Sulla filologia esecutiva

L’ amico Marco Ninci, che giá é stato ospite di questo blog, mi ha mandato un suo intervento riguardante la questione, molto dibattuta, delle tendenze esecutive odierne riguardanti la filologia  applicata alla musica barocca e le esecuzioni su strumenti d’ epoca.

Penso che il  centro focale della discussione sia il rapporto fra l’ originale, considerato nella sua purezza, e ciò che di questo originale arriva all’ascoltatore, il quale si trova sempre nelle situazioni più diverse di tempo e di spazio. Intanto, che cos’è l’originale? Possiamo noi ricostruire un testo, qualsiasi testo, in maniera tale da ricondurlo al momento in cui è uscito dalla testa del compositore, già fatto e pronto all’ uso, come Minerva nell’ attimo in cui esce dalla testa di Giove? Ecco, questo tentativo, come sa ogni buon filologo, è destinato a fallire. E ciò anche nel caso in cui abbiamo il manoscritto del compositore. Questo può essere pieno di errori e non è sempre facile distinguere l’ errore da una volontà precisa dell’ autore. E infatti, che altro sono mai le varianti di autore? Quando poi il manoscritto non c’ è, tutto diventa congetturale, affidato all’ acutezza e al buon senso dell’ editore; ma non siamo assolutamente nel campo della verità assoluta, cui si fa corrispondere molto spesso, e Dio solo sa quanto a torto, il concetto di “originale”. E poi, anche a prescindere da questa problematica, c’ è il problema della ricezione, che di originale non ha niente. Non penseremo mica davvero di ascoltare le Cantate di Bach così come le ascoltavano i fedeli nella Thomaskirche di Lipsia? Anche se per assurdo potessimo ipotizzare un’ esecuzione musicale perfettamente sovrapponibile a quella di allora, saremmo noi ascoltatori che sovrapporremmo la nostra sensibilità a quella realtà musicale e ne modificheremmo fatalmente il senso. Perché la nostra ricettività, il nostro essere, le nostre motivazioni psicologiche e sociali non hanno nulla a che vedere con quanto muoveva quella comunità situata nella prima metà del Settecento. Anche il concetto di “magrezza” che noi attribuiamo a quella musica non so quanto sia storicamente fondato e quanto non sia invece attribuibile alla nostra volontà di fondare una cesura; vale a dire, di allontanare un simile mondo da quello del romanticismo. Tant’ è che noi abbiamo notizia di concerti diretti da Corelli a Roma con un numero smisurato di archi; il che contraddice le prassi odierne. E poi, prescindiamo anche da questo. Quand’anche noi fossimo sicuri della magrezza originale del suono barocco, chi può escludere che questa magrezza fosse dovuta a contingenze esecutive e che invece l’ orizzonte dei compositori più grandi guardasse in avanti ed avesse in sé l’ esigenza di organici diversi? Da questo punto di vista si può dire che il futuro, anche l’ aborrito futuro romantico, si sia posto in continuità con il barocco e abbia costituito il suo naturale esito (e non, come pensano alcuni,che ci sia una linea di continuità unicamente fra il barocco e il novecento, saltando il romanticismo). In altre parole, se si considerasse soltanto il contesto dell’ opera eseguita, noi saremmo condannati a non capirne nulla; infatti ciò che viene dopo è altrattanto di importante di ciò che viene prima e di ciò che appartiene allo stesso periodo dell’ opera. Io studio i filosofi neoplatonici. Ebbene, la traduzione latina di Plotino da parte di Marsilio Ficino, risalente alla fine del Quattrocento, è a tutt’ oggi fondamentale per la comprensione del filosofo greco. E questo perché Marsilio, pur avendo a disposizione un testo greco neppure paragonabile criticamente a quelli ordierni, aveva una comprensione filosofica incomparabilmente maggiore; la ragione di ciò è che si sentiva parte di quella tradizione, in assoluta continuità con lei. Una specie di Furtwaengler che esegue Bach, contrapposto ai moderni Herreweghe o Harnoncourt. Un ultimo esempio. Quello del “Don Giovanni” mozartiano. Quest’ opera è stata un mito per i romantici; basti pensare a Hoffmann. E nell’ Ottocento tagliavano la scena finale dell’ opera, come faceva anche Mahler. Questo in omaggio al mito dell’ eroe maledetto; con la sua fine doveva terminare l’ opera. Che importanza poteva avere la slavata moralità che seguiva? Con questo si dava importanza a un elemento che nell’ opera esiste, che le dona una tensione straordinaria in direzione del futuro. Quindi il romanticismo non tradisce l’ opera, le dà una sua verità. E tuttavia la moralità del finale ha un suo senso. Fa capire che l’ ambiente che circonda Don Giovanni ha una dignità, è in diritto di parlare e di giudicare, non è composto di figurine degne di appartenere unicamente a uno sfondo. Don Ottavio non è un eunuco, ma è sinceramente e appassionatamente innamorato di Donna Anna. I contadini hanno la loro vita, la cialtroneria di Leporello è immortale e Donna Elvira ha avuto il cuore per sempre spezzato. Il supremo equilibrio della posizione mozartiana è l’ equilibrio dei grandissimi, di coloro per i quali tutti hanno diritto di parlare e ogni personaggio, quando parla, ha ragione lui. Ma non per questo lo squilibrio introdotto nell’ opera dall’ interpretazione romantica non ha una sua ragion d’ essere. Al contrario. Coglie in quella perfezione l’ aurora dei tempi nuovi.

Marco Ninci

Baricco é mobile qual piuma al vento…

Sui deliri dello scrittore-fighetto torinese,ecco un´altro commento,tratto dal blog "le Culture del Riformista".
Qui sotto il link del post originale:

tritone52.wordpress.com/2009/02/26/baricco/

Da icona festivaliera di Walter V. che non ha disdegnato soldi pubblici, a denigratore della stessa e cantore del mercatismo. In questa capriola “mastelliana”, scavalca persino il McMinistro Bondi. Il Berlusconi della cultura vuole sponsorizzare i settori in cui ha il suo core-business: la musica e i libri in tv, nelle scuole e il teatro di massa.

