Un saggio di Rodolfo Celletti, apparso diversi anni fa sulla rivista MUSICA, dedicato a uno dei baritoni più completi della storia. Continua a leggere “Pasquale Amato”
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La Juive di Halévy alla Staatsoper Stuttgart
La stagione della Staatsoper Stuttgart si avvia alla conclusione, e con essa anche la gestione di Albrecht Puhlmann, che a partire dal prossimo luglio lascerà il posto al nuovo sovrintendente Jussi Wieler. Nei giorni scorsi è stato presentato il programma 2011/2012, che prevede diversi titoli interessanti come La Damnation de Faust, La Sonnambula, un dittico composto dalla schönberghiana Glückliche Hand e Osud di Janacek, il Wozzeck, Platée di Rameau e le consuete riprese tra le quali si segnalano due spettacoli di grande interesse come Norma e l´Elektra nella messinscena di Konwitschny.
In questi giorni è andata in scena la ripresa de La Juive, produzione del 2008 che è stata uno dei maggiori successi nella gestione Puhlmann. L´opera, andata in scena con enorme successo all´Opéra di Parigi nel 1835, è frutto del lavoro congiunto di un librettista geniale come Eugene Scribe e di Fromental Halévy, compositore di talento e parte di una grande famiglia che contribuì non poco ai fasti dell´opera francese. La vicenda, ambientata durante il Concilio di Costanza del 1415, è imperniata su un tema attualissimo anche per il pubblico odierno, quello del conflitto interreligioso, incarnato nelle figure dell´israelita Eleazar e del cardinale Brogni. Eleazar, padre putativo di Rachel, è una delle figure più complesse di tutta la storia dell´opera, in particolare tra quelle affidate alla voce di tenore. Perseguitato come ebreo, odia i cristiani e per realizzare la sua vendetta nei confronti del cardinale si spinge fino a sacrificare la vita di Rachel, figlia naturale del prelato da lui salvata e cresciuta. Un modello di vendetta inesorabile che sarà poi ripreso da Verdi nel finale del Trovatore, ugualmente conciso e forse per questo anche più terribile.
Come costruzione teatrale e qualità della musica, si tratta forse del lavoro più riuscito tra quelli impostati sul modello del grand opéra. L´opera infatti, pur di esecuzione non è frequentissima in quanto molto complessa e difficile, non è mai uscita del tutto dal repertorio e moltissimi grandi tenori sono stati attirati dall´affascinante figura di Eleazar. Tra gli interpreti del Novecento, basta fare i nomi di Enrico Caruso (di cui questa fu la sua ultima interpretazione e anche il suo addio alle scene), Giovanni Martinelli, Richard Tucker e, ai giorni nostri, Josè Carreras e Neil Schicoff.
La produzione della Staatsoper Stuttgart era stata molto apprezzata dal pubblico tre anni fa e anche in questa ripresa ha avuto un successo notevole. Merito innanzitutto della messinscena di Jussi Wieler e Sergio Morabito, logica, intelligente e innovativa senza forzare o stravolgere il significato del testo. Questa è una prerogativa degli spettacoli messi in scena dalla coppia, che qui a Stoccarda sono stati numerosi e sempre accolti da grandi consensi di pubblico. La regia attualizza il conflitto interreligioso ambientando l´opera durante il nazismo e Morabito ha spiegato di aver preso lo spunto da due fotografie di una manifestazione tenutasi a Costanza nel 1938, durante la quale gli ebrei furono costretti a sfilare indossando per dileggio delle maschere ridicole, chiamate in tedesco Pappenmasken. Questa citazione viene realizzata nel finale del terzo atto e nel pogrom che apre il quinto, prologo alla catastrofe finale. Come sempre avviene nelle regie di Wieler e Morabito, la narrazione è chiara e logica e la recitazione curata e senza eccessi. Un bello spettacolo, che dimostra come si possa benissimo fare una regia moderna senza stravolgere le caratteristiche drammaturgiche del testo originale e senza prevaricare la musica.
Di ottimo livello anche la parte musicale, per merito innanzi tutto del direttore Sébastian Rouland, che qui da noi ha appena riscosso un grande successo personale con la sua interpretazione de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di Händel. Una direzione eccellente per la capacità di evocare il senso del grande affresco storico, stilisticamente adeguata e perfetta nell´assecondare le esigenze del canto. Una prova di notevole rilievo, tra le migliori che mi sia capitato di ascoltare in questo repertorio, ottimamente assecondata dalla prova eccellente dell´orchestra e del coro preparato da Michael Alber.
