Oggi vi propongo una splendida edizione del capolavoro di Mozart, realizzata alla RAI di Milano nel 1960, Continua a leggere “Don Giovanni – RAI 1960”
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Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig: Osmo Vänskä e Menahem Pressler alla Gewandhaus
Anna Costalonga, regolare e sempre graditissima ospite di questo blog, ci riferisce qui di seguito sul concerto della Gewandhausorchester Leipzig diretta da Osmo Vänska, Continua a leggere “Le cronache di Anna Costalonga da Leipzig: Osmo Vänskä e Menahem Pressler alla Gewandhaus”
Fazil Say e la RSO Stuttgart
Ancora una sostituzione sul podio per il quinto appuntamento con la stagione sinfonica della Radio-sinfonieorchester Stuttgart des SWR alla Liederhalle. Anche Neeme Jarvi infatti ha dovuto disdire il suo impegno per motivi di salute. Fortunatamente, anche in questo caso la sostituzione è stata di adeguato livello. Continua a leggere “Fazil Say e la RSO Stuttgart”
Catherine Naglestad
Di fronte alle critiche aspre rivolte agli spettacoli dei grandi teatri, una delle più frequenti obiezioni che vengono rivolte è quella che oggi i grandi cantanti non ci sono più e che bisogna accontentarsi. In realtà, il problema di fondo Continua a leggere “Catherine Naglestad”
Don Giovanni alla Scala
Appena terminato il Don Giovanni che ha inaugurato la stagione della Scala, stavo seriamente pensando a una recensione fatta solo di nove parole:
MI DISPIACE NON HO ABBASTANZA VOCABOLI PER INSULTARVI ADEGUATAMENTE !
Sinceramente parlando, ogni ulteriore commento mi pareva superfluo ed è solo per non essere accusato di disfattismo gratuito che mi sono deciso ad aggiungere qualche ulteriore considerazione. Continua a leggere “Don Giovanni alla Scala”
In ricordo di Sena Jurinac (1921 – 2011)
Sena Jurinac, una delle voci più amate dal pubblico internazionale e una degli artisti che diedero vita alla rinascita della Wiener Staatsoper dopo la seconda guerra mondiale, è scomparsa oggi, pochi giorni dopo aver festeggiato il suo novantesimo compleanno. Continua a leggere “In ricordo di Sena Jurinac (1921 – 2011)”
Claudio Abbado e la Lucerne Festival Orchestra al Festspielhaus di Baden Baden

Foto: Stefanie Schweigert
Il cartellone del Festspielhaus di Baden Baden propone anche quest’ anno una serie di appuntamenti di altissimo livello qualitativo. Nei prossimi mesi, Continua a leggere “Claudio Abbado e la Lucerne Festival Orchestra al Festspielhaus di Baden Baden”
Interpretazione musicale: Die Zauberflöte
Ho trovato queste considerazioni dell´amico Marco Ninci sui commenti a un post dedicato a Die Zauberflöte, su un blog operistico. Con il suo consenso, le pubblico qui perchè ritengo che la qualità delle opinioni di Marco e l´interesse del tema trattato meritino una più ampia diffusione.
Buongiorno, amici. Vorrei aggiungere un´annotazione ai due bei scritti che sono stati dedicati a quella "luce meridiana" (l'espressione è di Mario Bortolotto, risalente al tempo in cui Bortolotto faceva ancora lo storico della musica e non il narciso collezionista di citazioni) che è rappresentata dalla "Zauberflöte" nella storia dell'opera. Ora, io sono completamente d'accordo sul fatto che l'epoca prefilologica delle interpretazioni di quest'opera non assomiglia per niente a un monolite; comprende in sé realtà diverse e perfino opposte. Questo stato di fatto coinvolge proprio una prospettiva storica. Io tempo addietro sono entrato in una vivace polemica con alcuni interventi apparsi su un forum. Essi sostenevano che in una certa epoca si forma un indirizzo interpretativo prevalente il quale, per così dire, assorbe in sé ogni possibile diversità. Si crea in questo modo una sorta di contesto omogeneo il quale, per dirla in termini politici, reprime ogni forma di dissenso. Ora questo storicismo assoluto secondo me è completamente falso; è un modo singolare di guardare il divenire storico, un modo che assomiglia più a Giuseppe Stalin che a Benedetto Croce.
