Baby Yar

Nel Giorno della Memoria,mi sembra opportuno parlare di un capolavoro del Novecento come la Sinfonia N.13 di Dmitri Schostakovich,  Continua a leggere “Baby Yar”

Auguri,Presidente Obama!

In questa giornata solenne,nella quale finisce uno dei periodi piú tristi della storia degli Stati Uniti d´America,questo blog invita i suoi visitatori a festeggiare l´insediamento del Presidente Barack Obama ascoltando la voce di Leontyne Price,una delle piú grandi cantanti afroamericane di tutti i tempi.Che la sua voce indimenticabile annunci una nuova era di speranza e di pace per il mondo.Al nuovo presidente degli Stati Uniti,i miei piú calorosi auguri di buon lavoro.

A proposito di Carmen

Mi scrive oggi Marco Ninci, professore di filosofia alla Normale di Pisa. Siccome queste riflessioni sulla Carmen mi sembrano Continua a leggere “A proposito di Carmen”

Buon compleanno, maestro Puccini!

Puccini“La morte di Puccini mi ha recato un profondo dolore. Non avrei mai creduto di non dover piú rivedere questo cosí grande uomo. E sono rimasto orgoglioso di aver suscitato il suo interesse, e Le sono riconoscente che Ella lo abbia fatto sapere ai miei nemici, in un recente suo articolo”.

Cosí scriveva Arnold Schönberg ad Alfredo Casella nel gennaio 1925. Credo che queste parole siano uno dei migliori omaggi che si possano tributare al grande compositore lucchese, di cui oggi ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. La figura di Giacomo Puccini, spesso maltrattata dalla critica a partire dal velenoso libello di Fausto Torrefranca del 1912, fu disinteressatamente apprezzata da musicisti del calibro di Stravinskij, Ravel, Webern e Varése, oltre al nobile giudizio di Schönberg che abbiamo citato in apertura. Una certa corrente critica italiana volle fare del musicista toscano il simbolo di una polemica diminutiva che aveva per bersaglio tutto il melodramma ottocentesco, della cui tradizione Puccini era l’ ultimo erede legittimo. Oggi, l’ attivitá critico-musicologica di studiosi come Fedele D’ Amico, Antonino Titone, Jürgen Maehder, William Ashbrook, Julian Budden, Anselm Gerhard, Andrew Porter e Michele Girardi ha inquadrato nelle giuste prospettive la produzione artistica di quello che va annoverato, senza ombra di dubbio, tra i compositori piú raffinati ed evoluti del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Partito da un’ ispirazione artistica rifacentesi ai drammi wagneriani (basterebbe ricordare a questo proposito la citazione letterale dell´Abendmahl-Motivi nel preludio de Le Villi e quella del Tristanakkord nel secondo atto di Manon Lescaut, oltre alla elaborazione tematica secondo la tecnica del Leitmotiv su cui quest’ ultima opera é basata) seppe in seguito fare tesoro delle piú moderne esperienze musicali europee, arrivando a proporsi come autentico innovatore. Lo splendore sinfonico e la superba tecnica compositiva di partiture come La Fanciulla del West e Turandot ne sono una testimonianza evidente. Ma ci sarebbe parecchio da dire anche sulle novitá che Puccini apportó nel campo della tecnica teatrale, con un trattamento del tempo degno dei grandi romanzieri, in un respiro epico che spesso sembra trasfigurare le vicende dei personaggi. Il musicista toscano si tenne sempre a debita distanza dal movimento verista, per portare avanti un altro concetto di teatro musicale, parallelemente alle novitá che in questo campo apportavano in quel periodo compositori come Richard Strauss, non a caso grande ammiratore dell’ arte pucciniana. Tutto questo fu immediatamente compreso dal pubblico, che alle opere di Puccini ha sempre decretato, fin dal loro apparire, un grande ed incondizionato successo, che si é mantenuto tale nel corso degli anni ed anche oggi non accenna a diminuire. In fondo, é proprio questo che certa critica non ha mai perdonato al compositore lucchese. Oggi per fortuna le cose sono cambiate e la musica pucciniana é stata fatta oggetto di studi critici estremamente validi, che hanno collocato il musicista nel posto che gli compete: quello di una delle piú grandi ed originali figure che la tradizione musicale italiana abbia mai prodotto, l’ ultimo erede del nostro melodramma e colui che ne concluse il ciclo meraviglioso, allo stesso modo in cui Gustav Mahler chiuse la parabola artistica della sinfonia viennese. La musica di Puccini occupa un posto insostituibile nella nostra cultura, e questo anniversario deve servire a ricordarcelo.

Andrea Chénier

Voglio parlarvi oggi di un´opera che amo molto

Andrea Chénier, l’ unico lavoro di Umberto Giordano rimasto stabilmente nel normale repertorio operistico, ha avuto, fin dalle sue prime apparizioni sulle scene teatrali, un successo continuo ed unanime, pressoché
ininterrotto, sui palcoscenici di tutto il mondo, senza cheil pubblico, né gli interpreti abbiano mai dimostrato
di esserne saturi. Di fronte a questa ragione, l’ opinione degli studiosi, che su questo e altri lavori del periodo cosiddetto “verista” hanno sempre avuto pareri contrastanti, passa in secondo piano, visto che alla fin fine è sempre il giudizio del pubblico a decretare le fortune di un’ opera (anche Verdi, come ben sappiamo la pensava così); e, d’ altra parte, ancora oggi è difficile trovare studi che sull’ opera verista dimostrino, se non obiettività, almeno serenità di spirito nel giudicare.

