Grande successo, alla Staatsoper Stuttgart, per la nuova produzione dei Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc, penultimo nuovo allestimento della stagione in corso. Un esito positivo Continua a leggere “Dialogues des Carmélites alla Staatsoper Stuttgart”
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Anna Bolena alla Wiener Staatsoper, o della modernità interpretativa
Avrei potuto scrivere le mie impressioni sulla mediaticamente pubblicizzatissima produzione viennese di Anna Bolena subito dopo Continua a leggere “Anna Bolena alla Wiener Staatsoper, o della modernità interpretativa”
Piotr Beczala
La nostra è un’ epoca in cui tutti noi appassionati d’ opera diciamo, e con molte buone ragioni, che scarseggiano le voci di qualitá e i cantanti in possesso di una preparazione professionale adeguata. Voglio parlarvi qui di uno dei pochissimi tenori di oggi Continua a leggere “Piotr Beczala”
Francis Poulenc
Il 10 aprile prossimo, la Staatsoper Stuttgart presenterà una nuova produzione di Les Dialogues des Carmélites di Francis Poulenc.
In attesa della prima, propongo questa esauriente disamina della figura dell´autore, scritta dal compositore italiano Lorenzo Ferrero.
Sulla figura di Poulenc si è accumulato nel tempo un gran numero di luoghi comuni di cui andrebbe fatta pulizia. Come tutti i compositori apparentemente facili, è in realtà difficile: non per un ascolto distratto o una piacevole compagnia sonora, ma per un’autentica comprensione. Non va nascosta una sua complicità nel seminare l’idea dell’irridente indifferenza e del gioco superficiale, ma la maggior parte degli atteggiamenti più frivoli e salottieri risalgono alla prima parte della sua vita, e non è corretto giudicare con tale metro la seconda.
Da sempre bersaglio di ogni avanguardia per non aver aderito ad alcuno spirito di ricerca (tranne, e sempre col sospetto del gioco, nella prima gioventù), Poulenc non è totalmente ascrivibile nemmeno al neoclassicismo, in cui lo collocano l’amicizia con Cocteau e Stravinski e il Gruppo dei Sei di cui faceva parte, autori in realtà diversissimi che hanno preso nel tempo strade praticamente opposte. La sua omosessualità, una manna per gli autori di biografie pruriginose, è stata vissuta meno superficialmente di quanto potesse apparire, e comunque in un difficile e problematico rapporto con i sentimenti religiosi che negli ultimi anni di vita lo hanno posto fra gli autori delle migliori pagine cattoliche del Novecento.
Una nascita borghese, sul finire del secolo precedente, nel 1899. Una famiglia benestante, una madre affettuosa e buona pianista che preferiva Mozart, Scarlatti e Couperin a Beethoven e Brahms, con qualche incursione nella “adorabile cattiva musica” da salotto, stando alle parole del figlio, che già a due anni fingeva di improvvisare sul suo pianoforte giocattolo. La figura paterna, un uomo d’affari, sembra assente dalla vita quotidiana del piccolo Francis, mentre protagonista della sua adolescenza sarà lo zio materno Marcel, detto zio Papoum, il tipico zio scapolo con un debole per lo spettacolo e che poteva vantare una trascorsa amicizia con Toulouse-Lautrec. Grazie alla madre e allo zio, l’incontro con le avanguardie letterarie, pittoriche e musicali del primo Novecento gli viene offerto nel modo più naturale possibile. Tanto che, anche rintracciando le sue prime e precoci composizioni, si individua immediatamente una familiarità col mondo dell’arte contemporanea. La famiglia inoltre lo manda a lezioni di piano da un noto concertista, Ricardo Viñes, divulgatore della musica nuova e particolarmente sensibile ai problemi timbrici posti dalla letteratura impressionista (Debussy, e poi Ravel). Viñes gli fa conoscere la musica di Granados, Albeniz, De Falla, e gli presenta Satie e Georges Auric, futuro componente del Gruppo dei Sei, cui si aggiungerà di lì a poco la conoscenza con Milhaud, Arthur Honegger e Germaine Talleferre.
La presentazione a Ravel ebbe meno successo. Forse Ravel era di cattivo umore quel giorno, fatto sta che interruppe il giovane Francis che gli suonava qualcosa, e da allora non ebbero più particolari rapporti fino alla prima di L’enfant et les sortilèges, nel 1925, che Poulenc ammirò moltissimo. Altrettanto male andò il primo tentativo di entrare al Conservatorio, dal professor Paul Vidal. Gli presentò una sua composizione, Rhapsodie nègre, frutto delle varie esperienze e frequentazioni delle avanguardie. Vidal ne fu scandalizzato. Il pezzo fu eseguito di lì a poco in pubblico, e gli guadagnò l’apprezzamento di Diaghilev e di Stravinski, stupiti che fosse l’opera di un quasi adolescente. Era l’anno 1917.
Dopo aver perso la madre nel 1915, Francis perde il padre. È la guerra. Viene arruolato, ma non tutti i mali vengono per nuocere: sotto le armi conosce l’estroso poeta Guillaume Apollinaire. Nel 1918 scrive una Sonata per pianoforte a quattro mani, memore della scrittura percussiva di Stravinski e della moda per l’art nègre, ma anche pervasa di spirito francese. La Sonata gli vale un nuovo ammiratore nel già noto e futuro grande direttore d’orchestra Ernest Ansermet.
A meno di vent’anni, Poulenc è dunque un compositore di talento riconosciuto: ciononostante mantenne per tutta la vita una sorta di insicurezza che lo spingeva a sottomettere spesso i suoi lavori al giudizio di altri. Il talento è confermato da una delle prime composizioni, che benché scritta a vent’anni, possiamo quasi considerare matura: Le bestiaire, liriche su testi di Apollinaire per voce e pianoforte. Sia il poeta che il compositore giocano con l’apparente semplicità del bestiario, privo però di gioia infantile e anzi venato di una sottile malinconia. Ciò che più lascia stupiti è però il linguaggio musicale: non ha nulla di accademico, né sul piano armonico, né ritmico, né melodico, né del trattamento del testo. Che Poulenc sia pienamente cosciente di avere dietro di sé una Sagra della primavera di Stravinski o un Pierrot Lunaire di Schönberg, lo si avverte da una serie di indizi più che dall’impressione di una lavoro di ricerca: il tutto in una semplicità sconcertante, eppure apparente. Anche a leggerlo sembrerebbe facilissimo da suonare, ma non è proprio così. Come ha scritto Wilfrid Mellers, autore di uno dei libri più interessanti su Poulenc, a proposito dei lavori di questo periodo, si ha quasi l’impressione di trovarsi di fronte a una sensibilità post-moderna, che si accentuerà con quel “viaggiare nel tempo” caratteristico del periodo neoclassico. È anche l’inizio di una lunga serie di liriche per canto e piano, oltre cento, uno sterminato catalogo tutto da riesplorare, in cui continua a frequentare la poesia francese, da Apollinaire a Jakob, da Valéry, ad Aragon, e soprattutto Eluard.
Il periodo cosiddetto neoclassico
Abbiamo già avuto modo (v. Letture dicembre 2001, dossier Stravinski) di considerare la genericità dell’espressione “neoclassico” applicata alla musica fra le due guerre. Certo, a qualcosa serve, se si tratta di raggruppare autori molto diversi sotto alcuni punti di convergenza. Più che uno sguardo al passato, lo sguardo neoclassico è il rifiuto del passato immediato, del tardoromanticismo di fine Ottocento e dei primi anni del Novecento. Il passato remoto, a cui veniva, spesso erroneamente, attribuita un’assoluta oggettività e assenza di sentimento, diventa un luogo a cui guardare e anche un baluardo con cui difendersi da ceneri ancora troppo calde. Il successo dello “stile” neoclassico è anche causa di molte delle riserve che la critica ha avanzato successivamente. Per i compositori di minor talento sarebbe diventato un troppo facile rifugio in un’accademia fatta di vezzi e movenze settecentesche. Ma per i compositori degni di questo nome non è quasi mai stato così, senza dimenticare che all’epoca, in assenza di dischi e altri mezzi di diffusione, molta musica del Settecento era tutta da scoprire, e suonava in qualche modo “nuova” agli ascoltatori, non meno di quanto suonino nuovi oggi gli arcaismi medievaleggianti di certi compositori recenti (v. Letture maggio 2000, dossier Arvo Pärt).
I rapporti di Poulenc con la tendenza del momento sono, come al solito, estremamente personali. Non ha il radicalismo di Pulcinella o diOedipus Rex di Stravinski, non ha la pomposa riscoperta del contrappunto all’apparenza severo di Hindemith. Ha piuttosto il sapore di un aggiornamento della biblioteca, di un ampliamento di orizzonti, per un compositore cresciuto e nutrito nel presente. Ne è un ottimo esempio il Trio per oboe, fagotto e pianoforte del 1926. Se l’inizio può definirsi lulliano, e il movimento finale cita direttamente Gluck, dopo l’introduzione assistiamo a un incrocio fra Offenbach e lo stile rococò, possibile solo nel clima di disincanto parigino après-guerre. Le spericolate ibridazioni non si limitano all’antico e al moderno, ma anche agli stili “alti” e “bassi” della musica. La musica “volgare” assume per Poulenc un valore di riscoperta e di riappropriazione, simile all’atteggiamento che Stravinski aveva per il passato. Tanto sono presenti gli echi della musica di strada o di quella che oggi definiremmo “leggera”, che possiamo perfino concederci il piacere di immaginare che il giovane Poulenc l’abbia assimilata durante le lunghe ore passate con lo zio Papoum. Nello stesso tempo si deve a queste escursioni, da cui Poulenc trasse soprattutto suggestioni melodiche, il luogo comune sulla facilità della sua musica: e sappiamo che il termine “facilità” è spesso usato, quando si tratta di Novecento, come sinonimo di superficialità, per non dire di banalità. Certamente si tratta di musica perlopiù accessibile, ma non si può definirla facile, perché impone una vasta cultura musicale per coglierne anche le sfumature nascoste.
Uno dei primi titoli che vengono in mente parlando del nostro è certamente il balletto Les Biches, frutto di quella gigantesca macchina per capolavori che sono stati i Ballets Russes di Diaghilev, che ne diedero la prima esecuzione all’opera di Montecarlo nel 1924. Il titolo, come è noto, significa “le cerbiatte”, e sembra suggerire doppi sensi che la trama incoraggia solo se li si vogliono vedere a tutti i costi. Non c’è una storia vera e propria, ma alcune scene di corteggiamento in una festa elegante (uno dei doppi sensi è anche “le mantenute”). La musica, pur attraversando stili brillanti, accenni al rag time e a varie forme di danza, è straordinariamente coerente e porta in ogni momento il marchio del suo autore. Il pubblico dell’epoca, e soprattutto la società elegante delle prime teatrali, si riconobbe talmente in questa totale assenza di finalizzazione della trama (altro segno post-moderno?) da decretare un assoluto successo. Sorprende non poco che in un mondo totalmente diverso come il nostro il lavoro non sia per nulla invecchiato. Anzi, la sua freschezza sembra crescere a ogni ascolto.
Al pianoforte
Altre due notevoli composizioni appartengono allo stesso periodo: il Concert champêtre (1928) e Aubade (1929). Il primo fu scritto per la sacerdotessa della rinascita del clavicembalo Wanda Landowska (se uno dei meriti del neoclassicismo fu la riscoperta del Settecento, in questo caso lo fu anche per uno dei suoi strumenti). Nei suoi tre movimenti non è la natura incontaminata a prevalere, ma la grazia suburbana di boschi e castelli intorno a Parigi, gli echi di Couperin e di marcette militari. L’atteggiamento di Poulenc verso il passato non è dissacrante, come talvolta in Stravinski, ma condiscendente e amichevole, come se il passato riaffermasse la sua continuità in un confortevole presente di civiltà e di gusto (francese, beninteso).
Quanto ad Aubade, scritta per pianoforte e piccola orchestra, il tema mitologico di Diana cacciatrice porta ad affondare le radici in movenze rococò, mai prive, però, dei consueti scarti armonici e ritmici, con un costante senso di malinconia. Sull’argomento del balletto, scritto dallo stesso Poulenc e che descrive la solitudine di Diana in attesa dell’alba, si è molto speculato, volendo vedere nella dea un’autoritratto dell’omosessualità dell’autore. Il dramma di Diana, condannata alla castità, sembra essere lo stesso del compositore. In quegli anni aveva infatti cercato senza successo di sposarsi e al tempo stesso stava vivendo una travolgente storia d’amore con un uomo, nella quale alternava momenti di esaltazione ad altri di depressione perché la sentiva come “impura”.
