Microfoni all´Arena di Verona

Si discute molto, in questi giorni, sulla proposta di usare l´amplificazione e i microfoni nelle recite areniane.
Pubblico un intervento della mia cara amica Lucia Mazzaria, che ne parla con la sua consueta schiettezza.

Ma insomma….ma ci stiamo tutti rincitrullendo o che??
Vero che nel panoramico casino mondiale l’argomento è sicuramente irrilevante, ma siccome noi parliamo di musica lo affrontiamo.
Corriere della sera martedì 10 novembre 2009
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Microfoni all’Arena, la lirica si divide

Il fatto che stiano tecnologizzando ( si dice così???) tutto mi sembra chiaro, fra poco faremo la pipì via mail, ma che le vecchie glorie del teatro siano le prime a rinnegare il loro passato questa poi non me l’aspettavo. Domingo dice "Sì sì. facciamolo, così facciamo meno fatica" ( e parla al presente perchè è ancora convinto di essere un cantante lirico e non un parlante…con tutto il rispetto chiaramente), Zeffirelli addirittura minaccia che se non gli mettono i microfonini lui all’ Arena non ci gioca più…e batte i piedini santi e manda la sua troupe svizzero tedesca, affiancata a quella italiana solo per far finta di aver amor di patria, a fare i sopralluoghi. Il sovrintendente pinco pallo di turno tale Girondini aggira il problema dicendo che saranno cauti. I cantanti…pochi ..dicono ma io ho studiato per cantare senza microfono… e qui la baraonda.
Ma il buon Domingo quando saliva la vetta chiedeva i microfoni?? e Zeffirelli li avrebbe proposti alla Callas…si sarebbe beccato un mi bemolle nell’orecchio!
Perchè la vecchie glorie invece di fare le bizze da star di quarta categoria non si mettono a fare cose costruttive invece di voler a tutti costi cambiare quel qualcosa che non deve essere cambiato, perchè non insegnano tutti i trucchi del mestiere ai giovani in modo che quest’arte possa andare avanti senza sofisticazioni e quindi che , nella fattispecie, all’ Arena tornino a cantare le voci vere come quelle di un tempo? Perchè all’ Arena si ostinano a chiamare dei direttori d’orchestra che fanno rumore e non musica?

Probabilmente perchè anche i più scarsi abbiano la possibilità di dire che hanno cantato li dentro e quindi fra poco avremo una serie di fighi belli fotomodelli, privi di qualsiasi talento e voce, microfonati ma parlanti ugualmente, a sostenere i ruoli più disparati e complessi.

Quindi i vecchi ci insegnano a non studiare più ma ad affidarsi alle amorevoli cure di un creatore di look e di un buon maestro di ginnastica per affinare il fisico…..
Io apro una palestra e un beauty center!

Adios….

Lucia Mazzaria

Intervista a Salvatore Fisichella

Salvatore Fisichella, il grande tenore catanese specialista di opere come Puritani e Guglielmo Tell, in questa intervista si racconta e ci propone le sue concezioni artistiche.

Raccontaci come hai deciso di fare il cantante lirico

Può benissimo dirsi che sono nato cantando. Sì, perché, fin da quando avevo aperto  gli occhi alla vita, tormentavo giorno e notte, con i miei acuti gridolini, le orecchie di papà e mamma. La mia voce era così squillante e penetrante  che chi mi stava vicino per accudirmi esclamava: “…farà il tenore!”. Mentre crescevo, vivevo un’infanzia felice, coccolato da papà e amato dalla mamma. Amici e parenti nelle riunioni di famiglia non mancavano di invitarmi a cantare qualche canzone allora in voga per poi finire con  o sole mio cavallo di battaglia del piccolo e audace cantore, che per nulla intimorito non si faceva tanto pregare.
All’età di 10 anni, frequentando la parrocchia, rapito dalla soavità della musica liturgica, mi viene il desiderio di entrare in Seminario per frequentare la scuola media. Ben presto i Superiori si accorgono della bella voce del piccolo seminarista e chiamandolo voce argentina da subito gli affidano gli assolo delle Messe,dei canti liturgici e delle operine  che si preparavano per le feste. Che triste giorno per me ,quando il direttore musicale, Padre Giosuè Chisari (divenuto poi direttore del Museo Belliniano), accompagnandomi al pianoforte in un pezzo lirico per me adattato, “Suoni la tromba”, sentendo la mia voce estesissima e potente, mi predice che probabilmente,dopo la mutazione sarei divenuto un basso. Scoppiai in un pianto dirotto  e fra le lacrime esclamai: “No, basso mai, o tenore o niente altro!”. A 13 anni, uscito dal Seminario, intraprendo le scuole superiori, prima al liceo scientifico e poi da geometra. Non avevo più pensato  seriamente al canto e mi limitavo ad  esibirmi in qualche romanza o in qualche canzone strimpellata  con la chitarra e canticchiata fra amici  e compagni di scuola.
A 18 anni, già diplomato geometra, l’ episodio che si sarebbe rivelato decisivo per le mie scelte future. Invitato al matrimonio di un cliente, al quale avevo progettato la casa, assistetti ad uno spiacevole contrattempo. Il tenore che avrebbe dovuto con la sua voce accompagnare gli sponsali, ha un preoccupante ritardo, e la sposa non vuol saperne di entrare in chiesa poichè teneva moltissimo all’ Ave Maria. Era risoluta al punto  di rinviare il giorno delle nozze. Il panico era tra gli invitati e l’ impaziente sposo ritto ad aspettare davanti l’ altare con i fiori in mano. Ricordandomi di avere avuto una voce argentina, mi offrii in sostituzione del tenore lumacone che rischiava di compromettere il matrimonio. Canto tra lo stupore di tutti, riscuotendo i primi meravigliati consensi, soprattutto da parte del tenore designato, nel frattempo arrivato, che mi  invita a recarmi con lui,la stessa sera, dalla sua maestra di canto Sara Messina, che ascoltandomi mi predice un florido futuro canoro. Un breve periodo di studio vocale che non mi soddisfa appieno poiché le lezioni si concludevano sempre con un “Bravo! Bravissimo!”.
Un’idea fissa mi tormentava l’ animo e le giornate: trovare un maestro in gamba che sapesse limare, plasmare, valorizzare quel tesoro che avevo in gola.
Catania, allora, non difettava di buone scuole di canto. Scelsi quella che allora era considerata più esosa e più rigorosa: Maria Gentile, soprano catanese dall’illustre passato  artistico, che mi sottopone a sei anni di studio rigoroso e stressante; le lezioni si concludevano sempre con un: “No!Così non va!”.
Anni di angoscia ed ansia, di scoraggiamento e di sogni soprattutto quando ascoltavo i divini del momento (Del Monaco, Di Stefano, Corelli, Bergonzi, Raimondi etc.), ma anche di soddisfazioni quando gli applausi accompagnavano i piccoli concerti  che la Gentile organizzava per mettere alla prova i suoi giovani studenti.
I buoni risultati non tardano a venire. I grandi sacrifici economici per pagare le lezioni di canto e i travagli spirituali vengono ripagati nel 1970, quando riesco a vincere  il XXIV° CONCORSO LIRICO ADRIANO BELLI DI SPOLETO con il massimo assoluto dei voti, presentando come opere studiate: I PURITANI, LA FAVORITA e RIGOLETTO. L’ incredulo maestro Sanpaoli, Deus ex machina dell’ organizzazione spoletina, che prima diffidava del fatto che un giovane potesse presentare un repertorio tanto difficile, dopo avermi ascoltato,mi appioppa un 10 e lode, divenendo poi uno fra i miei più fervidi sostenitori  e pronto a dispensarmi sempre i più saggi consigli all’ inizio della carriera.
Esordii nella stessa Spoleto, con la direzione di Ottavio Ziino, quale protagonista nel WERTHER di Massenet. È un’ edizione che la critica definisce di Alto Livello e che va in giro per tutta l’ Italia.