Alessandro Baricco ha ragione quando sottolinea la necessità di ripartire dal “pubblico” inteso come destinatario, come soggetto attivo e materiale, e non come attributo spirituale, oggettivo, di un bene patrimoniale non meglio identificato. Prendiamo ad esempio Benigni e la Rai, come può essere un bene pubblico un artista che costa così tanto da poter essere pagato solo con una concessione sui diritti che la Rai ha su di lui? Baricco ha ragione quando dice che bisogna aprire al mecenatismo privato e investire per la cultura in tv. Il Riformista non può avere preclusioni verso gli sponsor privati, né snobismi mediatici.

Serve apertura mentale e risultati e Baricco può garantire entrambi. Quindi ci troviamo d’accordo con lui. Anzi, siamo così d’accordo da avere l’impressione che lui sia d’accordo con noi. Presunzione che genera un presentimento: che Baricco abbia ragione da vendere perché vuole rivenderci le nostre ragioni, rivenderci un nuovo se stesso, attraverso un risposizionamento degno di Mastella: da democristiano e cristianodemocratico, dal Pd al Pdl, da uomo di sinistra berlusconiana a berlusconiano di sinistra, da icona veltroniana ad ariete di Brunetta.

Dopo aver ricevuto anche lui, che ha mercato e potere mediatico da non necessitarne, contributi pubblici (RaiCinema e MiBac) per il suo imbarazzante film Lezione 21, uscito qualche mese fa, si mette in scia ai fustigatori degli aiuti di stato alla cultura. Sputa nel piatto in cui ha mangiato. E non per denigrare e basta. Ma per tirare a lucido il piattino. Fare nuovi soldi.

Riassumiamo brevemente i due punti della proposta di riforma culturale di massa di Baricco. Il primo: non dare soldi pubblici ai teatri stabili, ma finanziare teatri nelle scuole (evidentemente per lui l’Attimo fuggente è la storia di un grande sogno, non di un ragazzo suicida perché il padre non gli lascia fare il teatro verso cui lo spinge un professore frustrato). Secondo punto: dare soldi pubblici perché in tv si facciano programmi culturali (Per un pugno di libri dimostra che si può fare cultura divulgativa sui libri con pochi soldi e ottimi risultati, ma forse Baricco non lo guarda, come non legge le recensioni di Giulio Ferroni ai suoi romanzi, pur lamentandosi che Ferroni non lo recensisce mai).

Sono illuminanti alcune reazioni su Baricco. Sorvoliamo sui plausi di Muti, «gli sprechi ci sono», e i fischi di Piovani, «toglieteli il vino», per focalizzarci su alcune reazioni a destra. Gabriella Carlucci gli ha dato il benvenuto nel gruppo (di nostalgisti di Forza Italia), chiedendogli di scusarsi per il ritardo. Luca Barbareschi gli ha rinfacciato di «aver fatto teatro a botte di sovvenzioni». Sandro Bondi, invece, si sente scavalcato. Avete capito bene. Il ministro che ha assegnato la valorizzazione dei Beni culturali in mano al manager di McDonald, Mario Resca, si sente costretto a frenare il futurista Baricco (convinto che la qualità migliore del pensiero, oggi, sia la velocità). Al Foglio, Bondi ha mostrato tutto il suo stupore: «È paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale». Poi «Baricco forse non va molto a teatro. Non avrà mai visto la trilogia della Villeggiatura di Goldoni con regia di Toni Servillo (…) il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema». Conclude Bondi – ineccepibile – che «è assurdo pretendere di ripristinare l’educazione musicale nei licei, bandita ai tempi dell’Unità, e demandare poi ai privati l’allestimento della Tosca. Urge un’analisi meno superficiale delle strutture culturali». Canaglia di un vecchio comunista, avrà pensato Baricco. Più bondiano di Bondi, cioè più berlusconiano del più berlusconiano degli italiani (Fede è più leale ma meno sentimentale). Baricco è “berluscavolini”. Il più amabile tra gli italiani. Qual è la canzone che intona il Duca di Mantova alla fine del Rigoletto di Verdi? Baricco è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero…

Di fronte al paradosso di Bondi, passano in secondo piano, anche se la sequenza è da spaghetti western, i colpi inferti sul cadavere veltroniano. Abbattuto e incartato con un giornale che gli fu amico, Repubblica, e ha supportato gli eventi della gestione veltroniana dove Baricco era spesso la star. Se fosse un film western, allora, Baricco non sarebbe il pistolero, ma il barman che offre da bere al vincitore. Passa in secondo piano anche il revisionismo istantaneo su Berlusconi: «Ho un esempietto – dice Baricco – che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona».

Il punto non è che Baricco minimizzi o simuli di minimizzare il berlusconismo. E neanche il riposizionamento. Ma il disvelamento spudorato di quello che Baricco è, che è sempre stato. Un Berlusconi della cultura. Oggi più che mai. Come campione di egemonia commerciale e come cavalier servente di se stesso. E dei suoi interessi. Baricco parla di libri in tv, cultura a scuola e teatro di massa come Berlusconi parla della tv e della giustizia. A ragion veduta.

Qualche esempio? Totem, trasmissione di libri e musica in tv che poi è diventata un tour teatrale, e poi operazioni para-scolastiche come Omero. Iliade e la Scuola Holden, dove c’è una sezione “Per le scuole” (http://www.scuolaholden.it/sholden/corsi_link.aspx?ID=437&NodeId=53) che è tutta un programma: «Se sei un professore, e ti interessa proporre uno dei nostri progetti alla tua classe o alla tua scuola o vuoi attivare il corso della Scuola Holden pensato per gli insegnanti puoi contattare…». Seguono vari pacchetti: Babele, Plot, Short, Elettro-reading, Imparare a raccontare, Raccontare la storia, Ridiamoci sopra…

Luca Mastrantonio

Lettura de Il Pirata

Una delle opere che segnarono un autentico punto di svolta nelle vicende compositive e stilistiche del melodramma protoromantico italiano é sicuramente  “Il Pirata” di Vincenzo Bellini. Propongo qui alcuni spunti per l´analisi di questo importante spartito.