Perché in un periodo storico possono coesistere esigenze interpretative non conformi reciprocamente. Per esempio, Furtwängler e Krauss sono contemporanei; ma fra i loro stili c' è un abisso. In quel forum si sosteneva anche che quello stile prevalente veniva poi superato e reso inattuale da quella cesura su cui si basava l'epoca seguente. Anche su questo argomento io non sono affatto d'accordo. Penso invece le interpretazioni musicali condividano perfettamente il destino delle creazioni artistiche. Come queste ultime nascono nella storia ma sono capaci di parlare al di là della loro epoca, nello stesso modo le interpretazioni veramente grandi nascono in un'epoca ma non si riducono ad essa, esprimono esigenze che hanno le loro radici in un tempo precedente e al contempo sono in condizione di essere contemporanee a un futuro, a qualsiasi futuro. In questo modo la storia perde il suo carattere di necessità lineare e si frastaglia in una ricchezza infinita, come è giusto che sia. Non si possono appiattire i fenomeni che nascono in un'epoca.
Così è per la storia della "Zauberflöte" in epoca prefilologica. Altri giustamente hanno ricordato Klemperer e Furtwaengler. Faccio questo esempio volentieri perché mi ricordo che nel forum, parlando di interpretazione wagneriana, sostenevano il carattere innovativo di Simon Rattle in confronto al passato rappresentato da Klemperer, Furtwaengler e Barenboim. Anche in questo caso agiva l' appiattimento consueto. Lasciamo da parte Barenboim, il cui carattere epigonico è fin troppo evidente. Ma Klemperer e Furtwängler? Mai si videro idee stilistiche più diverse, tant' è che è impossibile riportare l'uno all'altro. Furtwängler, incarnazione dello spirito romantico, fatto di urgenze improvvise ed oasi di pace ultraterrena, "improvvisatorio" nel senso più alto del termine. E però Klemperer. La sua estetica si riporta chiaramente alla "Neue Sachlichkeit" (Nuova Oggettività) di marca hindemithiana, fatta di massima cura dell' architettura complessiva e di analisi spasmodica del dettaglio. A questa estetica si riferiva il filosofo Ernst Bloch in un suo commento a un´ascolto della Carmen diretta da Klemperer alla Krolloper di Berlino negli anni Venti: "Nie brannten wir genauer" (mai ardemmo in maniera più precisa).
Un' estetica che negli ultimi anni di Klemperer era approdata ad un classicismo assoluto, che dava l'apparenza (ma era solo apparenza) di una somparsa dell'interprete; un esempio per tutti, la sublime incisione del "Lied von der Erde" mahleriano. Ma questi stili possono parlare a noi (e a chi non parla il "Fidelio" di Furtwängler?) proprio perché ognuno di loro non pretende di rappresentare monoliticamente un'epoca, è modesto, non ambisce a soppiantare nulla di quanto viene prima e di quanto viene dopo. Analogamente a quanto accade nella creazione musicale; i "Vier letzte Lieder" di Strauss sono esattamente contemporanei delle ultime opere di Schoenberg.