Le buone origini familiari non permisero a Poulenc di vivere di rendita. Un’importante fonte di sussistenza fu l’attività concertistica. Probabilmente il suo carattere schivo lo tenne lontano dall’attività solistica e lo portò a esercitare la professione soprattutto come accompagnatore di cantanti. Tuttavia ha lasciato un corpus considerevole di lavori per pianoforte solo. Pochi hanno una particolare intensità virtuosistica, anche se non bisogna mai dimenticare che la semplicità di Poulenc è solo apparente e anche le pagine più scarne nascondono qualche insidia tecnica. Come per le liriche per canto e piano, si tratta di un repertorio da esplorare; alcune pagine hanno raggiunto una certa notorietà, come la Pastourelle, del 1927, derivata da un pezzo a più mani che si chiamava L’eventail de Jeanne; oLa Valse, del 1919; o ancora il gradevole Embarquement pour Cythère, per due pianoforti, un divertissement del 1951. Del 1925 è l’impegnativa suite Napoli, in più movimenti, di particolare intensità virtuosistica. In tutti questi lavori la scrittura stempera, o, se si preferisce, fa più intimamente propri certi cliché del neoclassicismo.
Fra gli anni ’30 e ’40 troviamo le Improvvisations, laSuite française e, soprattutto, gli otto Notturni. Scritti nel corso degli anni e poi raccolti, sono un interessante laboratorio per la scrittura dell’ultimo Poulenc, similmente alle raccolte di liriche su testo di Eluard che si prolungano fino ai primi anni ’40. Qui Poulenc sembra smentire il luogo comune di autore gradevole e salottiero, elegantemente à la page, ma privo di impegno. Non è in realtà un cambiamento di rotta, ma una ricerca di essenzialità, priva di citazioni e di facili disincanti.
Straordinariamente vivace è l’apertura del Concerto per due pianoforti e orchestra, del 1932, un pezzo di bravura, assolutamente brillante, dove Poulenc sa mirare dritto all’effetto e non perde mai contatto con la forma, assai libera per la verità, ma proprio per questo più difficile da difendere da sbavature e indugi eccessivi. Alla maniera di Franck, c’è un collegamento tematico fra il finale del primo e del terzo movimento, una sorta di sospensione del tempo, che può ricordare l’ultimo Satie, di fatto uno scarto notevole anche sul piano emotivo che poco ha a che fare con la leggerezza banale e fine a se stessa. Dopo una simile sospensione del tempo, il gracile temino del larghetto sembra venire da un altro mondo, lasciando una traccia impercettibile, prima che attacchi il rutilante finale, sospeso, come abbiamo visto, dal ritorno del primo movimento. Nello stesso anno, ma con una gestazione che si protrae fino al 1939, è ilSestetto con pianoforte e strumenti a fiato. È un pezzo di divertente e piacevole intrattenimento, giocato sul ritmo e sul colore, spesso eseguito, anche perché appartiene al non grande repertorio per strumenti a fiato.
La crisi spirituale
Nel 1936 l’amico Pierre-Octave Ferroud muore orribilmente in un incidente d’auto. Poulenc ne è duramente colpito, tanto che una sorta di crisi spirituale lo porta a effettuare un pellegrinaggio a Rocamadur. Per via di questa esperienza mistica scrive le Trois litanies à la Vierge Noire de Rocamadur. È un lavoro in cui Poulenc sceglie per il coro e l’organo una scrittura modaleggiante senza indugiare in stereotipi, vicina alla pronuncia delle parole, e conduce l’opera attraverso un percorso drammatico che solo nella conclusione trova la sua pace. Seguono una Messa nello spirito gagliardo del cattolicesimo militante dell’epoca, priva stranamente di Credo, e soprattutto i quattro Motets pour un temps de pénitence che, nella loro scrittura per voci sole su tradizionali testi latini, rivelano un nuovo Poulenc, che non si preoccupa più di nascondere umanità e sofferenza dietro gli spiritosi calembours della buona società. È una scrittura corale che unisce semplicità e potenza, chiarezza ed espressione dolorosa, e che proprio per questo cominciamo solo ora a capire, dopo anni di luoghi comuni della critica che volevano sempre una rigorosa coincidenza fra profondità di espressione e durezza e astrusità di scrittura.
Ancor meglio rappresenta il nuovo Poulenc un lavoro profano, su testo di Eluard, legato alla Resistenza, destinato a celebrare la Liberazione: Figure umaine del ’43-44, per doppio coro. Una scrittura estremamente sofisticata e difficile, e insieme un’espressione diretta che colpì fin dalla prima esecuzione. La scrittura a due cori ha in sé qualcosa di teatrale, che trova le sue origini nel Rinascimento, ma Poulenc concede poco sia a soluzioni di rifacimento stilistico o retoriche, quali ad esempio il testo finale avrebbe potuto dettare: «je suis né pour te connaître, pour te nommer, LIBERTÉ». E a proposito della collaborazione con Paul Eluard, dobbiamo citare qui almeno uno dei suoi importanti cicli di liriche, Tel jour telle nuit, del 1937, altro lavoro del “nuovo” Poulenc.
Capita spesso anche ai compositori più grandi di fare un passo indietro dopo averne fatti due in avanti. All’intensità e alla linearità dei lavori “impegnati” di cui abbiamo parlato, seguono: un Concerto per organo, archi e timpani (1939), parzialmente di ispirazione religiosa, ma con ritorni neoclassici ormai datati (il che non impedisce, come sempre, un piacevole ascolto); un balletto, iniziato in tempo di guerra, come Les animaux modèles (1942), basato sulle favole di La Fontaine, che meriterebbe forse una riproposta coreografica; e infine un’opera buffa, Les mamelles de Tirésias, del 1947, tratto da un lavoro di Apollinaire. Se quest’ultimo lavoro ha avuto successo, è soprattutto grazie a una complessa trama che adombra i temi della sessualità e dei generi con una certa verve comica, la cui attualità Poulenc ha voluto sottolineare portando l’azione in tempi e luoghi contemporanei rispetto all’esotico originale di Apollinaire: guarda caso a Montecarlo, quasi un’evocazione del tempo spensierato di Les Biches. Il lavoro è condotto con grande abilità, ma forse ha un che di invecchiato nello spirito e risente del malinconico vezzo dell’autocitazione. Anche Poulenc aveva qualche insicurezza al riguardo, tanto da proclamare che era il lavoro a lui più caro, affermando curiosamente: «il peggio di me è forse il meglio di me». Fu comunque il suo primo vero lavoro teatrale, una sorta di prologo, anche se di tutt’altro genere, a due capolavori impegnativi e fondamentali come Dialogues des carmélites (1953-1957), e La voix humaine (1957-1959).

Bozzetto dei costumi per i Dialoghi delle carmelitane, opera in tre atti.
All’opera con Bernanos
L’argomento dei Dialoghi delle carmelitane è una storia drammatica ambientata ai tempi della Rivoluzione francese che finisce con la ghigliottina per sedici suore e per la tormentata protagonista Blanche. È una grande opera in tre atti, a cui Poulenc si mise al lavoro con entusiasmo febbrile. Scrive a Bernac che gli sembra di aver sempre conosciuto le protagoniste del dramma. La continua tensione poetica del testo di Bernanos non concede le tradizionali alternanze di recitativi e arie, ma invita alla continuità dell’azione, in una vocalità congeniale a Poulenc e alla tradizione francese fin dal Pelléas di Debussy, e giustifica pienamente il titolo di “dialoghi”. La tensione emotiva e teatrale non cede mai il passo alla distrazione, su temi che tuttavia muovono intorno a domande metafisiche sulla morte e sul senso della Storia. Il fatto è che Poulenc si colloca sempre accanto alle ragioni, potremmo dire alle vibrazioni psicologiche dei personaggi. Il suo mondo conventuale è in costante movimento, fatto di attese, colpi di scena, litigi, e si mantiene lontano dalle convenzionalità rituali, ad esempio, della Suor Angelica di Puccini. L’opera, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala, fu un notevole successo, legato anche al vertice assoluto di teatro musicale che è la scena finale. Dopo un breve periodo di eclissi, l’opera ha ripreso a circolare, e oggi è entrata a tutti gli effetti in repertorio, con rappresentazioni, fra l’altro, in quasi tutti i principali teatri italiani.
Quasi avesse un surplus di energie, Poulenc scrive negli stessi anni un altro lavoro teatrale, non meno famoso, La voix humaine, su un testo già noto dell’amico Cocteau e per la fedele interprete Denise Duval. Una donna sola, non giovanissima, al telefono, ci fa assistere alla conclusione di un amore, un amore che non vuole finire, che si trascina fino al punto in cui è lei stessa a chiedere di troncare la conversazione. Il mondo è quello moderno, il tema, sempre attuale, è quello dell’alienazione e dell’incomunicabilità. La scrittura vocale è spesso impervia, drammatica, l’ideale cavallo di battaglia di molti “addii alle scene” di cantanti celebri. Il tema è assolutamente laico e mondano rispetto alle Carmelitane, ma è stato osservato che il tratto comune è la determinazione e il coraggio femminili, lontano ormai dai languori delle Diane cacciatrici.
La produzione strumentale
Poulenc soffriva di depressione. I primi segnali possono farsi risalire all’incidente del ’36, ma hanno radici precedenti. L’uso di farmaci contro la depressione è forse all’origine della debolezza del suo cuore, che lo lasciò ad appena sessantaquattro anni. Essendo tra l’altro il più giovane rappresentante di una generazione, si trovò spesso di fronte alla morte di amici cari o compositori ammirati. Tuttavia gli ultimi anni della sua vita sono ricchi di una produzione di alta qualità, legata soprattutto all’ambito cameristico. È una produzione per la quale l’aggettivo neoclassico non ha più senso, tanto è diventata personale la scrittura, senza perdere di vista accessibilità e facilità melodica. Se un senso può aver avuto, è per il contrasto che pagine di tanto luminosa scrittura possono aver avuto con la musica che in quegli stessi anni Pierre Boulez e le nuove generazioni andavano elaborando sulle ceneri di Webern.
Ma anche definire semplicemente luminosa la scrittura dell’ultimo Poulenc è un luogo comune. In realtà si intrecciano motivi perfino orecchiabili a forme complesse e a pagine drammatiche, purché non le si ascolti col metro o col filtro di ciò che le neoavanguardie producevano in quegli stessi anni. La pagina più famosa è senz’altro la Sonata per flauto e pianoforte (1957). Difficile tentare di spiegare con l’analisi un pezzo che è soprattutto costante e fresca ispirazione, e come tale fluisce dall’inizio alla fine, tanto che è ormai diventato il brano standard nel repertorio di ogni flautista. Meno conosciute, ma meritevoli di esserlo, le Sonate per clarinetto e per oboe (1962), quest’ultima con la sua sorprendente conclusione in una accorata déploration, in morte di Honegger e Prokofiev. Bella anche la più breve Elegie (1957), per corno e pianoforte, in memoria del grande Dennis Brain. Nel 1951 era tornato al pianoforte, con la sonata per due pianoforti, un lavoro massiccio e tragico, complesso formalmente, che dopo la diffusione datane dal duo Gold-Fitzdale non ha incontrato grande fortuna. Scrisse anche un Concerto per pianoforte e orchestra (1949) per se stesso, da suonarsi in una tournée americana, eccessivamente tradito dal desiderio di piacere, ma con un bell’adagio di sapore mozartiano.
Il compositore cattolico
Se molte delle pagine che abbiamo ora citato meritano appieno la loro fama e la loro diffusione, è certamente nella musica di ispirazione religiosa che troviamo il Poulenc più caratteristico di questo periodo. Fra i numerosi lavori, dedicati fra l’altro al Natale e a sant’Antonio di Padova e, nelle intenzioni dell’autore, non tutti destinati alla sala da concerto, ma alla chiesa, richiameremo l’attenzione soprattutto sue due: lo Stabat Mater (1950) e il Gloria (1959). Due pagine molto diverse, com’è naturale aspettarsi, ma complementari nel disegnare il suo stile ultimo: un perfetto controllo della vocalità, una partecipazione emotiva che non ha pari nemmeno nei lavori sacri di Stravinski e forse nemmeno nel più giovane Messiaen (v. Letture maggio 2002, dossier Messiaen), una semplicità apparente che nasconde sofisticate soluzioni armoniche e formali. Se la sobrietà è il carattere distintivo dello Stabat Mater, una pagina più apprezzata dai musicisti che dal grande pubblico, che si conclude con un Amen sospeso su una dissonanza, una pacata e matura estroversione è il carattere dominante del Gloria, di cui al soprano solo è destinata la più intima e variegata declinazione umana (il Domine Deus-Agnus Dei è diventata ormai una pagina staccata da concerto). È abbastanza sorprendente che questo lavoro sia stato scritto in un momento storico in cui perfino Stravinski cominciava a subire il fascino dell’avventura seriale: totalmente indifferente ai travagli linguistici del dopoguerra, la musica di Poulenc si affida alla melodia e talvolta a semplici accordi tonali per raggiungere un ascoltatore che ne può cogliere solo oggi, forse, una modernità lontana da mode e datati cliché.
Una delle ultime composizioni di Poulenc è un ciclo di liriche per bambini, che si ricollega alla notissima Histoire de Babar, le petit éléphant, che aveva improvvisato per la nipote e poi pubblicato nel ’45. La Courte paille (1960), fu scritta infatti per divertire il figlio di Denise Duval, ed è basata su brevi nonsense di Maurice Carême. Brevi incisi, pause accuratamente prescritte, e il tema del sonno, che apre e chiude il ciclo sembrano lasciare la porta aperta all’inconscio e alle sue tenebre, che la musica di Poulenc, anche nei momenti più drammatici, aveva sempre tenuto lontano. Quasi uno scherzo del destino accompagna invece l’impegnativo Sept répons des tenbres, destinato all’inaugurazione del Lincoln Center, che non fu finito in tempo, e perciò eseguito postumo sotto la direzione di Thomas Schippers, poco dopo la morte del suo autore.