Siamo nel 1827: Bellini, giovane maestro da poco uscito dal Conservatorio di Napoli, ha riscosso vivo successo con le sue prime due opere: Adelson e Salvini, eseguita ad uno spettacolo che fungeva da saggio pubblico degli allievi, e Bianca e Gernando, commissionatagli dal Teatro S. Carlo in forza di una
clausola tra il regno di Napoli e l’impresa, che prevedeva la possibilità di dare uno spazio a giovani compositori meritevoli usciti dal Conservatorio. Il successo di quest’ultimo spartito persuase Domenico Barbaja (allora impresario del S. Carlo, una figura di uomo di notevole abilità e fiuto, che aveva già portato a Napoli Rossini) ad offrire al ventiseienne maestro un contratto per comporre un opera nuova per lastagione d’autunno della Scala. Sia oppure no questa offerta originata da motivi reconditi (come insinua
Francesco Florimo, fraterno amico e primo biografo di Bellini) si trattava comunque di una offerta lusinghiera, e Bellini si mise al lavoro subito. Ultimata la composizione, si andò in scena la sera del 27ottobre 1827, con un successo a dir poco trionfale, che si rinnoverà nel corso di quindici repliche.
Interpreti dei ruoli principali furono il soprano Henriette Meric Lalande, il tenore Giovan Battista Rubini e il baritono Antonio Tamburini. Fu una serata che rappresentò, per molti versi, un punto di svolta, sia nella evoluzione artistica di Bellini, sia in quella del melodramma italiano. Vediamo ora di spiegare perché.
Bellini, lo sappiamo tutti, scrisse, nel corso della sua breve vita, dieci opere, tutte, a parte le prime due e l’ultima, su versi di un unico librettista: Felice Romani. Il Pirata fu l’inizio della collaborazione tra due artisti dell’animo per molti versi affine. Genovese di nascita, due lauree al suo attivo, Felice Romani
contava allora trentanove anni. Era un uomo di notevole cultura, fanatico del classicismo e della scuola letteraria che faceva capo a Vincenzo Monti (il che lo porterà, nello stesso 1827, a scrivere un’aggressiva critica sui Promessi Sposi ne “La Vespa”), da quindici anni lavorava per il teatro, con tutti i più reputati
operisti dell’epoca che se ne disputavano la collaborazione, da Rossini (Bianca e Falliero) a Donizetti, Pacini, Mercadante. Lui e Bellini erano davvero due animi fatti per intendersi, e la vedova di Romani, Emilia Branca, e lo stesso librettista, ci testimoniano del coincidere dei loro intenti sin dal primo colloquio,che avvenne alla presenza di Mercadante, accompagnatore di Bellini in quei primi mesi a Milano:
“L’uno era fatto per l’altro: rispondevano tutti e due, nel loro diverso modo di manifestazione dell’intelligenza, ad un medesimo concetto artistico, ad un medesimo complesso di sentimenti, di impressioni, di affetto..” .(1)
Per questa loro prima collaborazione, il soggetto fu tratto da una commedia francese: Bertram, di Charles R. Maturin. Romani si servi anche del dramma, composto per la musica di Alexandre, di I.J.Taylor (Raimond) intitolato Bèrtram, ou le Pirate. Come ha già notato Franca Cella in un suo studio
sull’argomento (2), molti libretti musicati da Bellini sono di fonte francese. Ma vediamo un attimo come si evolve il libretto all’epoca di Bellini.

I Libretti

L’opera seria del Settecento era generalmente di ambientazione classica o classicheggiante, ed esprimeva un’atmosfera aulica, una tendenza al razionalismo ed alla stilizzazione massima delle passioni,che divengono, per usare una espressione di Hermann Albert, “Manifestazione sociale”… l’azione si
svolgeva quasi esclusivamente nei recitativi, lasciando alle arie, rigorosamente o quasi solistiche (senza interventi di pertichini, coro o altro) la descrizione degli “affetti”… anzi, un personaggio doveva avere diverse arie, una per ogni tipo di sentimento da evidenziare; musicalmente, questo veniva tradotto alla
massima perfezione nell’aria col da capo, quasi un vero e proprio tempo di concerto, che esercitò anche una notevole influenza sull’evoluzione della musica strumentale dell’epoca. Così il dramma diventava occasione di esibire una tensione che però non faceva mai precipitare gli avvenimenti. Tipica, a questo riguardo, era l’intervento del Re o del Dio a sciogliere l’intrigo (una vera e propria glorificazione di quell’assolutismo illuminato che Giuseppe II d’Asburgo aveva incarnato più di tutti). Con il sorgere delle nuove istanze romantiche, il Metastasio ed i suoi epigoni (Coltellini, de Gamerra, Varesco, Mazzolà) non rispondevano più alle nuove esigenze. Sfortunatamente, fino al 1820 circa, non ci fu alcun nuovo poeta che sapesse incarnare lo spirito dei nuovi tempi con l’abilità di Metastasio.
I librettisti dell’opera di Rossini (Gilardoni, Schmidt, Foppa, Berio e Tottola “che un’aquila non era anzi fu nottola”) si dimostrano in bilico tra vecchie e nuove tendenze.
A partire dal 1826 in poi, in Italia divampa la polemica tra classicisti e romantici. Questi ultimo, che pubblicavano a Milano la rivista “Il Conciliatore” postulavano una letteratura che non fosse più solo spunto per esercitazioni accademiche aride, ma che diventasse funzione educativa, di esortazione alla
libertà ed all’amor patrio. Tutto questo si riflette anche sui libretti d’opera, che cominciano ad accogliere nuovi tipi di soggetto e di struttura drammatica. Un punto fondamentale per i romantici era la rivalutazione del Medioevo, che trova la massima fioritura nei romanzi di Walter Scott. Anche nei soggetti d’opera troviamo, a partire da quest’epoca, soggetti di questo tipo, visti però non in funzione patriotticheggiante (a questo ci arriverà solo Verdi) ma piuttosto in funzione di estrinsecazione della nuova spiritualità dell’epoca, che in questi personaggi poteva trovare miglior campo che in quelli di stampo classico. Il soggetto del Pirata poi ci offre un personaggio nella persona del protagonista, che meglio di ,tutti varrebbe a caratterizzare quest’epoca: la figura del proscritto, dell’esule cacciato ingiustamente dalla sua patria e divenuto bandito per amor di giustizia. Mario Praz, nel suo “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” ha dedicato un intero capitolo a questa figura particolare.(3)
Anche se i letterati romantici respingevano la letteratura dell’orrore, non v’è dubbio che i librettisti ne fecero un uso amplissimo, facendo largo uso di intrighi avventurosi e ricchi di colpi di scena, in cui potevano trovare spazio sensazioni ed azioni passionali. Il libretto del Pirata ne è appunto un buon
esempio. Felice Romani, classicista per programma, non disdegnava, da uomo di teatro abile, quel che la nuova tendenza poteva offrirgli di utile.
Il soggetto del Pirata è un buon esempio delle caratteristiche tipiche dell’epoca: una donna strappata allo sposo designato da un tiranno, il fidanzato che, per farsi giustizia da sé, diventa fuorilegge, il ritorno del bandito che vede la sua donna maritata con il rivale… Sono elementi tipici, che configurano una
situazione ripresa (con varianti) in molti altri libretti di questa epoca: vedi Il Proscritto, Lucia di Lammermoor, La Rosa Bianca e La Rosa Nera, I Masnadieri. Ma esaminiamo ora come questa strutture sono accolte dalla musica.

