Modernità e convenzioni nel Don Giovanni

L´amico Marco Ninci, già in passato gradito ospite di questo blog, riflette da par suo su alcuni aspetti drammatugici del Don Giovanni.

Un’opinione molto diffusa vede tratti ridicoli nella figura di Don Ottavio; di più, intenzionalmente ridicoli da parte di Mozart. Ecco, io su questa caratterizzazione non sono d’accordo. E penso anzi che nel "Don Giovanni" Mozart raggiunga un equilibrio perfetto nel rappresentare i vari personaggi che  nell’opera agiscono. Ora, qual è il senso di questo equilibrio? Non certo quello di un generico classicismo, di un generico stupore per la perfezione senza tempo della scrittura mozartiana. E’ invece un equilibrio inteso nel suo concreto significato drammaturgico. Vale a dire, esso dà vita al fatto che Mozart, a mio parere, non esprime affatto un partito preso in favore di uno fra i due mondi che si contrappongono nell’opera: il mondo di Don Giovanni da una parte e dall’altra il mondo di coloro che volta a volta sono attratti nella sua orbita e da lei si ritraggono, richiamati da uno scrupolo morale incompatibile con l’istitnto erotico proprio del protagonista.Con Leporello a fare da cerniera fra questi due mondi, lui che solo per paura e mediocrità si allontana da Don Giovanni, lui che d’altro canto farebbe ben volentieri quella  vita da briccone che ipocritamente rimprovera al proprio compagno di avventure. Un’interpretazione a senso unico di Don Giovanni porterebbe a pensare che questo scrupolo morale sia o retrivo o debole, superato com’è anche storicamente sia dalla licenziosità di costumi propria dell’Ancien Régime sia dal libertinaggio illuminista. In quest’ottica tutti gli altri personaggi verrebbero in qualche modo riassorbiti nella prospettiva appartenente a quel cialtrone di Leporello. Il loro scrupolo morale maschererebbe infatti unicamente il terrore di abbandonarsi ad una passione illecita, con la conseguenza inevitabile di rendere ridicolo Don Ottavio; come può costui pretendere di appellarsi ad una legge morale che è soltanto un sottilissimo velo di ipocrisia, del tutto sordo ai richiami di quell’autorità assoluta che è il Commendatore? Eppure, non mi sembra che le cose stiano proprio così. Penso invece che in Donna Anna, in Donna Elvira, perfino in Zerlina il combattimento fra il richiamo dell’amore lecito e la tentazione di quello illecito sia espressione di una lotta fra due istanze che sono entrambe reali, presenti e forti; e che quindi il timore di Don Ottavio, la sua insistenza, il suo dolore per quello che potrebbe essere avvenuto non siano affatto ridicoli, ma si appellino ad un’esigenza serissima, morale e sentimentale insieme. Ma quello che ho detto non implica che il Don Giovanni sia un’opera in cui appaiono tratti reazionari, reminiscenze stantie di un codice cui appartiene la luce fioca di valori e sentimenti ormai superati. Al contrario. Il Don Giovanni è un’opera modernissima. E questo in una duplice direzione. Da un lato i valori morali di riferimento, lungi dal costituire una ripetizione di archetipi quasi medievali nella loro assolutezza, sono già quelli della borghesia che di lì a poco prenderà il potere; si ricordi a questo proposito la santificazione beethoveniana del matrimonio. D’altro lato la carica vitale del protagonista, uno slancio che sembra travolgere tutto e tutti, preannuncia il romanticismo ed è del tutto incompatibile con le figurine dell’opera napoletana o con gli affetti incarnati in personaggi dell’opera seria. Ma è uno slancio che si arresta, è bene non dimenticarlo, non nella morte che è trasfigurazione d’amore (Wagner), non nell’incendio dei sentimenti che bruciano se stessi nello scontro con un mondo che non può capirli (Verdi), ma nell’incontro con un’autorità cui è estranea la compassione per le debolezze umane. Il finale è proprio questo. Lungi dal costituire una presa in giro delle convenzioni sociali cui obbediscono coloro che sono venuti in contatto con Don Giovanni, è invece un’ultima parola che ribadisce il carattere non convenzionale e anzi tragico di quella morale. Non c’è sbocco pacifico al contrasto fra legge etica ed istinto erotico. Donna Anna, Don Ottavio e Donna Elvira ne avranno il cuore spezzato per sempre. Si salveranno soltanto la sensualità ingenua di Zerlina e Masetto e la cialtroneria di Leporello. E la cosa si spiega: non si tratta di personaggi precisamente kantiani. Con questo si misura l’ errore enorme compiuto da Mahler quando tagliava il finale e faceva terminare l’opera con la morte di Don Giovanni. Rendeva omaggio sì alla statura del protagonista, ma toglieva la favella a tutti gli altri, facendone quasi delle proiezioni della vitalità del gentiluomo sivigliano, proiezioni prive di qualunque autonomia. Eppure a una morale non fondata sull’istinto avrebbe dovuto pensare, lui che tanto si era scandalizzato per un innocuo spacco nel vestito di una cantante durante una brappresentazione dei "Racconti di Hoffmann". Di lì a poco Mozart, nel "Così fan tutte", avrebbe presentato quella che era la sua opera meno proiettata nell’Ottocento, quella nella quale ogni sentimento trascolora nell’altro e non c’è nessun codice superiore a frenarlo; l’unica istanza che opera dall’alto è il malinconico sorriso mozartiano, pieno di umana pietà per ogni sentimento che voglia durare e non dura invece lo spazio di un mattino. Ma questa è un’altra storia. Non è un caso che durante tutto l’Ottocento "Così fan tutte" abbia subito un obnubilamento pressoché totale: e sia risorta soprattutto ad opera di Richard Strauss, il poeta dell’ambiguità erotica di "Salome" e " Der Rosenkavalier".