Soprattutto nei primi decenni del secolo, infatti, i musicisti e saggisti che diedero vita, in Italia, alle battaglie culturali in favore della “musica moderna”, si posero per obiettivo principale la condanna senza appello di tutto il teatro musicale verista, nonché di Puccini, che solo successivamente ottenne uno stralcio della sua posizione, per esprimerci ancora in termini giuridici. Per contro, i detrattori e i nemici di questo movimento seguitarono a difendere il verismo con un furore non meno polemico e non meno animato da ragioni ideologiche piuttosto che artistiche. Oggi, visto che queste ragioni dovrebbero ormai essere consegnate alla storia e che, d’altra parte, le battaglie per l’avanguardia hanno preso tutt’altre strade, tutto questo dovrebbe essere acqua passata, e invece non è così, o almeno lo è solo in parte.

Ma, per tornare all’ argomento principale di questo scritto, quali sono gli aspetti di Andrea Chénier che si impongono oggi alla nostra attenzione e quale fu la posizione di Umberto Giordano nell’a mbito del teatro lirico della sua epoca? Cominciamo dalla seconda questione: non c’è dubbio che, anche nelle sue migliori riuscite, la musica di Giordano rimanga ad un livello qualitativamente inferiore rispetto ad altri artisti di quel periodo. Lasciando stare Puccini, che per preparazione, abilità e felicità inventiva stava nettamente al di sopra di tutti, Giordano non possedeva certo la raffinatezza strumentale di Cilea o la capacità di tratteggiare fulmineamente i caratteri che era propria di Mascagni all’inizio della carriera. Ma è altrettanto vero che a questo musicista non facevano difetto la preparazione e la felicità dell’invenzione melodica, e nemmeno la capacità di organizzare un discorso teatrale vario ed avvincente. D’ altra parte, l’ aver studiato al Conservatorio di Napoli, a quell’ epoca, testimonia delle solide basi su cui poggiava la sua preparazione. Quando studiava, Giordano era già considerato come uno degli elementi più promettenti della sua scuola, e due suoi lavori scolastici, la romanza “Idillio” e una Suite per quartetto d’ archi, vennero eseguiti in pubblico ottenendo favorevoli accoglienze; anzi, la romanza venne anche pubblicata da Ricordi. Contemporaneamente, Giordano aveva partecipatoal Concorso Sonzogno del 1888, quello da cui doveva uscire vincitrice Cavalleria Rusticana. L’ opera da lui presentata, Marina, ottenne una menzione d’onore, anche se non venne poi mai eseguita in pubblico. Alcuni membri della giuria, tra i quali erano Filippo Marchetti ed Amintore Galli (il primo godeva allora buona fama quale autore di un’ opera discretamente fortunata come il Ruy Blas e l’ altro, oltre che professore di Storia della Musica al Conservatorio di Milano, era un influente membro di Casa Sonzogno) riuscirono a combinare un incontro tra il ventunenne musicista e l’ editore. Recatosi da Sonzogno a Roma, Giordano gli suonò l’intero spartito di Marina. Come risultato, il compositore ottenne l’ incarico di scrivere una nuova opera entro un anno ed una somma mensile in qualità di stipendio. Sonzogno,
a quell’epoca, riservava lo stesso trattamento a diversi giovani promettenti, tra i quali Mascagni, Leoncavallo, Spiro Samara, Gaetano Coronaro ed altri. Lo scopo era quello di creare un repertorio operistico tale da poter
competere con quello dell’editore rivale, Giulio Ricordi, proprietario dei diritti d’ esecuzione di tutti i grandi dell’ Ottocento italiano e di Wagner (dopo l’assorbimento, avvenuto nel 1888, della casa editrice Lucca, che fu la prima a pubblicare in Italia le opere del musicista tedesco). Sonzogno aveva risposto ai “colpi” di Ricordi con l’ acquisizione di quasi tutto il repertorio moderno francese (Carmen, Mignon e la maggior parte dei lavori di Massenet) e con i famosi concorsi operistici tenutisi dal 1883 al 1904, attraverso i quali cercava di assicurare i migliori giovani talenti alla sua Casa. Dopo essersi lasciato scappare Puccini, che aveva partecipato alla prima edizione del 1883 con Le Willis (poi pubblicata col titolo Le Villi), la quale non era stata neppure segnalata ed era poi stata pubblicata da Ricordi, Sonzogno non ripeté lo stesso errore con Mascagni e poi con Giordano. Il risultato fu la creazione di una nuova moda: quell’ opera verista consona alle attenzioni per la realtà sociale che l’ editore sosteneva sulle pagine del suo giornale, Il Secolo.

Ma, per tornare a Giordano, il primo frutto dell’ impegno con Sonzogno fu Mala Vita, tratta da un racconto di Salvatore di Giacomo adattato a libretto dal giornalista Nicola Daspuro, rappresentata al Teatro Argentina di Roma il 27 febbraio 1892, interpreti Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, gli stessi della “prima” di Cavalleria Rusticana. L’ opera in una ripresa a Napoli scandalizzò il pubblico e provocò disordini in teatro,anche a causa della scabrosità del soggetto, che portava in scena il mondo della camorra napoletana e aveva come protagonista una prostituta, Cristina, sfruttata dal marito, Annetiello (molti aspetti scabrosi della trama vennero attenuati nel rifacimento che Giordano ne fece nel 1897, intitolato Il Voto). Il lavoro però piacque indiverse riprese in Italia e all’ estero (era quello il momento in cui, soprattutto in Germania, il melodramma verista otteneva un successo clamoroso. Si veda a questo proposito l’ articolo di Marcello Conati “Mascagni, Puccini, Leoncavallo & C. in Germania”, pubblicato su Discoteca nell’agosto 1976) e se ne occupò, dandone un giudizio favorevole, anche il celebre critico viennese EduardHanslick. Comunque, sotto l’ impressione dei tumulti alla rappresentazione napoletana di Mala Vita, Giordano si decise, per la sua opera successiva, a tornare ad un soggetto storico. Il risultato fu Regina Diaz (Napoli, Teatro Mercadante, 5 marzo 1894), accolta con un certo favore, ma indubbiamente un lavoro nato morto (il libretto era un rifacimento della donizettiana Maria di Rohan), tanto che fu ritirato dopo due sole rappresentazioni.