Il cast era il medesimo delle prime rappresentazioni, ad eccezione del protagonista. Al posto di un Chris Merritt generoso ma ormai vocalmente molto al di sotto delle esigenze di questo difficile ruolo, è subentrato il tenore francese Gilles Ragon, che ha esibito una notevole sicurezza e un fraseggio di buona personalità e incisività, superando abbastanza agevolmente tutti i numerosi passi scabrosi della parte e riuscendo a rendere in maniera efficace la difficilissima scena finale del quarto atto, eseguita integralmente con la celebre aria “Rachél, quand du Seigneur” seguita da una cabaletta. di tessitura molto impegnativa. Il soprano russo Tatiana Pechnikova ha confermato la bella prestazione di tre anni fa, impersonando la protagonista con notevole sicurezza vocale e accenti ispirati, in particolare nel secondo atto. Lo stesso si può dire del basso cinese Liang Li, uno degli elementi più validi dell´ensemble della Staatsoper, dotato di una voce ampia e facile, che in questo ruolo ha dato una delle sue interpretazioni più convincenti. Di nuovo positiva anche la prova di Catriona Smith, una delle cantanti più amate dal pubblico di Stoccarda, che come Eudoxie ha sfoggiato la sua coloratura impeccabile, frutto di una eccellente preparazione professionale che qui a Stoccarda le ha reso possibile affrontare tutti i ruoli virtuosistici del repertorio. Nel ruolo di Leopold, il principe fidanzato di Eudoxie che si finge israelita per sedurre Rachel, questa volta abbiamo ascoltato il venticinquenne tenore russo Dmytri Trunov, voce forse ancora un po´acerba ma molto dotata come estensione e sicuramente di caratteristiche assai promettenti, molto efficace in particolare nella Serenata del primo atto. Complessivamente uno spettacolo godibilissimo e un´interpretazione assai ben realizzata di un´opera musicalmente e drammaturgicamente di grande valore. Grande successo di pubblico per tutti gli interpreti.
Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart
Come penultimo nuovo allestimento di questa stagione, la Staatsoper Stuttgart ha presentato l’ oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno Continua a leggere “Il trionfo del Tempo e del Disinganno alla Staatsoper Stuttgart”
Ricordo di Giuseppe Patanè
Il 29 maggio 1989 moriva a München il maestro Giuseppe Patanè, colpito da infarto cardiaco sul podio della Staatsoper durante una recita del Barbiere di Siviglia. Lo stesso tragico destino riservato a Giuseppe Sinopoli, dodici anni dopo.
Giuseppe Patanè era uno dei maggiori direttori d’ orchestra della sua epoca. Anche se in Italia il suo valore non era adeguatamente apprezzato, all’ estero era considerato una delle migliori bacchette, e non solo nel campo operistico. Purtroppo la sua scomparsa avvenne proprio quando il mondo musicale italiano stava cominciando a tenerlo in adeguata considerazione. Nei mesi successivi alla sua morte, infatti, avrebbe dovuto assumere la direzione stabile dell’ Orchestra dell’ Accademia di Santa Cecilia.
In ricordo del maestro voglio riproporre questo articolo commemorativo scritto da Rodolfo Celletti.
Chi volesse approfondire la conoscenza del pensiero musicale del maestro, può rileggersi questa intervista
Giuseppe Patané è morto a cinquantasette anni. Ed è morto sul podio, mentre dirigeva. Sul podio, in un certo senso, era anche nato. Il padre, Franco Patané, era stato un direttore d’orchestra di qualche merito.
Pochi sanno, di Giuseppe Patané, che in teatro esordì come cantante. Napoletano, era fanciullo cantore del coro del San Carlo quando, nel 1946, quattordicenne, sostenne una parte solistica, quella di Geppino, in un’opera nuova di Jacopo Napoli, Miseria e nobiltà. Era già allievo del Conservatorio San Pietro a Majella. Studiò direzione d’ orchestra, impugnò per la prima volta la bacchetta, in uno spettacolo d’opera, nel 1951, ancora a Napoli. L’ opera era la Traviata, Giuseppe Patané aveva soltanto diciannove anni.
Il teatro dell’ esordio non era però il San Carlo. Per giungere al maggior teatro della sua città, Giuseppe Patané dovette attendere l’ estate del 1962 e la stagione organizzata dal San Carlo all’ Arena Flegrea. L’ opera fu la Madama Butterfly. Nel maggio del 1963, poi, Patané diresse al San Carlo il Rigoletto. Da allora, fino a tempi recentissimi, è stato uno dei direttori più assidui, nel teatro napoletano.
Per la verità, i primi anni di carriera non furono brillanti, riservarono a Patané molti teatri periferici, in Italia e all’ estero. All’ Opera di Roma giunse nel 1964 con la Madama Butterfly, alla Scala nel 1970 con il Rigoletto e il Don Carlo. Ma nel frattempo s’ era affermato anche all’estero. Nel 1961 aveva iniziato un rapporto con la Deutsche Oper di Berlino destinato a protrarsi per molti anni. Nel 1971 diresse per la prima volta all’ Opera di Amburgo, ma già da qualche tempo era comparso alla Staatsoper di Vienna, al Covent Garden di Londra, al Metropolitan di New York.
Ormai lo si considerava come una delle bacchette più versate nel repertorio operistico italiano ed era ospite dei maggiori teatri del mondo. Anche di recente la sua attività internazionale seguiva un ritmo serratissimo. Questo, per quanto riguarda i dati biografici essenziali, è tutto.
La statura del musicista era per molti aspetti eccezionale. Patané vantava anzitutto una memoria mostruosa. Per molte partiture del repertorio italiano era una sorta d’ archivio vivente. Si narra che, all’ inizio della carriera, trovandosi in uno sperduto teatro straniero, ricostruisse a memoria le parti strumentali della Boheme, non essendo giunte a destinazione quelle richieste dall’ impresariucolo che aveva organizzato le recite. La memoria, tuttavia, non era che un aspetto del singolare congegno musicale che Patané incarnava. Altrettanto eccezionali erano l’ istinto e la sensibilità. Coglieva il rapporto fra situazione scenica, contesto strumentale e vocalità con un’immediatezza che sorvolava qualsiasi problematica. Aveva anche un gesto ampio, incisivo, eloquente che, morbido o imperioso che fosse, andava sempre a segno per chiarezza e forza di suggestione. Conosceva il respiro dei fraseggi vocali, guidava le orchestre lungo la rotta d’ una dinamica che poteva abbracciare i pianissimi più tenui e i fortissimi più intensi senza distorsioni di suono e con un senso del ritmo e una capacità e una tempestività di interventi, negli imprevisti del palcoscenico o della buca, attuati con la massima semplicità.
