Sulla filologia esecutiva

L’ amico Marco Ninci, che giá é stato ospite di questo blog, mi ha mandato un suo intervento riguardante la questione, molto dibattuta, delle tendenze esecutive odierne riguardanti la filologia  applicata alla musica barocca e le esecuzioni su strumenti d’ epoca.

Penso che il  centro focale della discussione sia il rapporto fra l’ originale, considerato nella sua purezza, e ciò che di questo originale arriva all’ascoltatore, il quale si trova sempre nelle situazioni più diverse di tempo e di spazio. Intanto, che cos’è l’originale? Possiamo noi ricostruire un testo, qualsiasi testo, in maniera tale da ricondurlo al momento in cui è uscito dalla testa del compositore, già fatto e pronto all’ uso, come Minerva nell’ attimo in cui esce dalla testa di Giove? Ecco, questo tentativo, come sa ogni buon filologo, è destinato a fallire. E ciò anche nel caso in cui abbiamo il manoscritto del compositore. Questo può essere pieno di errori e non è sempre facile distinguere l’ errore da una volontà precisa dell’ autore. E infatti, che altro sono mai le varianti di autore? Quando poi il manoscritto non c’ è, tutto diventa congetturale, affidato all’ acutezza e al buon senso dell’ editore; ma non siamo assolutamente nel campo della verità assoluta, cui si fa corrispondere molto spesso, e Dio solo sa quanto a torto, il concetto di “originale”. E poi, anche a prescindere da questa problematica, c’ è il problema della ricezione, che di originale non ha niente. Non penseremo mica davvero di ascoltare le Cantate di Bach così come le ascoltavano i fedeli nella Thomaskirche di Lipsia? Anche se per assurdo potessimo ipotizzare un’ esecuzione musicale perfettamente sovrapponibile a quella di allora, saremmo noi ascoltatori che sovrapporremmo la nostra sensibilità a quella realtà musicale e ne modificheremmo fatalmente il senso. Perché la nostra ricettività, il nostro essere, le nostre motivazioni psicologiche e sociali non hanno nulla a che vedere con quanto muoveva quella comunità situata nella prima metà del Settecento. Anche il concetto di “magrezza” che noi attribuiamo a quella musica non so quanto sia storicamente fondato e quanto non sia invece attribuibile alla nostra volontà di fondare una cesura; vale a dire, di allontanare un simile mondo da quello del romanticismo. Tant’ è che noi abbiamo notizia di concerti diretti da Corelli a Roma con un numero smisurato di archi; il che contraddice le prassi odierne. E poi, prescindiamo anche da questo. Quand’anche noi fossimo sicuri della magrezza originale del suono barocco, chi può escludere che questa magrezza fosse dovuta a contingenze esecutive e che invece l’ orizzonte dei compositori più grandi guardasse in avanti ed avesse in sé l’ esigenza di organici diversi? Da questo punto di vista si può dire che il futuro, anche l’ aborrito futuro romantico, si sia posto in continuità con il barocco e abbia costituito il suo naturale esito (e non, come pensano alcuni,che ci sia una linea di continuità unicamente fra il barocco e il novecento, saltando il romanticismo). In altre parole, se si considerasse soltanto il contesto dell’ opera eseguita, noi saremmo condannati a non capirne nulla; infatti ciò che viene dopo è altrattanto di importante di ciò che viene prima e di ciò che appartiene allo stesso periodo dell’ opera. Io studio i filosofi neoplatonici. Ebbene, la traduzione latina di Plotino da parte di Marsilio Ficino, risalente alla fine del Quattrocento, è a tutt’ oggi fondamentale per la comprensione del filosofo greco. E questo perché Marsilio, pur avendo a disposizione un testo greco neppure paragonabile criticamente a quelli ordierni, aveva una comprensione filosofica incomparabilmente maggiore; la ragione di ciò è che si sentiva parte di quella tradizione, in assoluta continuità con lei. Una specie di Furtwaengler che esegue Bach, contrapposto ai moderni Herreweghe o Harnoncourt. Un ultimo esempio. Quello del “Don Giovanni” mozartiano. Quest’ opera è stata un mito per i romantici; basti pensare a Hoffmann. E nell’ Ottocento tagliavano la scena finale dell’ opera, come faceva anche Mahler. Questo in omaggio al mito dell’ eroe maledetto; con la sua fine doveva terminare l’ opera. Che importanza poteva avere la slavata moralità che seguiva? Con questo si dava importanza a un elemento che nell’ opera esiste, che le dona una tensione straordinaria in direzione del futuro. Quindi il romanticismo non tradisce l’ opera, le dà una sua verità. E tuttavia la moralità del finale ha un suo senso. Fa capire che l’ ambiente che circonda Don Giovanni ha una dignità, è in diritto di parlare e di giudicare, non è composto di figurine degne di appartenere unicamente a uno sfondo. Don Ottavio non è un eunuco, ma è sinceramente e appassionatamente innamorato di Donna Anna. I contadini hanno la loro vita, la cialtroneria di Leporello è immortale e Donna Elvira ha avuto il cuore per sempre spezzato. Il supremo equilibrio della posizione mozartiana è l’ equilibrio dei grandissimi, di coloro per i quali tutti hanno diritto di parlare e ogni personaggio, quando parla, ha ragione lui. Ma non per questo lo squilibrio introdotto nell’ opera dall’ interpretazione romantica non ha una sua ragion d’ essere. Al contrario. Coglie in quella perfezione l’ aurora dei tempi nuovi.