A quel punto, Sonzogno, che già durante le prove della nuova opera aveva manifestato a Giordano le sue riserve, disse al musicista che la loro associazione doveva considerarsi conclusa. Giordano, che già stava pensando di abbandonare la musica e mettersi a dirigere una scuola di scherma, fu salvato da un incontro determinante: quello con Alberto Franchetti, che allora era a Napoli per la prima esecuzione locale della sua opera Fior d’ Alpe. Come poi lo stesso Giordano rievocherà, Franchetti, allora musicista molto stimato per il recente successo del Cristoforo Colombo, lavoro commissionatogli dalla città di Genova per celebrare il quarto centenario della scoperta dell’ America, gli offrì, durante un pranzo in una trattoria napoletana, i diritti del libretto di Andrea Chénier, che Luigi Illica si era impegnato a scrivere per lui. E fu lo stesso Franchetti che persuase Sonzogno affinché continuasse a versare a Giordano le trecento lire del contratto ancora per un anno.

Trasferitosi a Milano, per lavorare a contatto con Illica, Giordano trovò alloggio nel deposito di statue di un impresario di pompe funebri, vicino al Cimitero Monumentale e dovette adattarsi, dati gli impegni di Illica con Giacosa e Puccini per La Bohème, che stava nascendo in quel periodo, ad avere pochi contatti col librettista, cosicché la loro collaborazione fu portata avanti in massima parte attraverso la posta. Durante la composizione, Giordano persuase il poeta ad apportare alcuni cambiamenti al testo (come la soppressione dell’ episodio degli accenditori di fanali al secondo atto, che avrebbe potuto ricordare troppo da vicino quello analogo della Manon Lescaut). L’ opera fu finita il 27 gennaio 1896, e rapidamente messa in cartellone alla Scala, che Sonzogno gestiva per quella stagione, anche per l’ appoggio di Mascagni, che valse a superare la scarsa fiducia nutrita da molti membri di Casa Sonzogno nei confronti del lavoro. D’ altra parte, l’ intera stagione scaligera sembrava nata sotto pessimi auspici: infatti, l’ apertura era avvenuta con Henry VIII di Saint Saëns, sotto la supervisione dell’autore, ed era stata un clamoroso insuccesso. Anche peggio era andata La Navarraise di Massenet (un lavoro che presenta parecchie analogie con la Cavalleria Rusticana tanto che, al suo apparire, venne malignamente ribattezzato Calvelleria Espanola, alludendo alla prima interprete, che fu Emma Calvè) anch’ essa fischiatissima. Il fondo fu toccato con una ripresa di Carmen, partitura molto amata dal pubblico, che questa volta se la prese con gli interpreti (la Rappini e il tenore Vignas), tanto che l’opera venne interrotta durante il terzo atto. La situazione sembrava dunque già abbastanza pesante, e a complicare le cose ci si mise anche la defezione del protagonista designato, il tenore Alfonso Garulli, che rinunciò, forse fiutando un fiasco in arrivo. Giordano e Illica si rivolsero allora a un giovane cantante, da poco tornato dalla Russia e rimasto a Milano in attesa di scritture: era Giuseppe Borgatti, in seguito destinato a diventare famoso come il massimo tenore wagneriano di lingua italiana. Favorevolmente impressionato dal lavoro, accettò subito la parte (e racconterà poi di averla imparata in sei ore!) e l’opera poté andare in scena la sera del 28 marzo 1896. Oltre al Borgatti, cantavano il soprano Evelina Carrera e il baritono Mario Sammarco; dirigeva l’orchestra Rodolfo Ferrari. I primi applausi cominciarono subito dopo la sortita di Gerard, continuarono all’ Improvviso, che Borgatti dovette bissare, e si riassumono nel telegramma spedito da Sonzogno a Illica, alla fine dello spettacolo: “Trionfo completo per primo-terzo-quarto atto. Piacque pure secondo. Ventina chiamate artisti e maestro. Volevasi anche librettista.Venite assistere seconda”.

Dopo dieci rappresentazioni alla Scala, l’ opera cominciò il suo cammino su tutti i palcoscenici italiani e il 15
novembre dello stesso anno si ebbe la prima rappresentazione all’ estero, all’ Academy of Music di New York.
Anche le accoglienze della critica furono tutte favorevoli, soprattutto quelle di Galli sul Secolo, di Colombani sul Corriere della Sera e di Nappi, il temuto critico de La Perseveranza che nel suo articolo del 31 marzo mise acutamente in rilievo la “felice intuizione del teatro” e la “ragguardevole penetrazione del significato di ogni quadro del dramma”. Una fama era fatta, dunque, come ribadiranno il trionfo, due anni più tardi, di Fedora (Milano, Teatro Lirico, 17 novembre 1898, con Gemma Bellincioni e il giovane Enrico Caruso) che mosse all’ entusiasmo persino Gustav Mahler, il quale volle dirigerla alla Hofoper di Vienna, il successo di Siberia (Scala, 19 novembre 1903), lodata da Gabriel Fauré, le buone accoglienze toccate a Madame Sans Gene (New York, Metropolitan, 25 gennaio 1915, diretta da Toscanini), un argomento suggerito a Giordano da Verdi in persona, come ci testimonia Amintore Galli (A.Galli-G.Macchi-C.Paribeni,Umberto Giordano nell’ Arte e nella Vita, Milano, Sonzogno, 1915, p. 66), facente seguito però agli esiti incerti di Marcella (Milano, Lirico, 9 novembre 1907) e di Mese Mariano (Palermo, Teatro Massimo, 17 marzo 1910). Poi, dopo l’ operetta Giove a Pompei (1921) composta assieme a Franchetti, la parabola artistica di Giordano si concluderà con La Cena delle beffe (Scala, 20 dicembre 1924) e Il Re (Scala, 12 gennaio 1929, interpretato da Toti Dal Monte ed Enzo de Muro Lomanto): come per Mascagni, il destino di Giordano fu quello, malinconico, di chi sopravvive alla propria epoca che, nel caso dei musicisti della Giovane Scuola, era stata anche troppo breve. Infatti, di tutte le opere messe in scena in quel periodo, l’ ultima ad avere una vita teatrale regolare fu Adriana Lecouvreur di Cilea, che è del 1902: dodici anni appena era durata dunque la stagione verista (Puccini, come abbiamo già detto, vuole un discorso a parte).