Pochi mesi prima che Patané morisse, una zanzarina che ronza su un quotidiano milanese mi diede sulla voce. «Ma come! Loda Patané che alla critica piace poco e stronca un Böhm». Capirai che termine di paragone! Chi non apprezzava Patané? La critica che si fa provinciale per non sembrare provinciale; e che inoltre, diffidando del proprio orecchio e delle proprie nozioni, non osa censurare le cosiddette celebrità, anche quando la loro fama è usurpata.
Ma Patané era un grande direttore. L’ ha scritto di recente anche Maurizio Papini e ritengo che lo scriverebbero – se gia non l’hanno scritto – un Isotta o un Foletto. Magari con alcune riserve da me condivise. Non ho mai conosciuto Giuseppe Patané. L’ unico contatto è stata una telefonata di alcuni anni fa. Troppo poco per poter parlare dell’uomo in prima persona. Ma è notorio che Patané non si curava minimamente di sfoggiare l’ “allure”, il tono, il sussiego del grande direttore. Anzi, il contrario. E per questo si tendeva a sottovalutarlo. Gli mancava anche il cosiddetto perfezionismo. Piuttosto scettico, a volte abbonava a certe orchestre una parte delle prove. Tanto, diceva, più di questo non renderanno mai. Spesso aveva ragione, qualche volta torto.
Il suo stesso rendimento poteva essere altalenante per mancanza di concentrazione nell’imminenza d’ una recita. Anche perché amava vivere a modo suo. Gli accadeva poi di accettare la direzione di edizioni di opere il cui esito appariva pregiudicato in partenza e d’ essere quindi coinvolto in recite disastrate. In tempi più recenti, però, era divenuto più cauto. Ne è una prova la rinuncia alla Luisa Miller allestita quest’ anno dalla Scala.
Come chi sia, quando voleva Giuseppe Patané aveva veramente la statura del grande direttore d’ opera. Negarlo perché non s’ atteggiava a santone del podio sarebbe iniquo, oltre che sciocco.
Rodolfo Celletti
Hugo Wolf tra estro e follia
Hugo Wolf è una tra le figure più interessanti e meno conosciute della musica tedesca di fine Ottocento. Vi propongo questo interessante saggio scritto da Elisabetta Fava e apparso in origine sulla rivista MUSICA. Continua a leggere “Hugo Wolf tra estro e follia”
Don Carlo alla Berlin Staatsoper
Anna Costalonga riferisce le sue impressioni sull’ allestimento berlinese del Don Carlo di Verdi. Continua a leggere “Don Carlo alla Berlin Staatsoper”
Elektra all’ Oper Leipzig
Continuano le cronache musicali di Anna Costalonga da Leipzig. Oggi vi propongo la sua recensione dell‘ Elektra di Richard Strauss, nell’ allestimento del genius loci Peter Konwitschny.
Mentre gli spettatori si accomodano ai loro posti, sul palcoscenico un uomo a petto nudo gioca dentro una vasca di pietra, un monumento d’altri tempi.
È tutto un ridere e scherzare con i bimbi che potrebbero essere i suoi figlioli, quando all’ improvviso appare un uomo alle sue spalle accompagnato da una donna: questa lo intrappola in una rete e l’ altro lo ammazza a colpi d’ ascia, mentre i bimbi urlanti fuggono dietro le quinte.

Qui incomincia Elektra: gli accordi iniziali, terribili, improvvisi, una scossa elettrica che corre lungo la schiena degli spettatori, sono il nome dell’ uomo assassinato: Aga-me-mnon.
E qui contemporaneamente si ferma la felicità della messinscena di Peter Konwitschny.
Una Storia senza tempo, ma dal tempo contato
Konwitschny ci ha presentato Elektra come una storia senza tempo, ma dal tempo contato.
Sul fondo del palcoscenico viene proiettato il conto alla rovescia fin dall’ inizio, da quando cioè Elettra sola in scena ricorda l’ uccisione di suo padre Agamennone da parte della moglie Clitemnestra e dell’ amante Egisto.
Agamemnon! Agamemnon! Questa è l’ ora, ecco l’ ora!
Il conto alla rovescia che porta per necessità fatale e dichiarata già fin dal principio all’ ora X, al finale estremo.

In realtà, questo countdown proiettato sull’ immagine delle nuvole, che a volte si arrestava – un po’ come i contatori dei tassisti che per opportunità o cortesia possono subire accelerazioni o fermate improvvise – è risultato fin da subito un di più, di cui forse si poteva fare a meno.
Perché cercare di spiegare pedissequamente quella volontà terribile, perché esplicitare in maniera pleonastica quella suspense che è già nel canto di Elektra, nel suo terribile “Allein ganz weh allein”?
Dubito che senza la suspense di un enorme conto alla rovescia, quest’ opera così tremenda avrebbe potuto perdere qualcosa: possiamo anche far finta di non vederlo, basta chiudere gli occhi per sentire tutta la tragicità di questa partitura tellurica e stridente.