Marco Ninci

Voglio adesso aggiungere alcune riflessioni personali alla lucidissima analisi esposta da Marco.
Prima di Mozart, la figura di Don Giovanni era stata messa in scena dando maggiore attenzione, più che all´aspetto del libertino amante di belle donne, a quella dell´uomo che sfida la morte invitando un morto a banchettare con lui. Per citare due tra gli esempi più noti, in questo stile la figura del protagonista è delineata nella commedia di Tirso da Molina e nella prima opera musicale che tratta questo soggetto: "L´empio punito"  di Alessandro Melani, su testo di Giovanni Filippo Apolloni e Filippo Acciaiuoli, rappresentata per la prima volta a Roma, al Teatro di Palazzo Colonna, il 17 febbraio 1689. Opera, tra l´altro, commissionata al compositore da Maria Mancini, nipote del cardinale Mazzarino, che l´aveva fatta sposare col principe Lorenzo Onofrio Colonna per porre termine alla sua relazione con il re di Francia Luigi XIV.
Mozart e Da Ponte, accanto a questo aspetto, approfondiscono e sviluppano altri aspetti della figura del cavaliere sivigliano.
Nella caratterizzazione mozartiana, Don Giovanni è prima di tutto un anticonformista e un ribelle che lancia apertamente la sua sfida alle convenzioni sociali.
Se si guarda attentamente, anche altri personaggi del dramma compiono azioni in contrasto con la morale. Donna Anna ad esempio ammette pubblicamente di ricevere uomini in casa sua di notte: il tentato stupro che è il nucleo generatore della vicenda deriva dal fatto che lei stava aspettando Don Ottavio in camera da letto e fa entrare Don Giovanni perchè lo aveva scambiato per lui.
Donna Elvira si comporta allo stesso modo, essendo stata sedotta e accettando un incontro notturno adescata da una serenata.
Zerlina flirta senza problemi con un altro uomo alla vigilia del suo matrimonio.
La differenza rispetto a Don Giovanni è costituita dal fatto che gli altri personaggi vivono le loro azioni con il rimorso di aver trasgredito le regole morali, mentre il cavaliere non si pone affatto simili problemi. Lo dimostra anche il fatto che tratta il suo servo con familiarità e se ne fa addirittura un complice delle sue imprese.
Ma in estrema sintesi la differenza fondamentale tra il mondo di Don Giovanni e quello dei personaggi che lo circondano è riconducibile ad un solo aspetto. Don Giovanni vive in un eterno presente, non si cura del passato nè del futuro e tutta la sua vita si svolge nella ricerca di nuovi piaceri e nel tentativo irrisolto di trattenere l´attimo fuggente, un po´alla maniera del Faust goethiano. Gli altri personaggi invece sono perseguitati da un passato che ne determina a dirige le azioni. Da ciò la sostanziale incomunicabilità tra questi due mondi, con il servo Leporello a costituire quasi una sorta di ponte tra essi.
Musicalmente, Mozart si pone, come sempre nel suo teatro, in una posizione di imparzialità. Il musicista non giudica mai e non adopera i mezzi musicali come una dimostrazione di tesi etiche e morali predeterminate, a differenza per esempio di un teatro come quello verdiano, nel quale i personaggi esistono in quanto dimostrazioni di principi ferrei.
Può così succedere che la figura del libertino sia tratteggiata in maniera spesso irresistibilmente simpatica, un aspetto di cui si ricorderà Verdi alle prese con il Duca di Mantova: le relazioni tra il depravato sovrano del Rigoletto e Don Giovanni sono state illustrate in maniera perfetta da Pierluigi Petrobelli nel saggio "Verdi e il Don Giovanni:osservazioni sulla scena iniziale del Rigoletto", contenuta negli Atti del I Congresso di studi verdiani.
Mozart, in ogni caso, lascia a noi il giudizio, ed è questa a mio avviso una delle ragioni della straordinaria attualità del suo teatro. Il Romanticismo respingeva questi aspetti preferendo sottolineare ancora una volta in Don Giovanni la figura del peccatore impenitente fulminato dalla giustizia divina. Questo era il senso del taglio della scena finale, praticato durante tutto l´Ottocento, e del rifiuto della cinica morale conclusiva espressa in un bruciante fugato, che archivia semplicemente la fine del protagonista e invita a voltar pagina.
Nel successivo "Così fan tutte", Mozart celebrerà in modo supremo questa filosofia, arrivando a risultati affascinanti nello scrivere una musica di molteplice lettura, che può tranquillamente contraddire o svelare altri significati rispetto a quello che si sta rappresentando sulla scena. Il tutto si può condensare nelle parole che chiudono quest´opera:

Fortunato l´uom che prende
ogni cosa pel buon verso
e tra i casi e le vicende
da ragion guidar si fa.

Come giustamente sottolinea l´amico Marco, Mozart costruisce un ponte che scavalca l´Ottocento e si congiunge idealmente con l´ambiguità erotica del teatro di Richard Strauss, che con Salome e Der Rosenkavalier sarà il primo a raccogliere il testimone.

Werther et Melisande

Si muore di noia, ultimamente, a teatro. Questo è il primo pensiero Continua a leggere “Werther et Melisande”

Intervista a Gianfranco Cecchele

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Gianfranco Cecchele non ha sicuramente bisogno di presentazioni, essendo stato uno tra i più grandi artisti della sua generazione. In questo colloquio, il grande tenore veneto ci racconta alcune cose relative alla sua splendida carriera.

1- È vero che da ragazzo volevi diventare un pugile?

Dall’ età di 16 anni fino ai 18 e mezzo ero un welter pesante (kg.78) iscritto alla F.E.R.V.E di Castelfranco Veneto. Passai da novizio a dilettante ma mio padre si rifiutò di firmare la documentazione perchè allora si diventava maggiorenni a 21 anni.

2- Come hai deciso di diventare un cantante lirico?

Durante il servizio militare al C.A.R. di Avellino, alla festa del giuramento il colonnello chiese di fare uno spettacolo al quale presi parte come canzonettista. Cantai “Granada” e “Torna” ed il colonnello mi esortò a studiare lirica.

3- La tua carriera si é sviluppata rapidamente. A 26 anni debuttavi alla Scala e l´anno dopo cantavi Norma con la Callas. È stato difficile arrivare subito in teatri così prestigiosi?

Feci la mia prima lezione di canto il 25/06/1962 con il maestro Marcello Del Monaco, fratello del collega Mario Del Monaco e in 19 mesi trovai la resistenza per sostenere un’opera intera; infatti, debuttai al Teatro Bellini di Catania con l’opera “La Zolfara” di Francesco Mulè. Tornando da Catania mi fermai a Napoli e feci un’audizione con i fratelli Di Costanzo che mi offrirono “Norma”. Mi fermai poi a Roma, altra audizione con il sovrintendente maestro Carlo Vitale , che mi offrì “Aida”, due recite a Caracalla. In realtà poi ne feci undici perchè il tenore Pier Miranda Ferraro era ammalato ed io essendo presente continuai la recita dal terzo atto in poi.  L’ opera l’ avevo solo studiata al pianoforte e non l’ avevo mai vista interamente, solo i primi due atti, ma come mi disse l’anno dopo Luchino Visconti, durante le prove del “Don Carlos”, per l’ inaugurazione della stagione operistica al Teatro dell’Opera di Roma, ero proprio nato per il palcoscenico.

4- Quando hai iniziato a cantare, avevi in mente un modello da seguire tra i grandi artisti della tua epoca?

Non avevo solo un modello da seguire perchè da Caruso, Pertile, Gigli, Di Stefano, Del Monaco e tanti altri, c’ era tutto da imparare.

5- Come sceglievi i ruoli da affrontare?

Non ho mai potuto scegliere i ruoli. Dovevo solo avere il tempo per studiarli e anche scartare ruoli troppo acuti che mi venivano offerti o troppo centrali come le opere di Monteverdi, nelle quali ci voleva un’ esperienza che in quel momento non avevo.

6- Qual era il tuo metodo di studio nel preparare una nuova parte?

Il mio metodo di studio per un’ opera nuova era per prima cosa l’ ascolto delle incisioni di vari tenori fra i più importanti. Poi uno studio approfondito con un maestro di spartito per la parte musicale.

7- Tu hai cantato praticamente in tutto il mondo. Secondo te quali sono le differenze tra il pubblico delle varie nazioni?

Il pubblico dei melomani è uguale in tutto il mondo. La differenza sta nelle città e nella loro ricchezza materiale. Più sono ricchi e meno sono espansivi. Nei teatri italiani c’ è una grande tradizione. Pensate a Parma, a Reggio Emilia, a Mantova etc…Al calore dei napoletani, dei siciliani, alla competenza dei giapponesi. Insomma quando si canta bene l’ entusiasmo c’ è sempre.