Lorenzo Ferrero
Il post originale è reperibile qui
Parsifal al Concertgebouw
Per chi ama il Parsifal come lo amo io, propongo questa pregevole esecuzione concertistica dello straordinario capolavoro wagneriano, realizzata ad Amsterdam il 10 dicembre 2010.
Qui di seguito gli interpreti principali.
Falk Struckmann – Amfortas
Ante Jerkunica – Titurel
Robert Holl – Gurnemanz
Klaus Florian Vogt – Parsifal
Krister St.Hill – Klingsor
Katarina Dalayman – Kundry
Radio Filharmonisch Orkest
Groot Omroepkoor
Mannen van het Staatskoor 'Latvija'
Jaap van Zweden – direttore
Eberhard Friedrich – maestro dei cori
Atto primo
Atto secondo
Atto terzo
Sergio Sablich: Busoni e l´avanguardia
Dal sito dedicato a Sergio Sablich vi propongo questa relazione dedicata a Busoni e al mito di Faust nella musica del Novecento.
Il post originale è reperibile qui
Il mito di Faust s'incarna nel Novecento nella figura ideale di un musicista, il tragico protagonista del romanzo di Thomas Mann Doctor Faustus. Nel narrare la vita del compositore tedesco Adrian Leverkühn, Mann si serve della musica per esprimere la situazione dell'arte contemporanea, della sua civiltà, dello spirito di un'epoca profondamente critica e inquieta.
II motivo di fondo del romanzo – il patto stretto col diavolo in cambio di una inaudita attività creativa – introduce nel mito di Faust una variante della massima importanza: Adrian-Faust vende l'anima al diavolo non per appagare la sua sete di conoscenza e di esperienza del mondo, ma per riuscire a realizzare un'arte di avanguardia capace di dare testimonianza, con obiettività e rigore, della crisi della musica in quanto linguaggio e mezzo di comunicazione intersoggettivo, e nello stesso tempo di ricostruire dalle fondamenta un ordine non puramente negativo. L'allontanamento della sterilità e della disperazione, sia pur temporaneo e pagato al prezzo non solo della dannazione eterna ma anche della pazzia, consente la creazione di opere apocalittiche, nelle quali il dossolversi dell'arbitrio soggettivo e il rifiuto dei suggerimenti dell’istinto s'incontrano all'estremo dell’astrazione razionale e demoniaca.
E’ risaputo che nell'abile montaggio del suo romanzo Mann si rifà a modelli precisi: se Nietzsche e Hugo Wolf prestano i loro tratti alla figura del protagonista e ne condividono il destino (la sifilide e la conseguente pazzia), l'influsso di Arnold Schönberg e della Filosofia della musica moderna di 'I'heodor Wiesengrund Adorno è palese in tutti i passi nei quali Mann tratta di problemi e di tecniche musicali. In particolare il tipo di composizione esposto nel capitolo XXII e chiamato esplicitamente tecnica dodecafonica è debitore in più punti della teoria di Schönberg; per quanto la consulenza di Adorno e la stessa personalità dell'autore arricchiscano considerevolmente temi e svolgimenti della trattazione. Se Schönberg volle cautelarsi imponendo una nota nella quale si chiarisse il suo diritto di "proprietà spirituale" sulla tecnica dodecafonica, era d'altro canto chiaro che Mann non aveva inteso affatto identificare con Schönberg il musicista di sua libera invenzione. Adrian Leverkühn è infatti una figura ideale che non impersona tanto un concreto compositore (le sue stesse opere, così come ci vengono descritte, non hanno realtà sonora compiuta), bensì una situazione paradigmatica dell'arte del Novecento, e di quella musicale in particolare.
La forza del romanzo sta proprio nel fatto che ad esservi rappresentata è la condizione stessa della musica contemporanea: sospinta in un vicolo cieco dalla crisi dei linguaggi tradizionali, messa di fronte all'obbligo di ritrovare la propria identità. Che a venir dibattuta sia la capacità della musica di costruirsi organicamente con un proprio senso e di comunicare questo senso ad altri individui, non soltanto quindi con una forma ma anche con un contenuto, costituisce un ulteriore punto di interesse della grandiosa tessitura manniana. Spogliato dei suoi aspetti più propriamente romanzeschi e della sua cornice simbolica, il Doctor Faustus di Thomas Mann è un inesauribile repertorio delle vicende e dei personaggi della musica del nostro secolo, da cui non e possibile prescindere per inquadrarne lo sfondo.
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Le metamorfosi di Faust nel Novecento hanno inizio con l’Historie du Soldat di Igor Stravinsky, composta nel 1918. La tragica storia del soldato insidiato e conquistato dal diavolo, che coi suoi raggiri ottiene infine la sua anima, è una evidente variante della leggenda di Faust, passata nei racconti popolari russi della celebre raccolta di Aleksandr Afanasev. Di qui Stravinsky e lo scrittore Charles Ferdinand Ramuz la trassero per dare vita a una delle più geniali e avventurose creazioni del teatro musicale novecentesco. Nata in tempo di guerra, condizionata da pesanti ristrettezze economiche, l’Historie du Soldat fu concepita per un organico ridotto (sette esecutori, tre attori e due danzatori) e per una sorta di carro di Tespi ambulante che potesse facilmente circolare di villaggio in villaggio, adattandosi a rappresentazioni popolari: proprio come avveniva un tempo con gli spettacoli faustiani delle marionette e delle compagnie di giro, prima che Goethe elevasse l'intera tradizione a unitaria, individuale creazione d'arte. Non è certo un caso che Stravinsky pensasse a questo soggetto in questa forma in un momento particolarmente critico della sua esistenza: per quanto il racconto popolare avesse un carattere specificamente russo per l'ambiente e le situazioni che vi sono descritte, i sentimenti che vi erano espressi e la morale che se ne traeva consentivano una interpretazione universale riferibile a tutti i paesi e a tutte le epoche, massimamente in periodo di guerra. Ed era proprio questo lato essenzialniente umano a interessarlo e sedurlo.
Il soldato di Stravinsky è un Faust in miniatura, mosso da bisogni elementari ma sinceri. La sua anima è racchiusa nel violino, che egli baratta col diavolo in cambio di un libro magico onnipotente: solo per accorgersi che ricchezza e potenza non danno la felicità. Tutto il soggetto è ridotto a simboli elementari: e in ciò, oltre che nella tagliente incisività del linguaggio musicale, sta la sua forza di emozione e di commozione.
Il fatto che la quasi totalità dei numeri musicali siano marce o danze o canzoni accresce l'immediatezza della comprensione e scandisce la vicenda con stacchi netti, garantendo così la massima evidenza rappresentativa. Quando alla fine il soldato ricade in potere del diavolo che gli sottrae il violino per l'ultima volta, un velo di pietà si stende sulla sua sconfitta: come se salvezza e dannazione si fossero già consumati senza lasciare strascichi oltre la sua lenta uscita di scena.
Il diavolo dei racconti popolari di Stravinsky in fondo è soltanto un'immagine della fantasia, con cui è possibile spiegare l'eterna tristezza e follia della vita.
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Tutt'altro senso intese dare Ferruccio Busoni alla sua interpretazione del mito di Faust. Partito dall'idea di mettere in musica il Faust di Goethe, Busoni esitò a lungo prima di rinunciare a un compito tanto affascinante quanto impervio e risolversi a basare la sua opera sull'antico spettacolo di marionette. Da esso trasse non soltanto la traccia per il soggetto e l'impianto scenico ma anche quei vari spunti magici e illusionistici della tradizione popolare che si adattavano perfettamente a essere sviluppati in una personalissima concezione dell'opera lirica. di cui il Doktor Faust constituisce la summa. "L’opera accoglie nel suo seno, ammette e promuove tutti i mezzi e tutte le forme musicali che altrimenti non possono essere adoperate se non tino per volta. Offre l'occasione di impiegarli tutti insieme o a gruppi. Il campo dell'opera va dai semplici motivi di canzoni, di marcia e di danza. sino ai contrappunti più elaborati, dal canto all'orchestra, dal "sacro" al "profano", e ancora più oltre: lo spazio smisurato di cui essa dispone la rende capace di assimilare ogni genere e ogni tipo, di riflettere qualsiasi stato d'animo".
Senza dubbio Busoni ebbe presente il poderoso dramma faustiano di Christopher Marlowe, che influì anche nella scelta del titolo, e non dimenticò, almeno come punto di riferimento ideale, la sublime ascesa del poema goethiano. Strada facendo però, in una gestazione isolatamente lunga e continuamente differita – è noto che l'opera, iniziata nel 1914, rimase incompiuta alla sua morte il 27 luglio 1924 -, la visione di Busoni si arricchì di elementi simbolici e di significati psicologici complessi, attinti a fonti diverse e riplasmati in una creazione profondamente originale e indipendente, con accentuati caratteri autobiografici.
Faust è per Busoni il simbolo di un’aspirazione all'agire inappagabile e infinita, “ein ewiger Wille” "eterno volere", come egli stesso si nomina nel punto culminante dell'opera. Nello stesso tempo però quest'aspirazione non si accontenta dì essere tale, ma vuole raggiungere un risultato tangibile, compiere l'opera definitiva e perfetta. Le esperienze magiche, mistiche e mondane che Mefistofele gli offre accrescono l'ansia di Faust, acuendone l'insoddisfazione e il vuoto: dalla coscienza negativa di Faust nascono la purificazione e l'impulso a compiere l'azione creatrice che rinnovi la vita esausta. A partire dalla scena alla corte di Parma, nucleo insieme generativo e centrale dell'opera, Busoni abbandona lo spettacolo delle marionette e avvia un proprio corso di pensieri. Il bambino che Faust ha avuto dalla Duchessa diviene a sua volta il simbolo che produce e rende possibile una soluzione quasi riconciliante e trascendente l'ambito del dramma: l'essere, generato dall'impulso più puro, determinerà il sopravvivere spirituale dell'individuo e del suo "eterno volere".
La scena finale dell'opera, così come risulta dal libretto di Busoni, esprime questi concetti in modo chiaro e costituisce il nodo cruciale dell'interpretazione busoniana del mito di Faust. L'apparizione della Duchessa illumina Faust sul significato che il bambino morto ha per lui.
Dopo che al suo ultimo tentativo di avvicinarsi a Dio ha rigettato da sé anche la fede, Faust pronuncia queste parole: "Dannato! Non v'è dunque alcuna grazia! Sei tu inesorabile? Così l'opera sia compiuta. Vostro malgrado, malgrado voi tutti, che vi credete buoni, che noi chiamiamo malvagi, voi che, per i vostri antichi litigi, prendete a pretesto gli uomini, e caricate su loro le conseguenze della vostra contesa. A questo alto grado della mia maturità si spezza ora la vostra malvagità, e nella mia libertà conquistata scompaiono insieme Dio e Demonio".
Faust parla dunque con gli accenti di Zarathustra, abbattendo le barriere del mondo delimitato dal bene e dal male. Poi prosegue: "A te, sangue del mio sangue, a te, carne della mia carne, che sopito, immacolato e ancora fuori del tempo sei unito in questo istante tosi profondamente a me, a te lego la mia vita. Che essa trapassi dalle più profonde radici del mio tempo che si allontana fino al puro, fresco sbocciare del tuo nuovo essere. Così io continuo a operare in te, e tu crea per me: fà più profondo il solco che tracciai da vivo, finché ti basti la forza. Ciò che io ho costruito, tu rafforzalo; ciò che ho tralasciato, compilo tu. Così mi pongo al di sopra di ogni legge. abbraccio insieme tutte le epoche ed unisco la mia vita alle generazioni che verranno: io, Faust, eterno volere!".
Mentre Faust si spegne, dal luogo dove giaceva il bambino morto è sorto un adolescente nudo con un ramo fiorito nella destra. Con le braccia alzate s’inoltra nella neve verso la città e sparisce nella notte. Entra a questo punto il Guardiano Notturno, sotto le cui vesti si cela Mefistofele. Illuminando con la sua lanterna il corpo inanimato di Faust.,si chiede tra il serio e l'ironico: "Che sarà mai accaduto a quest'uomo? Una disgrazia?”.
Non sembra dubbio quindi che, trasferendo la propria vita esausta a un nuovo essere, Faust celebri la propria immortalità beffando il diavolo, cui consegna solo un corpo inanimato: ed è altrettanto chiaro che Busoni intendesse con ciò, fondando l'opera del futuro, farsi carico in quanto creatore di un messagio simbolico e universale da affidare alle generazioni venture. In tal modo parlano gli ultimi due versi dell'Epilogo recitati dal poeta: "Dell'ascesa continua è questo il senso. La danza chiuderà il suo cerchio un giorno". Al tirar delle somme, dunque, Busoni si identifica con Faust esprimendo non soltanto le sue aspirazioni ma anche la capacità di risolvere in atto gravido di futuro le proprie esperienze e le proprie conoscenze; spogliando da ultimo la visione del personaggio delle sovrastrutture metafisiche – la lotta fra bene e male, fra Dio e il diavolo – per far emergere a tutto tondo – e senza "rivestimento", di qui il simbolo dell'adolescente nudo – la figura dell'artista creatore, che crea per dare agli altri la possibilità di continuare a creare. E ciò è molto coerente con ciò che Busoni fu in vita come artista e come pensatore.