La musica

La musica del Pirata è espressione, nello stile belliniano, di un momento di transizione tra un rossinismo iniziale e quelle che saranno poi le caratteristiche dello stile più maturo del musicista catanese.
E’ Bellini stesso ad assicurarci come il suo stile fosse stato enormemente influenzato dalla conoscenza della musica di Rossini, in particolare da una rappresentazione di Semiramide data al San Carlo nel 1824.
Del resto, lo stile rossiniano si era imposto con una forza tale che nessun compositore dell’epoca era rimasto immune dal suo influsso. Bellini però era stato allievo, a Napoli, di un antirossinista convinto come Nicola Zingarelli, che con i suoi allievi insisteva molto sulla semplicità delle strutture e sulla ricerca della linea melodica semplice e d accativante. Sappiamo dalle testimonianze di Florimo come l’istruzione a Napoli fosse basata soprattutto sullo studio dei compositori settecenteschi della scuola napoletana e dei rappresentanti dello stile classico, Haydn e Mozart soprattutto.

Il Pirata è uno spartito che consta di quindici pezzi, più la Sinfonia; di questi, cinque sono arie ed il resto pezzi d’assieme: duetti, terzetti, concertati e cori.
Le arie sono tutte bipartite: alla sezione in tempo, fa seguito la sezione in tempo allegro, la cosiddetta cabaletta (da cobolo, derivato dal francese couplet, per designare un pezzo in più strofe). Come si era giunti a questa struttura interna del pezzo chiuso? L’aria classica era di solito estrinsecazione di affetti: era cantata dal personaggio solo, e di solito le arie di stile patetico erano in un unico tempo lento, mentre quelle virtuosistiche erano in forma di aria tripartita, con da capo della sezione iniziale. Rossini, accogliendo anche le esperienze dell’opera buffa e semiseria, introduce nell’opera seria strutture molto più articolate.
L’aria rossiniana può anche essere in tre o quattro sezioni, spesso con l’intervento di pertichini (personaggio che inserisce brevi interventi) o del coro. Vedi per esempio “Giusto ciel che tanto adoro” di Amenaide nel Tancredi oppure l’aria del Podestà nella Gazza Ladra, o anche “Pensa alla patria”
dall’Italiana in Algeri. Bellini, naturalmente, adatta queste strutture al suo particolare stile, e nel Pirata ne risultano scene in cui l’articolazione è spesso molto efficace. Non troviamo in quest’opera quei recitativi in forma di arioso, in bilico tra l’una e l’altra forma, che Bellini inserirà nelle opere più mature:
vedi tutto ciò che precede “Ah! non credea mirarti”, “Teneri figli” nella Norma o “Deh se m’amasti un giorno” nella Beatrice di Tenda. Bellini, a questo punto, predilige una forma della aria articolata così:
A (spunto melodico iniziale) – B (secondo spunto) – A’ (ripresa del primo). A sua volta il punto A può suddividersi in a’ e a’’. Di solito a’ e a’’ corrispondono alla prima quartina, B ai primi due versi della seconda e A’ ai secondi due. Il modello di questa struttura è rossiniano: un buon esempio si può trovare
nell’aria di Desdemona dal III atto di Otello.
La cabaletta, di solito, è costruita nel modo normale, e a sua volta può anche essere in tempo moderato.

