quelle alternatesi negli ultimi anni a Bayreuth in quest´opera. Christiane Iven, già molto applaudita qui da noi quest’ anno come Marschallin nella nuova produzione del Rosenkavalier, ha interpretato Kundry con una fraseggio ricco di bellissime intuizioni e un sicuro dominio della tessitura del ruolo. Il basso finlandese Johann Tilli è stato un Gurnemanz autorevole per peso vocale e incisività di declamazione. Gregg Baker, baritono americano di colore, ha plasmato un Amfortas giustamente piagato e introverso, efficace soprattutto nellla scena conclusiva. Claudio Otelli, baritono austriaco da molti anni membro stabile della Wiener Staatsoper, ha reso bene la perversità e gli accenti quasi espressionistici di Klingsor.
Il ruolo di Parsifal era affidato al tenore americano Andrew Richards, un artista conosciuto anche in Italia per le sue frequenti esibizioni all’ Arena di Verona, e che in questa occasione faceva il suo debutto in un ruolo wagneriano. La voce è di timbro gradevole e ben emessa, e la sua interpretazione è stata convincente nel delineare un protagonista giovanile e dal fraseggio vario e appropriato. Bella anche la prova del veterano Matthias Hölle come Titurel.
Accoglienze, come si è detto, trionfali per la parte musicale, e dure contestazioni agli autori della messinscena.

Turandot alla Staatsoper Stuttgart

In attesa della nuova produzione del Parsifal firmata da Calixto Bieito, la Staatsoper di Stoccarda propone in questo periodo una serie di riprese di titoli di repertorio, tra cui la Turandot nell’ allestimento ideato nel 1997 da Nicolas Brieger.

Questa ripresa aveva il suo motivo di interesse principale nella presenza del giovane direttore slovacco Juraj Valcuha, recentemente nominato direttore stabile dell’ Orchestra RAI di Torino, che debuttava in questa occasione sul podio della Staatsoper.

Il giovane maestro ha dimostrato di possedere notevoli qualità tecniche e una personalità interpretativa ragguardevole. La sua interpretazione dell´ultimo capolavoro pucciniano è stata vibrante e accesa nei colori, con un taglio esecutivo chiaramente volto a mettere in evidenza gli aspetti novecenteschi della scrittura. Tinte orchestrali sgargianti e spesso aspri,quasi stravinskiani, tempi in genere molto mossi e notevole grandiosità nel trattamento delle pagine corali. Valcuha ha sfruttato al meglio le notevoli qualità dell´orchestra e del coro, e si è rivelato preciso e sicuro nell´accompagnare e sostenere i cantanti. Una prova di notevole rilievo, che conferma tutto quello che si va dicendo di buono su questo giovane direttore, atteso nei prossimi mesi da una serie di impegni importanti, tra cui una nuova produzione de L’ Elisir d’ amore alla Staatsoper di Monaco, con Rolando Villazon protagonista.

La compagnia di canto comprendeva alcuni dei migliori elementi membri stabili dell’ ensemble della Staatsoper. Turandot era il soprano bavarese Barbara Schneider-Hofstetter, Hochdramatisch Sopran della nostra compagnia, apprezzata interprete di ruoli wagneriani come Senta, Elsa e Isolde. Si tratta di una cantante che possiede mezzi vocali notevoli per volume e squillo, perfettamente in gradi di dominare l’ aspra tessitura del ruolo di Turandot, affrontata con sicurezza e risolta in maniera egregia nel fraseggio.

Nella parte di Liù abbiamo ascoltato la giovane armena Karine Babajanyan, attualmente forse l’ elemento di maggior classe dell’ ensemble di Stuttgart, che in questi ultimi due anni ha riscosso grandi successi come Cio Cio San, Tosca e soprattutto Tatjana in Eugene Onegin, probabilmente una delle più belle interpretazioni ascoltate di recente in questo teatro. Al suo debutto nel ruolo di Liù, la Babajanyan ha confermato di essere un’ artista di grande classe vocale ed interpretativa, che può tranquillamente puntare ai grandi palcoscenici. Molto ben cantate le due arie, con accenti particolarmente ispirati nella grande scena del terzo atto.