L'aspetto inquietante di tutto ciò sta nel fatto che Busoni non musicò mai interamente questa scena finale, benchè nel libretto essa fosse stata stesa anni prima della sua morte. L’opera si arresta esattamente prima dell'ultimo monologo di Faust, sulle parole: "Oh, pregare, pregare! Dove, dove trovare le parole'?". L'incompiutezza del Doktor Faust, che solo un'interpretazione superficiale può imputare a mere circostanze biografiche, è la smentita più dura di ciò che l'opera voleva essere nelle intenzioni del suo autore. Senza la parola magica che compia la catarsi, l'utopico sogno di riscatto teso a restaurare in un ripiegamento umanistico l'identità dell'uomo e del mondo rimane privo di musica, ossia, nel contesto dell'opera, lettera morta; e, per contrasto, l'ultima battuta detta da Mefistofele-Guardiano notturno dà alla vicenda di Faust gli accenti di un dramma interiore indecifrabile e irrisolto, di portata enormemente più ampia, quasi tragica. Luigi Dallapiccola, ravvisandovi connotati emblematici della condizione di solitudine e di dubbio propria dell'epoca contemporanea, ha rivendicato per primo al Doktor Faust di Busoni quei caratteri di dolorosa attualità che, negandosi alla Verklärung della tradizione operistica, lo fanno entrare in modo diretto nel vivo del labirinto del teatro musicale novecentesco.
La condizione di Busoni è quella di chi, volendo salire alla sommità dei cieli, finì per ritrovarsi sull'orlo dell'abisso infernale: una condizione che dà al mito di Faust un significato inconcluso, insieme enigmatico e precario, esemplarmente sub specie modernitatis.
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Nell’Angelo di fuoco di Sergej Prokofiev (rappresentato postumo nel 1955, ma composto fra il '19 e il '27) Faust e Mefistofele sono presenti come personaggi dell'azione soltanto nel quarto atto, quando la vicenda della visionaria protagonista, Renata, si avvia ormai alla conclusione. Si tratta però di un’inserzione della massima importanza nel contesto dell'opera, e non solo perchè dà vita a una pagina di umorismo macabro, grottesco, fra le più tipiche dello stile fantastico di Prokofiev. In quest'opera, che il compositore stesso sceneggiò rifacendosi al romanzo del poeta simbolista russo Valerij Brjusov, il mito di Faust è ritratto per così dire alle origini con la ambientazione storica nella Germania del Cinquecento, che vide fiorire la storia e le prime leggende popolari sulle imprese e il destino del ben noto dottore, mago e negromante. Realisticamente dunque il cavaliere Ruprecht può incontrare in una taverna di Colonia Faust in compagnia di Mefisto, assistere alle loro discussioni teologiche e ai macabri giochi di prestigio con i quali il diavolo in persona cerca di irretire la sua preda. Questa scena prelude all’atto finale, il sabba delle monache invasate e la condanna al rogo di Renata, che segna il trionfo del caos orchestrato con diabolica astuzia dallo spirito del male.
Se dunque la presenza di Faust e di Mefistofele, come pure le riccorrenti scene di stregoneria e di magia sono in qualche modo giustificate dalla cornice ambientale nella quale l'opera si svolge, il tema di fondo – il significato dell'angelo di fuoco che possiede Renata turbando coloro che le si avvicinano – oltrepassa l'ordito del color gotico locale per proporsi come metafora di un’ossessione moderna, problematicamente ambigua: altremodo riflessa e amplificata dal liguaggio infocato e drammatico della musica, uno dei risultati più convincenti dell'avanguardia musicale russa degli Anni Venti. E ancora. Se il contrasto tra follia mistica e "verità" scientifica consente una lettura in chiave attuale, come già fece una memorabile regia di Strehler, il ruolo e la funzione del mito faustiano si definiscono nella sfaccettata complessità dei personaggi, per via di accumulazione e di stratificazione. Renata ci appare di volta in volta come una santa o come una indemoniata; e il suo enigma – rifratto in quello della natura celeste o infernale dell'angelo luminoso – non si svela neppure alla fine: la sua condanna non suona giudizio morale, ma esprime semmai uno stato di fatto, il coivolgimento in una follia e in un disordine collettivo che la voce ferma dell'Inquisitore cerca invano di ridurre a spiegazione razionale, affidandosi a una imposizione di forza.
In altri termini, Renata è una incarnazione del diavolo che si è impossessato della sua anima (il simbolo di Madiel, l'angelo di fuoco che non ammette contatto carnale, è in questo senso chiaro) e che si serve di lei per fare nuovi proseliti; ma è anche una vittima del diavolo, da cui traspare perfino il dramma di Margherita, sedotta e abbandonata, punita ma non dannata. E allora Ruprecht può essere visto a sua volta come una incarnazione di Faust, preso nei lacci di una trappola diabolica che si va stringendo via via che si compie il suo cammino di iniziazione ai misteri della magia, alle controverità della scienza, alle rivelazioni dell'amore. Non a caso Ruprecht assisterà accanto a Faust alla convulsa apparizione degli spiriti nel convento, che l'Inquisitore (forse Mefistofele stesso?) alimenta per apporre alla disarmonia dell'irrazionalità il peso schiacciante del suo furore dogmatico.
Queste identificazioni, se di identificazioni si tratta, sono molto più caratterizzate nell'opera di Prokofiev che nella pseudocronaca medievale del romanzo di Brjusov. E’ significativo per esempio che il tema orchestrale con cui si apre l'opera ritorni ciclicamente a introdurre ogni nuova situazione nella quale la lotta col diavolo – o con l'angelo – si ripropone: quasi a costituire un Leitmotiv dell'eterno conflitto tra le forze razionali (quelle alle quali a poco a poco anche Ruprecht abdica) e le seduzioni del mistero che Renata porta con sé. Ciò crea un clima di forte tensione espressiva, a configurare un'ossessione acuta, un'allucinazione nevropatica, un disturbo psichico conforme al quadro clinico dell'arte del tempo di Prokoliev, e dello stato d'animo delle avanguardie in particolare.
Ed è proprio in ciò che sta l'aspetto moderno, novecentesco, dell'Angelo di fuoco. La rappresentazione incorniciata nell'illusione teatrale eli un Medioevo ricostruito nasconde la sostanza attuale di una crisi dalle proprorzioni gigantesche, che la musica di Prokofiev traduce in massima evidenza drammatica. Ma a guardar bene ciò che ne costituisce l'essenza – la vera sostanza drammatica – non è tanto una tentazione diabolica che dall'esterno venga a sconvolgere l'equilibrio dell'individuo, quanto la capacità stessa dell'individuo a resistere di fronte ai mostri che nascono e crescono in lui rendendo vana la difesa della ragione. Il Faust di Prokofiev – sia esso identificato con Ruprecht o con Renata – è incapace anche soltanto di tentare la conquista di uno stadio superiore della coscienza: e Mefistofele è già dentro di lui, nella disarmonia delle sue visioni. Ciò spiega non soltanto il finale aperto dell'opera, senza certezza ne di salvezza né di dannazione, ma anche perché i due personaggi, insieme storici e allegorici, cioè Faust e Mefisto, possano entrare nell'azione solo come fantocci, bizzarre figure da teatro delle marionette: avendo lasciato ad altri, meno scoperti protagonisti, la sostanza di un dramma tutto interiore, senza vie d'uscita liberatorie.
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La carriera di un libertino di Stravinskv (1951) è l'opera del Novecento che più si distacca dai pregiudizi che condizionano in senso negativo l'atteggiamento e le intenzioni dei compositori impegnati e d'avanguardia. Accettare l'opera come genere, rispettarne le convenzioni e le formule, significava per Stravinsky esplicitare i sensi nascosti delle vicende umane mediante la loro eposizione mitica sul palcoscenico, e ricavarne perciò una morale e una verità positiva. Per quanto l'affermazione possa sembrare paradossale, il modello delFaust di Goethe, e soprattutto del Secondo Faust, si riflette nel cammino percorso dal protagonista dell'opera neoclassica di Stravinsky, per riaffermare alla fine, e sia pure con significato diverso, una chiara delimitazione dei confini fra bene e male.
Nella Carriera di un libertino sono fusi tre archetipi mitici, quello di Faust, quello di Don Giovanni e quello della lotta dell'uomo con le morte e con il diavolo, rappresentato dalle partita di carte. All'ombra (Nick Shadow, ossia Mefistofele) che si offre di servirlo, Ton-Rakewell chiede la realizzazione di tre desideri: il piacere, l'assoluta libertà spirituale, la salvezza del mondo. In realtà anche questi desideri sono tentazioni del diavolo, che non esita a chiedere la ricompensa pattuita dope averne svelato l'illusione. Tom però lo beffa indovinando con il pensiero rivolto ad Anne le tre carte; e a colui non resta che renderle pazzo: Tom non riconoscerà più Anne e si spegnerà in manicomio fantasticando in sogno di Venere e Adone, in una scena che riconto alla lontana le visioni mitologiche di Faust.
L’Epilogo non è soltanto la conseguenze drammaturgica a lieto fine della struttura tradizionale di un'opera settecentesca a forme chiuse, ma anche la spiegazione della morale che dà un senso a tutto e ristabilisce un ordine di valori indiscutibile. Qui Stravinsky e Auden capovolgono il significato del mito di Faust nella interpretazione di Goethe: ma il ricorso all'ironia e all'oggettività disincantata non distrugge affatto, ma semmai rafforza, la spiegazione. Che è duplice: se non sempre un libertino può essere riscattato dall'amore, né trovare in una donna il simbolo dell'"eterno femminino", l'ambizione a superare i confini della conoscenza e dell'arbitrio porta a una brutta fine; e benché ci sia perfino qualcuno che ne nega l'esistenza, come dice lo stesso Shadow, il diavolo s’annida da qualche parte, e con chi sta nell'ozio ha buon gioco.
L'opera si chiude così con un anticlimax ad effetto, che sembra ricondurre, come in un ciclo periodico, alla situazione iniziale. Ed è evidente che Stravinsky consideri anche il mito di Faust, come l'Opera in sé, una costante immutabile: un archetipo appunto, quasi privato, nella sua idealità, di svulippi e di evoluzioni economiche. Quasi a dire: la tragedia c'è, noi lo sappiamo, ed è grande: ma a che vale insisterci e disperarsi?
Non c'è da stupirsi perciò che il suo Faust giunga, per via di togliere, a identificare la libertà nella costrizione, e il fine in un principio. Non siamo poi molto lontani da una visione cristiana, se non addirittura cattolica, del personaggio e del suo destino. La lotta interiore di Faust si scioglie così nella liturgia della forma, che celebra i suoi riti senza dramma né passione. Così facendo Stravinsky nega che all'uomo sia consentito raggiungere con le sue proprie forze la trasfigurazione e la redenzione: al pessimismo di questa valutazione si oppone però la fede in valori certi e immutabili, che si rispecchiano nella tradizione e nella capacità di rinnovarla con la qualità, nuda ma non cruda, della creazione artistica.
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Vostre Faust, "Fantaisie variable genre opéra" di Michel Butor e Henri Pousseur (1969), appartiene a un genere teatrale di moda negli Anni Sessanta, quello dell'opera aperta, o variabile o "mobile", come la definiscono il titolo e gli autori. L'argomento è questo. Il giovane compositore Henri giunge in teatro, dove sta per essere reppresentata un'opera su Faust, per tenere una conferenza sui problemi della musica moderna.
Per metterlo alla prova, il Direttore del teatro gli propone di scrivere lui un'opera sullo stesso soggetto. Henri accetta. Nella prima parte del Vostre Faust, questo il titolo dato alle nuova opera. Henri incontra Maggy, una cameriera del cabaret vicino alla chiesa. Costei cerca di sottrarre Henri al suo pericoloso destino, ma il Direttore riesce ad allontanarla dalla scena. I due si danno un appuntamento per andare alla fiera ad assistere a una rappresentazione del Faust con le marionette.
Nell'intervallo, il Direttore si presenta al pubblico e propone una votazione: Henri dovrà andare alla fiera in compagnia della ragazza di cui è innamorato e che vuole salvarlo o di un'altra, per esempio Greta, la sorella di Maggy? Due attori girano tra il pubblico distribuendo palline rosse e verdi per la votazione. Ma l'intervento del pubblico non si fermerà qui. Nella seconda parte dello spettacolo, esso potrà partecipare direttamente all'azione scenica, al fine di correggere o perfino capovolgere il risultato della votazione. Gli sono consentiti però solo quattro interventi. Ciò significa che la storia raccontata potrà avere cinque diverse conclusioni; le quali, secondo il tragitto percorso, si combinano con sei epiloghi, ciò che dà trenta possibilità di fine, trenta risposte al problema posto.