8 – Avendo cantato quasi tutte le opere di Verdi, tra cui anche molte di quelle raramente eseguite, quali sono secondo te le caratteristiche necessarie per un interprete verdiano?

Sì! Ho cantato 24 opere di Verdi su 27 composte da questo grandissimo Maestro. Però ho cantato anche sei opere di Puccini, poi Mascagni, Leoncavallo, Bellini, Catalani, Giordano, Bizèt, Ponchielli, Cilea, Wagner,di Mario Zafred “Wallenstein” in prima mondiale, di Saverio Mercadante “La vestale” di cui ho effettuato la prima incisione assoluta. Poi Rossini con lo “Stabat Mater”. In Verdi, bisogna avere una dizione perfetta perchè molti sono i recitativi che preparano l’ aria, e poi una sicurezza assoluta nelle due ottave. Io dico sempre che Verdi fa perno sul cervello dell’ascoltatore, Puccini sul cuore, Mascagni e Leoncavallo riscaldano il sangue.

9 – Tu hai lavorato con tutti i grandi direttori e cantanti della tua epoca. Senza voler nulla togliere agli altri, vorrei che ci dicessi qualcosa sulla tua esperienza di lavoro con Maria Callas.

Nel 1965 ho avuto la fortuna di cantare “Norma” a Parigi con la più grande interprete di quest’ opera e non solo di questa, Maria Callas, ma il periodo d’ oro per lei era purtroppo già finito. La “zampata” della tigre però, era ancora presente in certi momenti. Io ho cantato molte recite di “Norma” con bravissimi soprani, però mai nessuna mi ha fatto accaponare la pelle come lei nella frase : “In mia man alfin tu sei..”. C’ era una tale voglia di vendetta nel suo suono che non ho più sentito. Nel ruolo di Adalgisa per le prime tre recite c’ era un mezzosoprano che ha fatto epoca , Giulietta Simionato in gran forma. Poi subentrava Fiorenza Cossotto, un “mostro” di bravura. Ho avuto la fortuna di cantare anche con Renata Tebaldi al San Carlo di Napoli, altro “mostro sacro”. Sostenevo un ruolo molto difficile, Enzo Grimaldo nella “Gioconda”. Anche lei a fine carriera ma con voce ancora potente e dolce insieme.
Naturalmente quando si canta nei grandi teatri si trovano sempre i migliori artisti del momento e i migliori direttori d’ orchestra. Con i grandi non ci sono mai problemi. Così era con Karajan, Gavazzeni, Giulini, Patanè, Guadagno, Prètre, Oren, Schippers, Levine, e molti altri. Unico maestro che cito a parte è Riccardo Muti e non per mancanza di bravura ma perchè lui era solo interprete dell’ opera , non ammetteva acuti “extra” , peraltro accettati dagli stessi autori. Insomma lui dirige molto bene ma non lascia spazio alle qualità differenti e tipiche di ogni artista. Perchè gli altri direttori altrettanto bravi, invece sì? Bisogna anche accompagnare non solo dirigere. Questa è la mia personale considerazione.

10- Quali sono gli spettacoli che ricordi più volentieri tra tutti quelli a cui hai preso parte?

Io ho cantato circa 2000 recite in 43 anni di carriera, all’ incirca 46-48 recite all’anno, però non posso dimenticare la collaborazione musicale con il maestro Carlo Maria Giulini nel “Don Carlos” e quella scenica con Luchino Visconti. I costumi veramente dell’ epoca, le scene meravigliose e imponenti. A proposito di costumi, se i registi moderni capissero quale importanza ha per un artista indossare un costume dell’ epoca prescritta dall’ autore dell’ opera, capirebbero quale aiuto dà il costume per la postura scenica. Inoltre, molti riferimenti del testo cantato si rifanno all’ epoca in cui accadeva il dramma. Non si può sostituire la ghigliottina con il fucile (Andrea Chènier) o la dimora di Violetta (in Traviata) con delle cassette vuote di birra. Oppure i carri armati in Norma: questo accadeva in Germania, ed io ho lasciato le recite profanatrici. Per fortuna l’ epoca di tali scempi è incominciata verso gli anni 1998/99, perciò ho sofferto solo per qualche anno. Non posso dimenticare la collaborazione con il maestro Karajan in “Cavalleria” e gli insegnamenti di un grande regista come Giorgio Strehler. Poi il mio debutto in “Otello” nel 1981 al teatro di Bonn, 25 recite. In quest’ opera ci vuole una maturità vocale veramente eccezionale. E’ un’ opera che mi ha dato grandi soddisfazioni, ne ho cantate 87 recite in totale.

11- Qual è secondo te il ruolo piú impegnativo tra tutti quelli che hai affrontato nella tua carriera?