È stato difficile sostenere per anni un repertorio impegnativo come quello che hai affrontato sulla scena?

No, perché quel repertorio mi veniva congeniale, tutto fluiva liscio e senza asperità nella mia gola, finivo gli spettacoli senza sentirmi stanco e questa era la misura che mi consentiva di pensare che le mie scelte erano giuste. Rossini, Bellini, Donizetti era come se avessero scritte per me le loro opere e mai, dico mai ebbi a dubitare nell’ accettare l’ esecuzione delle loro opere anche quando notoriamente per gli altri interpreti presentavano difficoltà esorbitanti. Solo per Guglielmo Tell aspettai la maturità vocale e pressato, spronato e controllato dal Maestro Nello Santi, grande conoscitore di voci, debuttai a Basilea (registrazione pubblica per la RDS)  nel 1986 e poi all’ Opernhaus di Zurigo, diretto sempre dallo stesso Nello Santi .A quelle recite molte altre ne seguirono per il mondo senza aver riportato mai danni vocali.

Qual era il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Prima di tutto leggevo il libretto, immaginavo le scene, mi vedevo nei duetti,nei terzetti nei concertati: interpretavo il libretto parlato come fanno gli attori e quando avevo rifinito tutte le peculiarità del ruolo mi accingevo a studiare la musica prima al pianoforte e poi se esistevano registrazioni discografiche mi apprestavo ad ascoltare interpreti e direttori diversi per avere una visione globale dell’ opera.

Dacci una tua definizione della tecnica vocale

Rispondere a questa domanda  è tanto difficile perché tutti i cantanti, anche quelli mediocri o che hanno perso la voce troppo presto, affermano che la loro tecnica è la migliore e che hanno perso la voce per svariati motivi ivi compresi la cattiva sorte, il destino etc. Io dico che per il canto all’ italiana, per opere italiane, francesi e la produzione spagnola, l’ unica tecnica giusta è quella che si basa sulla respirazione diaframmatico-costale o diaframmatica–toracica come suolsi dire comunemente. Questa è la respirazione che insegnarono i primi grandi tenori (Gayarre, etc.) era quella praticata da Caruso, Gigli, Lauri-Volpi (grande didatta del canto) e quella che adoperano tutti i tenori belcantisti o chiunque abbia cantato almeno 30/35 anni  in teatro, anche se la loro percezione era diversa: molti cantanti, infatti, erano convinti di cantare solo diaframmatico, mentre in effetti cantavano diaframmatico-toracico. Tutti gli Yogi o gli sportivi respirano così; così respira il neonato alla nascita. Avete mai visto uno sportivo correre con la pancia sporta verso  fuori? E quando voi tossite non siete costretti ad alzare il petto mente sulla linea del diaframma la pancia rientra?
Per quanto riguarda la postura della voce essa viene appoggiata sempre sul punto focale della laringe: dalla nota più bassa alla nota più acuta, senza perdere il fluire del suono posato sulle corde vocali. Pensate quando parlate normalmente dove ponete il suono. Il diaframma serve semplicemente da stantuffo per agevolare a portare il fiato nelle diverse camere di risonanza: il torace per le note basse, le fosse nasali e mascellari per i centri e le fosse frontali e la testa per gli acuti e i sopracuti pensando alla base cranica per dare alle note ampiezza e profondità. Certo per parlare di tecnica avrei voluto più tempo e più spazio…ma rischierei di annoiare il lettore. Bisognerebbe parlare ancora della lingua, dell’ atteggiamento labiale “a sorriso”, della postura del bacino, dell’ appoggio sui muscoli femorali acciocché si possano mantenere morbidi i muscoli del collo e della faccia etc….

Nella tua carriera, ti sei ispirato all’ esempio di qualche grande artista del passato?

Tutti mi hanno insegnato qualcosa, in tutti i cantanti c’ è da apprendere qualcosa: il fraseggio, la gestualità, il portamento, la ”vis comica” etc. Certo ti insegnano molto solo i grandi cantanti; da essi hai veramente l’ esempio pratico dell’ applicazione tecnica e il modo di esternare parola e i sentimenti. Però nessuno può insegnarti quello che non hai dentro. Ognuno è maestro di se stesso e il palcoscenico  sviluppa l’ esternare quello che per anni hai praticato, che hai studiato, che hai sperimentato, che hai vissuto nel tuo cervello e nel tuo intelletto fino a farti divenire a poco a poco  artista degno di questo nome. Puoi stare mille anni dentro la più illustre scuola di canto, ma se non hai calcato il palcoscenico non sarai mai Artista.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Ritieni che siano utili all’ artista e quali sono secondo te le tue registrazioni che ritieni meglio riuscite?

I dischi e i video sono necessari per comprendere meglio l’assieme di una esecuzione. Ma non sono indispensabili. Prima del loro avvento gli Artisti debuttavano il ruolo incontrandosi per la prima volta con gli altri in sala prove e là, giorno dopo giorno, costruivano la rappresentazione nel suo insieme totale. E oggi, quando debuttiamo un’ opera mai rappresentata o per la quale non esistono in mercato video o dischi, non facciamo come gli antichi interpreti? Quindi tutto il supporto mediatico serve ad aiutarti, ma non è indispensabile.
Le registrazioni mie più riuscite sono I Puritani di Bregenz con Gruberova, Gugliemo Tell con Maria Chiara diretto da Santi e Otello (Rossini) per la Philips.

Sei soddisfatto di quello che hai fatto sulle scene oppure hai qualche rimpianto?

Quando un artista arriva alla fine della carriera ha sempre dei rimpianti: se rinascesse potrebbe fare ancora meglio. Non essere mai soddisfatti è prerogativa necessaria per progredire sempre di più. Diceva la mia maestra Maria Gentile che un artista dovrebbe avere due vite: una per imparare, l’ altra per cantare.  Se qualche rimpianto ho veramente è quello di non avere trovato, in qualche rarissima volta che sia capitato, il “feeling” con qualche direttore d’ orchestra o qualche regista.

Secondo la tua opinione, è giusta o eccessiva l’ importanza che si da oggi alla recitazione?

L’ importanza che oggi si da alla recitazione cioè alla messa in scena dello spettacolo è giusta, il cinema ha abituato a delle  messe in scena spettacolari che il pubblico vuole poi ritrovare nei teatri. Tutto evolve ed è giusto che sia così. Ma quando  questo va a detrimento della musica o dei cantanti, allora si va alla esagerazione voluta e cercata e alla fine si depaupera il messaggio culturale e artistico al solo vantaggio del visivo. Quando tutto è rispettato, scene, costumi, epoca e musica, si assiste a quel genere di spettacolo che per sempre resta nella nostra mente.