Calaf era affidato al tenore coreano Ki-Chun Park, professionista di grande sicurezza ed affidabilità, in possesso di una voce forse non particolarmente attraente dal punto di vista timbrico, ma ben controllata, con un settore acuto notevole per squillo e penetrazione.

Molto buona anche la prova nel ruolo di Timur del basso cinese Liang Ling, un altro elemento di grandi capacità professionali e interprete duttile di ruoli assai diversi tra loro.

Buono anche il terzetto delle maschere, con una menzione particolare per il Ping del giovane baritono austriaco Miljenko Turk.

La messinscena di Nicolas Brieger, basata su scene molto schematiche ideate da Hermann Feuchter, è di taglio decisamente espressionistico, con un´atmosfera richiamante la schönberghiana Erwartung. Molto ben calibrati gli effetti di luce e assai efficace la condotta delle masse. Tenendo conto della tendenza trash di certo Regietheater in voga qui da noi, questa è una produzione che possiede una sua più che dignitosa cifra stilistica e si lascia ancora guardare con piacere.

Successo assai caloroso per tutti.

Lucia di Lammermoor a Stuttgart

Lucia_02Un caloroso successo di pubblico ha accolto il nuovo allestimento della Lucia di Lammermoor, che ha inaugurato la stagione qui alla Staatsoper di Stuttgart. Quest’ aRosnno il programma prevede, tra le altre cose, nuovi allestimenti di RosenkavalierParsifal Katja Kabanova oltre appunto a quello del capolavoro donizettiano, assente da queste scene da una trentina d´anni. Il repertorio belcantistico non occupa una posizione di primo piano nei cartelloni dei teatri tedeschi, e la Staatsoper con questa produzione ha portato senz’ altro un contributo importante in questo settore. Lo spettacolo era affidato, per la parte visiva, alla regista berlinese Olga Motta, che qui aveva già firmato nel 2006 l’ elegante allestimento del Lucio Silla in occasione dell’ anniversario mozartiano, una produzione assai apprezzata da critica e pubblico. Senza indulgere agli eccessi tipici di certo Regietheater tedesco, Olga Motta ha impostato lo spettacolo su scene essenziali e suggestivi effetti di luce, riuscendo a creare un’ atmosfera perfettamente intonata al contenuto drammatico della vicenda e rispettosa dei contenuti musicali,
Lucia_03in perfetta sintonia con il lavoro del direttore d’ orchestra Patrick Fournillier. Conosco e apprezzo da molti anni il maestro francese, una bacchetta esperta e capace di sostenere i cantanti e ricavare da essi il meglio, qualità assolutamente essenziale per un direttore d’ opera. Fournillier in questo caso ha svolto un ottimo lavoro di concertazione riuscendo a trovare colori orchestrali perfettamente adatti all’ atmosfera delcapolavoro donizettiano, cosa non proprio facilissima con un’ orchestra come quella della Staatsoper, di buonissime capacità ma per forza di cose non avvezza a questo repertorio. Una narrazione intensa e serrata ed un sostegno perfettamente appropriato alle arie solistiche erano le caratteristiche salienti di una direzione capace di imprimere un marchio di grande personalità allo spettacolo. Fournillier ha riaperto diversi tagli di tradizione (forse era il caso di andare fino in fondo ed eseguire anche la scena della torre che apre il terzo atto) e soprattutto ci ha fatto ascoltare, nella scena della pazzia, la Glassharmonika prevista nella partitura autografa ad accompagnare il canto della protagonista, e che per tradizione di solito viene sostituita dal flauto. Era la prima volta che facevo questa esperienza d’ ascolto dal vivo (per chi fosse interessato a scoprire l’ effetto, esso è presente nell´incisione discografica ABC diretta da Thomas Schippers) e devo dire che, in effetti, questo strumento rende con molta maggior efficacia l’ atmosfera della follia, creando un’ astrattezza timbrica surreale che si integra perfettamente con l’ espressione vocale della protagonista.
Come sempre da noi, la compagnia di canto era formata da elementi giovani, con una coppia di protagonisti entrambi intorno ai 30 anni. Lucia era interpretata dal soprano macedone Ana Durlovski, una voce di bella qualità timbrica e buona impostazione, facile nei sovracuti (ha in repertorio la Regina della Notte, eseguita anche alla Staatsoper di Berlino e alla Wiener Staatsoper) ma corposa nel registro centrale e capace di superare molto bene tutte le asperità virtuosistiche della parte, comprese le agilità cromatiche del duetto col baritono, di solito omesse nelle esecuzioni correnti . La scena della pazzia, cantata in maniera intensa ed espressiva, ha riscosso una vera ovazione di pubbllco. Suo partner era il ventinovenne tenore ucraino Dmytro Popov, vincitore nel 2007 del Concorso Operalia di Parigi. Voce dal timbro importante e abbastanza ben impostata, anche se c’ è qualcosa da rifinire per quanto riguarda l’ efficacia dell´accento. Il giovane cantante, in ogni modo, ha dimostrato di saper ricavare buone dinamiche dal suo strumento, particolarmente nell’ aria finale, eseguita con belle mezzevoci.
In complesso, due artisti che meritano di essere seguiti con attenzione e che potrebbero avere una carriera interessante, se sapranno gestirsi adeguatamente. Tito You, baritono coreano ben conosciuto dal nostro pubblico per le sue belle intepretazioni del Conte di Luna nel Trovatore e di Jack Rance nella Fanciulla del West, ha impersonato Enrico con una voce come sempre ben impostata e con un fraseggio efficace e significativo. Il basso cinese Liang Li , altro elemento stabile del nostro ensemble, ha interpretato con saldezza di mezzi e la consueta grande professionalità il ruolo di Raimondo, confermando la sua grande versatilità che lo ha reso capace di impersonare qui da noi ruoli assai diversi tra loro come ad esempio Ramfis, König Marke, Gremin e Brogni. Come sempre, ottima la resa dell’ orchestra e del coro preparato da Michael Alber, complessi artistici considerati del resto tra i migliori del mondo teatrale tedesco.
Il pubblico ha dimostrato di apprezzare le qualità di questa produzione, con applausi intensi a tutti gli interpreti.