Andrea Chénier, comunque, piace ancora, anche oggi che i gusti del pubblico sembrano lievemente mutati, sull’ onda di tante riproposte del repertorio belcantista e romantico. E non c’ è dubbio che l’ opera di Giordano contenga tutti i requisiti che occorrono per piacere all’ ascoltatore: felicità dell’ invenzione melodica, sicurezza nella caratterizzazione dei personaggi, ritmo teatrale tenuto sempre vivo, qualche volta anche esagerando nei colpi di scena. Gianandrea Gavazzeni ha opportunamente notato che Giordano, diversamente da altri musicisti della sua epoca, mira “…alla gettata della parte; intesa appunto in senso gestuale, quasi identificata nella forma dell’ attore cantante che dovrà essere Gèrard o Loris, Maddalena o Fedora. Sarà la stessa instintiva percezione del gesto scenico a orientare anche l’ orchestra di Giordano lungo gli affinamenti tecnici e le assimilazioni delle esperienze altrui. Infatti la sua orchestra è sempre una musicazione del gesto scenico. Ed è in questo l’ originalità, la differenza dalle altre orchestre del periodo naturalista”. Ma in cosa possiamo riconoscere l’ appartenenza di Giordano al cosiddetto verismo? E qui si innesta anche
la risposta alla domanda sulle ragioni del successo di quest’ opera, che ci eravamo posti in apertura di discorso.

Per le opere della prima stagione di questo movimento, verismo voleva dire soprattutto il trattamento di soggetti illustranti la realtà, anche e quasi particolarmente nei suoi aspetti meno edificanti. “Egli ha per massima sol che l’artista è un uom/e che per gli uomini scrivere ei deve./ Ed al vero ispiravasi”. Così le celebri parole del Prologo da Pagliacci, con le quali Ruggero Leoncavallo firmava il vero e proprio manifesto programmatico di questo nuovo genere. Era il prodotto di una società culturalmente plasmata dal positivismo e dal realismo, sull’ onda di influssi provenienti dalle letterature estere (e in particolare dalla Francia). In musica, questi soggetti vengono trattati con la rinuncia alla dicotomia tradizionale fra il recitativo e l’ aria (a cui anche Verdi, con le sue ultime due opere, aveva con tribuito a dare un colpo pressoché definitivo) sostituita, nei pezzi che mantenevano la struttura strofica, da forme popolareggianti come lo stornello e la ballata. Inoltre, al posto delle leggi morali salde e inattaccabili che regolavano il teatro romantico, l’ elemento motore delle opere veriste è la sensualità, ovvero la lotta del maschio con la femmina. È anche questo, come è già stato notato, un carattere che deriva dall’ operismo francese di fine secolo, e dalla Carmen in particolare. A tutto ciò, si aggiunge un tipo di recitazione anch’ esso nuovo rispetto agli schemi del teatro lirico ottocentesco, basato su un puntiglioso studio della realtà e straordinariamente accurato nella ricerca dei costumi e delle truccature. Due esempi tra i più significativi sono quelli di Gemma Bellincioni che, studiando la parte di Natalia ne La Martire di Spiro Samara, si era consultata con dei medici per riprodurre esattamente le espressioni e i gesti che sono propri dell’ agonia di una persona suicidatasi mediante inalazione di gas proveniente da una stufa a carbone, e quello del celebre baritono Titta Ruffo che, nella sua autobiografia, racconta di aver ricavato i gesti e le mosse della parte di Tonio in Pagliacci studiando le mosse di un minorato mentale nel quale si era casualmente imbattuto.

La musica esprimeva questi scontri tra i personaggi con inflessioni vocali desunte direttamente dal linguaggio
parlato e con un tipo di canto in cui l’ orchestra procede a volte intervenendo direttamente nel discorso melodico, che non viene più lasciato alla voce, con gli strumenti a commentare o a raddoppiare la linea del canto, ma equamente suddiviso tra essa e l’ accompagnamento orchestrale. Da queste basi nascono le diverse soluzioni stilistiche adottate dagli operisti italiani dell’ epoca, i cui risultati migliori sono dati da quel canto di conversazione del quale fu maestro assoluto Puccini. Per quanto riguarda Andrea Chénier, esso è il prodotto di una successiva fase del verismo: il periodo in cui, esauritasi per ovvia estinzione la fase dei soggetti rusticani, i musicisti ricominciano a prendere in considerazione, alla ricerca di nuove strade, le trame di stampo storicheggiante. Anche qui, però, essi trasferirono le istanze che erano state alla base dei lavori immediatamente precedenti, cosicché abbiamo opere come lo Chénier, dramma storico, ma basato su una figura reale: quella del poeta Andrè Chénier, nato a Costantinopoli il 30 ottobre 1762, membro, dopo la Rivoluzione, del “club dei Feuillants”, nell’ ambito del quale assunse una posizione sempre più critica verso il Comitato di Salute Pubblica, che governava in Francia durante il Terrore, fino ad essere arrestato e ghigliottinato, a Parigi, il 25 luglio 1794, solo tre giorni prima dell’ analoga fine di Robespierre. Tra l’ altro, nel libretto di Illica sono presenti anche altri personaggi realmente esistiti in quel periodo: Jean
Antoine Roucher, amico di vecchia data di Chénier e giustiziato con lui lo stesso giorno, il pubblico accusatore
del Tribunale Rivoluzionario, Fouquier Tinville, anche lui giustiziato nel 1795 e il presidente del Tribunale, Dumas, amico di Robespierre e ghigliottinatoinsieme a lui, Saint-Just e Couthon.