Ogni ruolo comporta delle difficoltà quando si cerca di calarsi totalmente nel personaggio. Ci sono opere come Otello, Andrea Chènier, Vespri Siciliani, Don Carlos (in cinque atti), la Forza del destino (senza tagli), Gioconda, Loreley..Beh….in queste opere ci vuole una marcia in più che fortunatamente io avevo.

12- Cosa pensi dei dischi e dei video? Quali sono le tue registrazioni che consideri meglio riuscite?

E’ una vera fortuna poter disporre oggi dei DVD ma io personalmente amo di più le registrazioni live che rispecchiano fedelmente la parte vocale senza interventi sul suono, perciò proprio quelle registrate dal pubblico, non con i microfoni in scena. Solo così si ha l’ esatta percezione della vocalità di un artista, inoltre nei DVD ci si può vedere e facendosi un’ autocritica, migliorarsi.
Per quanto riguarda le mie incisioni discografiche posso dire che sono tutte ben riuscite. Basti pensare al disco “Cecchele canta Verdi”, all’ ”Aroldo”, sia quello inciso con la CBS americana che quello inciso con la RAI; ai film di “Cavalleria Rusticana” e “Turandot” , e a tutte le incisioni fatte alla RAI, quando questa azienda era un vanto italiano e cioè ” Attila”, “Alzira”, “La Battaglia di Legnano”, “Vespri siciliani”, “Turandot” sia in film che incisione per la radio  etc., senza dimenticare la splendida incisione dell’ opera “La Vestale” di Saverio Mercadante e un cd inciso nel 2000 intitolato “L’ emozione di una voce”.

13- Sei soddisfatto di quello che sei riuscito a fare in palcoscenico oppure hai qualche rimpianto?

Sì, ho un rimpianto che è quello di non avere mai potuto cantare “Ballo in maschera” e “Sansone”, che peccato!

14- Quanto è importante per te la regia di uno spettacolo? Non pensi che oggi si dia un’ importanza eccessiva al regista e alla recitazione, a scapito delle altre componenti?

La regia è molto importante per l’ insieme della compagnia e per i singoli artisti, solo se viene rispettato ciò che l’ autore ha scritto e l’ epoca . Tutti sanno come si vive oggi però pochi sanno come si viveva nel 1500,1600,1700 etc…
L’ opera è stata scritta per gli interpreti vocali, che sono la colonna portante dello spettacolo. Il cambio artistico nella stessa opera, dà più o meno interesse per l’ opera stessa. Molto importante invece, è la collaborazione con il direttore d’ orchestra.

15- Come insegnante, che metodo segui? Qual è per te la tecnica giusta?

Non si può insegnare nello stesso modo una tecnica uguale per tutti,ci sono i pesi vocali. Prendiamo la voce del tenore. Ci sono tenori di grazia, tenori lirici leggeri, tenori lirici, tenori lirici spinti, tenori drammatici. Ciò che io insegno a un tenore lirico leggero non è la stessa cosa che insegno invece al lirico spinto o drammatico.

16 – Come vedi il mondo della lirica attuale?

In ogni epoca ci sono stati pochi cantanti veramente bravi, perciò anche oggi ci sono le stesse difficoltà di un tempo . Quello che invece è cambiato quasi radicalmente è il rapporto d’ importanza nell’ opera lirica. Chi canta l’ opera è diventato un soggetto di secondo piano e pensare che nessuna regia o direzione d’ orchestra può dare il successo dell’ opera se gli interpreti sono scadenti.

17- Quali consigli daresti ad un giovane che volesse intraprendere la carriera di cantante?

I consigli sono la cosa più facile da dare. I giovani dovrebbero per prima cosa sapere quali sono i cantanti in carriera usciti da una scuola di canto e constatare che questo sia vero. Per seconda cosa, se un artista ha cantato per oltre 40 anni senza rovinarsi la voce vuol dire che tecnicamente sa quello che fa perciò è facile intuire che potrà trasmettere una sicurezza vocale su cui in seguito costruire la carriera.

Il miglior modo di iniziare il 2010

La carissima Anna Costalonga mi ha segnalato un documento sensazionale: sei filmati di Carlos Kleiber ripreso mentre dirige il Tristan und Isolde Continua a leggere “Il miglior modo di iniziare il 2010”

Al Gran Sole Carico d’ Amore di Luigi Nono, regia di Peter Konwitschny

La nostra carissima Anna Costalonga racconta ai lettori di questo blog le sue impressioni sul recente allestimento dell’ opera di Luigi Nono all’ Oper Leipzig.