Aida a Stoccarda

La stagione operistica qui sta per terminare, e la Staatsoper ripropone alcune recite della nuova produzione di Aida, lo spettacolo inaugurale di quest’ anno. Liquidiamo immediatamente in due battute la regia, semplicemente orrenda e del resto duramente contestata da pubblico e critica alla prima. Purtroppo dovremo sorbircela ancora a lungo, perché qui non siamo in Italia ed é impensabile disfarsi di un allestimento prima di averlo utilizzato per almeno 40 – 50 recite.

Protagonista era ancora Maria José Siri, arrivata a questa ripresa direttamente dal successo ottenuto alla Scala nello stesso ruolo, sotto la direzione di Daniel Barenboim. La cantante uruguaiana si é confermata una delle migliori Aide del momento, nonostante la voce obiettivamente un po’ lirica per le esigenze della parte. Il canto é comunque molto corretto ed il fraseggio incisivo e partecipe, e la sua interpretazione é stata di nuovo premiata da un grande successo personale. La Siri riprenderá il ruolo qui anche l’ anno prossimo e si esibirá anche nel Trovatore, opera che mi interessa molto ascoltare da lei. Radamés era ancora Hector Sandoval, un tenore messicano che qui in Germania gode di buona fama. La voce e la tecnica ricordano vagamente Richard Tucker, il canto é ben proiettato e gli acuti sicuri e timbrati. Anche lui tratteggia un Radamés liricheggiante e di non elevato peso vocale ma rispetto a Fraccaro o Licitra, normalmente titolari della parte nei teatri italiani, siamo obiettivamente su un altro livello di resa. Questo é un altro dei cantanti attivi da noi che potrebbero tranquillamente esibirsi nei teatri italiani, se solo qualcuno dei responsabili si accorgesse della loro esistenza. Molto buona anche l’ Amneris del poco piú che trentenne mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, una delle cantanti piú apprezzate dal nostro pubblico per la bellezza della voce e il temperamento. Amonasro e Ramfis erano interpretati da due artisti cinesi membri stabili dell’ ensemble di Stoccarda, il baritono Yalun Zhang e il basso Liang Li, entrambi professionisti validi e sempre affidabili nella resa. Liang Li, tra l’ altro, ha riscosso l’ anno passato un grande successo personale nel ruolo del Cardinal Brogni de La Juive.