Illica trasse la sua documentazione storica dalla Histoire de la sociéte francaise pendant la Revolution, di Edmond e Jules Goncourt, stampata a Parigi nel 1854, nonché da un dramma di Jules Barbier e da un romanzo di Joseph Méry. Due tra le arie del protagonista sono parafrasi di poesie del vero Chénier: l’ Improvviso del primo atto, rielaborazione del Hymne à la Justice e Comme un Dernier Rayon, che fornisce lo spunto per l’ aria del quarto atto. Nel libretto i casi del poeta, prima rivoluzionario e poi proscritto da Robespierre, di Maddalena e del cittadino Gérard sono tratteggiati con una tecnica nell’ accavallarsi dei colpi di scena, che mira veramente a non lasciare al pubblico un attimo di respiro, secondo un incalzare di eventi che si potrebbe apparentare a certo tipo di cinema (e sarebbero tutti da studiare i modi che il cinema, questo moderno sostituto dell’ opera come spettacolo di massa e fenomeno di costume, ha preso a prestito dal melodramma e da quello verista in particolare). La musica accetta la sfida librettistica alla caccia dell’ effetto, momento per momento, e la capacità di Giordano di tenere il discorso sempre in tensione e di catturare l’ attenzione del pubblico tramite la melodia trascinante piazzata al momento giusto, ottiene perfettamente l’ obiettivo di tratteggiare un discorso teatrale sempre vario serrato e avvincente. In realtà, la Rivoluzione, vista in fondo con gli occhi di una persona moderata la quale pensa che queste cose non stanno mica bene,funziona solo come elemento catalizzante per far scattare le situazioni passionali in cui il piedistallo storico serve a moltiplicarne l’effetto sullo spettatore. Quando il gioco è realizzato con la misura e l’ abilità che Giordano dimostra nello Chénier, il gioco riesce. Togliete però questo equilibrio delicato a conseguirsi e come risultato avrete le concioni clamorose di opere come Il Piccolo Marat di Mascagni, per citare un altro lavoro ambientato nella Rivoluzione Francese.

Notevole è anche l’abilità con cui il compositore muove le fila del discorso e maneggia gli schemi, ottenendo il risultato di variare molto bene procedimenti che, in realtà, si somigliano tutti (guardate da vicino le arie solistiche dell’ opera e vi accorgerete che sono, più o meno, tutte costruite nella stessa forma: una prima parte in stile raccolto e legato, e una perorazione finale che porta la voce a toccare le note più alte, a volte concludendo, come nella romanza di Maddalena, con una frase in prima ottava). Anche il trattamento delle scene di massa, in particolare quella della festa al primo atto e quella del tribunale, rivela in Giordano un musicista dalla mano sicura e soprattutto molto abile nel servire al pubblico esattamente quello che si aspetta in quel determinato momento. E, di fronte a queste situazioni, come ha scritto ancora Gavazzeni, “cadono gli strumenti della critica e si alzano, luminose, le ragioni del cuore”. Si può anche discutere su questa affermazione, ma non condannare un’ opera che, piaccia o no, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo. D’ altra parte, i cantanti hanno sempre amato i ruoli principali del lavoro, e i nomi di Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile, Francesco Merli, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Placido Domingo tra i tenori e di Titta Ruffo, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Aldo Protti, Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli, tanto per citare alla rinfusa e non dimenticando Maria Caniglia, Maria Callas e Renata Tebaldi tra i soprani (interpretazioni tutte, integralmente o in parte, consegnate al disco) stanno a testimonianza del favore ininterrotto che, nei confronti di Andrea Chénier, accomuna da sempre pubblico ed esecutori.

L’ ambiente scaligero

Ad integrazione di quanto scritto a proposito del Don Carlo, credo sia opportuna una postilla.
L’ esito della serata può essere stato condizionato dal fatto che nei giorni precedenti la serata di Sant’ Ambrogio, l’ atmosfera attorno alla Scala è più o meno questa:

Tipiche telefonate prese dal centralino della Scala un 7 dicembre qualsiasi
1 –  “C’ è  una bomba in teatro”
2 –  Al sovrintendente: “Hanno venduto 24 fischietti nella cartoleria vicino al teatro”.
3 –  Alla moglie del direttore: “Suo marito va a letto con il soprano” (o con il tenore, a seconda dei gusti e delle tendenze)
4 – Alla primadonna: “Ho fatto una novena a Sant’ Antonio che, come a tante altre, ti farà andar via la voce”
5 – Al tenore: “Sappiamo che sei arrivato fin qui perchè hai un politico tra gli amici o un mafioso tra i parenti, ma stasera te la faremo pagare”
6- Al baritono: “Sei uno str….”
Milano è sempre stata cosí…