Un palcoscenico notturno, tempestato di tante piccole luci, come stelle e tante casse, tante, quasi una montagna.
In primo piano, una casetta di vetro, tutta trasparente, dove cercano di addormentarsi due donne bambine, con l’ immancabile orsacchiotto sotto il braccio. Potrebbe essere l’ inizio di una fiaba. Due ragazzine, forse solo un po’ cresciutelle, che mimano alla rivoluzione e intanto scrivono frasi di Marx e Che Guevara sulle pareti trasparenti della loro cameretta. La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione. Il pubblico ride, mentre una di queste due “fanciulle” scrive ReBolution invece di ReVolution, per poi correggere quasi subito. Ed ecco una fata vestita di bianco, che arriva a rassicurarle e a parlare loro di Marx e della Comune di Parigi.
Potrebbe essere davvero una fiaba moderna, se non fosse per la musica, tesissima, tellurica, lunare, che proviene dalla buca. Se non fosse che da quello stuolo di casse, all’improvviso risorge, o meglio, insorge, una massa di persone. Di morti. Non è una fiaba, e alla fata adesso si sostituisce la guerrigliera Tania Bunke (Cuba, 1953). Il mio nome diventerà nulla? Siamo giunti a vivere su questa terra senza uno scopo, forse? Senza uno scopo? dice. E muore, commuovendo una delle due ragazzine, che con un gesto ingenuo le mette il suo orsacchiotto sotto il braccio. Per poi rialzarsi, insieme a tutti gli altri morti viventi che nel frattempo si rivestono: sono i comunardi di Parigi, e insieme anche gli altri rivoltosi dell’epoca contemporanea (i rivoluzionari russi del ’17, il popolo di Cuba del ’53), che tornano a vivere adesso sul palcoscenico. E da qui ha inizio il resto dei quadri intensi, drammatici, che Peter Konwitschny ha curato fin nel minimo dettaglio.

Al Gran Sole Carico d’ Amore è un’ azione scenica, un collage di frasi da Brecht, Marx, Gorki, Louise Michel, Tania Bunke, Che Guevara, Rimbaud, Pavese, e altri ancora. Non c’ è una storia, una trama unica, piuttosto un susseguirsi di scene, dominate tutte da una tematica forte, la lotta all’ oppressione e per la libertà, vista attraverso gli occhi delle donne. Non c’ è di conseguenza un protagonista unico, ma quattro soprani che interpretano – intercambiabilmente – i ruoli di Tania Bunke (Cuba, ’53), Louise Michel (Comune di Parigi, 1870), Deola (Scioperi di Torino ’50), Jeanne-Marie (Comune di Parigi, 1870). Fa eccezione il personaggio della madre tratto da Gorki, che, da quando entra in scena, nel secondo atto, rimarrà fino alla fine l’ unico carattere scenico perfettamente individuabile e non scambiabile con nessun altro.*
Questa è un’ opera piena di coraggio: quello delle protagoniste e delle scene rappresentate e certo, di Nono, che abbandona qualsiasi storia unitaria, qualsiasi punto di riferimento utile allo spettatore per districarsi nelle sonorità a un tempo terrene e ultraterrene della sua partitura. Ma soprattutto è evidente il coraggio del regista Peter Konwitschny, dello scenografo Brade e del direttore Harneit.
Ci sono voluti due anni buoni di studio, prima di poter realizzare questo allestimento, portato sulle scene per la prima volta nel 2004 ad Amburgo e rivisto per l’ Opera di Lipsia (di cui Konwitschny è direttore stabile) nell’ occasione del ventennale della Rivoluzione Pacifica. La grande sfida di questa produzione è stata quella di dare un senso logico e continuità teatrale a un’ azione scenica il cui più grosso rischio, data la natura del testo, è il susseguirsi farraginoso di scene diverse l’una dall’ altra. Anche a costo di inventare delle storie parallele non scritte nel libretto (quella delle due ragazzine che, ad esempio, nel primo atto abbandonano gli orsacchiotti per abbracciare il fucile: diventano cioè donne, assumendo coscienza storica e umana), che però aiutano, e molto, a dare coerenza al collage scenico.

SOTTO IL GRAN SOLE

A questo punto è naturale chiedersi in cosa consista questo “senso logico”. Ecco cosa dicono Konwitschny, Brade e Harneit a questo proposito.

“Abbiamo voluto lavorare sulla teatralità di Nono, e tradurla in termini terreni, umani, diretti, comprensibili. Così il nostro punto di partenza è la scena vuota. Incomincia con un nastro magnetico, con una musica cosmica, sferica; sulla scena, due bambine, che sono parte di questo cosmo. Questa è la definizione ultima del tutto: che noi siamo una parte del cosmo infinito. Senza questa consapevolezza non ha senso il suono del nastro magnetico o trascendere dal pensiero sulla storia, come ce la propone Nono.”(Konwitschny)
“Già il titolo Al Gran Sole Carico d’Amore (Unter der Große Sonne Von Liebe Beladen in tedesco, letteralmente “sotto il gran sole carico d’amore”) ci dice che non dobbiamo dimenticare che viviamo nella sofferenza sotto questo grande sole. E che siamo inetti e impotenti, solo se non vogliamo sentire, se non vogliamo vedere, se non vogliamo pensare.” (Brade)
“E’ un punto di partenza di totale importanza. Perché il cielo e le stelle che noi mostriamo, semantizzano il nastro magnetico di Luigi Nono, l’ inizio; non si tratta di un cielo teologico, ma di un cielo musicale-cosmico. L’ opera inizia perciò non nel silenzio, ma con lo spazio, in cui ci troviamo.” (Harneit)
Si apre nel cosmo, nello spazio aperto e si chiude con l’ immagine terribile della massa, disperata e piangente, stritolata dalle pareti di ferro di una fabbrica, nel buio. Niente sipari rossi, alla fine, solo una grande e pesante cortina di metallo, che cade sul palcoscenico, nel silenzio del teatro.