Il direttore austriaco Manfred Honeck, dallo scorso anno Generalmusikdirektor del teatro di Stoccarda, disponendo di due protagonisti di dimensione piú lirica che drammatica ha impostato di conseguenza una direzione dalle sonoritá asciutte e spesso attutite. C’ è da dire, per voi che non lo sapete, che il teatro di Stoccarda puó contare su un’ orchestra eccellente e su un magnifico coro, piú volte premiato dalle riviste specializzate come il migliore nell’ ambito dei teatri tedeschi. Insomma, una serata molto piacevole per le orecchie… per gli occhi magari un po’ meno, ma io personalmente preferisco sempre cosí piuttosto che il contrario.

Joshua Bell a Stuttgart

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Foto ©Helsingin kaupunginorkesteri

Circa un anno fa, ho raccontato qui le impressioni ricevute dalla scoperta, attraverso un documentario televisivo, di quello che ritengo essere, senza ombra di dubbio, il piú grande violinista dei nostri tempi. Continua a leggere “Joshua Bell a Stuttgart”

Eugenj Onegin a Stuttgart

Devo dire innanzi tutto che amo molto l’ atmosfera della Staatsoper di Stuttgart. Per un melomane di lungo corso come me, é un piacere trovarsi in un teatro dove si percepisce prima di tutto la voglia di sentire musica. Facilità di accesso estrema, senza le traversie che occorre fare in Italia per procurarsi un biglietto, pubblico assolutamente privo di spocchia vipparola ed una forte presenza di giovani e giovanissimi, tutti animati da una sana curiositá, come il gruppo di adolescenti che occupava i posti vicini al mio venerdí sera, i quali appena hanno individuato che ero un appassionato hanno cominciato a tempestarmi di domande sull’ opera e sull’ autore, in un modo che faceva intuire la voglia di saperne di piú su quel che stavano vedendo. Tutto questo contribuisce a restituirti le condizioni d’ animo necessarie per gustarsi una serata all’ opera. Dal punto di vista artistico, la Staatsoper è un teatro organizzato secondo il sistema tedesco dell’ ensemble e preferisce lavorare con cantanti giovani, cosa che io trovo assai lodevole. Il cast dell’ Eugenj Onegin che ho visto venerdí sera era composto di elementi tutti intorno ai trent’ anni di età i quali, guidati da un direttore forse non geniale, ma molto esperto, ci hanno fatto ascoltare un’ esecuzione notevole per slancio e freschezza, con alcuni punti veramente eccellenti. Naturalmente il lato negativo nelle cose c’ è sempre e qui, come nella quasi totalitá dei teatri tedeschi, é costituito dagli allestimenti improntati al cosiddetto Regietheater, del quale abbiamo avuto giá modo di parlare e che alle volte sono di notevole disturbo. Il bello é che, a sentire la maggior parte degli spettatori, queste cose sembrano essere sgradite anche al pubblico. Comunque, si cerca di sopportare questo fatto, tranne quando i registi veramente esagerano in assurditá. Qui a Stuttgart, devo citare come esempi estremamente negativi la Fanciulla del West e il Fliegende Holländer messi in scena da Calixto Bieito e la recente Aida di Karsten Wiegand, di cui ho già riferito e che è stata duramente censurata anche dai giornali locali.