La scena si è aperta in un imprecisato tempo moderno borghese. Elektra è una ragazza dai modi maschili, una virago ossessionata dal ricordo e dalla voglia di vendetta, dai molti aspetti ambigui, non ultimi un malcelato amore morboso per la sorella Crisotemide. Quest’ ultima, agghindata come un bon-bon, ha invece la forza della ragionevolezza e il suo unico obiettivo è farsi una famiglia: sono le figlie dal carattere opposto di una signora dell’ alta società, Clitemnestra.
Una ambientazione in economia, comunque, se paragonata alla sontuosità orchestrale.
La recitazione è stata curatissima ma non è bastata a coprire la mancanza di idee veramente forti tali da sostenere questo tipo di musica.
Fin da subito infatti ho avuto la sensazione che Konwitschny avesse voluto instaurare un braccio di ferro , una competizione drammatica con la musica di Strauss. Rimanendone ovviamente vittima quanto la famiglia di Agamennone.
L’Ora 00:00
Il finale tanto atteso, già annunciato fin dal primo monologo di Elektra, arriva con tutta la sua potenza.
Oreste non uccide Clitennestra con l’ ascia custodita gelosamente dalla sorella, né con un’ altra ascia, come nel libretto, ma con una pistola.
La stessa fine fa Egisto, ma in un impeto di drammaticità cosmica, Konwitschny non si limita a portare in scena solo queste vittime. La danza isterica di Elektra, nel finale, al raggiungimento della propria vendetta, è sostituita dal massacro di tutti gli abitanti del tristo palazzo, nobili e servi indistintamente. Massacro che avviene a colpi di mitra, mentre sullo sfondo vengono proiettati fuochi d’ artificio.
Non si tratta più di una vendetta familiare, ma un’affermazione di violenza totale, ingiustificata, una esemplificazione (e forse semplificazione) di una volontà “superomistica”, per cui è tutta una società che deve morire, perché muoia la violenza originaria.
Indubbiamente, è una messinscena che pone quesiti interessanti, stimolanti per chi sa o vuole “leggere la scena”. Per chi vuole invece, come me, veder rappresentata in tutta la sua potenza l’ opera di Strauss sul palcoscenico, non è un allestimento che riesca a equipararne la cupezza, la violenza, la tribalità.
Mi si può obiettare: ma come non abbastanza tragica, non abbastanza tribale? Ma se nel finale muoiono tutti, come in una tragedia shakespeariana?
Il senso dell’ ancestralità, dell’ endemicità mitica della violenza, che si può cogliere nella partitura e nel libretto, si possono ritrovare nell’ interpretazione di Konwitschny, ma in maniera troppo razionalizzata, troppo didascalica perché riescano ad appassionare quanto la musica stessa.
Nel trattare temi così drammatici e cupi, Konwitschny introduce spesso e volentieri trovate – ad esempio i fuochi d’ artificio sullo sfondo – che io interpreto come indizi di un distacco quasi lucreziano, di chi ama guardare le tempeste da lontano, seduto in un posto al sicuro.
Peccato però che gli spettatori – almeno spettatori come me – amino ritrovarsi immersi nel dramma fino al collo. E di simboli banali come i fuochi d’ artificio (noiosi anche quando non simbolici) non sappiano cosa farsene.
I veri protagonisti
La parte musicale è stata invece notevole.
Nel ruolo di Elektra, figurava Janice Baird, cantante nota e apprezzata, soprattutto per questa parte.
Purtroppo la Baird, in quanto a volume e corposità, non reggeva il paragone della bravissima Gun-Brit Barkmin, Crisotemide: la Baird sembrava quasi voler risparmiare l’ugola e tirare fuori la voce soltanto nei forti e fortissimi, mentre la Barkmin non si è risparmiata un secondo.
Che siano note le difficoltà vocali di un personaggio come Elektra non deve renderci più accondiscendenti, al contrario. Avrei preferito sentire un’ altra cantante al posto di Elektra, forse la stessa Barkmin, per quanto la Baird abbia dimostrato notevoli capacità recitative.
Oreste è stato Thomas Pursio, che fa parte dell’ ensemble stabile dell’ Oper Leipzig: è un cantante che non delude mai, sempre generoso in scena e interprete attento.
Ma la vera protagonista è stata l’ orchestra della Gewandhaus con la splendida interpretazione di Ulf Schirmer. L’ orchestra ha svettato, facendo erompere nella sala questa musica terribile con una potenza, un volume, una drammaticità impressionanti. Come è giusto che sia, trattandosi dell’ Elektra di Strauss: e c’ è forse un’ opera più impressionante, violenta, ossessiva e ossessionante di questa?
Il maestro Schirmer è stato a mio avviso dunque – e non solo il mio – il vero protagonista di questa serata, ed è stato giustamente applaudito in maniera trionfale a fine spettacolo.
Mentre il buon caro Peter Konwitschny è stato buato….
Anna Costalonga

Marian Anderson, una voce per la libertà
Voglio ricordare con questo post una cantante che ha simboleggiato, nel campo della musica classica, la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani. Marian Anderson nacque a Philadelphia il 27 febbraio 1897. Suo nonno era nato schiavo ed era stato testimone dell´emancipazione dei neri dopo la Guerra di Secessione. Cominció a cantare nel coro di una chiesa battista a sei anni di etá e in seguito, dopo aver terminato gli studi superiori, le venne negata l´ammissione alla Philadelphia Music Academy a causa della sua razza. Il direttore della sua scuola superiore si offrì di aiutarla e in questo modo la Anderson potè proseguire gli studi privatamente con Giuseppe Boghetti e Agnes Reyfsnyder, grazie anche al sostegno di tutta la comunità nera di Philadelphia. Nel 1925 la Anderson fece il suo debutto con la New York Philharmonic Orchestra e tre anni dopo esordiva alla prestigiosa Carnegie Hall. Seguirono numerose tournées in Europa, dove la sua carriera poteva svilupparsi al riparo dei pregiudizi razziali vigenti negli USA. Durante una di esse, la cantante ebbe modo di farsi ascoltare da Arturo Toscanini che la definí “una voce di quelle che nascono una volta in ogni secolo”. Durante un giro di concerti in Finlandia potè incontrare Jean Sibelius, che rimase anche lui profondamente colpito dalla sua voce e scrisse per lei una serie di Lieder.