Per un cantante, può essere dannoso arrivare troppo presto ai grandi palcoscenici?

Certamente si, al giovane deve essere dato il tempo giusto per maturare la sua arte e il suo talento vocale altrimenti rischia di non potere raggiungere vette importanti perché già schiacciato dalla critica. Quanti esempi di giovani promesse dissoltesi nel nulla…avessero avuto più tempo avremmo avuto altri nomi celebri. Io ricordo che, dopo il mio fortunato debutto al Teatro dell’ Opera di Roma,subito dopo Spoleto al posto di Pavarotti e con Mirella Freni, ebbi il coraggio a rispondere a degli agenti che mi volevano proiettare in teatri ancora più prestigiosi, che non mi sentivo pronto al momento e che volevo ancora aspettare un po’ per affrontare quei ruoli difficili in teatri difficili. Penso di avere avuto ragione su tutti quelli che invece mi esortavano a fare il contrario.

Quali sono le caratteristiche necessarie a un buon insegnante di canto?

Nessuno può insegnare l’ arte che non ha e un buon maestro deve essere stato artista e cantante per potere donare agli altri la propria esperienza. Egli deve essere intelligente, capire la psiche dell’allievo, i suoi pregi e lavorare su di essi , e i suoi limiti,per farli sparire in pochissimo tempo, ma soprattutto non fare forzare la voce per non ammalare l’ allievo. Deve consigliare e guidare , con grande carisma ,anche nelle cose private. L’ allievo all’inizio è sempre timido e titubante ma poi finisce, presa la giusta confidenza, a raccontarti e ad esternarti tutto quello che ha in cuore e allora, quando lui spontaneamente ti racconta, è arrivato il momento di consigliarlo. Molti allievi preferiscono parlare con il maestro e non con i genitori. Essi hanno posto molta fiducia in te e tu devi essere per loro maestro di vita e di arte.

Pensi che la lirica abbia un futuro? E quali consigli daresti ad un giovane che volesse intraprendere questa strada?

Non voglio rispondere in modo esauriente a questa domanda perché ho molta perplessità verso il teatro d’ opera così come va oggi. Non mi piacciono le direzioni artistiche, non mi piace come gli agenti conducono i loro artisti e il loro criterio di valutazione. Non mi piace il modo in cui sono organizzati i  concorsi di canto, quasi sempre discriminatori e indirizzati a favore di qualche protetto, etc. Ci sono moltissime cose che non vanno per il verso giusto…ma il mondo della LIRICA non può morire, finirà certamente per essere completamente politicizzata e per guarirla bisogna tornare agli albori; ai tempi di Caruso e ancora prima, quando tutto era affidato a uomini di teatro che se sbagliavano le scelte pagavano di tasca propria. Occorre mettere gli uomini giusti e competenti al posto giusto. Oggi il teatro è retto da un politico e non da un cantante, nella migliore delle ipotesi da un musicista che non capisce niente di voci e si affida ad un agente che a sua volta non capisce nemmeno, avendo prima fatto tutt’ altro mestiere, ed è atto a proporre  solo business e chi paga è lo Stato, cioè noi, portando elementi mediocri, protetti o che pagano percentuali più ricche. Ovviamente in mezzo a tanto malcostume c’ è anche oggi anche qualcuno che si muove con onestà e difficoltà per proporre buoni artisti.  Su questi uomini rari è posta la salvezza del teatro lirico.

Il Turco in Italia a Leipzig

turco leipzigLa mia carissima amica Anna Costalonga mi ha mandato questa recensione del Turco in Italia rossiniano, in scena in questi giorni alla Oper Leipzig.

C’ è un uomo delle pulizie, sul palcoscenico, mentre gli orchestrali accordano i loro strumenti. C’ è un uomo delle pulizie sul palcoscenico, che lava il pavimento, mentre il pubblico si sta accomodando in platea e in galleria. Benissimo, l’efficienza e la pulizia tedesca non hanno limiti, non c’è altro da dire.
Ma chi è quell’uomo delle pulizie che fatica a passare il mocio sempre sullo stesso punto?
E come mai un direttore di scena lo richiama con furia dietro le quinte?
Ma lasciamo stare per adesso quell’uomo delle pulizie, come direbbe Lucarelli, e passiamo alla storia del Turco in Italia.

Chi legge il libretto sa che la scena si svolge in una località di mare presso Napoli. Invece del mare e della spiaggia, in mezzo al palcoscenico giganteggia un enorme teatro. Un teatro nel teatro, in cui il testo del libretto – opportunamente tradotto in tedesco – è visibile a grandi caratteri, neri su bianco, sopra le immancabili tende rosse del sipario. La scena è spoglia, tranne che per una scrivania e una sedia su cui il poeta, con tanto di penna d’ oca in mano, è intento a scrivere. Ma che cosa? Omini e donnine prosperose, come una tribù di selvaggi nudi o di spiritelli, gli spiriti della commedia – zingari nel libretto originale – quelli stessi che potrebbero affollare la mente del buon Prosdocimo (in realtà un ottimo Giulio Mastrotaro) suggeriscono, via via che si svolge l’ ouverture, alcune idee o archetipi per la commedia, mimandole: il marito tradito? Orfeo e Euridice? Il ratto del serraglio? No!
“Ho da far un dramma buffo e non trovo l’ argomento!” “Ah se di questi zingari l’ arrivo potesse preparar qualche accidente, che intrigo sufficiente mi presentasse per un dramma intero!” Ma si sa, che è proprio quando uno scrittore è sull’orlo della disperazione, che l’ispirazione arriva. O meglio, non arriva come uno si aspetterebbe, cade dall’alto. Tonf! Eccolo, l’ accidente: un enorme sacco bianco cade dal soffitto del teatro sul palcoscenico con un gran tonfo. E dentro c’ è il primo personaggio chiave dell ‘opera, Don Geronio (il bravo e simpatico Paolo Rumetz). Che esce riassestandosi la giacca grigia, dal sacco della mente ispirata di Prosdocimo, come ci viene fatto credere.
Perché la storia che il nostro poeta vuole narrarci è quella del buon marito Don Geronio e della pazza moglie Fiorilla, e dei suoi due amanti. E noi siamo gli spettatori di una commedia nella commedia. Perché in questo allestimento Prosdocimo non è un personaggio fra i personaggi, è il deus ex machina, è l’ inventore di tutto quello che ci viene proposto: è lui che suggerisce e crea fabula e intreccio. Lo si capisce mentre mima o scimmiotta i suoi personaggi quando cantano e li dirige con la sua immancabile penna. E il libretto che scrive è proprio il gigantesco teatro sul palcoscenico, che ruota su se stesso mostrando l’ altra sua realtà: quello dell’ ingranaggio di una rotativa, sulla quale scorre il testo che viene via via a crearsi, e che è azionata dagli spiritelli-zingari, ovvero gli spiriti della commedia!