Per quanto riguarda l’ opera di Tschaikowsky, la Staatsoper ha affidato la regia a Waltraud Lechner, che nel teatro lavora come direttore degli allestimenti scenici e che si é fatta apprezzare per la sua elegante messinscena dell‘ Idomeneo. La Lechner, in collaborazione col Dramaturg del teatro, Sergio Morabito, ha immaginato di ambientare la vicenda come una storia di nuovi ricchi nella Russia postsovietica. Una scena praticamente unica, ideata da Kazuko Watanabe, funge nei primi due atti da struttura portante di una villa comprata da Larina, la madre delle due ragazze da marito, la quale, dopo i lavori di restauro, inaugura la proprietá con uno sfarzoso party, quello che apre il secondo atto. Dopo la scena del duello, per il terzo atto ci troviamo in un’ esclusiva stazione di sport invernali, dove la società dei nuovi ricchi trascorre le vacanze. Tra essi naturalmente si trova Tatjana, che ha consolidato la sua posizione sociale grazie al matrimonio con Gremin. Devo dire che, fatto salvo il cambio di ambientazione, l’ allestimento era abbastanza gradevole e la regia sobria e senza eccessi. Peccato solo per una caduta di gusto: realizzare il duello tra Onegin e Lenskj come una sfida alla roulette russa non mi è parso opportuno, e l’ atmosfera drammatica della scena ne ha sofferto in maniera evidente. Comunque era uno spettacolo che si lasciava guardare senza grossi fastidi, soprattutto nè lambiccato nè troppo cerebrale.

La compagnia di canto, come ho detto, era estremamente gradevole ed equilibrata in tutti i ruoli. Karine Babajanyan, giovane soprano armeno che da cinque anni lavora con l’ ensemble della Staatsoper, ha delineato una Tatjana impulsiva e vibrante, facendoci ascoltare una voce di bel timbro ed estremamente ben controllata. La ventisettenne Tajana Raj, mezzosoprano di Norimberga che l’ anno scorso ha riscosso un grande successo personale come Idamante, ha impersonato Olga, confermando di essere una delle voci piú promettenti della compagnia. Il basso Liang Lin ha interpretato Gremin con una voce molto piú morbida e controllata rispetto all’ Aida. Nel ruolo di Onegin, il baritono giapponese Shigeo Ishino ha evidenziato gradevoli mezzi vocali e notevoli doti interpretative, sottolineando molto bene l’ evoluzione psicologica del giovane aristocratico blasé e disincantato che al terzo atto si ritrova innamorato infelice della donna che aveva respinto. Ma la vera sorpresa della serata ce l’ ha fornita il tenore russo Roman Shulackoff, non ancora trentenne, debuttante nel nostro teatro, che ha cantato Lenskj con una voce bellissima e sorretta da una tecnica giá ragguardevole. La celebre aria del secondo atto, eseguita con ottime mezzevoci, fraseggio appassionato e acuti squillantissimi, ha strappato un’ ovazione al pubblico. Buone anche le caratterizzazioni di Cornelia Wulkopf come Filipjewna e Heinz Göhrig come Triquet.

Sul podio, dopo la prima recita che si è svolta con il solo accompagnamento pianistico a causa di uno sciopero dell’ orchestra (ebbene sì, queste cose succedono anche in Germania ogni tanto…) c’ era Marc Soustrot, direttore di notevole mestiere e concertatore molto consapevole, ma dalla personalità intepretativa un po’ pallida. In una intervista pubblicata sul programma di sala, il maestro francese si soffermava a lungo sulla raffinatezza della scrittura di Tschaikowsky e sulla varietá dinamica della partitura. Siamo perfettamente d’ accordo, ma non bisogna dimenticare che Onegin è anche un’ opera di sentimenti al calor bianco e di passioni a volte esasperate e questo aspetto, nella direzione di Soustrot, è rimasto un po’ in ombra. Nella scena della festa, culminante nel concertato della sfida, e nel duetto finale, si sentiva davvero la mancanza di una bacchetta con un po’  piú di passionalitá. Ad ogni modo, una direzione sicura e sagace nel sostenere i cantanti, e questo era già qualcosa di positivo. In complesso una serata molto gradevole, con la scoperta di un tenore di cui sono sicuro che sentiremo presto ancora parlare.