Proprio per consentire la partecipazione del pubblico (la quale potrà essere sia individuale che collettiva) l'opera si compone di pagine autosufficienti, tessere di un mosaico che possono comporsi in modi diversi, e che contemplano non soltanto diversi organici (limitati però dalla natura di piccola opera) su vari testi, ma anche diversi stili musicali e perfino molte citazioni da opere di argomento faustiano, per esempio di Gounod. Teoricamente, dunque, l'intervento del pubblico è influenzato non soltanto dalla scelta su come far procedere la vicenda (se verso la salvezza o verso la condanna di Henri), ma anche dalla reazione, perfino motivata da un giudizio estetico, ai "segnali musicali" che via via si succedono. E si impone per di più, a questi diversi impulsi, una scelta oculata, giacche, esauriti i quattro interventi, il destino sarà ormai fissato e la macchina teatrale condurrà inesorabilmente a un risultato immodificabile.
Vostre Faust (dove quel "vostro" è da intendersi in molteplici accezioni: il Faust di Butor, di Pousseur, del compositore Henri, del pubblico e così via) non è un'opera costruita secondo i principi dell'alea ma riassuntiva delle diverse versioni del mito di Faust (dalle marionette a Marlowe, da Goethe a Gerard de Nerval, da Berlioz a Gounod; con citazioni figurative e sceniche perfino di Rembrandt e Delacroix) e insieme aperta a nuove possibilità di interpretazione anche con mezzi linguistici nuovissimi, dalla musica seriale a quella elettronica. E se l'argomento basato sulla storia di Faust consentiva, partendo per lungo viaggio di ricerca e di sperimentazione, di appoggiarsi a qualcosa di conosciuto, il tema stesso si prestava ad essere sviluppato in un progetto eli tal fatta senza perdere il suo valore simbolico e universale: Faust come allegoria del labirinto e dell'avventura umana, e di quella artistica, secondo coordinate novecentesche, in ispecie. Ma ancor più importante è l'utilizzazione della storia di Faust come materia di rappresentazione teatrale onnicomprensiva e nello stesso tempo di forma variabile, mediazione sul teatro e sulle sue funzioni tutte da scoprire e da verificare: sotto questo aspetto il punto di partenza delle escursioni di Butor e Pousseur è, o sembra essere, il Prologo in teatro di Goethe. Cioè, l'inizio stesso del Faust.
C'è anche un altro aspetto che merita di essere sottolineato. Assegnando al Direttore del teatro il ruolo di Mefistofele, e al compositore di musica moderna Henri quello di Faust, resta sottinteso che al pubblico spetti il compito di esercitare le funzioni di Dio. E’ lui che può salvare o condannare Henri; fargli scrivere o no il Faust, apprezzare o meno le sue azioni; condurre a buon fine l'opera. Il suo ambito di intervento è tuttavia limitato, come si è detto: se gioca male le quattro carte, perde e resta sconfitto. Anche Dio, dunque, è parte di un ingranaggio mobile: e il suo rappresentante in teatro, il pubblico, un elemento sì intrinseco all'azione scenica – il burattinaio che tira i fili – ma anche limitato e condizionato. Con un vantaggio però: se il lavoro non gli va, può fischiare oppure andarsene; o magari distruggere con le sue stesse mani l'opera, perchè avviata a una fine ingloriosa.
“Progetto Faust”, atti del convegno di studi , Teatro Comunale di Treviso-Teatro Sociale di Rovigo. Treviso, Salone dei Trecento, 14, 15 e 17 ottobre 1986. Rovigo, Palazzo Roncale 16 ottobre 1986. Edizioni Ente Teatro Comunale di Treviso, 1991
Giacomo Lauri Volpi
Pubblico questo eccellente scritto del dott. Gian Paolo Nardoianni, medico chirurgo e grande intenditore di voci. In esso troverete un’ antologia di giudizi critici e testimonianze sull’ arte del grandissimo tenore, seguite da alcune considerazioni del dottor Nardoianni, che ebbe la fortuna di ascoltare Lauri Volpi dal vivo e di conoscerlo personalmente.
Ringrazio Gian Paolo Nardoianni per aver acconsentito alla pubblicazione di questo articolo.
GIUDIZI SULLA VOCE E L’ ARTE DI GIACOMO LAURI VOLPI
“Considerato come un caso eccezionale in tutta la storia del canto Continua a leggere “Giacomo Lauri Volpi”
La Norma di Maria Callas alla Scala
Il personaggio di Norma fu uno dei cavalli di battaglia di Maria Callas. Continua a leggere “La Norma di Maria Callas alla Scala”
Il Cristoforo Colombo di Alberto Franchetti
Alberto Franchetti è una delle personalità artistiche più interessanti tra i compositori italiani degli ultimi decenni del XIX secolo. Vi propongo questo eccellente saggio sul Cristoforo Colombo, il suo lavoro teatrale più conosciuto. Lo scritto, del musicologo parmense Gian Paolo Minardi, è stato pubblicato in occasione dell´esecuzione dell´opera avvenuta nel 1992 a Montpellier.
Il post originale è reperibile qui
La prima cosa che attrae la nostra curiosità, accostandoci al Cristoforo Colombo di Franchetti é la voce di chi ne avallò la committenza, quando agli inizi del 1889 la città di Genova pensò ad un'opera che celebrasse l'impresa di Colombo, in occasione dei quattrocento anni della scoperta dell'America, quella di Giuseppe Verdi. Fu a lui, infatti,che il sindaco di Genova, recandosi di persona a fargli visita, rivolse l'invito, ma Verdi, ancora toccato dalle vicende di Otello e probabilmente già preso, anche se occultamente, dai lacci del Falstaff, e del resto ormai estraneo ad ogni tipo di coinvolgimento ufficiale, si dichiarò indisponibile: ed indicò, appunto, in Alberto Franchetti il musicista a suo parere più affidabile. Suggerimento, ovviamente, subito accolto dai committenti, così che il 13 maggio di quello stesso anno tra il giovane compositore torinese ed il Municipio di Genova veniva sottoscritto il contratto: impegno che coinvolgeva pure, come librettista, Luigi Illica, quale vincitore del concorso bandito per l'occasione. Che tale segnalazione da parte di Verdi non possa essere interpretata semplicemente come un modo elegante per cavarsi fuori dall'imbarazzo é fin troppo ovvio: contrasterebbe con la proverbiale franchezza, anche rude, dell'uomo, legato oltretutto da ormai molti decenni da un vincolo di reale positività e di familiarità con la città ligure, nella quale trascorreva, beneficiando della mitezza del clima, i mesi invernali. Il suggerimento di affidare il progetto colombiano a Franchetti va quindi letto come un atto di fiducia, anche se in termini indiretti, rapportati cioè a quella posizione di vigile isolamento in cui si trovava Verdi, quasi prossimo alla soglia degli ottant'anni. L'isolamento di un Grande Vecchio, cui il riconoscibile mutare del panorama non pareva recare alcun sussulto, eppur attentissimo a tutto quanto entro quel panorama andava muovendosi; e pronto, nel caso, a toccare certe pedine, come una vera e propria eminenza grigia. Non ci è stato dato di trovar traccia più esplicita da cui cogliere una sua aperta ammirazione per Franchetti; solo un indizio, posteriore comunque alla committenza del Colombo, in una lettera a Boito del 14 marzo 1894: si parla dell'opera di Franchetti che sarebbe andata in scena alla Scala, Fior d'Alpe, e Verdi, pregando Boito di dargliene conto, scrive: "Certo che il soggetto è innocente assai; i versi sono quel che sono; malgrado tutto vi si può fare della buona musica, e non mi sorprenderebbe che Franchetti abbandonando per un momento, il suo fare gonfio e grosso trovasse qualche cosa di buono". Boito, fedelissimo, risponde a stretto giro di posta, il 16 marzo, il giorno dopo lo spettacolo: "Questo fior d'alpe é riuscito una melensaggine sconclusionata e non vale la spesa dell'inchiostro a scriverne lungamente. Il Franchetti, che ha navigato bene col Cristoforo Colombo, s'é affogato in un bicchier d'acqua ed ha naufragato". Due giudizi incrociati dunque sul nostro, e sul Colombo in particolare, ché ad esso si riferisce probabilmente quel "fare gonfio e grosso"; con inflessione neppure tutta negativa, sembra di capire, ma solo significativa di quella distanza che proteggeva la solitudine del Vecchio, quale era andata acuendosi dal suo "silenzio"operistico dopo Aida, di fronte all'ambivalenza di una prospettiva che pareva illuminare equivocamente l'evoluzione della drammaturgia verdiana, facendola apparire al tempo stesso conservatrice e trasgressiva dei valori tradizionali del melodramma. La rottura di quel "silenzio", proprio agevolata da quel Boito la cui intemperanza giovanile aveva un tempo aperto con l'autore di Aida una clamorosa frattura, non allenterà le cautele di fronte al mutare del quadro, sotto la pressione dell'istanza realistica, una cautela vigile quanto mai, dove sospetto e curiosità per il nuovo si intrecciavano con i tratti del suo carattere, tra discrezione sospettosa e consapevole determinatezza: "Ma io sono vecchio e codino … cioé vecchio sì, ma codino non tanto" aveva scritto in una lettera a Giulio Ricordi che gli aveva inviato in lettura L'amico Fritz. La chiave per misurare quanto da parte dei giovani musicisti delle nuove generazioni si veniva proponendo: da Puccini – "il cui genere di musica non ci piace, perché segue la pedata di Massenet, Wagner etc. …", come avrebbe detto, secondo una testimonianza di Ponchielli, a proposito delle Villi – a Mascagni, a Leoncavallo. Si avverte, insomma, dai pochi segni di giudizio che ci sono rimasti, la traccia di una frattura rispetto a quella linea di continuità che attraversa il cammino verdiano, anche nei suoi approdi estremi, e che risiede nella profonda unità tra musica e parola,in funzione drammatica. Lo lascia ben intendere quel suo dichiarato disagio alla lettura dell'Amico Fritz : "In quanto alla musica sono andato avanti un po', ma mi sono stancato presto di tante dissonanze, di quei rapporti falsi di modulazione di tutte quelle cadenze sospese, di quegli inganni, e più … di tanti cambiamenti di tempo a quasi ogni battuta. Cose tutte piccantissime, ma che offendono il senso del ritmo e dell'udito". Ed in questa franca confessione forse possiamo scorgere anche le ragioni, od almeno uno dei tanti motivi che spiegano l'atto di fiducia verso Franchetti, a lui noto attraverso il suo primo impegno operistico, quello di Asrael, presentato la prima volta a Reggio Emilia nel 1888: nonostante le profonde divergenze di visuale che sembrano contrassegnare le esperienze compositive dei due.A partire dalla condizione sociale. Figlio di un ricco imprenditore, il barone Raimondo, Alberto Franchetti, nato a Torino il 18 settembre 1860, aveva avuto la sua prima iniziazione musicale dalla madre, la baronessa Sara Luisa Rothschild, raffinata pianista; continuati gli studi a Venezia dove la famiglia si era trasferita, li perfezionò in Germania, al Conservatorio di Monaco sotto la guida di Rheinberger, diplomandosi poi a Dresda, nel 1884, con Draeseke e Kretschmar. Una scelta, quella tedesca, che nasceva da una chiara consapevolezza di uscire dalle strettoie di una condizione limitante, quale appariva quella del "paese del melodramma" ormai all'ultimo scorcio del secolo: aspirazione, del resto,che attraversava più o meno confusamente vari strati della cultura musicale italiana e che segna uno dei tratti di contrasto più significativi con il pensiero verdiano, più che mai concentrato sulla "via italiana", quella del "torniamo all'antico". Quanto sia stata realmente profetica questa svolta sinfonica intrapresa da giovani musicisti come Franchetti, ed accanto a lui in maniera ancor più determinata Martucci e Sgambati, è un dato su cui la critica appare sempre più netta nel distinguere tra l'idealità dello slancio ed i limiti d'orizzonte recati dai risultati. E di tale tensione fa fede una lettera di Franchetti, allora studente a Monaco, indirizzata al padre che lo voleva di nuovo a Venezia: "Tu sai che ho per la musica una passione che va ogni giomo più crescendo: tanto grande è il mio amore per l'arte, altrettanto grande sarà la mia riconoscenza per Te se Tu vorrai darmi i mezzi per diventare un giorno un vero musicista. E' questo l'unico, il mio più grande desiderio …. la città che io sceglierei sarebbe Dresda, perché oltre a darmi l'occasione di approfittare delle lezioni del celebre prof. Wullner, essa é molto tranquilla …. In Italia dei musicisti della tempra di Rheinberger, di Wullner o di Reineke in Lipsia, non ve ne esistono e la miglior prova é che mentre nei Conservatori tedeschi sono quasi altrettanto numerosi i foresti