Bene, gli spettatori non fanno a tempo ad applaudire i cantanti, che altri sacchi enormi cadono dal soffitto-mente del poeta, con gran rumore, ognuno contenente gli altri personaggi chiave dell’ingranaggio comico, perfetto, ideato da Prosdocimo-Rossini-Romani.
Ecco Fiorilla (Viktorija Kaminskaite), è il prototipo della moglie infedele, per cui “non si dà follia maggiore, dell’ amare un solo oggetto”.
Ed ecco sempre dall’alto della mente di Prosdocimo, Selim (Giovanni Furlanetto), che armato di tappeto enorme e enorme shisha entra, pardon, cade in maniera sontuosa e canta con voce sontuosa, da principe qual è. E fa paura davvero, quando, dopo almeno 4 vani tentativi, riesce a estrarre la sciabola dal fodero.
Il compiacimento di Prosdocimo, ma soprattutto del pubblico è palpabile. Anche perché Fiorilla ha un altro amante nel sacco, è proprio il caso di dire: Don Narciso (Timothy Fallon), di giallo vestito (è un narciso, in fin dei conti, delicato come un fiore) e dall’ aria costantemente stralunata. E l ‘affascinante e virile principe turco, lo straniero, è l’ elemento di disturbo ideale, in una storia già di per sé complicata.
Rileggere il libretto non semplicemente come la storia di Don Geronio, Fiorilla, e dei suoi due amanti , ma come la storia di come il poeta Prosdocimo (in cui è facile vedere Rossini stesso) crea un’opera buffa perfetta, basata su questi personaggi, è un gioco prospettico affascinante, che aggiunge una nuova vis comica surreale, in maniera davvero felice e giocosa. Permette ad esempio di ironizzare sui personaggi dell’ intreccio, creando una vera parodia – perché non sono più solo personaggi, ma prototipi. Il pubblico ieri sera l’ ha recepito perfettamente: il tormentone di Selim, il bello e virile principe turco, che entra sempre in scena trascinando goffamente un enorme tappeto arrotolato, (se non addirittura lanciandolo in scena, prima ancora di farsi vedere) e una shisha ancora più enorme è stata, ad esempio, una delle trovate comiche più apprezzate.
E permette soprattutto di ironizzare sulla cornice stessa, ovvero sul fatto di rappresentare la storia di un turco in Italia, azzardando anche irresistibili scenette fuori programma.

Ma torniamo all’uomo delle pulizie. Che c’ entra, direte? Be’ è inseguito da un energumeno di naziskin, che sul più bello entra in scena con un bel boccalone di birra in mano. In fin dei conti, siamo sempre in Germania, a Lipsia. Dov’ è il Turco, dice? E il povero Prosdocimo è costretto a scandire in italiano, con l’aiuto di Narciso che traduce in tedesco, che QUESTO. NON. E’. TEATRO.POLITICO. E’ solo un’ opera buffa. Che vada al Teatro Centrale. Ovazioni di risate da parte del pubblico, mentre il naziskin si allontana, fra i sacramenti dell’ uomo delle pulizie, in turco, appunto.
Tolta la maschera per un attimo (“Paolo, per cortesia, da capo” fa Prosdocimo-Giulio Mastrotaro a Geronio- Paolo Rumetz), l’ ingranaggio della commedia nella commedia torna a girare.
Fino al dénouement finale, in cui la povera Fiorilla, sempre su suggerimento del sornione Prosdocimo, viene abbandonata dal marito e dall’ amante, o almeno così le viene fatto credere.
Fino al momento, cioè in cui casca il palco. Ma nel vero senso letterale: tutte le tende che separano le quinte dal palcoscenico nel palcoscenico cadono, rivelando tutti gli altri personaggi nascosti (fra cui “i reali addetti ai lavori”, che entrano così in scena, diventando essi stessi personaggi). E la povera Fiorilla, il prototipo della moglie fedifraga scoperta, giace per terra, a piangere rumorosamente. Nonostante le esortazioni a cantare di Prosdocimo-Mastrotaro, di Geronio-Rumetz e perfino di Selim-Furlanetto (“Ma cosa fa? Non canta? CANTA!”). Fine della commedia nella commedia. Ma non dell ‘opera. Che si conclude gloriosamente a sipario (quello vero) chiuso, con la riconciliazione di Geronio e Fiorilla sul proscenio. Per poi essere raggiunti a maggiore gloria dagli altri personaggi, previsti e non.

E’ stato un vero trionfo, di comicità, di fantasia, di giocosità. Ecco un caso in cui la libertà interpretativa, anche anacronistica, riesce a rendere sul serio lo spirito dell’ opera buffa, che è soprattutto divertimento. Il belcanto, parimenti, c’ è stato, e a notevoli livelli, come era da aspettarsi, visto il cast: Giovanni Furlanetto è stato un superbo Selim, di grande presenza, scenica e vocale; Paolo Rumetz bravissimo! e Giulio Mastrotaro, davvero un Prosdocimo dalla comicità perfetta. Notevoli Zaida-Claudia Huckle, dalla bella voce scura e piena, ma soprattutto Fiorilla-Viktorija Kaminskaite, altra voce potente e piena, capace di riempire il teatro (e dalla dizione perfetta). Una vera piccola ovazione ha invece ricevuto Albazar-Dan Karlström, nella difficile aria del secondo atto. Ottima prova anche della Gewandhausorchester, diretta da Andreas Schüller. La regia felicissima e spettacolare è dell’ olandese Michiel Dijkema.

Anna Costalonga

Der Rosenkavalier a Stuttgart

Debutto trionfale alla Staatsoper di Stoccarda per la produzione più attesa dell’ anno, il nuovo allestimento del Rosenkavalier di Richard Strauss, Continua a leggere “Der Rosenkavalier a Stuttgart”

Claudio Giombi ricorda Herbert von Karajan

Il baritono triestino Claudio Giombi, di cui avevo giá pubblicato un ricordo della sua collaborazione con Carlos Kleiber, ci parla nel brano che segue del suo incontro con Herbert von Karajan.

Fui chiamato da Karajan, Continua a leggere “Claudio Giombi ricorda Herbert von Karajan”