Vediamo ora le varie arie del Pirata una per una:
la prima è l’entrata del tenore, Gualtiero. Bellini scrisse al parte per Giovan Battista Rubini, che aveva già interpretato a Napoli Bianca e Gernando e che alla Scala, in quella stagione, aveva riscosso una serie di trionfi in Donna del Lago, nel Barbiere e ne L’inganno felice: tutte opere di Rossini, e del resto rossiniana era stata la formazione di questo cantante.
Bellini ebbe una predilezione per questo artista, per il quale scriverà in seguto i ruoli di Elvino ne La Sonnambula, e di Arturo ne I Puritani: tutte opere che oggi risultano estremamente ardue da eseguirsi, perché pensate su misura per le caratteristiche di questo cantante, che aveva voce chiara ed estesissima (fino al Fa4, che Bellini inserisce nel finale dei Puritani) e propensione all’agilità. Rubini poi, come tutti i cantanti dell’epoca, oltre il si naturale prendeva gli acuti in registro di falsettone (sarà Duprez il primo tenore a emettere estremi acuti di petto). Ne risulta una parte scritta in una tessitura molto acuta, spesso tagliata su misura, secondo il principio che “bisogna pensare per chi si deve scrivere”, come Bellini diceva. Ma Gualtiero, interpretato da Rubini, diede l’avvio,anzi fu quasi l’atto di nascita ufficiale del mito del tenore romantico.
Il Romanticismo, che amava un rapporto stretto tra timbro, età e caratterizzazione drammaturgica, trovò nella voce del tenore contraltino la simbologia perfetta degli ideali di generosità, purezza, lealtà e coraggio che questi personaggi esprimevano.
Componendo la parte di Gualtiero, Bellini ideò una scrittura molto ancorata al canto sillabico e quasi del tutto aliena da melismi e agilità acrobatiche. Rubini vi si adeguò a malincuore ma l’enorme successo ottenuto in questa parte lo trasformò in un caposcuola, imitato da almeno tre generazioni di tenori.
La prima aria, “Nel furor delle tempeste”, è costruita su un impianto tonale molto raffinato (vedasi i trapassi maggiore-minore) e anche la cabaletta è giocata su abili trapassi tra Sol minore e Si bemolle maggiore.
A differenza di molte arie di Rossini e Bellini stesso, qui il compositore si è preoccupato di un’aderenza molto stretta tra musica e parole.
L’altra aria, “Tu vedrai la sventurata” è un perfetto esempio della costruzione formale da noi citata in precedenza; è il canto di congedo di un condannato a morte, che affonda le sue radici nelle varie composizioni sull’Ezio di Metastasio, e si svolge in Do maggiore, come la cabaletta (in contrapposizione
al La bemolle maggiore del Coro di Cavalieri che le separa).
Imogene è un altro personaggio che sarà ripreso molte volte: quello della donna angelicata e oppressa.
Le sue due arie incarnano anch’esse tipologie più volte riprese, quasi luoghi deputati: il racconto del sogno e la scena di pazzia.
Il racconto del sogno si trova nell’aria del primo atto, “Lo sognai ferito esangue”, di struttura un po’ più complessa rispetto all’entrata del tenore: intanto i primi versi sono in canto sillabico, interrotto da pause, quasi ansimante; il girare della voce intorno alla dominante del tono (Re, visto che siamo in Sol minore) dà un senso di forte tensione a questo inizio, tanto che l’aprirsi di un periodo regolare (Era sorda la natura) sembra quasi una liberazione (sottolineata dal trapasso in Mib minore). Il resto del racconto è in Si maggiore, che si interrompe quando Imogene crede di risentire i gemiti di Gualtiero, espressi da una serie di cromatismi.
La cabaletta è di andamento più regolare, e si conclude con una serie di passaggi di agilità, di scrittura ancora rossinianeggiante
La scena finale è un lungo assolo della primadonna, secondo i canoni dell’epoca (vedi Sonnambula, Beatrice di Tenda, Anna Bolena, Maria Stuarda, Roberto Devereux, Belisario, Gemma di Vergy ecc.).
L’aria di pazzia sarà poi un luogo comune dell’operismo romantico, e questa di Imogene dà adito a qualche interessante considerazione; intanto si noti il trapasso di tempo nel recitativo, che esprime bene (come poi sarà in Lucia) lo stato d’animo offuscato e instabile della protagonista; poi il delirio, si acquieta
in una visione di pace (“Col sorriso d’innocenza”) sottolineata dal modo maggiore e dal ritmo puntato, che di solito esprime sentimenti molto diversi.
Nella cabaletta, che rappresenta un momento di rottura tonale ben visibile (poi si va in Fa minore), la voce è chiamata a superare intervalli di settima e ad accentare note sotto il rigo.
Notare poi il procedimento, ancora rossiniano, di far citare all’inizio dell´aria il tema che sarà poi ripreso dalla voce.
Bellini, lo ricordiamo per inciso, aveva precedentemente composto un diverso finale, in cui i pirati tornavano in scena per liberare il loro capo, ma Gualtiero non volendo più vivere, si gettava in mare e Imogene cadeva svenuta.La partitura di questo finale è visibile a Napoli.
Ernesto, l’ultimo dei tre personaggi principali che prendiamo in considerazione, è forse quello meno caratterizzato musicalmente. La sua aria, un tipico discorso del comandante ai soldati, ha tutti e due i tempi scritti sul medesimo testo, anche se nel libretto originale vi erano diverse parole per la cabaletta. La parte fu scritta per Antonio Tamburini, anche lui proveniente dalle file rossiniane e celebre per il suo virtuosismo. La sua aria ne è un buon esempio. L’Andante molto sostenuto Bellini lo ricavò dall’aria “Obliarti,abbandonarti” dall’Adelson e Salvini (da quest’opera è tratta anche la Sinfonia, che fu scritta per una ripresa al Teatro Del Fondo mai realizzata).

Questo è il discorso relativo alle arie, che sono solo cinque,in un opera che dura quasi tre ore. Il resto è dedicato agli ensembles, che nell’opera da Rossini in poi rappresentano la vera carta vincente dei compositori d’opera seria. Si noti, a conclusione, che nessuna delle arie è cantata da un personaggio solo in scena e che tutte sono estrinsecazioni di sentimenti.