Nel 1939 la Anderson doveva esibirsi a Washington.Nella capitale, a quel tempo, era ancora in vigore la segregazione razziale nei luoghi pubblici e nei teatri. Per questo motivo il prestigioso circolo “Daughters of the American Revolution” rifiutó di concedere per la serata la Constitution Hall, in quanto riservata solo ai bianchi. Immediatamente Eleanor Roosevelt,la moglie del Presidente Franklin D. Roosevelt, rassegnó le dimissioni dall´associazione insieme a centinaia di altri soci. Con la collaborazione dello stesso presidente degli Stati Uniti, il manager dell´artista, il celebre Sol Hurok, e Walter White, segretario della NAACP (National Association for Advancing Coloured People) convinsero il Segretario agli Interni Harold L. Ickes a concedere l´uso dello spiazzo davanti al Lincoln Memorial.
La domenica di Pasqua del 1939 Marian Anderson, accompagnata dal pianista finnico Kosti Vehanen (suo accompagnatore abituale e insegnante di tecnica vocale per molti anni), teneva il suo recital davanti a un pubblico di oltre 75000 persone, oltre a milioni di ascoltatori che seguirono l’ evento per radio. Come rivincita, nel 1943 la cantante venne finalmente invitata a esibirsi sul palco della Constitution Hall, per un concerto a favore della Croce Rossa americana, organizzato proprio dall´associazione che l’ aveva respinta quattro anni prima, e davanti a un pubblico multirazziale.
La Anderson proseguí poi la sua trionfale carriera di concertista fino ad abbattere un’ altra barriera razziale. Il 7 gennaio 1955, infatti, divenne la prima cantante afroamericana della storia ad esibirsi al Metropolitan di New York, nel ruolo di Ulrica nel Ballo in maschera, su invito del General Manager del teatro Rudolf Bing e sotto la direzione del grande Dimitri Mitropoulos. Negli anni successivi la cantante viaggiò in tutto il mondo come “Godwill ambassador” del governo degli Stati Uniti e fu nominata dal presidente Eisenhower delegato ufficiale alle Nazioni Unite nel comitato per i diritti umani.
Il 20 gennaio 1961 la Anderson fu invitata a cantare alla cerimonia d´insediamento del presidente John F. Kennedy e nel 1963 cantò alla marcia di Washington per i diritti civili, prima del celebre discorso tenuto da Martin Luther King. Insignita delle massime onorificenze da parte del governo americano come la Presidential Medal of Freedom, nonché di numerosi altri riconoscimenti civili e accademici, Marian Anderson morí a Portland l’ 8 aprile 1993.
Marianna Farm, la sua residenza di Danbury, dopo la sua scomparsa venne trasformata in un museo a lei dedicato. Un altro museo è presente nella casa natale dell’ artista a Philadelphia, a cura della “Marian Anderson Historical Society”.
Figura storica, e non solo per motivi musicali, la Anderson possedeva una delle piú affascinanti voci di contralto mai ascoltate sulla scena.
Come testimoniano le numerose incisioni discografiche disponibili, la voce era caratterizzata da un timbro di grande fascino, messo in rilievo da una tecnica eccellente e con quelle affascinanti screziature di sensualità che da sempre sono una caratteristica peculiare delle cantanti di colore. Chi conosce i dischi di Leontyne Price, Shirley Verrett e Grace Bumbry sa a cosa alludo.
Tra tutte le sue registrazioni, consiglierei senz’ altro a chi non conoscesse ancora questa voce straordinaria la Rapsodia per contralto di Johannes Brahms, incisa sotto la direzione di Pierre Monteux.
Purtroppo, negli anni migliori della sua carriera Marian Anderson declinò sempre gli inviti ad esibirsi sulle scene teatrali, adducendo come motivo la sua inesperienza in materia di recitazione, ma le sue incisioni di brani operistici appartengono agli esiti massimi della discografia di tutti i tempi e la pongono senza dubbio tra le più grandi artiste del Novecento.
Il grande tenore Giacomo Lauri Volpi, nel suo libro “Voci parallele”, la cita come una delle cinque “voci isolate” della storia del canto, dalle caratteristiche talmente inconfondibili da non potersi paragonare con nessun’ altra. Ma, come ripeto, il motivo che mi ha spinto a ricordarla in questa sede é anche il fatto che la carriera di Marian Anderson é stata senz’ altro una delle circostanze fondamentali nel processo evolutivo di integrazione razziale che ha portato, nel corso degli anni, un esponente della razza afroamericana ad essere eletto alla massima carica politica della nazione più potente del mondo.
Vincenzo La Scola, 26.1.1958 – 15.3.2011
Ho appena appreso la notizia della improvvisa scomparsa del grande tenore palermitano Vincenzo La Scola, deceduto per un infarto che lo ha colto mentre si trovava in Turchia, dove stava tenendo una serie di masterclasses.