Lucia di Lammermoor a Stuttgart

Lucia_02Un caloroso successo di pubblico ha accolto il nuovo allestimento della Lucia di Lammermoor, che ha inaugurato la stagione qui alla Staatsoper di Stuttgart. Quest’ aRosnno il programma prevede, tra le altre cose, nuovi allestimenti di RosenkavalierParsifal Katja Kabanova oltre appunto a quello del capolavoro donizettiano, assente da queste scene da una trentina d´anni. Il repertorio belcantistico non occupa una posizione di primo piano nei cartelloni dei teatri tedeschi, e la Staatsoper con questa produzione ha portato senz’ altro un contributo importante in questo settore. Lo spettacolo era affidato, per la parte visiva, alla regista berlinese Olga Motta, che qui aveva già firmato nel 2006 l’ elegante allestimento del Lucio Silla in occasione dell’ anniversario mozartiano, una produzione assai apprezzata da critica e pubblico. Senza indulgere agli eccessi tipici di certo Regietheater tedesco, Olga Motta ha impostato lo spettacolo su scene essenziali e suggestivi effetti di luce, riuscendo a creare un’ atmosfera perfettamente intonata al contenuto drammatico della vicenda e rispettosa dei contenuti musicali,
Lucia_03in perfetta sintonia con il lavoro del direttore d’ orchestra Patrick Fournillier. Conosco e apprezzo da molti anni il maestro francese, una bacchetta esperta e capace di sostenere i cantanti e ricavare da essi il meglio, qualità assolutamente essenziale per un direttore d’ opera. Fournillier in questo caso ha svolto un ottimo lavoro di concertazione riuscendo a trovare colori orchestrali perfettamente adatti all’ atmosfera delcapolavoro donizettiano, cosa non proprio facilissima con un’ orchestra come quella della Staatsoper, di buonissime capacità ma per forza di cose non avvezza a questo repertorio. Una narrazione intensa e serrata ed un sostegno perfettamente appropriato alle arie solistiche erano le caratteristiche salienti di una direzione capace di imprimere un marchio di grande personalità allo spettacolo. Fournillier ha riaperto diversi tagli di tradizione (forse era il caso di andare fino in fondo ed eseguire anche la scena della torre che apre il terzo atto) e soprattutto ci ha fatto ascoltare, nella scena della pazzia, la Glassharmonika prevista nella partitura autografa ad accompagnare il canto della protagonista, e che per tradizione di solito viene sostituita dal flauto. Era la prima volta che facevo questa esperienza d’ ascolto dal vivo (per chi fosse interessato a scoprire l’ effetto, esso è presente nell´incisione discografica ABC diretta da Thomas Schippers) e devo dire che, in effetti, questo strumento rende con molta maggior efficacia l’ atmosfera della follia, creando un’ astrattezza timbrica surreale che si integra perfettamente con l’ espressione vocale della protagonista.
Come sempre da noi, la compagnia di canto era formata da elementi giovani, con una coppia di protagonisti entrambi intorno ai 30 anni. Lucia era interpretata dal soprano macedone Ana Durlovski, una voce di bella qualità timbrica e buona impostazione, facile nei sovracuti (ha in repertorio la Regina della Notte, eseguita anche alla Staatsoper di Berlino e alla Wiener Staatsoper) ma corposa nel registro centrale e capace di superare molto bene tutte le asperità virtuosistiche della parte, comprese le agilità cromatiche del duetto col baritono, di solito omesse nelle esecuzioni correnti . La scena della pazzia, cantata in maniera intensa ed espressiva, ha riscosso una vera ovazione di pubbllco. Suo partner era il ventinovenne tenore ucraino Dmytro Popov, vincitore nel 2007 del Concorso Operalia di Parigi. Voce dal timbro importante e abbastanza ben impostata, anche se c’ è qualcosa da rifinire per quanto riguarda l’ efficacia dell´accento. Il giovane cantante, in ogni modo, ha dimostrato di saper ricavare buone dinamiche dal suo strumento, particolarmente nell’ aria finale, eseguita con belle mezzevoci.
In complesso, due artisti che meritano di essere seguiti con attenzione e che potrebbero avere una carriera interessante, se sapranno gestirsi adeguatamente. Tito You, baritono coreano ben conosciuto dal nostro pubblico per le sue belle intepretazioni del Conte di Luna nel Trovatore e di Jack Rance nella Fanciulla del West, ha impersonato Enrico con una voce come sempre ben impostata e con un fraseggio efficace e significativo. Il basso cinese Liang Li , altro elemento stabile del nostro ensemble, ha interpretato con saldezza di mezzi e la consueta grande professionalità il ruolo di Raimondo, confermando la sua grande versatilità che lo ha reso capace di impersonare qui da noi ruoli assai diversi tra loro come ad esempio Ramfis, König Marke, Gremin e Brogni. Come sempre, ottima la resa dell’ orchestra e del coro preparato da Michael Alber, complessi artistici considerati del resto tra i migliori del mondo teatrale tedesco.
Il pubblico ha dimostrato di apprezzare le qualità di questa produzione, con applausi intensi a tutti gli interpreti.

Il barbiere rampante di Cesare Sterbini

Come sapete, questo blog è nato anche per ospitare contributi e far circolare idee. Oggi mi onoro Continua a leggere “Il barbiere rampante di Cesare Sterbini”

Antonio Carlos Gomes, musicista tra Scapigliatura e Verismo

Pubblico il testo di un saggio da me scritto alcuni anni fa, che analizza la vita e le opere di Antonio Carlos Gomes, musicista brasiliano, uno dei compositori operistici piú interessanti del periodo in cui si conclude la parabola artistica di Verdi e precedente l’ affermazione dei veristi e di Puccini.

Antonio Carlos Gomes si affaccia all’attività artistica tra il 1861 Continua a leggere “Antonio Carlos Gomes, musicista tra Scapigliatura e Verismo”

Roberto De Simone parla di Don Giovanni

Questo intervento del grande regista napoletano Roberto De Simone è la trascrizione di una lezione tenuta nel novembre 2003 ad un seminario organizzato dall´Università di Firenze.


"Don Giovanni di Mozart segna le tappe della mia vita artistica, morale e anche politica. Ritengo quest’opera la più alta espressione di contatto fra la scuola napoletana, la scuola viennese e la scuola assolutamente geniale di Mozart. Devo subito dire che considero il Don Giovanni un "dramma giocoso", come lo definisce l’autore del libretto; per cui "dramma", non "dramma serio", al contrario di tanti che, influenzati dalla scena del Commendatore, dalla scena della morte, rappresentano l’opera in chiave tragica. La maggiore tragicità del Don Giovanni deriva proprio dalla presenza di elementi comici. Il contrasto fra comico e tragico è tipico della cultura napoletana. Ecco perché le relazioni tra Mozart e Napoli sono, specialmente nel Don Giovanni, strettamente collegate.

La "napoletanità" del Don Giovanni deriva anche dal fatto che abbiamo proprio a Napoli, nel 1685, la prima edizione del Convitato di pietra, con Il convitato di pietra di Andrea Perrucci, grande studioso e teorico della Commedia dell’Arte. Questa commedia venne scritta o perlomeno rielaborata (riscritta, se si vuole) non sul testo di Molière, ma su una serie di elementi già appartenenti ai commedianti dell’Arte. Lo stesso Molière che probabilmente derivò il soggetto dai comici dell’Arte italiani, dato che si trattava di una commedia molto rappresentata, e con grandissimo successo, proprio per i suoi elementi di comico e di tragico.

Nella commedia riscritta da Perrucci nel 1685 abbiamo due personaggi chiave: Don Giovanni e Don Ottavio. Don Ottavio è cavaliere napoletano (l’opera si svolge fra Napoli e Siviglia), Don Giovanni è cavaliere spagnolo, viene da Siviglia. I due signori, come nella struttura della Commedia dell’Arte, hanno due servi: Don Giovanni ha Coviello o Pulcinella come prima maschera, Don Ottavio ha o Pulcinella o Coviello. Una sera Coviello era il servo di Don Giovanni e Pulcinella quello di Don Ottavio, viceversa la sera successiva Coviello era il servo di Don Ottavio e Pulcinella quello di Don Giovanni.

Le vicende del Don Giovanni costituivano per gli spettatori del Seicento e del Settecento un luogo comune che tutti conoscevano: l’opera era largamente rappresentata, con i burattini, con gli attori, anche in forma di pantomima ballata. Possiamo scoprire le cause di questo grande successo solo attraverso una lettura delle tradizioni popolari. Don Giovanni non è assolutamente un personaggio – ecco perché è affiancato dalle maschere di Pulcinella e di Coviello: è un mito che risale al culto della morte. Il mito, con molta probabilità, come vogliono anche alcuni studiosi, risale al Medioevo, addirittura dell’undicesimo secolo, quando il nucleo centrale non era rappresentato dal libertino, dall’amante di belle donne che una lascia e una piglia: è semplicemente un uomo che sfida la morte, che sfida un morto a banchettare con lui.