Brani d’assieme

L’opera di questo periodo, generalmente divisa in due atti, voleva un primo atto che si concludesse con un ensemble molto elaborato, in cui tutti i sentimenti, che sono giunti ad un punto di tensione non più comprimibile, trovano sfogo nella musica. A Bellini doveva capitare, a questo proposito, una
disavventura alla prima rappresentazione di Norma. Il terzetto con cui si chiude il primo atto di quest’opera fu disapprovato dal pubblico che si attendeva il consueto grande finale d’atto. Il Finale primo del Pirata appartiene a questa categoria. E’ iniziato dal tenore e poi proseguito dagli altri, e si divide nelle due classiche sezioni,Largo e Stretta.
I duetti, nell’opera italiana fino a Verdi, seguono di regola la seguente struttura:
I) Recitativo
II) Tempo d’attacco
III) Tempo lento
IV) Tempo di Mezzo
V) Stretta.
Quelli del Pirata sono condotti secondo questa linea,e ci riferiamo al duetto Imogene-Gualtiero dal primo atto e a quello Imogene-Ernesto nel secondo. Tra le cose da aggiungere, c’è da dire che, nella sezione finale del duetto del primo atto, Bellini riutilizza un tema dall’Adelson e Savini,piú precisamente tratto dall’Ouverture.
Dell’altro duetto, da notare sono le varie occasioni che Bellini ha offerto a Tamburini di mettere in mostra la sua propensione al canto d’agilità. Il terzo duetto trapassa poi in una scena a tre, secondo uno schema già messo in pratica con successo da Rossini nel secondo atto della Donna del Lago,e che poi troveremo anche nel Finale I del Trovatore.La conclusione, con il violoncello solo che sbuca fuori percorrendo i gradi della scala armonica, è un’altra finezza degna di nota.

Problemi filologici e di interpretazione

Quando si mettono in scena opere del primo romanticismo, c’è un principio fondamentale da rispettare: se gli esecutori non sono adeguati, il valore intrinseco dell’opera non viene fuori. Bellini ideò il Pirata su misura per i cantanti che aveva a disposizione, e conosciamo varianti di suo pugno per esecuzioni con protagonisti dalle caratteristiche diverse. Vedasi quelle per la prima rappresentazione alla Fenice e quelle ideate per Domenico Donzelli, che era un tenore di stampo baritonale, come i Nozzari, Garcia, Tacchinardi dell’epoca rossiniana e non poteva logicamente addossarsi la tessitura acutissima di Gualtiero. Questa era la prassi corrente, nel primo Ottocento. Oggi, per vari motivi, questo non usa più, anche se sarebbe opportuno in qualche caso, e ciò aumenta le difficoltà per i cantanti che devono interpretare queste opere.

Per quanto riguarda la storia interpretativa del Pirata, il merito della riscoperta di quest’opera va ascritto a Maria Callas, che la interpretò alla Scala e poi alla Carnegie Hall di New York, in una performance tramandataci dalla cosiddetta “discografia pirata”. Successivamente, Imogene ha trovato una interprete di riguardo in Montserrat Caballé, che canto quest’opera al Maggio Fiorentino 1967.
Da ricordare anche le recite del 1987 al Festival della Val d’Itria, a Martina Franca, protagonisti Lucia Aliberti e Giuseppe Morino. Ma, come per altre opere, la storia interpretativa del Pirata è tutta da fare.

Note

1 da Emilia Branca: Felice Romani ed i più reputati maestri di musica del suo tempo, Torino, 1882, Pag. 117
2 Cella Franca, Indagini nelle fonti francesi dei libretti di Vincenzo Bellini, in “Contributi dell’Istituto di
Filologia Moderna” Serie francese, Milano, 1968, pp. 449-576
3 M. Praz, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Firenze, Sansoni, 1976, e particolarmente
il capitolo intitolato: “Le metamorfosi di Satana”

Chiudiamo i teatri e andiamo tutti al Grande Fratello

Da "Europa",il commento piú intelligente da me finora letto sui deliri baricchiani.

Cara Europa, leggo la notizia delle dimissioni di Salvatore Settis da presidente del consiglio superiore dei beni culturali, logica conclusione dell’incompetenza e della prepotenza gerarchica del ministro ; e leggo la meno logica, inattesa, e dolorosa proposta di un intellettuale molto rispettato, Alessandro Baricco, che giudica tutta la nostra cultura “istituzionale” (teatro, opera, danza, gallerie, ecc.) inadatta a culturizzare (si dice così fra lor signori?) gli italiani di oggi. E propone che le sovvenzioni dello stato a quelle istituzioni siano devolute a scuola e tv, luoghi deputati alla “culturizzazione” di massa. A me, con tutto il rispetto per Baricco, sembra un’idiozia. (Giovanni Badini, Torino)

Caro Badini, idiozia no, diciamo licenza poetica, mariniana voglia di “meravigliare”. Baricco pone un problema reale, educare gli italiani con la cultura (grande obbiettivo dell’educazione liberale, in contrapposizione all’educazione ideologica-dogmatica); ma offre una risposta incredibile, facendo un pasticcio di confusioni. Consideriamone alcune.
1) Baricco confonde la manifestazione della cultura (a teatro, all’opera, al museo) con la diffusione dell’apprendimento: per esempio, l’educazione musicale fin dai banchi di scuola, come rivendicano Muti e Accardo. Dimenticando, sia lo scrittore-regista torinese sia chi parzialmente ne sostiene la provocazione, che l’attuale scuola non è in grado neanche di far apprendere un po’ di storia dell’arte; ed è grasso che cola se si ferma su qualche pagina di Pirandello. Non perché non voglia, ma non ne ha gli strumenti, e cioè preparazione dei professori, autorità verso gli studenti, mezzi finanziari, se non si vuole che tutto si risolva nello sfogliare pagine di libri.
2) Baricco affogherebbe la creatività della comunicazione culturale, che è multiforme e soggettiva nell’opera di autori, attori, registi, che non sono fra loro equivalenti e perciò sono il motore della cultura, nella rigidità dello strumento di diffusione, che è unico (tv pubblica), e come tale autoritario. Legga quel che ne ha scritto ieri su Europa Stefano Balassone, ex amministratore della Rai: “La tv è l’ultimo dei posti in cui andare ad aggiungere soldi, avendo invece bisogno di concorrenza; e la scuola non saprebbe da che parte cominciare per utilizzarli” (per le ragioni che pensiamo d’aver detto).
3) Baricco spara a zero contro i costi dei teatri lirici e di prosa, ma non spreca una parola per distinguere fra la fissa immobilità (fino a un certo punto, peraltro) delle icone del passato, e la creatività, l’innovazione, la sperimentazione dei giovani, diventino o non avanguardie. Perfino Marinetti e i suoi ebbero bisogno di teatri e caffè letterari per le loro serate futuriste, anche se talvolta finivano in piazza a scazzottate.
4) Perché Baricco non sollecita lo Stato a premere sulla tv pubblica affinché spenda le risorse del canone e della pubblicità in cultura anziché in cavolate da Cottolengo? E sollecita invece a tagliare i fondi statali a musica, teatro, danza,cinema, come se il patrio governo già non lo facesse di suo? Lo sa che sono stati chiusi 400 teatri e biblioteche, conservatori, istituti musicali? Ha letto qualcosa di quel che stanno facendo per la cultura Brown, Sarkozy e altri leader di paesi che si muovono nell’equazione cultura=sviluppo=civiltà?
5) Poiché Baricco è torinese, è testimone diretto della condizione dei giornali in Italia: in questi giorni La Stampa si becca i fulmini del cardinale Poletto per aver pubblicato un’intervista al teologo tedesco dissidente Hans Kung. La stessa intervista era stata pubblicata da Le Monde a Parigi, senza che alcun cardinale osasse contestare l’autonomia laica dell’informazione. Se l’immagina Baricco se, col suo metro, togliessimo i finanziamenti pubblici anche all’editoria (oltre che alle istituzioni da lui indicate)? Dovremmo sperare in Mediaset e nella Curia? Tornare alla magnanimità del Principe? (Federico Orlando)