Noia mortale:Don Carlo alla Scala

Dopo aver assistito alla tramissione televisiva, su ARTE, del Don Carlo scaligero, ed aver riguardato la registrazione,l a mia opinione definitiva é questa:si tratta di uno spettacolo che non riesce nemmeno ad irritarmi. Preceduta dal consueto strepito mediatico, ulteriormente arroventato alla vigilia dalla polemica relativa alla sostituzione del tenore, la serata é scivolata stancamente in un´atmosfera di noia plumbea, per merito principale del direttore d´orchestra e del regista. Daniele Gatti é il maestro che una certa parte della Milano musicale ha giá scelto come Principe Ereditario e Successore della Real Casa.Questa serata doveva pertanto costituire l´intronizzazione definitiva del Delfino sul trono che fu di Claudio Abbado, indegnamente usurpato da Riccardo Muti. Purtroppo,le cose sono andate in maniera diversa. Musicista di indubbio talento e cospicue capacitá, Gatti non possiede ancora, a mio avviso, una personalitá intepretativa sicura. Questo lo porta spesso a calcolare gli effetti a tavolino, indipendentemente dalla musica che affronta. Non ho percepito nessuna concezione d´insieme nel suo Don Carlo. Solo il cesello insistito di alcuni particolari ed un fraseggio orchestrale caratterizzato da rallentando ed accelerando spesso del tutto gratuiti. Nessun senso dell´affresco storico, nessuno scavo psicologico dei personaggi in una partitura che necessita assolutamente di tutto questo. Solo un condurre l´orchestra disinteressandosi completamente della concertazione vocale,con i cantanti lasciati da soli a cavarsela secondo le loro possibilitá.Visto poi che il cast,sotto questo aspetto,offriva ben poco,era logico che la serata scivolasse piano piano in un´atmosfera di piattezza e grigiore. Molto del suo ce l´ha messo anche Stéphane Braunschweig, che ha ideato una scenografia spoglia e buona per qualsiasi opera del repertorio, con costumi di una tale banalitá da dar l´impressione che ogni cantante si fosse portato da casa uno vecchio che aveva. Capacitá di creare un clima, un´atmosfera qualsiasi: semplicemente,non pervenute.Un banale dirigere il traffico, con i solisti a trarsi d´impaccio per conto loro.
Abbandonata a se stessa dal direttore e dal regista, la compagnia ha badato, in linea generale,a portare a casa la serata senza troppi danni. Questo vale in particolare per il tenore Stuart Neill,mandato in scena in un modo che si segnala veramente per la assoluta mancanza di educazione,come si legge qui. In pratica, hanno detto chiaramente che lo facevano cantare solo perche non c´era altro. Quelle finesse, Monsieur Lissner….Con queste premesse, Neill se l´é cavata abbastanza bene, arrivando in fondo senza danni.Alla fine,era quello che si voleva da lui, e casomai qualche idea interpretativa in piú avrebbe dovuto suggerirgliela Gatti,che se n´é completamente disinteressato. Di un maggior sostegno da parte di direttore e regista avrebbe avuto molto bisogno Dalibor Jenis, un baritono dalla voce interessante, ma tecnicamente e interpretativamente immaturo. Della grandezza aristocratica,dell´allure e del patetismo che il canto di Posa dovrebbe esprimere, nessuna traccia. Contrariamente ai colleghi,Ferruccio Furlanetto é una vecchia volpe di teatro, dotato di esperienza e carisma scenico in abbondanza.In questo modo, ha potuto provvedere da sé a quanto non gli avevano suggerito i responsabili dello spettacolo, e il personaggio di Filippo II é venuto fuori con una buona dose della truce grandezza che gli si addice.Purtroppo, la voce é ormai veramente troppo usurata, ingolata e dura, e l´incapacitá di sostenere le frasi legate del monologo abbassava di molto la credibilitá del sovrano tradito che medita sul suo futuro. Dell´Inquisitore, impersonato da Anatolj Kotscherga, meglio tacere, al massimo si puó dire che una direzione artistica che scrittura un elemento del genere, che con il canto italiano non ha mai avuto nulla a che fare, dimostra puramente e semplicemente di non avere orecchie.Abbandonata a se stessa da Gatti e Braunschweig, Fiorenza Cedolins ha trasformato la regina di Spagna in un´orfanella spaurita. Non che abbia cantato male, ma la parte non le si addice in primo luogo per la mancanza di consistenza della prima ottava, necessaria in una tessitura come quella di Elisabetta, che a volte é addirittura piú bassa di quella di Eboli. Cosí, a parte la discreta esecuzione dell´aria del primo atto, per tutto il resto della serata abbiamo ascoltato un canto dimesso,timido, privo di personalitá ed autoritá vocale. Qualitá,quest´ultima,che non fa difetto a Dolora Zajic, mezzosoprano da battaglia abituato a puntare tutto sullo squillo ed il volume. Solo che la finezza non é mai stata il punto di forza della signora, e cosí, dopo una Canzone del Velo molto pasticciata nelle agilitá, abbiamo visto e sentito il progressivo affermarsi della solita Eboli invasata, che poco mancava si rotolasse per le terre alla maniera della Bellincioni in Cavalleria Rusticana, augurando la mala Pasqua alla Regina ed all´Infante di Spagna. Ad ogni modo il "Don fatale", eseguito con veemenza e note alte di uno squillo addirittura arrogante, ha provocato l´unico soprassalto emotivo della serata. E adesso,dopo aver faticosamente rivisto la recita,vorrei fare a Gatti un ulteriore appunto. Se si decide di eseguire il lamento sul cadavere di Posa, esso deve essere preceduto dal recitativo della versione originale,come facevano Pretre a Venezia nel 1973 e Abbado nel 1977. Se invece, come ha fatto Gatti, si inserisce il brano nella versione riveduta, sulle parole di Carlo "I regni miei stan presso a lui" si crea una stridente frattura tonale, che Verdi non si sarebbe mai sognato di immaginare.
Ecco, abbiamo finito e arrivare in fondo a questo post mi é costato fatica esattamente come rivedere la registrazione. Certo peró che i fischi erano assolutamente censurabili. Sarebbe stato assai piú appropriato, da parte del pubblico, tacere ed esibire uno striscione come quello preparato qualche anno fa dai tifosi interisti, dopo una serie di prestazioni particolarmente negative della squadra.
Lo striscione diceva:NON ABBIAMO PIÚ PAROLE PER INSULTARVI.
Ecco, questa sarebbe stata la reazione adeguata ad un simile spettacolo.