Il banchetto col morto rappresenta un tabù fondamentale in tutte le culture mediterranee e orientali. Di norma, nella vita sociale, è proibito. Il banchetto con i morti può essere attivato solo in certi momenti rituali, vale a dire proprio nel giorno dei Morti, il 2 novembre, quando si celebra la festa che al nord si chiama "Halloween" e che per noi è "Tutti i Santi" (o "Tutti i Morti"). Perché? Perché si crede, nelle credenze arcaiche, che nel giorno dei morti ritornino nella realtà del quotidiano tutte le anime dei defunti, quelle buone e quelle cattive, presenze demoniache e presenze angeliche, i demoni e i santi. In quel caso la cena col morto è consentita. In molte culture, anche in quella toscana, nel mondo contadino si usava lasciare la notte dei Morti un piatto per i defunti, oppure si cenava con una particolare pietanza chiamata "papparella". A Napoli era chiamato "papparolla" oppure "pappolla": un impasto di migliaccio fatto in una maniera particolare che si credeva commestibile anche per i morti. Oppure si banchettava con i morti in un modo molto ambiguo. Il morto è un’entità che è a contatto con l’aldilà, ma ci sono, nelle condizioni della vita umana, persone più vicine alla morte e persone più distanti. Gli adulti sono distanti dalla morte, a meno che questa non capiti in maniera violenta. I più vicini ai morti sono i bambini, perché, nati da poco, sono meno distanti dal nulla della morte dal quale sono venuti. E così le persone che soffrono disagi fisici, infatti si pensa che le anime nell’aldilà abbiano delle sofferenze. Dunque nel giorno della Festa dei Morti o si dava da mangiare ai defunti elargendo dolci ai bambini (gli equivalenti dei morti) oppure si provvedeva a dare da mangiare a un mendicante di strada, perché anche questo rappresentava una trasposizione dei morti.

Nella vita quotidiana il banchetto, il contatto con il morto è assolutamente un tabù, è vietato. Né il morto può banchettare con i vivi né i vivi possono banchettare con i morti. La sfida di Don Giovanni è questa: sperimentare il pericolo di banchettare con la Morte senza morire. L’eroismo di Don Giovanni è tutto qua: la sfida al morto. Mangia con il morto per la prima volta – le cene sono due – , la seconda volta invita il morto a cena. Viene preso dalla mano di fuoco del morto, soccombe e muore. Questa immagine della mano ricorre in molte tradizioni: il morto si presenta e lascia la sua impronta nel mondo dei vivi con una mano infuocata, un’impronta di fuoco. A Roma nel Museo del Purgatorio è conservata una camicia con l’impronta di una mano bruciata: si dice che quella camicia fu bruciata da un morto. La mano infuocata di un morto tramortisce e uccide.

In tutte le tradizioni popolari il nucleo centrale è questo: un giovane scapestrato incontra per caso un morto e lo insulta con un oltraggio particolare, infilando cioè un bastone nelle occhiaie vuote del teschio del morto, che improvvisamente si accende di una luce misteriosa. Il giovane si rivolge al morto: «Perché mi guardi? Perché pensi che io ti creda? Mi vuoi fare impressione? Se veramente in questo momento mi ascolti io ti invito a pranzo al mio banchetto di nozze, perché mi sposerò tra poco, e tu verrai alle nozze». Poi dimentica l’episodio. Il giorno delle nozze un personaggio militaresco, tutto chiuso e abbottonato in un mantello nero, si presenta e si siede a tavola. I parenti dello sposo pensano che sia un qualche congiunto della sposa, viceversa quelli della sposa pensano che sia uno dei parenti dello sposo. Improvvisamente il giovane va a chiedere chi sia e l’altro risponde: «Io vi dirò chi sono se venite nella stanza a fianco, perché vi ho portato un dono». E allora questo Don Giovanni si alza dal banchetto, va nella stanza attigua con la sposa e chiede nuovamente: «Chi sei?». Lo straniero apre il mantello scoprendo lo scheletro della Morte, afferra le mani degli sposi e questi muoiono all’istante.

Gli elementi del mito sono il banchetto (attenzione: un banchetto nuziale) e la sfida al morto, manca completamente la dimensione del libertino, dell’uomo riceve la condanna maggiore non perché ha sfidato la morte ma perché inganna le donne ed è il «mentitore», il «burlatore di Siviglia». Il nucleo fondamentale senza l’elemento libertino è presente in tutte le tradizioni. Anche prima del testo di Molière abbiamo il Lamento dell’anima dannata, uno di quei poemetti popolari che si vendevano nelle fiere, dove un’anima dannata tra le fiamme dell’inferno racconta la sua sfida al Cavaliere della Morte. Per quanto possa sembrare strano, questo nucleo del mito antico è tuttora rappresentato in molti paesi della Spagna, in particolare ad opera di burattinai davanti ai cimiteri proprio nel giorno dei Morti, e soprattutto nel giorno dell’Epifania. Il nucleo del libertino nasce invece con la Controriforma, perché questo mito (la sfida alla morte, la cena rituale col morto) nel Rinascimento evidentemente aveva perso forza sui ceti urbani. Ecco allora che nasce il personaggio del libertino, e con lui quello di Donna Anna, figlia del Commendatore, che lui stupra. Don Giovanni uccide il padre, poi il padre vendica la figlia, ammazzando lui nel banchetto rituale. Il personaggio di Elvira, in realtà, non fa parte del mito originale di Don Giovanni ma deriva da altre leggende sivigliane e viene elaborato genialmente da Molière, che ne fa un personaggio dolente, oltraggiato, che in un certo senso diviene nell’opera di Mozart, involontariamente, anche comico.

Nell’opera napoletana del Perrucci, dicevo, la prima parte si svolge a Napoli dove il Re ha una nobile dama (sarebbe il personaggio di Elvira, che però nel mito napoletano si chiama Isabella). Don Giovanni prende gli abiti di Don Ottavio, si reca nella stanza di Isabella e tenta di violentarla. La cosa viene scoperta e il re, poiché Don Giovanni ha indossato i panni dell’amico Ottavio, cavaliere napoletano che lo ospita in città, condanna al bando Don Ottavio. Questi si rifugia presso il Commendatore di Ulloa, padre di Donna Anna, in Spagna. Ecco perché c’è questa seconda parte ambientata in Spagna, dove si recano Don Ottavio bandito dal regno e Don Giovanni che ritorna dal padre, nel suo feudo. Il nucleo è tutto qua. Nel Settecento sono molti i testi, anche melodrammatici, che fanno capo a Don Giovanni. Fra questi i più rilevanti sono uno di Giacomo Tritto, che deriva direttamente dal Convitato del Perrucci, un altro di Gazzaniga-Bertati, e infine il dramma di Mozart che, in un certo senso, condensa tutta la tradizione.