Fonte:www.articolo21.info/8120/notizia/chiudiamo-prosa-musica-danza-musei-poi.html

Ancora su Baricco

A integrazione di quanto scritto ieri,pubblico un contributo di Gabriele Baccalini,voce autorevolissima,che ha vissuto,spendendosi anche in prima persona,gli anni in cui la cultura era veramente considerata una cosa seria.

Ieri sera sono andato alla Scala a sentire la meravigliosa Winterreise di Quasthoff e Barenboim, stavolta molto umile nell’assecondare la linea interpretativa del grandissimo bass-bariton, di un intimismo e di una dolcezza tragica assolutamente originali, tali da porla sullo stesso piano delle altre più sublimi, che la nostra generazione ha potuto ascoltare.
Ne accenno qui invece di mettere un nuovo post, perché per seguire il testo mi sono portato da casa la brochure delle Schubertiadi di Hermann Prey del 1986-87: sei serate di Lieder di Schubert, tra cui naturalmente il sommo capolavoro di ieri sera. Sulla copertina figurava l’indicazione: "Concerti per Giovani, Lavoratori e Studenti", i mitici GLS, low cost ma con i più grandi concertisti del mondo, creati da Paolo Grassi e continuati gloriosamente con Badini.
Erano i tempi dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala, gestito dai rappresentanti della collettività e della comunità musicale e teatrale.
Poi è arrivata la Fondazione dei privati supermiliardari ed erano spariti anche i concerti di canto come quello di ieri sera, evidentemente non abbastanza "rentables" (vedi il programma della stagione 2004-2005, impostato dalla gestione Fontana-Muti; i concerti per giovani e anziani "invitati" alla Scala erano eseguiti dal Quartetto d’archi della Scala, dai Violoncellisti della Scala, dai Solisti della Scala e dall’Ensemble strumentale scaligero: luminoso esempio di apertura internazionale del primo teatro musicale del mondo!).
Il tutto soltanto per invitare il signor Baricco ad andare "a scoà ‘l mar", come si dice a Milano, e la Repubblica a smettere di ospitare questi conformisti dell’anticonformismo, inneggianti per puro codismo al liberismo culturale, in tempi in cui il liberismo selvaggio è stato messo in rotta dalle malefatte dei suoi stessi protagonisti.

Gabriele Baccalini

La polemica del giorno:Alessandro Baricco

Questo articolo dello scrittore alla moda-intellettual-saputello Alessandro Baricco

www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.htm

apparso oggi su La Repubblica,ha scatenato una serie di reazioni sul web,tra cui segnaliamo questa:
parma.repubblica.it/dettaglio/Stop-soldi-di-Stato-al-teatro-Meli:-Baricco-stia-zitto/1595495

Io non ritengo necessario spenderci tante parole sopra e mi limito a questa osservazione:
Quando si legge Baricco,sembra di leggere Veltroni,e viceversa:cerchiobottismo puro,il trionfo del "sí,ma anche…".Irrilevanti le opinioni di uno scrittore svociato,il quale é preoccupato della crisi della cultura principalmente per il fatto che la gente non compra piú i suoi libri.

Carlos Kleiber,il maestro misterioso

Su Carlos Kleiber, dopo quasi cinque anni dalla sua scomparsa, si è scritto abbastanza. Uno dei contributi piú validi, a mio avviso, è questo articolo di Stefan Osterhaus, Continua a leggere “Carlos Kleiber,il maestro misterioso”

A proposito di Carmen

Mi scrive oggi Marco Ninci, professore di filosofia alla Normale di Pisa. Siccome queste riflessioni sulla Carmen mi sembrano Continua a leggere “A proposito di Carmen”

"Teatri" d´Italia…

Pubblico parte di un’ intervista al maestro Lior Shambadal, Chefdirigent dei Berliner Symphoniker.
Il testo completo si trova QUI
Ringrazio l’ amico blogger  Leonardo Micucci per la segnalazione.

“In Italia, la situazione è vergognosa! In Germania si contano 250 orchestre di musica lirica, in Italia 13 Enti Lirici e si parla di chiuderne la metà! In Italia avete in tutto 10 orchestre importanti e dovrebbero essere almeno 100. Nella sola Pechino si esibiscono 13 orchestre di musica sinfonica italiana e quante orchestre di musica classica cinese, finanziate dallo Stato, avete a Roma? Nessuna, ovviamente.