Marco Ninci
Cesare Siepi, 1923 – 2010
Continuano purtroppo i lutti nel mondo della lirica. Dopo Giulietta Simionato e Giuseppe Taddei, dobbiamo registrare anche la scomparsa di Cesare Siepi, la più bella voce di basso del dopoguerra, spentosi ieri ad Atlanta. Superfluo ricordare in questa occasione i pregi di un artista che appartiene a pieno titolo alla ristretta cerchia dei cantanti storici. Voce fuori del comune per qualità timbrica e impostazione tecnica, attore tra i più carismatici mai visti sul palcoscenico, il basso milanese è stato uno degli interpreti più rappresentativi della sua epoca, prendendo parte a produzioni storiche insieme a tutti i maggiori cantanti del suo tempo.
Tra le sue interpretazioni più celebrate, un posto di particolare riguardo spetta a quella di Don Giovanni, di cui resta fortunatamente una documentazione visiva del leggendario allestimento salisburghese diretto nel 1953 da Wilhelm Furtwängler.
Da questo storico spettacolo pubblico tre estratti.
Modernità e convenzioni nel Don Giovanni
L´amico Marco Ninci, già in passato gradito ospite di questo blog, riflette da par suo su alcuni aspetti drammatugici del Don Giovanni.
Un’opinione molto diffusa vede tratti ridicoli nella figura di Don Ottavio; di più, intenzionalmente ridicoli da parte di Mozart. Ecco, io su questa caratterizzazione non sono d’accordo. E penso anzi che nel "Don Giovanni" Mozart raggiunga un equilibrio perfetto nel rappresentare i vari personaggi che nell’opera agiscono. Ora, qual è il senso di questo equilibrio? Non certo quello di un generico classicismo, di un generico stupore per la perfezione senza tempo della scrittura mozartiana. E’ invece un equilibrio inteso nel suo concreto significato drammaturgico. Vale a dire, esso dà vita al fatto che Mozart, a mio parere, non esprime affatto un partito preso in favore di uno fra i due mondi che si contrappongono nell’opera: il mondo di Don Giovanni da una parte e dall’altra il mondo di coloro che volta a volta sono attratti nella sua orbita e da lei si ritraggono, richiamati da uno scrupolo morale incompatibile con l’istitnto erotico proprio del protagonista.Con Leporello a fare da cerniera fra questi due mondi, lui che solo per paura e mediocrità si allontana da Don Giovanni, lui che d’altro canto farebbe ben volentieri quella vita da briccone che ipocritamente rimprovera al proprio compagno di avventure. Un’interpretazione a senso unico di Don Giovanni porterebbe a pensare che questo scrupolo morale sia o retrivo o debole, superato com’è anche storicamente sia dalla licenziosità di costumi propria dell’Ancien Régime sia dal libertinaggio illuminista. In quest’ottica tutti gli altri personaggi verrebbero in qualche modo riassorbiti nella prospettiva appartenente a quel cialtrone di Leporello. Il loro scrupolo morale maschererebbe infatti unicamente il terrore di abbandonarsi ad una passione illecita, con la conseguenza inevitabile di rendere ridicolo Don Ottavio; come può costui pretendere di appellarsi ad una legge morale che è soltanto un sottilissimo velo di ipocrisia, del tutto sordo ai richiami di quell’autorità assoluta che è il Commendatore? Eppure, non mi sembra che le cose stiano proprio così. Penso invece che in Donna Anna, in Donna Elvira, perfino in Zerlina il combattimento fra il richiamo dell’amore lecito e la tentazione di quello illecito sia espressione di una lotta fra due istanze che sono entrambe reali, presenti e forti; e che quindi il timore di Don Ottavio, la sua insistenza, il suo dolore per quello che potrebbe essere avvenuto non siano affatto ridicoli, ma si appellino ad un’esigenza serissima, morale e sentimentale insieme. Ma quello che ho detto non implica che il Don Giovanni sia un’opera in cui appaiono tratti reazionari, reminiscenze stantie di un codice cui appartiene la luce fioca di valori e sentimenti