LE DONNE SALVATRICI

E nel mezzo, tra l’ agorafobia del cosmo troppo aperto per trovarci una direttiva, e la claustrofobia di un’ esistenza ormai già pre-direzionata, predestinata, chi sono i fari di questa umanità allo sbando, per Nono? Le donne.
D’ altronde l’ opera è del 1975: l’anno, cioè, che l’ UNESCO ebbe a definire “anno delle donne”, culmine di molte vittorie dei movimenti libertari femministi dell’ epoca.
Come abbiamo visto l’ opera è interamente incentrata su figure femminili che hanno giocato un grande ruolo rivoluzionario. La storia dell’ opera è piena di eroine, Nono non è né il primo né l’ ultimo a portare sulla scena donne eroiche. Come dice Konwitschny, però, le quattro soprano protagoniste (Louise Michel, Deola, Tania Bunke, Jeanne Marie) sono molto più di figure salvatrici intese nell’ accezione tradizionale.
“Credo che la donna secondo Nono non sia una salvatrice come Leonora lo fu per Florestano, perché il concetto di salvatrice nella tradizione tedesca funziona solo in rapporto con l’ uomo. Essere salvatrici significa prima di ogni cosa che il sistema maschile viene salvato e rimesso in funzione grazie alla donna. Per Nono non è così. Nono vuole invece che questo sistema muoia.”
Molto interessante a questo proposito è lo spazio che viene dato alla figura femminile, intendo lo spazio vocale: “le donne sono libere di cantare e di inventare cadenze in una maniera ancora più esaustiva, più libera delle famose cadenze di Bellini “– dice il direttore Harneit -“, di cui Nono si occupò a fondo nei suoi ultimi anni. Nell’ opera di Nono tutto è più utopico. Ci sono tre, quattro grandi punti, in cui il sistema maschile, rappresentato dal direttore, viene sopraffatto, in una parola cancellato. Se si osserva la scena in quei momenti, cosa si faccia sul palco, e come sia difficile quando, dopo le esplosioni orchestrali, all’ improvviso la Madre o Deola o Tania Bunke si ritrovano completamente sole sul palcoscenico a cantare, senza un sistema in cui rientrare, allora si capisce come Nono abbandoni anche a livello musicale il sistema delle salvatrici secondo l’ idealismo maschile”
Chi ha avuto l’occasione di ascoltare dal vivo quest’ opera in quest’ allestimento sa come le interpreti abbiano davvero reso la drammaticità delle loro parti, anche sporcando in certi punti la vocalità stessa, rendendola quasi rabbiosa. Per una storia di salvatrici, di eroine, di guerriere è il minimo che si possa richiedere.
Konwitschny e Harneit hanno insomma cercato nella drammaturgia e nella musica di Nono un discorso che travalica l’ ideologia con cui troppo facilmente vengono ancora identificate, in Italia.
Non è un caso che le prime frasi dell’ opera siano: La Bellezza non si oppone alla Rivoluzione (Che Guevara, Cuba 1953) e Per questo cuore grande e caritatevole -ebbro di solidarietà -l’ unica aria respirabile è l’ amore umano (Louise Michel, Comune 1870)
Ovvero con la responsabilità civile dell’ arte e l’ amore umano. Al di là delle ideologie, il senso della solidarietà fraterna deve stare alla base delle grandi conquiste libertarie, sembra ammonirci Nono. L’ arte ha una responsabilità civile, l’ arte – intesa come bello – non è necessariamente negazione della verità. Si può fare arte cercando di aprire gli occhi, cercando “il vero”, auspicando il “selbständig denken” “il pensare con la propria testa”. Al di là dei pregiudizi.
A proposito, confesso che i primi minuti dell’ opera non sono stati facili per me, piena com’ era la mia memoria di tutti i pregiudizi, appunto, che mi portavo dall’ Italia. Mi sono sentita imbarazzata e mi sono chiesta: “Ma come? Si è scelto di inscenare Al Gran Sole Carico d’Amore, che a quel che ne so è un’ apologia delle lotte comuniste, per celebrare il ventennale della Rivoluzione Pacifica dell’ 89, della caduta cioè del regime totalitario di stampo sovietico dell’ ex DDR? Con che coraggio si può citare Che Guevara, o mettere in scena Lenin proprio qui a Lipsia e proprio in quest’occasione?”
Invece il bellissimo allestimento di Konwitschny e l’ ottima direzione di Harneit hanno avuto la meglio: non stavo più guardando o ascoltando un’ opera apologetica del comunismo (anche se è fin troppo facile cadere in questa interpretazione-trappola), ma un’ opera in cui la donna viene paragonata a un concetto, a una forza libertaria, al senso di fraternità stesso che dovrebbe unire gli uomini in nome di una vita più degna. Un’ opera insomma in cui si parla consciamente di utopia, ovvero di quanto sia necessaria, pur nella consapevolezza di essere fragili creature sotto questo sole carico, affannato d’ amore.