In Venezuela ci sono circa 700 orchestre giovanili e musicisti di grande valore che hanno studiato anche all’estero e il governo ha deciso che ogni ragazzo invece della droga deve prendere in mano uno strumento. Recentemente a Vienna il direttore artistico di un grande teatro mi parlava dell’ Opera e della collaborazione con l’ Italia e a un certo punto mi ha detto: “L’ Italia è un deserto culturale!”. I vostri politici non fanno nulla e il popolo è rovinato dalla televisione.

In Corea, in occasione di un concerto, ho visto un grandissimo manifesto con su scritto Beethoven è anche coreano e questo è molto bello perché Beethoven è patrimonio dell’ umanità, è patrimonio di tutto il mondo. E qui in Italia? Dove sono i vostri grandi musicisti? Dove sono? Le orchestre italiane non sanno suonare la musica italiana, quasi non la conoscono. Parlo anche dei compositori più moderni per es. Petrassi e Malipiero. In Italia non c’ è rispetto per la cultura del passato. Se noi ebrei dimenticassimo la nostra cultura saremmo finiti in un giorno. Quando Verdi è morto tutta l’ Italia era al suo funerale e oggi dove sono gli italiani?”

Il maestro Lior Shambadal, primo direttore dell’orchestra sinfonica di Berlino e primo direttore dell’orchestra sinfonica slovena, uno dei più importanti direttori d’ orchestra del mondo, mi guarda diritto negli occhi e mi mette a disagio, in imbarazzo, mi fa sentire tutta la tristezza e la vergogna per la sciagurata assenza di una politica culturale nel nostro paese.

“Cinquecento anni fa, tutta la musica classica e sinfonica è nata in Italia e nelle Fiandre dalla musica sacra. Tutto il barocco, tutta la musica rinascimentale è nata qui. In Italia tutto è iniziato e tutto sta finendo! Nella mia vita ho diretto oltre seicento opere liriche di compositori italiani. Ho diretto molta musica italiana e molta musica russa.

Innanzitutto Giuseppe Verdi che io amo molto e che per me è il più grande e poi Donizetti, Rossini, Puccini….. Nella storia troviamo grandissimi compositori ed interpreti italiani dell’ opera lirica e sono ancora convinto che la potenzialità italiana sia fra le più importanti del mondo. E invece nel vostro paese alla musica e alla formazione dei giovani musicisti non si dà alcuna importanza e si continuano a tagliare i finanziamenti. Ho davvero la speranza che qualcosa cambi e che si ritorni ad amare la musica così come è sempre stato nella grande tradizione italiana.”

Buon compleanno, maestro Puccini!

Puccini“La morte di Puccini mi ha recato un profondo dolore. Non avrei mai creduto di non dover piú rivedere questo cosí grande uomo. E sono rimasto orgoglioso di aver suscitato il suo interesse, e Le sono riconoscente che Ella lo abbia fatto sapere ai miei nemici, in un recente suo articolo”.

Cosí scriveva Arnold Schönberg ad Alfredo Casella nel gennaio 1925. Credo che queste parole siano uno dei migliori omaggi che si possano tributare al grande compositore lucchese, di cui oggi ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. La figura di Giacomo Puccini, spesso maltrattata dalla critica a partire dal velenoso libello di Fausto Torrefranca del 1912, fu disinteressatamente apprezzata da musicisti del calibro di Stravinskij, Ravel, Webern e Varése, oltre al nobile giudizio di Schönberg che abbiamo citato in apertura. Una certa corrente critica italiana volle fare del musicista toscano il simbolo di una polemica diminutiva che aveva per bersaglio tutto il melodramma ottocentesco, della cui tradizione Puccini era l’ ultimo erede legittimo. Oggi, l’ attivitá critico-musicologica di studiosi come Fedele D’ Amico, Antonino Titone, Jürgen Maehder, William Ashbrook, Julian Budden, Anselm Gerhard, Andrew Porter e Michele Girardi ha inquadrato nelle giuste prospettive la produzione artistica di quello che va annoverato, senza ombra di dubbio, tra i compositori piú raffinati ed evoluti del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Partito da un’ ispirazione artistica rifacentesi ai drammi wagneriani (basterebbe ricordare a questo proposito la citazione letterale dell´Abendmahl-Motivi nel preludio de Le Villi e quella del Tristanakkord nel secondo atto di Manon Lescaut, oltre alla elaborazione tematica secondo la tecnica del Leitmotiv su cui quest’ ultima opera é basata) seppe in seguito fare tesoro delle piú moderne esperienze musicali europee, arrivando a proporsi come autentico innovatore. Lo splendore sinfonico e la superba tecnica compositiva di partiture come La Fanciulla del West e Turandot ne sono una testimonianza evidente. Ma ci sarebbe parecchio da dire anche sulle novitá che Puccini apportó nel campo della tecnica teatrale, con un trattamento del tempo degno dei grandi romanzieri, in un respiro epico che spesso sembra trasfigurare le vicende dei personaggi. Il musicista toscano si tenne sempre a debita distanza dal movimento verista, per portare avanti un altro concetto di teatro musicale, parallelemente alle novitá che in questo campo apportavano in quel periodo compositori come Richard Strauss, non a caso grande ammiratore dell’ arte pucciniana. Tutto questo fu immediatamente compreso dal pubblico, che alle opere di Puccini ha sempre decretato, fin dal loro apparire, un grande ed incondizionato successo, che si é mantenuto tale nel corso degli anni ed anche oggi non accenna a diminuire. In fondo, é proprio questo che certa critica non ha mai perdonato al compositore lucchese. Oggi per fortuna le cose sono cambiate e la musica pucciniana é stata fatta oggetto di studi critici estremamente validi, che hanno collocato il musicista nel posto che gli compete: quello di una delle piú grandi ed originali figure che la tradizione musicale italiana abbia mai prodotto, l’ ultimo erede del nostro melodramma e colui che ne concluse il ciclo meraviglioso, allo stesso modo in cui Gustav Mahler chiuse la parabola artistica della sinfonia viennese. La musica di Puccini occupa un posto insostituibile nella nostra cultura, e questo anniversario deve servire a ricordarcelo.