ormai superati. Al contrario. Il Don Giovanni è un’opera modernissima. E questo in una duplice direzione. Da un lato i valori morali di riferimento, lungi dal costituire una ripetizione di archetipi quasi medievali nella loro assolutezza, sono già quelli della borghesia che di lì a poco prenderà il potere; si ricordi a questo proposito la santificazione beethoveniana del matrimonio. D’altro lato la carica vitale del protagonista, uno slancio che sembra travolgere tutto e tutti, preannuncia il romanticismo ed è del tutto incompatibile con le figurine dell’opera napoletana o con gli affetti incarnati in personaggi dell’opera seria. Ma è uno slancio che si arresta, è bene non dimenticarlo, non nella morte che è trasfigurazione d’amore (Wagner), non nell’incendio dei sentimenti che bruciano se stessi nello scontro con un mondo che non può capirli (Verdi), ma nell’incontro con un’autorità cui è estranea la compassione per le debolezze umane. Il finale è proprio questo. Lungi dal costituire una presa in giro delle convenzioni sociali cui obbediscono coloro che sono venuti in contatto con Don Giovanni, è invece un’ultima parola che ribadisce il carattere non convenzionale e anzi tragico di quella morale. Non c’è sbocco pacifico al contrasto fra legge etica ed istinto erotico. Donna Anna, Don Ottavio e Donna Elvira ne avranno il cuore spezzato per sempre. Si salveranno soltanto la sensualità ingenua di Zerlina e Masetto e la cialtroneria di Leporello. E la cosa si spiega: non si tratta di personaggi precisamente kantiani. Con questo si misura l’ errore enorme compiuto da Mahler quando tagliava il finale e faceva terminare l’opera con la morte di Don Giovanni. Rendeva omaggio sì alla statura del protagonista, ma toglieva la favella a tutti gli altri, facendone quasi delle proiezioni della vitalità del gentiluomo sivigliano, proiezioni prive di qualunque autonomia. Eppure a una morale non fondata sull’istinto avrebbe dovuto pensare, lui che tanto si era scandalizzato per un innocuo spacco nel vestito di una cantante durante una brappresentazione dei "Racconti di Hoffmann". Di lì a poco Mozart, nel "Così fan tutte", avrebbe presentato quella che era la sua opera meno proiettata nell’Ottocento, quella nella quale ogni sentimento trascolora nell’altro e non c’è nessun codice superiore a frenarlo; l’unica istanza che opera dall’alto è il malinconico sorriso mozartiano, pieno di umana pietà per ogni sentimento che voglia durare e non dura invece lo spazio di un mattino. Ma questa è un’altra storia. Non è un caso che durante tutto l’Ottocento "Così fan tutte" abbia subito un obnubilamento pressoché totale: e sia risorta soprattutto ad opera di Richard Strauss, il poeta dell’ambiguità erotica di "Salome" e " Der Rosenkavalier".
Marco Ninci
Voglio adesso aggiungere alcune riflessioni personali alla lucidissima analisi esposta da Marco.
Prima di Mozart, la figura di Don Giovanni era stata messa in scena dando maggiore attenzione, più che all´aspetto del libertino amante di belle donne, a quella dell´uomo che sfida la morte invitando un morto a banchettare con lui. Per citare due tra gli esempi più noti, in questo stile la figura del protagonista è delineata nella commedia di Tirso da Molina e nella prima opera musicale che tratta questo soggetto: "L´empio punito" di Alessandro Melani, su testo di Giovanni Filippo Apolloni e Filippo Acciaiuoli, rappresentata per la prima volta a Roma, al Teatro di Palazzo Colonna, il 17 febbraio 1689. Opera, tra l´altro, commissionata al compositore da Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino, che l´aveva fatta sposare col principe Lorenzo Onofrio Colonna per porre termine alla sua relazione con il re di Francia Luigi XIV.
Mozart e Da Ponte, accanto a questo aspetto, approfondiscono e sviluppano altri aspetti della figura del cavaliere sivigliano.