Aida a Stuttgart: sentire e non vedere

L’ ascolto di un paio di recite del nuovo allestimento di Aida qui alla Staatsoper di Stoccarda é stato un perfetto esempio di come il Regietheater tanto di moda qui in Germania possa, a volte, rovinare un’ esecuzione musicale piú che degna. I giornali di qui hanno censurato duramente la messinscena di Karsten Wiegand e sicuramente con molte ragioni. Ci siamo ormai rassegnati alle trasposizioni d’ epoca, a patto che esse abbiano una loro logica e che non stravolgano i meccanismi drammaturgici della vicenda. Questo é proprio quel che é successo nell’ allestimento di Wiegand, che dell’ Aida riteneva solo l´aspetto militaresco, con una sovrabbondanza di uniformi in stile dittatura sudamericana, e cancellava completamente l’ aspetto esoticheggiante dell’ opera e il conflitto tra amore ed oppressione di potere che sta alla base della trama. Non mi addentro in particolari se non per sottolineare la rara bruttezza delle scene di Bärbl Hohmann, forse adatte ad un Wozzeck, e l’ illogicitá assoluta dei movimenti scenici, che hanno letteralmente mandato a picco la scena del tempio e quella del trionfo. Era meglio dunque concentrarsi sull´esecuzione musicale, che senza arrivare a punte stratosferiche é stata sicuramente di ottimo livello. Merito soprattutto di Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor del nostro teatro, che ha proposto una lettura nervosa ed intensamente drammatica dell´opera, servito al meglio dai complessi della Staatsoper che hanno fornito una prestazione veramente di riguardo, particolarmente il coro, che da noi é di ottima qualitá.La compagnia di canto era dominata dall’ Amneris di Marina Prudenskaja, giovane mezzosoprano russo di voce scura e potente e di notevole temperamento drammatico.Un po’ inferiori alle attese l’ Amonasro di Yalun Zhang, non all´altezza delle sue ottime prove precedenti da noi ascoltate qui come Scarpia e Holländer, e il Ramfis di Liang Li, apparso in difficoltá nel legato. La coppia dei protagonisti era affidata a due giovani cantanti sudamericani, accomunati dal fatto di avere mezzi vocali piú tendenti al lirico che al drammatico, e quindi entrambi a volte in difficoltá nelle scene dove la scrittura verdiana si fa piú tesa. Maria José Siri, soprano uruguaiano, ha evidenziato una voce di bel colore,ma leggera nella prima ottava. Ne é risultata un’ Aida notevole nelle due arie ma opaca nei duetti, dove era costretta a forzare quando la tessitura si faceva grave. Il tenore messicano Hector Sandoval ha una voce che ricorda un po’ quella di Richard Tucker, bene impostata ed emessa con sicurezza, ma forse ancora immatura per la parte di Radamés. Molto buono comunque il suo quarto atto, coronato da un eccellente duetto finale reso da lui e dalla Siri con ottime mezzevoci.
Un’ esecuzione musicale di buon livello, come ho detto, a patto di dimenticarsi di quel che si vedeva sulla scena. Purtroppo qui in Germania occorre spesso comportarsi cosí, e stiamo cominciando a farcene una ragione…Ed ora, aspettiamo il prossimo nuovo allestimento: Eugene Onegin, andato in scena l’ altra sera e che io vedró venerdí 5 dicembre.

Aida a Stuttgart ieri sera

AidaStgtNeu__SIG8443Dopo il consueto mese iniziale dedicato ai titoli di repertorio, la Staatsoper di Stuttgart ha inaugurato ufficialmente la stagione con la nuova produzione di Aida, affidata per la parte musicale al Generalmusikdirektor Manfred Honeck e allestita da Karsten Wiegand. Tra gli interpreti, alcuni membri ben conosciuti del nostro ensemble come il mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, il baritono cinese Yalun Zhang, ottimo Scarpia e Holländer nelle passate stagioni, e il basso Liang Li, anch’ esso cinese e che l’ anno scorso ha riscosso qui un grande successo personale come Cardinal de Brogni ne La Juive.
Protagonista é il soprano uruguaiano Maria José Siri affiancata dal Radamés del tenore messicano Hector Sandoval. Io vedró lo spettacolo la sera del 12 novembre e comunicheró qui le mie impressioni.