Eugenj Onegin a Stuttgart

Devo dire innanzi tutto che amo molto l’ atmosfera della Staatsoper di Stuttgart. Per un melomane di lungo corso come me, é un piacere trovarsi in un teatro dove si percepisce prima di tutto la voglia di sentire musica. Facilità di accesso estrema, senza le traversie che occorre fare in Italia per procurarsi un biglietto, pubblico assolutamente privo di spocchia vipparola ed una forte presenza di giovani e giovanissimi, tutti animati da una sana curiositá, come il gruppo di adolescenti che occupava i posti vicini al mio venerdí sera, i quali appena hanno individuato che ero un appassionato hanno cominciato a tempestarmi di domande sull’ opera e sull’ autore, in un modo che faceva intuire la voglia di saperne di piú su quel che stavano vedendo. Tutto questo contribuisce a restituirti le condizioni d’ animo necessarie per gustarsi una serata all’ opera. Dal punto di vista artistico, la Staatsoper è un teatro organizzato secondo il sistema tedesco dell’ ensemble e preferisce lavorare con cantanti giovani, cosa che io trovo assai lodevole. Il cast dell’ Eugenj Onegin che ho visto venerdí sera era composto di elementi tutti intorno ai trent’ anni di età i quali, guidati da un direttore forse non geniale, ma molto esperto, ci hanno fatto ascoltare un’ esecuzione notevole per slancio e freschezza, con alcuni punti veramente eccellenti. Naturalmente il lato negativo nelle cose c’ è sempre e qui, come nella quasi totalitá dei teatri tedeschi, é costituito dagli allestimenti improntati al cosiddetto Regietheater, del quale abbiamo avuto giá modo di parlare e che alle volte sono di notevole disturbo. Il bello é che, a sentire la maggior parte degli spettatori, queste cose sembrano essere sgradite anche al pubblico. Comunque, si cerca di sopportare questo fatto, tranne quando i registi veramente esagerano in assurditá. Qui a Stuttgart, devo citare come esempi estremamente negativi la Fanciulla del West e il Fliegende Holländer messi in scena da Calixto Bieito e la recente Aida di Karsten Wiegand, di cui ho già riferito e che è stata duramente censurata anche dai giornali locali.

Per quanto riguarda l’ opera di Tschaikowsky, la Staatsoper ha affidato la regia a Waltraud Lechner, che nel teatro lavora come direttore degli allestimenti scenici e che si é fatta apprezzare per la sua elegante messinscena dell‘ Idomeneo. La Lechner, in collaborazione col Dramaturg del teatro, Sergio Morabito, ha immaginato di ambientare la vicenda come una storia di nuovi ricchi nella Russia postsovietica. Una scena praticamente unica, ideata da Kazuko Watanabe, funge nei primi due atti da struttura portante di una villa comprata da Larina, la madre delle due ragazze da marito, la quale, dopo i lavori di restauro, inaugura la proprietá con uno sfarzoso party, quello che apre il secondo atto. Dopo la scena del duello, per il terzo atto ci troviamo in un’ esclusiva stazione di sport invernali, dove la società dei nuovi ricchi trascorre le vacanze. Tra essi naturalmente si trova Tatjana, che ha consolidato la sua posizione sociale grazie al matrimonio con Gremin. Devo dire che, fatto salvo il cambio di ambientazione, l’ allestimento era abbastanza gradevole e la regia sobria e senza eccessi. Peccato solo per una caduta di gusto: realizzare il duello tra Onegin e Lenskj come una sfida alla roulette russa non mi è parso opportuno, e l’ atmosfera drammatica della scena ne ha sofferto in maniera evidente. Comunque era uno spettacolo che si lasciava guardare senza grossi fastidi, soprattutto nè lambiccato nè troppo cerebrale.

La compagnia di canto, come ho detto, era estremamente gradevole ed equilibrata in tutti i ruoli. Karine Babajanyan, giovane soprano armeno che da cinque anni lavora con l’ ensemble della Staatsoper, ha delineato una Tatjana impulsiva e vibrante, facendoci ascoltare una voce di bel timbro ed estremamente ben controllata. La ventisettenne Tajana Raj, mezzosoprano di Norimberga che l’ anno scorso ha riscosso un grande successo personale come Idamante, ha impersonato Olga, confermando di essere una delle voci piú promettenti della compagnia. Il basso Liang Lin ha interpretato Gremin con una voce molto piú morbida e controllata rispetto all’ Aida. Nel ruolo di Onegin, il baritono giapponese Shigeo Ishino ha evidenziato gradevoli mezzi vocali e notevoli doti interpretative, sottolineando molto bene l’ evoluzione psicologica del giovane aristocratico blasé e disincantato che al terzo atto si ritrova innamorato infelice della donna che aveva respinto. Ma la vera sorpresa della serata ce l’ ha fornita il tenore russo Roman Shulackoff, non ancora trentenne, debuttante nel nostro teatro, che ha cantato Lenskj con una voce bellissima e sorretta da una tecnica giá ragguardevole. La celebre aria del secondo atto, eseguita con ottime mezzevoci, fraseggio appassionato e acuti squillantissimi, ha strappato un’ ovazione al pubblico. Buone anche le caratterizzazioni di Cornelia Wulkopf come Filipjewna e Heinz Göhrig come Triquet.