Nell’allestimento che ho curato a Vienna per la Staatsoper, al Teatro an der Wien, ho inteso rappresentare l’opera come condensato di secoli di storia. I personaggi man mano si evolvono nel tempo. Nella prima scena hanno carattere cinquecentesco, nella successiva hanno carattere molièresco, prendono abiti e atteggiamenti da Commedia dell’Arte, per cui Leporello diventa una specie di Sganarello o, se volete, di Pulcinella al seguito di Don Giovanni, che veste proprio i panni del personaggio molièresco. La scena di Zerlina l’ho pensata considerando le spinte settecentesche verso l’archeologia pompeiana, come se fosse un mito che fa tornare alla luce la purezza greca. La scenografia si ispira all’antico teatro romano in rovina, dove è rappresentato il banchetto nuziale come sopravvive ancora nel costume di certi paesi della Sicilia. E in questo senso la scena si svolge in un clima neoclassico, caro a Mozart, caro a Da Ponte e caro anche a Goethe.

Leporello nella prima scena è vestito da Arlecchino, nella seconda invece ha un cappello da zanni e un mantello rosso. Arlecchino ha un rapporto strettissimo con il mondo dei morti: il suo vestito rattoppato, con stoffe di diversa foggia, rappresenta anche la figura del mendicante, del questuante, che, come dicevo prima, è in rapporto molto stretto con il mondo dei morti, a tal punto che Molière non può fare a meno, in una delle prime scene del suo Don Giovanni, della famosa scena del mendicante che chiede l’elemosina. Arlecchino oltretutto ha anche caratteristiche demoniache: la sua faccia ha le sembianze di un gatto, è in stretta connessione con la figura demoniaca del gatto. Ho adoperato un Arlecchino sbiadito, quasi privo di colore, perché visto nel mito, nel sogno. Nella seconda parte Leporello veste i panni dello zanni, così come lo troviamo rappresentato nei cosiddetti Balli di Sfessania.

Il mondo greco, neoclassico, di Zerlina, che rimanda a un mondo dell’innocenza, segna un incontro importante del Don Giovanni, un mondo senza tabù sessuali. Successivamente Elvira appare in abiti barocchi, sontuosamente, mentre invece nella prima aria conserva l’abito maschile per due motivi particolari. Uno, il principale, è che fin dall’opera di Molière si legge: «Elvira entra in abiti da viaggio». L’abito da viaggio femminile in molti casi era un abito da uomo perché le donne ritenevano più decente e meno pericoloso viaggiare in abiti maschili. Io ho preferito l’abito maschile un po’ per il carattere, diciamo così, violento della prima aria di Elvira, e in secondo luogo anche per una certa ambiguità intorno al personaggio di Don Giovanni: Don Giovanni non seduce mai con la prepotenza del maschio ma con una persuasione tutta femminile, dolce. Le donne sono affascinate da questo aspetto femmineo del Don Giovanni. Anche se il nucleo del libertino è successivo e deriva dalla Controriforma, nell’uccisione del padre di Donna Anna il tema è presente. Ci sono i monaci domenicani, ci sono le monache che assistono Donna Elvira e che sono un po’ serve e assistenti religiose, cosa che era caratteristica delle famiglie nobili spagnole ma anche di quelle napoletane.

Nel finale del primo atto ho spogliato l’opera di quella cianfrusaglia di orchestra in scena con leggii e accessori, e così mi è sembrato che la scena diventasse anche più drammatica, perché quando spariscono gli orchestrali il palcoscenico rimane vuoto, ed è così che dev’essere. C’è un coro esiguo e quasi l’assenza di comparse.

Negli abiti dei personaggi di Ottavio e Elvira, ho inserito un riferimento agli incroyables, al mondo francese («Viva la libertà!», eccetera), attraverso cui passa Don Giovanni anche come mito. Viene recuperato come trasgressore che inneggia alla libertà. Nella scena della seduzione di Elvira, rifatta dal servo Leporello, il tempo passa avanti, quasi nell’Ottocento, con molti riferimenti a Goya, al mondo spagnolo, a un Leporello quasi Figaro, quasi Beaumarchais. Ed è questo il mito che man mano va connotandosi nell’Ottocento come mito della trasgressione, vista da un’ottica romantica, come si può cogliere nell’ultima scena, quella del cimitero, dove addirittura, con la costumista Zaira De Vincentiis, ho fatto un riferimento al personale di Aristide Bruand, al mondo francese e a questa "ultima spiaggia" di Don Giovanni, quasi arrivando alla decadenza dannunziana.

Nella partitura mozartiana rimangono residui di barocco nelle scene in cui compare Donna Elvira e anche nella scena della morte. Addirittura Don Giovanni viene rappresentato con le armonie dei tromboni. È come se improvvisamente tutto questo passato ritornasse in un nucleo cinquecentesco, in cui si spegne la figura di Don Giovanni. Mozart prendeva ispirazione dalla realtà, come gli capitava. Ad esempio, la danza di Zerlina, al momento del matrimonio, è una danza napoletana, una tarantella che senz’altro gli era capitato di osservare nell’ultimo viaggio a Napoli. Il tema di questa tarantella, che ho ritrovato, è lo stesso della danza di Zerlina, della scena nuziale, solo trasportato in modo maggiore anziché in modo minore: è un travestimento. Nell’aria di Masetto «Ho capito, signor sì! Ho capito, signor sì!», in realtà questo «signor sì» deriva da un’arietta carnevalesca riferita a un personaggio detto "Don Nicola", che è un po’ il personaggio dello sciocco ma anche del cornuto, per cui la cadenza di volta in volta viene ripetuta: «Sì signore, Don Nicò!». Questo «Don Nicò» viene riscritto da Mozart: «signor sì».

La contaminazione è un termine oggi abusato, quasi detestabile, dal punto di vista del teatro o della musica, ma la contaminazione può essere anche un accumulo di cose pericolosamente dilettantesco, senza alcun senso. Non è in quest’ottica che si può attivare un discorso di riscrittura. L’accumulo non deve essere casuale. Dev’essere scelto. Vi dico anche, però, che non sempre è una scelta razionale: è una scelta intuitiva. Ci può essere un’illuminazione improvvisa, che lo stesso artista non capisce. Non è solamente un discorso matematico. Il minimalismo moderno in cui si accumulano tanti oggetti non è assolutamente fertile. Non produce nulla. L’accumulo fatto ad esempio da Carmelo Bene aveva un senso. Quello fatto da Peter Brook ha un senso. Tante altre cose che oggi passano anche per teatro della sperimentazione sono inutili e molto spesso confusionarie. Bisogna fare attenzione a non invadere il campo con cose che hanno solamente un aspetto di confusione e non producono una ricreazione dei linguaggi. Io sono molto attento, tante volte rinuncio, se un’idea non è chiara dico «no, non si può fare». Se si fa un acuto fuori luogo, che non porta da nessuna parte, allora è meglio accantonarlo.