Quando ci si trova dinanzi a disgrazie così repentine, è veramente difficile esprimere un commento. Chi fosse Vincenzo La Scola, lo sanno tutti gli appassionati di opera lirica. Io voglio ricordarlo qui con un brano tratto da una delle sue più belle interpretazioni, Edgardo nella Lucia di Lammermoor eseguita alla Scala nel 1992 accanto a Mariella Devia.
Addio Vincenzo e che la terra ti sia lieve.
Rigoletto o il pericolo della memoria
160 anni fa, l´11 marzo 1851, veniva rappresentato per la prima volta, al Teatro La Fenice, il Rigoletto.
Rileggiamo per l´occasione questo saggio di Paolo Patrizi apparso per la prima volta nel programma di sala della stagione estiva alle Terme di Caracalla del Teatro dell´Opera di Roma e poi ripreso dalla rivista online Drammaturgia
Esiste un’edizione discografica del Rigoletto (Emi 1978, direttore Julius Rudel, con Sherrill Milnes, Alfredo Kraus e Beverly Sills) che la critica accolse con disattenzione, ma che – oltre alla curiosità di proporre un’aria aggiuntiva, d’incerta provenienza verdiana, destinata al personaggio di Maddalena – rappresenta un buon punto di partenza per una ricognizione drammaturgica. In quest’incisione (poco importa se per scelta precisa o circostanza fortuita) Sparafucile e Monterone sono affidati allo stesso interprete, il non ancora celebre Samuel Ramey: con la conseguenza che la maledizione e il suo materiale esecutore hanno la medesima voce.
È un esito interessante, perché si va a collocare all’interno d’una più vasta rete di simmetrie e specularità: Marcello Conati, nel suo Rigoletto. Un’analisi drammatico-musicale (Marsilio 1992), sottolinea il transfert vocale tra Monterone e il protagonista, entrambi padri offesi nell’onore della figlia ed entrambi chiamati a gravitare, nella gran scena dove si fronteggiano, sulla nota di Do; e le strutture simmetriche investono – se l’allestimento rispetta le didascalie del libretto – pure la scenografia, con un alternarsi d’interni ed esterni, anche nell’ambito del medesimo quadro, che pone personaggi e pubblico in una situazione quasi voyeuristica (la sponda del Mincio e la stamberga di Sparafucile, osservabile al suo interno, da Rigoletto e dagli spettatori, grazie a un gran numero di fessure).
Questo bisogno di creare una corrispondenza – drammaturgica, vocale, visiva – tra gli elementi che danno vita all’opera più vitale di tutto il repertorio italiano deriva, anche, dall’incapacità dei personaggi di porsi in relazione tra loro. I rapporti tra Rigoletto e Gilda, Gilda e il Duca, il Duca e il Rigoletto sono strettissimi (quello che lega un buffone al potente che lo foraggia non è meno vincolante del rapporto tra un padre e una figlia, o tra due amanti), ma circoscritti all’hic et nunc: si vive in un eterno presente dove – per contorta fobia nel caso di Rigoletto, per svagato edonismo nel caso del Duca – la memoria non trova spazio. È probabile che il passaggio dall’ambientazione francese di Victor Hugo a quella padana del libretto abbia contribuito a imprimere ai personaggi una concretezza terragna, dove radicarsi nel “qui e ora” è quasi fisiologico; ed è pure possibile che questa rimozione del passato abbia avuto per Verdi un risvolto autobiografico: la composizione del Rigoletto coincise con la rottura di rapporti con suo padre, dopo che questi si era rifiutato di accettare la relazione tra il figlio e la “traviata” Giuseppina Strepponi.
In ogni caso, la memoria è messa al bando. L’unico istante in cui il Duca si volge al passato – l’aria Parmi veder le lagrime – è uno strappo alla vera natura del ruolo, che per un momento acquista la consueta fisionomia del tenore amoroso e dismette i panni, tenorilmente ben più insoliti, di “antieroe positivo” o, se si preferisce, di simpatico farabutto; mentre l’unica che davvero saprebbe guardare indietro – Gilda – è di fatto un personaggio senza passato, un’adolescente che non conosce gli uomini e la vita. Quando impara a conoscerli, sarà proprio l’impossibilità di dimenticare che la porterà alla morte. In questa prospettiva un brano come Caro nome, all’apparenza antiquato ed esornativo, acquista una logica inoppugnabile: sì, in questa pagina – un tuffo all’indietro di almeno vent’anni, con il suo belcanto di bravura – Verdi arretra le lancette dell’orologio. Ma appunto perché è uno dei pochi momenti retrospettivi. In un’opera così oltranzisticamente dismemore, era inevitabile che i lampi di memoria si ancorassero a una forma espressiva più tradizionale (per il tenore) o ad una vocalità più “datata” (per il soprano).
Coerentemente con una vicenda che, nei primi due atti, si concentra nel ritmo incalzante di circa ventiquattr’ore («E tutto un sol giorno cangiare poté!»), il libretto di Piave è un florilegio di frasi smemorate, a cominciare da quel «Gran nuova! Gran nuova!» gridato quasi all’inizio da Marullo, che mostra come pure i cortigiani, intesi quale unico grande personaggio, rifuggano il passato interessandosi solo alle “nuove”; sicché quel «S’ho dormito sempre!» con cui lo stesso Marullo, nel secondo atto, rintuzza la frase di Rigoletto circa gli avvenimenti della notte prima non è solo un modo di eludere l’indagine del buffone: è la metafora d’un sonno capace di rimuovere ogni avvenimento. Una delle prime battute del protagonista («Che coglier mi puote? Di loro non temo») mostra poi come, nel gorgo che travolge quella corte, neppure per il futuro resti spazio. Anzi, che il futuro spaventi più del passato è confermato dall’angosciatissimo «Mi coglierà sventura?» su cui si chiude il soliloquio Pari siamo: un’angoscia che Rigoletto tenta invano di esorcizzare con un repentino ritorno al presente («Ah no, è follia»).