eri quanto gli alunni del paese, nessun Americano o Tedesco si penserà a venire a studiare composizione in Italia. I pochi musicisti seri che conta l'Italia lo sono diventati all'estero, come Scontrino, Bonamici, Sgambati, Catalani: quest'ultimo poi studiò all'estero a spese del Governo Italiano … Ti supplico ancora una volta Caro Papà di voler concedere ciò anche a me." E proprio all'anno di questa lettera, il 1884, risale quella Sinfonia in si minore che rimane oggi, insieme alle due di Martucci ed a quella di Sgambati, una delle testimonianze più significative di tale tentativo "italiano" di recuperare una lontana tradizione strumentale attraverso l'innesto entro la grande strada del sinfonismo classico-romantico: associandola anche, nel caso di Franchetti, a differenza di Martucci il quale operava essenzialmente entro il calco brahmsiano, agli esiti più scorciati della "musica dell'avvenire". Quanto poteva bastare, dunque, per rendere sospettoso Verdi, il quale non perdeva occasione per stigmatizzare tali invasioni di campo; con Giulio Ricordi, che lo informava con entusiasmo dei successi di Otello a Londra: "Voi parlate di trionfo di arte italiana! V'ingannate! I nostri giovani maestri italiani non sono buoni patrioti. Se i tedeschi partendo da Bach sono arrivati a Wagner, fanno opera di buoni tedeschi, e sta bene. Ma noi discendenti di Palestrina, imitando Bach, commettiamo un delitto musicale, e facciamo opera inutile, anzi dannosa…". E con penna ancor più acuminata, perché questa volta indirizzata più specificamente al non amato Catalani, annoterà qualche anno dopo – proprio in occasione della stagione genovese del'91-92 che vedeva affiancate Otello, Cristoforo Colombo e Wally – in una lettera a Perosio, critico musicale ed agente di Ricordi nella città ligure: "Non credo che questi signori col pretesto che si rappresenta il mio Otello o di onorare il Grande Scopritore Genovese, pretenderanno che io venga a mostrarmi in teatro: tanto meno poi a sentire la nuova opera tedesca di quel maestrino lucchese che mi dicono però abbia avuto esito alla Scala. Me ne ha parlato Ricordi, il quale s'é intestato a pubblicarne le opere , ma non credo con vantaggio. Il pubblico vuole della musica italiana e non delle contraffazioni o dei travestimenti tedeschi. Ci vuol altro che 1a musica dell'avvenire". Eppure Franchetti, nonostante la sua propensione"germanica", riusciva nonostante tutto a sottrarsi a tale perentorietà; nel gennaio dell'89 Verdi era, come sempre, a svernare a Genova e lì aveva potuto ascoltare Asrael: " … ve ne parlerò a voce scriveva il 9 gennaio a Giulio Ricordi- quando l'avrò letto meglio, perchè l'esecuzione qui è talmente pessima in tutti, in tutte, in tutto che non se ne può formare un concetto giusto. Si sente però che è il lavoro di un musicista (bella scoperta direte voi) però malgrado questa generale opinione, io oso credere che Franchetti ha bensì iniziato degli studi seri, severi, e forti, ma che non li ha completati in ogni parte. Ciò non significa nulla. Rossini fuggì dalla scuola di Mattei scarso di studi. Qui Asrael malgrado tutto, piace. Applausi clamorosi ad ogni atto e tre bis anche ai pezzi mal eseguiti". Come par di capire, Verdi sembra concedere qualche credito al giovane esordiente, senza che l'ipoteca straniera l'induca, come in altri casi, a staccare il filo dell'attenzione. Ed il cammino di Asrael è quello che ci porta al Colombo, pur nella diversa sollecitazione del soggetto: dalla tematica visionaria della leggenda medioevale da cui Ferdinando Fontana ha ricavato il libretto di Asrael allo stacco epico dell'avventura colombiana, così come l'aveva impaginata Illica; ed è un cammino che si inoltra con molta più sottigliezza di risvolti e di ripiegamenti di quanti, comprensibilmente, avesse registrato la critica contemporanea, in quel paesaggio teatrale un po' troppo variamente affastellato che si apre in Italia nell'ultimo decennio del secolo. Dove, escludendo l'appartata, ma pur straordinariamente risonante, riflessione verdiana, sarà solo la rivelazione Cavalleria rusticana a recare un segnale di riscossa; la riprova della situazione di risacca era offerta dalla constatazione che, contro la crescente penetrazione straniera – nel decennio precedente,oltre all'intensificazione della diffusione wagneriana i titoli più amati nei teatri italiani erano Carmen, Lakmé, La regina di Saba – risultò quanto mai effimera la nostra "esportazione", fatta eccezione per Gioconda e per Mefistofele. Le due opere,in effetti, che possono simboleggiare l'opposizione di energie e di impulsi che animavano le vicende del teatro musicale italiano nell'ultimo quarto di secolo: la prima, in veste di mediatrice, non senza troppo celare un fondo conservatore, tra il solido dettato verdiano e certo travestimento da grand-opéra, l'altra come incarnazione di una irrequietezza nuova, anche se in gran parte destinata a dissolversi lungo la strada, tale da lasciare intuire "la prima sagomatura liberty che la nostra opera in musica conosca". Sono anche le due linee guida – pensando soprattutto al "primo" Mefistofele – che ci portano a considerare la trasformazione della struttura melodrammatica secondo un respiro più ampio: quel respiro che si poteva cogliere nella stessa, nota, precettistica di Boito, secondo il quale "l'opera del presente" avrebbe dovuto perseguire "la completa obliterazione della formula, la creazione della forma, l'attuazione del più vasto sviluppo tonale e ritmico possibile oggi, la suprema incarnazione del dramma". Indicazioni non certo di poco conto, la cui portata, pur con la presa di distanza, non poco ostentata di chi, come il Grande Vecchio, amava farsi vedere fuori dalla mischia, possiamo vedere riflessa, con soluzioni originalissime sempre, sullo schermo verdiano. Ed a ben guardare anche l'accentuazione in senso naturalistico-verista impressa dai musicisti della generazione successiva, quella che verrà genericamente conglobata nella definizione di "giovane scuola", se da un lato può essere considerata come un recupero di un originario spirito "degli operisti popolari" è la nota definizione data da Giannotto Bastianelli a Mascagni rimane pur sempre ancorata ad un contesto storico che rettifica la stessa nozione di verismo; "se il concetto di verismo nell'opera si giustifica dunque almeno in parte – ha osservato Dahlhaus a proposito della Cavalleria rusticana d'altra parte è indubbio che la attenuazione della critica sociale, l'egemonia della cantabilità melodrammatica che si afferma per ampi tratti, l'elusione della prosa letteraria e della 'prosa musicale' … sono caratteri irrealistici o addirittura antirealistici, che inducono a parlare di una tendenza stilistica ambigua in Mascagni e Puccini". E proprio da tale intersecarsi di caratteri e ragioni stilistiche tanto diversificate, lo studioso tedesco prende spunto per ribadire come "una classificazione univoca non rientri tra le condizioni ipso facto propizie alla buona riuscita estetica d'un'opera". Osservazione che ci porta opportunamente ad uscire dal più consueto e quasi obbligante percorso rettilineo che si è soliti seguire nel paesaggio del "dopo Verdi", quello dei "verismo", per divagare più liberamente lungo terreni diversamente ordinati, dove proprio lo sfumar dei contorni sembra essere la corda dominante: perchè in effetti l'ambiguità diventa essa stessa cifra stilistica, simbolo esibito del nuovo più spesso, ma non di rado anche segnale di presentimenti autentici, spinti, persino a volt
e, ad un registro antiverista, benchè più correntemente è il temperarsi di fattori diversi, probabilmente infondibili, a determinare il clima di quel particolare decadentismo italiano, figlio della Scapigliatura; il cui contrassegno, appunto, è quello di convivenze tematiche e stilistiche di per se improponibili, così da riuscire a racchiudere nella stessa offerta melodrammatica "il gusto dell'orrido e la scenografia del fantastico col wagnerismo, con la malinconia crepuscolare, con l'armonia delle piccole cose e il gusto per un mondo dimesso in apparente contrasto con quella predilezione dell'esotico" che pare costituire un altro polo non secondario di questo ampio ondeggiare di pensieri e di sentimenti. Il wagnerismo appare come il grande velo che protegge e nobilita tutto questo gran atteggiarsi di modi contradditori: senza neppure la ben più netta forza d'incidenza che, benchè essenzialmente in terreno extramusicale, la suggestione wagneriana eserciterà in Francia, quale matrice reale della "Décadence". Ma quanto tale velo fosse leggero, addirittura effimero, soltanto la prospettiva allungata, di oltre un secolo, va rendendo sempre più chiaro, lasciandoci capire soprattutto la portata radicale, di una contrapposizione al mondo verdiano, che l'etichetta wagneriana voleva rappresentare; radicalismo che trovò ragioni di attivazione, più ancora che in una reale tensione ideologica degli stessi musicisti, nella conflittualità editoriale, tra Ricordi e Lucca, e nella nuova intraprendenza impresariale, senza neppure trascurare una funzione critica mossa più da ragioni nazionalistiche che non da una reale comprensione della drammaturgia wagneriana. Affiorano invece come sempre più significative dell'evoluzione che sta interessando il teatro musicale dell'ultimo trentennio certe linee di tendenza che paiono muoversi al di sopra del dibattito contingente; e addirittura possono avvalorare l'idea di un percorso più generalmente orientato, se non proprio univoco: la progressiva affermazione di una nozione di dramma, associata a quella della continuità dell'arcata strutturale, della intensificazione del tessuto sinfonico, della nuova funzionalità del richiamo motivico. E' questo, a ben guardare, un quadro, anche se estremamente generalizzato, in cui modelli contrapposti come il Gesamtkunstwerk wagneriano ed il grand-opéra meyerberiano risultano assai più ravvicinati in rapporto alle esperienze italiane di quel trentennio: pensando anche all'evoluzione verdiana, ai "wagneriani", come furono etichettati subito Boito e Catalani, ed ai tanti musicisti cui il mantello della "giovane scuola" riesce sempre meno ad offrire una copertura sufficiente e plausibile. E' dunque su tale panorama, quanto mai variegato ed attraversato da tensioni contrastanti e contradditorie, che va collocata l'osservazione del Cristoforo Colombo, alla cui calibratura concorre significativamente il ruolo dello stesso librettista, Luigi Illica, una figura che appare come il tramite estremamente duttile di questo intreccio di motivazioni e di atteggiamenti che innervano la drammaturgia postromantica, il poeta capace di aderire anche alle istanze più diversificate quali si stagliano lungo questo movimentato trentennio. Già ai suoi primi passi, come librettista, lo vediamo muoversi sul terreno decadente della scapigliatura, sensibile tuttavia, nella Wally, che è dello stesso anno del Colombo, a movenze simboliste sul filo di un naturalismo caricato di nuove risonanze, lontane dal dettato realistico. Al quale si mostrerà peraltro aperto successivamente, senza che ciò faccia da ostacolo ad altre esperienze, ad altre suggestioni di provenienza francese ma filtrate attraverso moduli più nostrani, esotismo che si piegherà ad una più domestica nozione fioreale, fino ad arrivare a certi arcaismi di marchio dannunziano. La collaborazione con Franchetti, che troverà un'ulteriore saldatura dieci anni dopo con Germania, nasce dalla stessa occasione colombiana, in quanto Illica risultò vincitore, nel 1889, del concorso bandito dal Municipio di Genova. Un'occasione che impegnò come non mai la municipalità della città; come si apprende dalle cronache locali "il Municipio ristorò totalmente il Teatro Carlo Felice, completando la pavimentazione in marmo, ricostruendo il soffitto della platea, impiantando la illuminazione elettrica con apposita officina nel Teatro stesso, caloriferi, ventilatori, ecc.;questi ristori ammontano a L. 420.000 circa, delle quali 12.500 vennero pagate dai palchisti. Magnificamente rimesso a nuovo il Teatro, il Municipio pensò di avere per l'estate una stagione straordinaria e mediante sovvenzione di L. 160.000 si accordò con l'impresa Piontelli per una serie di spettacoli. Questa iniziò il 20 agosto 1892 con dei concerti sotto la direzione del maestro Luigi Mancinelli…". Lo stesso direttore che la sera del 5 ottobre avrebbe felicemente portato in porto l'impresa del Colombo; dopo due rappresentazioni gli succederà sul podio Arturo Toscanini, sostituzione del resto prevista in seguito agli impegni già assunti da Mancinelli a Madrid. Il successo, come si apprende da alcune cronache locali, fu "inaudito", secondo altre fonti critiche meno netto. "Gli è vero – scriveva il critico del Caffaro che questa musica è quello che si può ideare di più grande, di più alto, di più commovente; Kaschmann fu cantante e attore inarrivabile. Quale artista! Niuna parola potrà mai esprimere l'effetto che egli seppe produrre". Accanto a Kaschmann, protagonista, figuravano Edgardo Garbin, Carolina Mussini, Giulia Novelli. Chi teneva le fila con Verdi, l'amico e fiduciario Giuseppe De Amicis, in una lettera al maestro del 10 ottobre, sembra collocare il successo in un contesto più distaccato: "Le cose del C. Felice, malgrado la nuova Opera sia discretamente incontrata per quanto di circostanza e nulla più, procedono poco soddisfacentemente…". La critica, pur nel riconoscere l'importanza dell'impresa affrontata dal giovane musicista, al suo secondo cimento teatrale, non tralascia di sottolineare le incongruenze, attribuibili in gran parte alla circostanza celebrativa: "… l'esìgenza dell'opera ballo, esigenza del Municipio committente – rileva Zorzi sul Mondo artistico del 18 ottobre – che ha così compromesso il merito della sua iniziativa, rese necessaria , un po' di America selvaggia. E qui metteteci ricerche storiche coscienziose, passioni di grandi linee drammatiche, particolari di costumi finchè volete, come ha fatto l'Illica; ma non si può sfuggire ai convenzionalismi, al ciarpame, alle maniere del vecchio melodramma. E la grande epica figura dello scopritore di un nuovo mondo impicciolisce, si smarrisce tra le piume, le zagaglie, i dardi, gli idoli, i furori dei selvaggi che abbiamo già conosciuto nell'Africana e nel Guarany. Eppure abbiamo certa fede, il Cristoforo Colombo di Franchetti può ancora diventare il capolavoro" conclude il critico che ha subito toccato il punto dolente, colto da tanti altri osservatori, lo squilibrio impresso alla struttura drammaturgìca degli ultimi due atti che aprono entro la tesa vicenda della "scoperta" una colorita parentesi "americana" infarcita di amori e di colpi di scena romanzeschi. Osservazioni cui si mostra ben sensibile il musicista il quale intraprende una sostanziosa opera di revisione. Vi è una lettera a Illica, inedita e senza data, che ci offre l'idea del travaglio dovuto a tale lavoro di riassetto: "Caro Illica, ho riflettuto, niente rimaneggiamento, niente nuova aria ma semplicemente tagli… e un nuovo finale per il IV at