Nella sequenza di Don Giovanni al cimitero ho immaginato dei monumenti funebri. Il cavallo, presente già nella prima scena, diventa il piedistallo del monumento funebre, perché nel libretto di Perrucci la storia di come Don Giovanni s’incontra col Commendatore è espressa in altri termini: Don Giovanni non capita per caso nel cimitero, ma tenta di stuprare Donna Anna con gli abiti di Don Ottavio, viene riconosciuto e denunciato dal servo di Don Ottavio che riceve la confessione del servo di Don Giovanni. I due servi si parlano, il re capisce che l’uccisore del Commendatore di Ulloa è Don Giovanni e lo bandisce dal regno di Castiglia ribadendo che qualora fosse stato catturato sarebbe stato decapitato. Don Giovanni non sa dove fuggire, si rifugia nella cappella funebre del Commendatore Ulloa. Le cappelle, i luoghi sacri erano tabù per la legge, i servi o le guardie del Re non vi potevano entrare perché questi luoghi godevano di un privilegio ecclesiastico. Don Giovanni ha l’unica possibilità di rifugiarsi proprio nella cappella funeraria del Commendatore Ulloa, in cui il Re aveva già fatto preparare il monumento equestre funebre per il Commendatore. Ed è così che lo troviamo nella scena del cimitero, nel libretto di Da Ponte, dove per caso Don Giovanni scappando dalle guardie di Don Ottavio capita in questo cimitero e sfida il vecchio. Nel mio allestimento le statue sono due: una in abiti cinquecenteschi e un’altra in abiti del tardo Ottocento (un signore con tuba, elegante, come certi monumenti della Europa di fine Ottocento).

Successivamente, durante il banchetto, ci sarà una confusione di segni: Don Giovanni alla fine sarà attratto più che dalle fiamme dell’inferno dalle fiamme che appaiono negli specchi del salone. È come se fosse risucchiato dalla sua stessa immagine, in una serie di specchi che riguardano anche il pubblico che assiste alla rappresentazione. La Donna Elvira che apparirà nella scena del Commendatore vestirà i panni di un notissimo quadro di Boldini di fine Ottocento, un abito straordinariamente romantico, sentimentale. L’ultima scena dopo la morte di Don Giovanni mostrerà la freddezza inutile di un mondo che oramai si va impoverendo di miti. Ed è il mondo del primo Novecento. Così si vede nei costumi di Donna Anna e di Don Ottavio, che vestirà abiti militari quasi di stampo asburgico. Donna Elvira e il servo compariranno con i loro abiti novecenteschi, così Zerlina e Masetto sembreranno due poveracci desunti dalla pittura del tardo Ottocento. I personaggi tuttavia si confondono in questo clima settecentesco creato dalle livree a casa di Don Giovanni, per cui anche nell’Ottocento i musicisti che suonano nel banchetto sono personaggi settecenteschi trasferiti nell’Ottocento (ma ancora oggi in certi ricevimenti ufficiali appaiono servi in parrucche e livree), di modo che è come se tutto si confondesse per tornare al nucleo originario."

Fonte:www.drammaturgia.it/saggi/saggio.php

In memoriam Hildegard Behrens.

Hildegard Behrens, una delle più grandi cantanti della nostra epoca, è morta ieri a Tokyo, dove si trovava per tenere un concerto e delle lezioni al Kusatsu Summer Music Festival. Nata a Varel,nel nord della Germania, il 9 febbraio 1937, era la sesta figlia di un medico e, contemporaneamente agli studi musicali, frequentò la Facoltà di Giurisprudenza all’ Università di Freiburg im Breisgau, dove concluse anche gli studi di canto alla Musikhochschule e debuttò nel 1971, come Contessa nelle Nozze di Figaro. Quasi subito venne ingaggiata dalla Deutsche Oper am Rhein di Düsseldorf, dove si impose per la prima volta all’ attenzione del pubblico con l’ interpretazione di Agathe nel Freischütz e poi di Marie nel Wozzeck. Nel 1976 debuttò al Metropolitan come Giorgetta nel Tabarro, e quasi contemporaneamente fu scelta da Herbert von Karajan per la parte della protagonista nel suo nuovo allestimento di Salome al Festival di Salzburg, nell’ agosto del 1977. Fu quasi di sicuro l’ ultima intuizione vincente del grande direttore austriaco in materia di voci. Lo straordinario successo di questa storica produzione lanciò definitivamente la Behrens come star operistica internazionale. Nel 1979 la cantante colse un altro trionfo nella cittá austriaca cantando Ariadne sotto la direzione di Karl Böhm, con cui l’ anno successivo interpretó Leonore del Fidelio al Metropolitan. Nello stesso anno la Behrens si imponeva come soprano wagneriano eseguendo Isolde a München, diretta da Leonard Bernstein, in una performance concertistica che quasi subito fu pubblicata su disco. Nel frattempo si faceva piú intensa la sua collaborazione col Metropolitan, dove apparve in 171 rappresentazioni, spaziando da ruoli come la mozartiana Elettra (nel 1983 accanto a  Luciano Pavarotti come Idomeneo e Frederica Von Stade come Idamante, sotto la direzione di James Levine) a parti di intensa drammaticitá come Marie, Tosca, Elektra di Strauss e Leonore. Nel 1988 fu Emilia Marty a München e nel 1983 debuttava a Bayreuth come Brühnhilde, diretta da Georg Solti. Proprio con questo ruolo ottenne il suo piú grande trionfo al Metropolitan, nel ciclo wagneriano messo in scena da Levine e Otto Schenk, che nel 1989 fu la prima produzione della Tetralogia ad essere trasmessa in diretta televisiva. Tra le tappe piú significative della sua carriera, vanno ricordate le interpretazioni di Marie nel Wozzeck alla Wiener Staatsoper con Claudio Abbado, e la Isolde interpretata nel 1996 a München, per la riapertura del Prinzregententheaters. Negli ultimi anni della sua carriera aveva ulteriormente ampliato il suo repertorio eseguendo Hanna Glawari, Kundry, Ortrud e Kostelnicka nella Jenufa di Janacek.

“She is the finest Bruennhilde of the post-Birgit Nilsson era”, scriveva nel 1989 Mike Silverman, critico dell’ Associated Press. “Though she lacks the overpowering vocal resources of a great Wagnerian soprano, she makes up for that with dramatic intensity as she changes before our eyes from a frisky young Valkyrie to a passionate and then betrayed lover, and finally to a compassionate woman whose sacrifice returns the ring to its rightful owners, the Rhinemaidens.” Luciano Berio compose per lei la parte protagonistica nell’ opera Cronaca del Luogo, eseguita in prima esecuzione assoluta alla serata inaugurale del Festival di Salzburg 1999.

Cantante dotata di splendida voce oltre che di grande preparazione tecnica e musicale, possedeva anche grande talento scenico e una spiccata personalità di fraseggiatrice, oltre alla capacità di esibire una straordinaria ampiezza di dinamiche e sfumature. Va sicuramente annoverata tra le più grandi interpreti wagneriane e straussiane della storia: un altro dei suoi grandi successi salisburghesi lo colse nella produzione di Die Frau ohne Schatten diretta da Georg Solti nel 1992, nel ruolo della Farberin. La sua Salome con Karajan va sicuramente annoverata tra le più grandi interpretazioni del ruolo in assoluto, come testimonia la registrazione EMI. Tra le altre pagine più belle del suo lascito discografico sono da raccomandare senz´altro il Tristan con Bernstein sopra citato ed il Fidelio con Solti, oltre all’ Elektra diretta da Ozawa e al Freischütz con Kubelik. Per quanto riguarda i DVD, oltre al Ring newyorkese, da non perdere assolutamente il Wozzeck con Abbado, l’ Idomeneo con Levine e la Tosca con Placido Domingo, diretta da Giuseppe Sinopoli.