Alle volte il rifiuto del passato assume la forma dell’implorazione («Deh, non parlare al misero / Del suo perduto bene», dice Rigoletto alla figlia, per poi tornare alla concreta spietatezza del presente con un «Padre ti sono, e basti»); voltarsi indietro è possibile solo a prezzo d’una sintesi straziante, che fa concentrare tutta la propria storia d’amore in sole sette parole: «Solo, difforme, povero, per compassion m’amò». Perfino Monterone nella sua seconda, fugace comparsa sembra rinnegare il passato, rimangiandosi la maledizione che aveva tuonato il giorno prima. Sicché, paradossalmente, il miglior esercizio di memoria viene fatto dal Duca, quando dice a Maddalena «Un dì, se ben rammentomi, / O bella, t’incontrai». Si tratta d’un passato forse fittizio, comunque da rivangare solo a scopi seduttivi, ma almeno serve a uscire da questo patologico presente; e siccome, nelle schermaglie che seguono, il libertino ammette «Un mostro son» se ne deduce che il Duca è l’unico personaggio ad avere piena consapevolezza di sé. È abbastanza perché l’assolutoria simpatia concessagli dall’autore appaia tutt’altro che immotivata.
La mancanza di senso del passato diventa mancanza di senso della realtà (un padre che si rifiuta di dire alla figlia il proprio nome) e, talvolta, di capacità percettiva: sarebbe altrimenti difficile spiegare come la tagliente intelligenza del protagonista possa cadere nel puerile trabocchetto della scala tesogli dai cortigiani. La verosimiglianza di una beffa così violentemente farsesca – una sorta di rovesciamento dell’«inutil precauzione» di Don Bartolo – sta però nella circostanza, forse non abbastanza messa a fuoco, che il Rigoletto comincia come un’opera buffa. O meglio: il tenebroso preludio con cui inizia è un chiaro anticipo del dramma che verrà. Ma è una sorta di memento, tanto più necessario quanto più grande sarà la smemoratezza cui i personaggi andranno incontro. Resta fermo che il sipario si apre su musica e situazione da commedia, e il fatto che Rigoletto sia un buffone di corte dovrebbe farci riflettere: una delle figure più tragiche della storia del melodramma è un personaggio che, di mestiere, fa ridere la gente.
Stando così le cose, si dovrebbe guardare con interesse a quella manciata di cantanti imbrigliati nel cliché del baritono comico-brillante che, magari in via occasionale, si sono cimentati nel Rigoletto: le interpretazioni di Mariano Stabile, Renato Capecchi, Sesto Bruscantini, Rolando Panerai – assai diverse tra loro sotto il profilo degli esiti vocali – sono state importanti proprio per la cura di quell’aspetto da opera buffa presente nei primissimi quadri, e che prepara il terreno alla semina della tragedia. Ma c’è di più: sono i baritoni comici che hanno sottolineato meglio di altri il lato malvagio di Rigoletto.
Estrapolata dal suo contesto, che era un tentativo di salvare le caratteristiche del dramma di fronte alle modifiche richieste dalla censura, la celebre frase di Verdi («Un gobbo che canta… esternamente difforme e ridicolo, ed internamente appassionato e pieno d’amore») ha finito per offrire il destro a una serie di raffigurazioni smussate, che glissano sull’aspetto diabolico e le tare psichiche di Rigoletto per concentrarsi sull’afflato patetico e la dolcezza paterna. È una forma d’idealizzazione (e in fondo anch’essa di censura) attribuita, nella storia dell’interpretazione operistica, anche a un altro grande personaggio di matrice victorhughiana: Lucrezia Borgia. Ma se la Borgia “angelicata”, come purificata dai propri misfatti e dalle proprie aberrazioni in virtù della maternità – esattamente come dovrebbe fare la paternità con Rigoletto – può trovare fondamento nella scrittura vocale di Donizetti, che comunque presenta anche momenti confacenti a un’incarnazione molto più “nera”, nel caso del gobbo verdiano sarebbe azzardato pensare che la crudeltà sia solo la maschera del personaggio, e la dolcezza il suo vero volto.
Il Triboulet di Hugo è ancora peggiore di Rigoletto, è lui che istiga al vizio il suo signore e fa circolare nella corte il contagio della depravazione. Pretendere che, nell’opera di Verdi, la corruzione del Duca e dei cortigiani sia un prodotto dell’arte manipolatrice del loro buffone non avrebbe fondamento, ma la questione resta aperta: Rigoletto si trasforma in mostro davanti al precipitare degli eventi o è già un mostro di per sé? Nei primi decenni del Novecento i baritoni di ceppo belcantistico (Mattia Battistini prima, i suoi numerosi epigoni poi) hanno rigettato quest’ipotesi: l’eventualità che, dietro la facciata dell’amore paterno, quello con Gilda fosse un rapporto egoistico e patologico («Mia colomba… lasciarmi non dêi… / Se t’involi… qui sol rimarrei…») non era presa in considerazione. La raffigurazione violenta – inevitabile corollario d’una vocalità ciclopica – di Titta Ruffo ha poi aperto una nuova prospettiva: nelle generazioni successive più d’un grande interprete ha preferito vedere in Rigoletto il «vil scellerato»
di Pari siamo, e in quella cavalcata a precipizio verso il male che è Sì, vendetta la vera epitome del personaggio, piuttosto che una figura all’ultimo stadio della degradazione ma con un’ineliminabile nobiltà di fondo. E che oggi si torni verso un Rigoletto “belcantista”, sia pure aggiornato rispetto al gusto battistiniano, rientra in una normale dialettica di corsi e ricorsi.