to. Non mi sento di rimettermi a pasticciare in questo eterno … Colombo e interrompere così Germania e Giove". Il riferimento a Germania, andata in scena nel 1902 alla Scala, e a Giove a Pompei, una commedia musicale, su libretto di Illica e Romagnoli, che andrà in scena a Roma nel 192 1, ci riporta evidentemente molto più avanti, ad attestare così come il "problema" del Colombo abbia avuto uno svolgimento quanto mai tortuoso. Dapprima Franchetti rimaneggiò gli ultimi due atti, riunendoli in uno, ed in tale versione l'opera venne presentata ad Amburgo, nella traduzione tedesca di Ludwig Hartmann, il 5 ottobre 1893, mentre l'anno successivo approdò alla Scala ed a Treviso. La diffusione dell'opera avverrà poi con una certa progressione, lungo la quale va segnalata una versione in due atti, con l'omissione del terzo, in occasione della prima rappresentazione americana, a Buenos Ayres nel luglio del 1900, riduzione che ritroveremo ancora nel febbraio del 1909 al Teatro del Casino di Montecarlo e nuovamente a Buenos Ayres nel 1910, dove interprete protagonista fu Titta Ruffo, a Filadelfia e Chicago nel 1913 ed infine a Milano, al Dal Verme nel 1916. Ritroviamo l'opera in tre atti alla Scala nel 1923, direttore Antonio Guarnieri, protagonista Carlo Galeffi Ma la ricostruzione di questo iter complesso è ancora piena di punti oscuri: sappiamo di tre interventi da parte dell'autore, quello per la rappresentazione del 1894 al Regio di Torino, quello in occasione della ripresa dell'opera alla Scala nel 1908, sollecitato da Toscanini il quale, ammiratore sincero di Franchetti, da sempre aveva sostenuto la necessità di una revisione sostanziale che desse al lavoro una più stringata coerenza drammatica. L'ultimo intervento sarà nel 1923, per la ripresa dell'opera al Costanzi di Roma, con modifiche anche al libretto da parte di Arturo Rossato. Tutto questo ci guida nell'osservare, come in filigrana, l'intrecciarsi di due linee drammaturgiche sull'ampia tela dell' opera, due orizzonti la cui saldatura il compositore ha perseguito strenuamente, senza giungere a quella pienezza d'integrazione che, ad esempio, era riuscita a Verdi in Aida, dove lo spunto celebrativo e quindi il conseguente apparato esotico risultano, alla fine, perfettamente riassorbiti entro la forza stringente della sua drammaturgia. Ma qui, è ben evidente, il discorso, più che ad uno sterile confronto, ci riporta alle considerazioni generali più sopra accennate, a quella condizione dissociativa che pervade l'azione dei più giovani compositori ai quali viene meno quella tensione centralizzante, quella "forza morale", si è soliti dire, che costituisce il grande fatto coesivo del nostro melodramma ottocentesco, di quello verdiano innanzitutto; ed è proprio della più dilatata prospettiva decadentistica questo intrecciarsi di vari punti di fuga, in una struttura policentrica in cui stimolo narrativo ed interesse linguistico sembrano convivere sottraendosi reciprocamente qualcosa. Prospettive disagevoli, anche, proprio per l'inconsueta dilatazione di tale tipo d'intarsio, come si può cogliere da uno dei critici più attenti come Lorenzo Parodi, il quale scrivendo all'indomani della prima genovese sottolineò da un lato la "gravità dell'opera", e quindi il limite della musica di Franchetti, "d'essere troppo scolastica, massimamente nella parte corale"; dall'altro il tratto che costituiva, a suo parere, "un grave difetto", vale a dire "la mancanza della nota amorosa". Indubbiamente un aspetto che affiora sin dalle prime note dell'opera è l'attenzione rivolta dal musicista alla scansione costruttiva: aspetto evidenziato, del resto, entro la gittata generale, dall'esibita predilezione per la struttura per grandi capitoli, riassunta nel titolo apposto alle due parti: la prima, comprendente i due primi atti, pur distanziati tra loro nel tempo, 1487-1492, indicata come 1a scoperta"; la seconda come " la conquista". Due grandi campiture dunque accoglienti i ben stagliati pannelli dei singoli atti, entro ognuno dei quali le scene si incatenano senza soluzione di continuità. Un'articolazione che lascia scorgere la familiarità con cui Franchetti plasma tanto il discorso sinfonico quanto quello corale, ed ancor più la facilità che guida la sua mano nello stendere i colori, sempre fragranti, trasparenti, mai traditi da quelle sovrapposizioni bituminose dietro cui si mistifica tanto nostro sinfonismo del tempo. Un aspetto quest'ultimo che trovò un riconoscimento insospettabile in un musicista come Catalani il quale, per emulazione e per profonda diversità di sentire e di carattere, non provava per Franchetti particolare attrazione: anzi aveva criticato profondamente Asrael che considerava un'opera piena di difetti. Eppure, dopo aver ascoltato il Colombo non potè trattenere il proprio entusiasmo: "Ieri sera sentii il primo atto del Colombo in orchestra. E' musica bellissima, strumentata da gran maestro" confessione al Depanis che verrà successivamente arricchita: "E' un eccellente compositore … Rimarrai sbalordito, se verrai, dello strumentale. Pare impossibile che in trentasei giorni si possano strumentare cinque atti con mano così sicura, equilibrata, e con colori sempre belli, pieni e smaglianti". In effetti è questa sensibilità sinfonica, questa particolare leggerezza che penetra, con una reale organicità, il materiale sonoro, ad imprimere senza alcun senso di forzatura una continua animazione al "racconto"; riuscendo in tal modo a smussare gli stacchi propri a quella inclinazione costruttiva che, chiaramente, la disciplina degli studi in terra germanica aveva reso quanto mai solerte: quell'inclinazione che in occasione di una ripresa milanese dell'opera di molti anni dopo, al Dal Verme, nel 1916, indurrà Gaetano Cesari a chiedersi, nella sua positiva recensione sul Corriere della sera, se per caso Franchetti "non abbia cominciato ad apprendere la musica dalla fuga", tanto incidente risultava allora il retaggio del proficuo tirocinio compiuto dal compositore alla scuola di Rheinberger. A noi, si è già detto, pare che tale tessuto polifonico che innerva in maniera sensibile la partitura, solo in alcuni momenti, quando più pressante si fa l'evocazione arcaica o più stringente la definizione collettiva, diventa un tratto dichiaratamente emergente; diversamente, diramandosi come connettivo tra situazioni di lingua assai diversificate, anche quando la linea primaria, la voce sentita dell'autore, si snoda lungo l'affiato epico. Che è infatti il primo segnale che ci viene ad apertura di sipario, da quella breve introduzione orchestrale, dalla quale sentiamo subito il fiato del mare: più ancora che nell'ondeggiare inquieto dei violini e violoncelli, nella cifra espressa dalle trombe che aggruma quel colore fatalistico e triste evocato dallo spazio dell'acqua sfumante verso l'infinito: un inizio marino, non c'è dubbio, che rende inevitabile il richiamo ad un'altra opera "genovese", alla "tinta" inconfondibile del Simon Boccanegra, anche se altro è il dramma che da tale tinta viene avvolto. La dimensione epica, dunque, nella particolare ombreggiatura elegiaca che le imprime la figura di Colombo, con la sua idealità, la forza che lo sospinge a varcare i confini verso l'ignoto, la sua solitudine che gli pone contro sospetti ed ostilità; questo è il nucleo emozionale dell'opera quale poi si disegna più precisamente attraverso i vari passaggi della vicenda, il cui incedere sembra indicarci, ma soltanto per consentirci di dare a questo Colombo una sua coerenza di sviluppo storico, altr
e coordinate: da un lato il fondale pittoresco, fortemente chiaroscurato di Gioconda – un'altra opera "rnarina" in fondo – da cui escono personaggi "neri" come Barnaba che un poco sembra riflettersi nel bieco Roldano, dall'altro una prospettiva più spaziata entro cui quella stessa realtà narrata e rappresentata con tocco sempre nitido anche se consapevolmente compendiario sembra quasi perdersi, come riassorbita da una forza superiore: ed è appunto questa tensione utopica da cui è sospinta l'impresa di Colombo l'altro polo che esercita la propria insottraibile incidenza sull'opera, rendendo inevitabile, più per la proiezione intellettuale he vi è racchiusa che non per specifici richiami linguistici, l'evocazione boitiana di Mefistofele. E' da questo intrecciato punto d'osservazione che i primi due atti trovano il loro giusto passo poetico, ognuno racchiuso entro una campata la cui unità viene rinsaldata dalla varietà di episodi musicali che si incatenano tra loro; alcuni con una particolare emergenza, che non passò del resto inosservata ai primi critici. Come la terza scena del primo atto, con l'apparizione dei romei, che il Soffredini giudico "bizzarra e difficile"; in effetti l'arcaismo della ballata intonata dai tre giullari provenzali che apre una suggestiva luce profetica all'inizio della tormentata storia, osservata dalla visuale oppressa della folla (già all'inizio certe assonanze moussorgskiane possono lasciare una traccia non occasionale) trova una straordinaria riattivazione attraverso la robusta mano del musicista che gestisce l'amplificarsi del discorso, fino all'esplosione di un grandioso doppio coro, con un'ammirevole capacità contrappuntistica. Un crescendo partecipativo che, con indubbia efficacia, – un"effetto- di segno verdiano – si scontra con l'opposizione della scena successiva, dominata dalla reazione che il cattivo, Roldano, comincia ad innescare contro tale affiato popolare; un gioco insidioso di immagini terrificanti che il verso di Illica propone con compiaciuta fantasmagoria, con quel gusto estremo, tutto scapigliato ancora. Un germe malefico che trasformerà la stupefatta apprensione del popolo accesa dal poetico racconto dei romei in aperto scherno, in una scena, rimasta nota come quella "della risata", di forte segno: "Il difficilissimo coro delle beffe ha molte e peregrine bellezze – annotò allora Parodi – è un coro spiegatissimo, a sei parti, a due movimenti distinti, con ardimenti nuovi". Contrappasso a questa importante apertura "corale" è recato alla seconda parte dell'atto dall'ingresso di Guevara, un personaggio positivo che offre una prima illuminazione alla figura del protagonista, attraverso la raccolta mestizia del suo aprire il cuore all'amico; percorso intimistico che si approfondisce ancor più nell'incontro con Isabella. In questo ampio scorcio finale dell'atto è soprattutto un Franchetti melodico che prende possesso del racconto, senza tuttavia che si faccia troppo netto lo stacco; non è, in altre parole, l'abbandono del melodista ad una vena tutta italiana perchè si avverte bene come anche qui tutto appaia filtrato da una consapevolezza che se da un lato poteva rendere sensibile il compositore a quell'atteggiarsi del disegno verso tensioni più sinuose, che pare dilatare la concisione della scolpitura melodrammatica secondo movenze più sottilmente delibate dal gioco cromatico – una inclinazione che troviamo appunto in Ponchielli come nel Verdi dell'Otello – dall'altro lasciava ben intendere l'assimilazione di modi più "europei", quelli che riuscivano a collegare in significative confluenze l'eburnea e sentimentale linea mendelssohniana con la curvatura di certo melos lisztiano, il Liszt armonioso e suadente ad esempio delle Consolations; il che non esclude affatto che anche altri risvolti dell'ungherese, sinfonici essenzialmente, certi momenti più vibrati ma ancor più, forse, le zone problematiche, nel cromatismo illividito, di certi poemi sinfonici, abbiano lasciato la propria impronta, benchè non diretta, sul tessuto orchestrale, fervoroso ed ordinato insieme, del nostro Franchetti. Se il primo atto