Ecco, forse questo è il senso più vero dell’ opera: lo slancio fraterno, consapevole ma non rassegnato per il miglioramento della condizione umana sotto questo sole, ovvero al di là di ideologie contingenti, al di là di inutili divisioni fra uomini: la fine claustrofobica sia da ammonimento.UN AUGURIOPersonalmente, mi auguro di poter assistere ancora a un’ opera di Nono, ma questa volta non più in Germania, ma in Italia, come è giusto che sia. Mi vergogno un poco al pensiero che un’ opera italiana dall’ alto contenuto civile come questa sia stata scelta per celebrare la vittoria libertaria della società tedesca. E noi? Quando potremo vedere di nuovo Al Gran Sole Carico d’ Amorein un teatro italiano? E per celebrare che cosa, poi?*Sind die Mütter revolutioniert, so bleibt nichts mehr zu revolutionieren (Walter Benjamin). Le madri si sono ribellate, quindi non c’ è più niente ancora che debba ribellarsi. Come a dire che la madre, la donna per eccellenza, è il grado zero dell’ umanità, e di conseguenza il grado zero della aspirazione umana alla libertà.

Anna Costalonga

Intervista a Claudio Giombi

Claudio Giombi, il basso-baritono triestino che è stato uno dei più famosi interpreti dei ruoli di carattere, è già stato ospite di questo blog con i suoi ricordi degli incontri con Kleiber e Karajan. In questo colloquio, Giombi Continua a leggere “Intervista a Claudio Giombi”

Postilla sulla Carmen

Dopo aver letto le recensioni e il bailamme scatenatosi sui siti operistici tra sostenitori e detrattori del pasticcio combinato da Emma Dante, voglio buttarla deliberatamente e provocatoriamente in ridere.
Da quello che si è visto nelle ultime due inaugurazioni, la Scala sta specializzandosi in allestimenti di riciclo.
Dopo il Don Carlo dello scorso anno, allestito con le pareti in legno dell’ Ikea e i costumi ripresi attingendo ai fondi di magazzino di qualche vecchia messinscena di Visconti o Vilar, stavolta abbiamo visto la riutilizzazione dei muraglioni del Tristan (ma Richard Peduzzi è davvero convinto che tutte le opere si svolgano in cantina?) come base per un allestimento che potrà tranquillamente essere riutilizzato per una eventuale futura produzione della Cavalleria Rusticana.
Chapeau, monsieur Lissner: se non è sagacia questa…

Minchia, la Carmen sicula è!

È passato un anno dal soporifero Don Carlo, ma l’ atmosfera alla Scala Continua a leggere “Minchia, la Carmen sicula è!”

Carmen alla Scala: prime impressioni

Impressioni a caldo dopo aver visto lo spettacolo in tv su ARTE. Barenboim ha diretto in modo fiacco, slegato e nettamente meno personale che a Berlino nella produzione del 2006 a cui avevo assistito. Regia inutilmente sovraccarica di gags da avanspettacolo; le scene di Richard Peduzzi devono essere state riciclate dal Tristan di due anni fà. Interessante la protagonista Anita Rachvelishvili, Kaufmann in cattiva forma vocale, Micaela inesistente, Schrott con la voce a pezzi e gravi problemi di intonazione nell’ aria. Per tutti, una pronuncia francese che al di lá delle Alpi non consentirebbe nemmeno di ordinare un caffè. Censura particolare in questo senso a Kaufmann, che canta in un singolare francese tedeschizzato, con tutte le “e” strette, cosa che si ripercuote fatalmente anche sull’ emissione della voce. Nei prossimi giorni entrerò nei dettagli, con un commento approfondito.

Claudio Giombi intervista Alfredo Kraus

Claudio Giombi, di cui ho già pubblicato i ricordi dei suoi incontri con Carlos Kleiber ed Herbert von Karajan, mi ha autorizzato a inserire qui questa interessantissima intervista inedita al grande e indimenticabile Alfredo Kraus.
A lui vanno i miei ringraziamenti per questo documento di altissimo valore.

Il 2 aprile 1978 presso l’hotel Savoia a Trieste ALFREDO KRAUS Continua a leggere “Claudio Giombi intervista Alfredo Kraus”