Nella caratterizzazione mozartiana, Don Giovanni è prima di tutto un anticonformista e un ribelle che lancia apertamente la sua sfida alle convenzioni sociali.
Se si guarda attentamente, anche altri personaggi del dramma compiono azioni in contrasto con la morale. Donna Anna ad esempio ammette pubblicamente di ricevere uomini in casa sua di notte: il tentato stupro che è il nucleo generatore della vicenda deriva dal fatto che lei stava aspettando Don Ottavio in camera da letto e fa entrare Don Giovanni perchè lo aveva scambiato per lui.
Donna Elvira si comporta allo stesso modo, essendo stata sedotta e accettando un incontro notturno adescata da una serenata.
Zerlina flirta senza problemi con un altro uomo alla vigilia del suo matrimonio.
La differenza rispetto a Don Giovanni è costituita dal fatto che gli altri personaggi vivono le loro azioni con il rimorso di aver trasgredito le regole morali, mentre il cavaliere non si pone affatto simili problemi. Lo dimostra anche il fatto che tratta il suo servo con familiarità e se ne fa addirittura un complice delle sue imprese.
Ma in estrema sintesi la differenza fondamentale tra il mondo di Don Giovanni e quello dei personaggi che lo circondano è riconducibile ad un solo aspetto. Don Giovanni vive in un eterno presente, non si cura del passato nè del futuro e tutta la sua vita si svolge nella ricerca di nuovi piaceri e nel tentativo irrisolto di trattenere l´attimo fuggente, un po´alla maniera del Faust goethiano. Gli altri personaggi invece sono perseguitati da un passato che ne determina a dirige le azioni. Da ciò la sostanziale incomunicabilità tra questi due mondi, con il servo Leporello a costituire quasi una sorta di ponte tra essi.
Musicalmente, Mozart si pone, come sempre nel suo teatro, in una posizione di imparzialità. Il musicista non giudica mai e non adopera i mezzi musicali come una dimostrazione di tesi etiche e morali predeterminate, a differenza per esempio di un teatro come quello verdiano, nel quale i personaggi esistono in quanto dimostrazioni di principi ferrei.
Può così succedere che la figura del libertino sia tratteggiata in maniera spesso irresistibilmente simpatica, un aspetto di cui si ricorderà Verdi alle prese con il Duca di Mantova: le relazioni tra il depravato sovrano del Rigoletto e Don Giovanni sono state illustrate in maniera perfetta da Pierluigi Petrobelli nel saggio "Verdi e il Don Giovanni:osservazioni sulla scena iniziale del Rigoletto", contenuta negli Atti del I Congresso di studi verdiani.
Mozart, in ogni caso, lascia a noi il giudizio, ed è questa a mio avviso una delle ragioni della straordinaria attualità del suo teatro. Il Romanticismo respingeva questi aspetti preferendo sottolineare ancora una volta in Don Giovanni la figura del peccatore impenitente fulminato dalla giustizia divina. Questo era il senso del taglio della scena finale, praticato durante tutto l´Ottocento, e del rifiuto della cinica morale conclusiva espressa in un bruciante fugato, che archivia semplicemente la fine del protagonista e invita a voltar pagina.
Nel successivo "Così fan tutte", Mozart celebrerà in modo supremo questa filosofia, arrivando a risultati affascinanti nello scrivere una musica di molteplice lettura, che può tranquillamente contraddire o svelare altri significati rispetto a quello che si sta rappresentando sulla scena. Il tutto si può condensare nelle parole che chiudono quest´opera:
Fortunato l´uom che prende
ogni cosa pel buon verso
e tra i casi e le vicende
da ragion guidar si fa.
Come giustamente sottolinea l´amico Marco, Mozart costruisce un ponte che scavalca l´Ottocento e si congiunge idealmente con l´ambiguità erotica del teatro di Richard Strauss, che con Salome e Der Rosenkavalier sarà il primo a raccogliere il testimone.