presenta questo disegno eccentrico, che chiude via via la prospettiva drammaturgica dall'ampio spazio gremito di folla e dai contradditori sentimenti delle masse a stringersi, fino a limitare la più ristretta zona della sconsolata mestizia di Colombo, rinfrancata alla fine dal conforto di Isabella, il secondo si staglia con una sua solitaria epicità: ambientato su una delle tre caravelle, la Santa Maria, esso accentua il nucleo drammatico dell'opera, intrecciando in modo quanto mai stringente, reso ancor più acuto dalla condizione del luogo, una nave sperduta nell'immensità dell'oceano, i motivi essenziali del conflitto. Una tessitura che il compositore gestisce con grande controllo dando all'elemento sinfonico il ruolo evocativo dell'incombente spazio marino: già con quell'inizio inquieto ed assorto, il disegno aperto, interrogativo, la sonorità resa più misteriosa dal timbro dell'organo. Più d'una cornice, tuttavia, chè tale tessuto si inoltra, fondendosi, tra la trama polifonica delle voci, traducendo le paure e gli smarrimenti della ciurma. Fondale animato che dà ancor più luminoso risalto alla voce di Colombo, un Colombo meditabondo che ricaccia l'assalto del dubbio attraverso soliloqui concettosi, anche questa una sfida particolarmente sottile per la penna di Illica la cui ricercatezza Franchetti tempera con il suo morbido afflato melodico che qui, invece, più che mai sembra trar nutrimento da quella vena nostrana, toccata da inflessioni e da profumi popolareschi, scorrente lungo il variegato paesaggio italiano del secondo ottocento, tra melodramma e romanza da camera. Una luce affettuosa che si riverbera infine sulla concitata conclusione dell'atto, tutta giocata sul grande effetto del contrasto tra il raccolto canto della gregoriana Salve Regina ed il prorompere della sommossa, due energie che trovano poi confluenza liberatoria nella trionfale pienezza di canto suscitata dalla scoperta della nuova terra. La linea che accompagna i due primi atti, fondendoli grazie ad un'omogeneità di tensione che trova il suo elemento di coesione nella personalità di Colombo, si interrompe, non c'è dubbio, col terzo, anche nella definitiva versione che fa confluire in esso il quarto. "Un notevole ingombro alle vie respiratorie del lavoro" lo definirà il Cesari ed è giudizio che può risultare congruo in una visione tendente a ritrovare quei principi di unità drammaturgica che appunto il nostro novecento – lo scritto del Cesari è del 1916 – andava invocando, proprio come reazione alla "dispersione" in cui era andato dilatandosi il melodramma ottocentesco nella sua fase estrema, sospinto anche da quella propensione policentrica che aveva radici lontane, barocche addirittura, e che troverà nel grand-opèra un laboratorio di straordinaria efficienza. Del resto lo stesso Verdi, sempre così attento alla misura drammaturgica, non era stato tentato durante la composizione di Otello, proprio nel terzo atto, di inserire un attacco dei Turchi, sospinto da quella sua irresistibile ed intrinseca vocazione per "1'effetto"? E' dunque in questa più allargata prospettiva aperta dal grand-opèra, ed in particolare modo nel suo prolungamento sul polo dell'esotismo, che va collocato l'atto "americano" del Colombo, coi suoi intrecci amorosi, certo un po' gratuiti, le sue vicende più animate sul piano dei colpi di scena, e quindi anche con un diverso impegno del compositore di fronte al
materiale che fa necessariamente leva sull'effetto del "colore locale". Un piena consonanza con quanto andava indicando il panorama operistico italiano da almeno un ventennio, in una estrema varietà di riverberi raccolti dall'estemo, secondo modelli, a ben guardare, non amplissimi; l'Africaine, Thais di Massenet e le loro varie declinazioni minori, come Lakmé di Delibes, e tuttavia potenziali significativi, nel loro vario combinarsi, per i nostri musicisti: il Catalani di Dejanice, l'ultimo Ponchielli propenso a stemperare certe sue pienezze melodrammatiche con filtri stilistici più raffinati, il Gomes di Guarany e dello Schiavo ovviamente. Incroci variamente soppesati, con dosaggi via via più sottili che porteranno fino ai compiacimenti floreali dell'Iris mascagnano e, col soccorso degli esotismi di un Pierre Loti, alla Butterfly. Ciò che, allargando lo sguardo, ci consente anche di superare la barriera, sovente artificiosa, del "verismo" per reimmettere tale filone in quello spazio più ampio, e più indifferenziato anche che vede gli stessi musicisti della "giovane scuola" a contatto con le novità linguistiche dibattute nell'Europa fin de siècle; così da dar credito a chi parlerà, tutt'altro che a torto, dell'alto grado di formalizzazione dell'opera verista, spostando quindi l'obiettivo dei più giovani innovatori, accomunati nell'avversione alla poetica di quella scuola – soprattutto i tre principali esponenti della "generazione dell'80, Pizzetti, Malipiero, Casella – sulla inadeguatezza del sistema ideologico. Lo stacco recato da questa parentesi "esotica" rende ancor più intensa, in certo qual modo, la saldatura con l'epilogo, ultimo atto – il quinto nella prima proposta, ricalcante così la classica scansione del grand-opèra – dove il personaggio di Colombo toma ad essere centrale; osservato nella desolata luce del tramonto, in cui si riverberano anche musicalmente le reminiscenze della sua epica impresa, Franchetti ce lo ripropone in tutta la sua dolente rassegnazione. Il discorso musicale dimette la sontuosità più animata e vistosa degli atti precedenti per trovare una concentrazione emozionale, lontana da ogni effetto. Ne è subito testimone la raccolta pagina sinfonica, un Largo in fa diesis minore, che apre questo penetrante commiato e che distende la sua luce pacata sulle due scene che lo compongono, col toccante incontro del protagonista con Guevara, il lugubre canto dei frati nella cripta dei re di Castiglia, lo squarcio visionario che fa rivivere al vecchio Colombo la drammaticità dell'impresa, fino all'accorato Larghetto funebre che suggella l'estrema ora" della sua vita, di fronte al sepolcro di Isabella.
Parsifal al Teatro Regio di Torino
I miei quattro lettori sanno bene che di solito le dirette radiofoniche dai teatri italiani mi strappano commenti aspri.
Lo splendido Parsifal eseguito al Teatro Regio di Torino ha finalmente segnato un´eccezione a questa che pareva essere divenuta una regola immutabile.
In un mondo come quello teatrale italiano, dove l´incompetenza, la faciloneria e la superficialità sembrano regnare sovrane, l´ente torinese si distingue da tempo per la serietà e la competenza delle persone che lo gestiscono.
Le stagioni del Regio costituiscono un vero modello per quantità e qualità di proposte. Quest´anno, oltre al Parsifal, son stati programmati titoli come Boris Godunov e I Vespri Siciliani, tremendamente impegnativi per difficolltà esecutive e complessità di allestimento.
Mettendo in cartellone il capolavoro wagneriano, la direzione artistica del teatro ha innanzi tutto provveduto ad assicurarsi una bacchetta all´altezza della situazione, il direttore francese Bertrand de Billy, musicista di grande esperienza e personalità interpretativa, ospite regolare dei maggiori teatri del mondo, (con l´eccezione fin qui di quelli italiani, naturalmente…) e dotato di grande competenza in materia, come dimostrano le sue pregevoli esecuzioni di titoli come il Ring relizzate al Liceu di Barcellona, teatro del quale è stato per anni direttore musicale. La sua direzione del Parsifal è stata sicuramente tra le migliori che io abbia ascoltato. Un perfetto senso della fluidità e continuità di narrazione, un timbro orchestrale denso e leggero allo stesso tempo, di rara bellezza e ricercatezza di tinte, accompagnamenti di un equilibrio e respiro perfetti. Quella di de Billy non è una lettura solenne e ieratica alla Thielemann e neppure una visione tesa e drammatica come quella dell´interpretazione di Manfred Honeck l´anno scorso qui da noi a Stuttgart. Direi piuttosto che la sua visione del Parsifal più che sull´aspetto mistico punta principalmente sul colorismo e sulla sfaccettatura delle tinte, in linea con la visione che di Wagner hanno sempre avuto i direttori francesi. Bellissimo l´impasto di tinte dell´inizio del Preludio, con le tinte orchestrali dispiegantesi in maniera sapientemente graduata sulle note dell´accordo di la bemolle maggiore, e la perfetta espressività del Corale. Fluidissimo il primo atto e perfetta per equilibrio degli spazi sonori e proprietà di tinte la scena della consacrazione del Graal. Ricchissima di colori la scena del giardino di Klingsor, con l´orchestra che trascolorava stupendamente dall´atmosfera sensuale della scena delle Zaubermädchen alla sensualità lacerata e sofferta della scena tra Parsifal e Kundry. Da manuale l´amosfera di tragedia allucinata e sommessa nell´esecuzione del Preludio al terzo atto, e la varietà delle tinte del Karfreitagszauber, così come il perfetto equilibrio e dominio delle architetture orchestrali e corali nel finale, culminante in una strepitosa, vaporosa e leggerissima esecuzione della scena conclusiva. Una direzione di assoluto rilievo, resa possibile anche dalla magnifica prova dell´orchestra e del coro del Regio, veramente in stato di grazia e sicuramente galvanizzati dalle qualità della bacchetta. Di gran lunga la miglior esecuzione che io abbia ascoltato negli ultimi tre o quattro anni da parte di complessi italiani. Dopo aver sottolineato più volte le esecuzioni scadenti delle orchestre italiane alle prese con partiture molto meno complicate di questa, fa piacere per una volta poter lodare l´eccellente prestazione di complessi che hanno saputo far fronte splendidamente alle difficoltà e all´impegno gravoso che il Parsifal richiede.
Secondo motivo di lode per la direzione artistica del Regio è l´aver messo insieme un cast perfettamente equilibrato e con punte di autentica eccellenza. Prima fra queste, la splendida prova del basso coreano Kwangchul Youn, una delle maggiori voci wagneriane di oggi e attuale interprete di riferimento del lungo e complesso ruolo di Gurnemanz. Bellissimo timbro, pastoso e ricco di sfumature, e un´emissione perfettamente in regola dal lato tecnico. In aggiunta una pronuncia tedesca assolutamente perfetta, addirittura superiore a quella dei cantanti di madrelingua. L´interprete è solenne, eloquente, stilizzato e quasi ovunque misurato ed efficace. Una prestazione di altissima qualità, da annoverare tra le più significative mai sentite di questo difficile ruolo.
Bravissimo anche Cristopher Ventris, che del resto è oggi il più accreditato interprete della parte di Parsifal. Il timbro è sempre argentino e di grande fascino e l´interprete mi è parso sempre più maturo e padrone del ruolo, sia nel tono ingenuo e trasognato dell´entrata che nella progressiva presa di coscienza ed evoluzione psicologica dei due atti successivi. Perfetta e veramente ispiratissima l´invocazione "Amfortas! Die Wunde!" nel secondo atto ed eccellente la varietà di accenti e colori nel terzo. Di buon livello anche la Kundry del mezzosoprano americano Christine Goerke, dotata di una voce di grande fascino timbrico anche se a volte troppo spinta nelle note gravi. La Goerke ha trovato le espressioni più belle nella scena della seduzione, mentre il lato tormentato del personaggio avrebbe richiesto un maggiore controllo tecnico nei passaggi di tessitura più aspra. Ad ogni modo una prova di buona qualità. Ottima anche la prestazione di Mark S. Doss, baritono conosciuto in Italia per le sue interpretazioni dello straussiano Jochanaan a Bologna e Firenze, che ha reso molto efficamente l´aggressività di Klingsor, con un fraseggio molto ben caratterizzato. Anche l´Amfortas di Jochen Schmeckenbecher, probabilmente l´elemento più debole del cast, è parso comunque perfettamente inserito nell´equilibrio complessivo della lettura di de Billy, riuscendo a trovare accenti di dolente ed efficace umanità a dispetto delle carenze tecniche piuttosto evidenti. Autorevole il veterano Kurt Rydl come Titurel, nonostante il declino vocale ormai impossibile da mascherare e bravi tutti gli interpreti delle parti di fianco, con una citazione particolare per l´incisivo Secondo Cavaliere del basso John Paul Huckle.
Tirando le somme, di gran lunga lo spettacolo italiano dell´anno, musicalmente parlando. Un´esecuzione che potrebbe essere presentata ed accolta con onore in qualunque teatro europeo di prestigio.
Onore ancora una volta al Teatro Regio, che si conferma istituzione seria e retta da persone competenti. Persino i tecnici del suono hanno lavorato bene, visto che la qualità timbrica della trasmissione radio era nettamente superiore a quelle sentite nelle recenti dirette da Milano e Bologna.Da quanto ne so, nei teatri italiani nessuno si assume l' incarico di controllare durante le prove di registrazione la qualità del suono che verrà poi mandato in onda. Probabilmente al Regio qualcuno si occupa di ciò e lo fa davvero con molta competenza. Bravi anche sotto questo aspetto.