Sul podio, dopo la prima recita che si è svolta con il solo accompagnamento pianistico a causa di uno sciopero dell’ orchestra (ebbene sì, queste cose succedono anche in Germania ogni tanto…) c’ era Marc Soustrot, direttore di notevole mestiere e concertatore molto consapevole, ma dalla personalità intepretativa un po’ pallida. In una intervista pubblicata sul programma di sala, il maestro francese si soffermava a lungo sulla raffinatezza della scrittura di Tschaikowsky e sulla varietá dinamica della partitura. Siamo perfettamente d’ accordo, ma non bisogna dimenticare che Onegin è anche un’ opera di sentimenti al calor bianco e di passioni a volte esasperate e questo aspetto, nella direzione di Soustrot, è rimasto un po’ in ombra. Nella scena della festa, culminante nel concertato della sfida, e nel duetto finale, si sentiva davvero la mancanza di una bacchetta con un po’  piú di passionalitá. Ad ogni modo, una direzione sicura e sagace nel sostenere i cantanti, e questo era già qualcosa di positivo. In complesso una serata molto gradevole, con la scoperta di un tenore di cui sono sicuro che sentiremo presto ancora parlare.

Aspettando Don Carlo

Sta per partire la consueta grancassa mediatica relativa alla serata inaugurale della stagione al Teatro alla Scala. Niente di nuovo, la solita sfilata di gente deja vu, politici, manager, attricette, squinzie non megli identificate, mature damazze parate come madonne e con dentature da 50000 Euro. Film giá visto e stravisto, e del resto non é che tutto questo sia solo un vizio italiano. Chi frequenta il Festival di Salzburg o quello di Bayreuth sa bene che da quelle parti ci si puó imbattere molto spesso in un’ atmosfera ancora piú kitsch. Dimentichiamo tutto questo ciarpame e cerchiamo di concentrarci sulla musica. Quest’ anno é di scena il Don Carlo di Verdi, che non nascondo essere una delle mie opere preferite in assoluto. Atmosfera e caratterizzazione magistralmente delineate, con tre ore e mezza di una musica tra le piú organiche e ispirate mai uscite dalla penna del Maestro. Noi qui in Germania potremo, per fortuna, gustarci la serata in televisione su ARTE,con un’ ora di ritardo rispetto all’ inizio dello spettacolo. Devo dire che mi attendo grandi cose dalla direzione di Daniele Gatti ed anche dalla messinscena di Stéphane Braunschweig, di cui ho molto apprezzato la Walküre allestita ad Aix en Provence. Ne riparleremo agli inizi della prossima settimana. Registriamo intanto il pieno successo della felice iniziativa di aprire la prova generale ai ragazzi sotto i 26 anni di etá. Speriamo che sia solo l’ inizio di una politica culturale mirata ad attirare nuovo pubblico al teatro d’ opera.

Aida a Stuttgart: sentire e non vedere

L’ ascolto di un paio di recite del nuovo allestimento di Aida qui alla Staatsoper di Stoccarda é stato un perfetto esempio di come il Regietheater tanto di moda qui in Germania possa, a volte, rovinare un’ esecuzione musicale piú che degna. I giornali di qui hanno censurato duramente la messinscena di Karsten Wiegand e sicuramente con molte ragioni. Ci siamo ormai rassegnati alle trasposizioni d’ epoca, a patto che esse abbiano una loro logica e che non stravolgano i meccanismi drammaturgici della vicenda. Questo é proprio quel che é successo nell’ allestimento di Wiegand, che dell’ Aida riteneva solo l´aspetto militaresco, con una sovrabbondanza di uniformi in stile dittatura sudamericana, e cancellava completamente l’ aspetto esoticheggiante dell’ opera e il conflitto tra amore ed oppressione di potere che sta alla base della trama. Non mi addentro in particolari se non per sottolineare la rara bruttezza delle scene di Bärbl Hohmann, forse adatte ad un Wozzeck, e l’ illogicitá assoluta dei movimenti scenici, che hanno letteralmente mandato a picco la scena del tempio e quella del trionfo. Era meglio dunque concentrarsi sull´esecuzione musicale, che senza arrivare a punte stratosferiche é stata sicuramente di ottimo livello. Merito soprattutto di Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor del nostro teatro, che ha proposto una lettura nervosa ed intensamente drammatica dell´opera, servito al meglio dai complessi della Staatsoper che hanno fornito una prestazione veramente di riguardo, particolarmente il coro, che da noi é di ottima qualitá.La compagnia di canto era dominata dall’ Amneris di Marina Prudenskaja, giovane mezzosoprano russo di voce scura e potente e di notevole temperamento drammatico.Un po’ inferiori alle attese l’ Amonasro di Yalun Zhang, non all´altezza delle sue ottime prove precedenti da noi ascoltate qui come Scarpia e Holländer, e il Ramfis di Liang Li, apparso in difficoltá nel legato. La coppia dei protagonisti era affidata a due giovani cantanti sudamericani, accomunati dal fatto di avere mezzi vocali piú tendenti al lirico che al drammatico, e quindi entrambi a volte in difficoltá nelle scene dove la scrittura verdiana si fa piú tesa. Maria José Siri, soprano uruguaiano, ha evidenziato una voce di bel colore,ma leggera nella prima ottava. Ne é risultata un’ Aida notevole nelle due arie ma opaca nei duetti, dove era costretta a forzare quando la tessitura si faceva grave. Il tenore messicano Hector Sandoval ha una voce che ricorda un po’ quella di Richard Tucker, bene impostata ed emessa con sicurezza, ma forse ancora immatura per la parte di Radamés. Molto buono comunque il suo quarto atto, coronato da un eccellente duetto finale reso da lui e dalla Siri con ottime mezzevoci.
Un’ esecuzione musicale di buon livello, come ho detto, a patto di dimenticarsi di quel che si vedeva sulla scena. Purtroppo qui in Germania occorre spesso comportarsi cosí, e stiamo cominciando a farcene una ragione…Ed ora, aspettiamo il prossimo nuovo allestimento: Eugene Onegin, andato in scena l’ altra sera e che io vedró venerdí 5 dicembre.