La chiave di volta, probabilmente, sta in quella frase nevralgica che è «Ma in altr’uom qui mi cangio», dove Rigoletto commenta la propria metamorfosi da criminoso pagliaccio a genitore che cerca rifugio tra le mura domestiche (una trasformazione sottolineata anche dalla scrittura vocale, con il passaggio di registro, all’attacco della frase, dal Si naturale al Mi). È proprio questo “altro uomo” che, almeno in parte, viene a mancare nelle interpretazioni più sensibili agli impulsi negativi del personaggio; ma in questa bipolarità tra crudezza espressiva d’un recitar cantando che esalta l’aspetto mostruoso del buffone, da un lato, e armamentario canoro del baritono grand seigneur che sfuma i momenti più scabri attraverso il proprio aplomb vocalistico, dall’altra, non è sempre facile schierarsi con le ragioni del belcanto.
Non lo è sotto il profilo drammaturgico, dato che, come si è visto, in quest’opera dove il passato fa paura il belcanto è semmai il porto dei rari ancoraggi alla memoria. Ma non lo è neppure sotto un aspetto più oggettivo, e cioè partitura alla mano. Una disamina in tal senso rivela come i momenti di canto tagliente o declamato siano tutt’altro che minoritari; e pure sulla natura delle pagine che, inequivocabilmente, richiedono canto sul fiato, legato e mezzevoci – da Veglia, o donna a Miei signori – ci sarebbe da discutere.
Veglia, o donna è stato per decenni dimidiato nella prassi esecutiva (cantato cioè solo nella sua seconda esposizione a due voci, sia pure su parole diverse, con il soprano, negando al baritono la prima esposizione solistica), appunto in un’ottica volta a minimizzare quanto di soffice e affettuoso si trova nella vocalità di Rigoletto; e tuttavia il Veglia, o donna preziosamente centellinato, atto a far delibare smorzature e rallentandi, è a sua volta un arbitrio che imprime un tempo più lento di quello previsto da Verdi, togliendo al brano quella carica di ansia che, dietro la facciata dell’affettuosità, lascia trapelare tutte le patologie del protagonista. Anche su Miei signori ci sarebbe da discutere, perché qui la dolcezza commossa potrebbe con pari verosimiglianza cedere il passo a una supplica farisaica, dove il personaggio resta crudele pure nella disperazione. Certo: un Rigoletto a ciglio asciutto quando canta «Ebben, piango» rischia di peccare d’insensibilità. Ma la cosa può assumere una straordinaria verità interpretativa se si pensa che nell’unico momento in cui è davvero se stesso – ancora Pari siamo – ammette con amarezza che «il retaggio d’ogn’uom m’è tolto… il pianto!…».
Vien fatto di pensare, insomma, che il Rigoletto dal canto morbido e nobile sia una forzatura, per quanto squisita, al pari di tanti Germont della Traviata belcantisticamente risolti attraverso una vocalità sfumata, affettuosa, commossa: cosa che obbedisce all’esteriorità di molte pagine, ma dimentica come Germont stia mettendo in atto un’autentica opera di distruzione di Violetta. Sicché il Rigoletto né idealizzato né magniloquente inviso alla scuola baritonale (e alla critica) più oltranzisticamente vocalistica sarà pure, com’è stato detto, “verista” e “borghese”. Ma non per limiti congeniti, bensì perché parte da premesse diverse: un’opera che teme gli indugi della memoria, con un avvio da commedia e uno sviluppo da dramma truculento. Il tutto, se possibile, da affidare a un baritono con talento comico.
Lo stato allucinatorio che, quasi dall’inizio alla fine, accompagna il protagonista potrebbe poi essere il viatico per interpretazioni di taglio addirittura espressionistico. È un’allucinazione che, ancora una volta, trova sintesi in Pari siamo, dove le immagini evocate – Sparafucile, Monterone, il Duca, i cortigiani – danno l’idea di scorrere come se passassero non sotto i nostri occhi, ma sotto quelli del monologante; e ci si può anche spingere più in là, ipotizzando – è la tesi di uno studioso di sicura fede verdiana come Gustavo Marchesi – che l’intero Rigoletto sia la storia di un’allucinazione, e tutti i personaggi siano fantasmi della mente del protagonista. Il finale della tragedia di Hugo, che prevede l’improvvisa apparizione di una folla attorno a Rigoletto sul cadavere di Gilda, e fa calare il sipario su una battuta tanto più asettica quanto più irreale (la diagnosi di decesso da parte d’un medico sopraggiunto all’ultimo momento), potrebbe corroborare una simile lettura. Verdi – anticonformista, sì, ma abbastanza pragmatico da non deludere ogni aspettativa del pubblico – preferì rinunciare a un epilogo così straniante, limitandosi a un ultimo duetto. Ma la macchina destinata a scompaginare tutte le certezze del lessico operistico, ormai, l’aveva messa in moto.
Paolo Patrizi