Marco Ninci

Simply perfect:Nathan Milstein

Milstein Nathan Milstein, grande violinista statunitense nato in Ucraina, appartiene a buon diritto al ristretto numero dei musicisti che hanno scritto pagine decisive nella storia interpretativa del Novecento. Il fraseggio epico e grandioso che emerge dalle sue registrazioni é una caratteristica che non si sente piú nei violinisti odierni, piú o meno una serie di robottini tutti simili l´uno all´altro, appagati dal culto di una perfezione tecnica fine a se stessa, fatta eccezione al massimo per Joshua Bell e, forse, per Maxim Vengerov. Nato a Odessa il 31 dicembre 1903, in quell´Ucraina che diede i natali, tra gli altri, anche a David Oistrakh, Leonid Kogan e Isaac Stern, inizió a studiare lo strumento all´etá di quattro anni, spinto da una madre che temeva avesse problemi a causa del suo temperamento molto irrequieto. Il suo primo insegnante fu Pjotr S. Stoljiarsky, maestro anche di Oistrakh. Il talento di Milstein si sviluppó rapidamente, al punto di poter debuttare all´etá di dieci anni, eseguendo il Concerto di Glasunow sotto la direzione del compositore. Un anno dopo, il leggendario Leopold Auer lo invitava ad essere suo studente al Conservatorio di San Pietroburgo. Milstein vi rimase fino al 1917, quando Auer emigró in Norvegia. Tornato ad Odessa, Milstein conobbe il grande pianista Wladimir Horowitz, con cui stabilí una solida amicizia. Suonando insieme, i due amici viaggiarono per tutta l´Unione Sovietica fino al 1923. Possiamo purtroppo solo immaginare come dovette essere un concerto a San Pietroburgo in cui, sotto la direzione di Glasunow, Milstein suonó il Concerto del compositore e, di seguito, Horowitz scatenava l´entusiasmo della platea eseguendo il Primo di Liszt e poi il Terzo di Rachmaninov… Un anno piú tardi, un funzionario governativo persuadeva i due giovani musicisti ad accettare un passaporto speciale per suonare all´estero, in qualitá di ambasciatori culturali della giovane repubblica sovietica. Il duo suonó a Parigi, Berlino e Bruxelles, dove Milstein conobbe il grande Eugene Ysaye e studió con lui per alcuni mesi. Nel giro di pochi anni, le ultime istituzioni democratiche sovietiche furono spazzate via dall´avvento di Stalin, e Milstein prendeva, insieme ad Horowitz, la via dell´esilio.Il pianista poté tornare nella sua terra, accolto come un sovrano,nel 1986. Milstein non fece mai piú ritorno in patria, scegliendo gli USA come luogo definitivo di residenza ed ottenendone, nel 1942, la cittadinanza. In America, il violinista otteneva clamorose affermazioni sia in duo con Horowitz che con il trio formato dai due insieme al violoncellista Gregor Piatigorsky. La stampa americana li soprannominó "I tre moschettieri" nel corso di una trionfale tournée del 1929. Da qui in poi, la carriera di Milstein continuó, in una serie ininterrotta di successi, fino al 1987, quando una frattura ad un braccio lo costrinse al ritiro. Il violinista, decorato con la Legion d´Honneur nel 1968 e insignito nel 1975 di un Grammy Award alla carriera, morí a Londra il 21 dicembre 1992. Cosí lo ricordava quel giorno, sul New York Times, il grande critico Harold Schonberg: "He could have been the most nearly perfect violinist of his time (…) Jascha Heifetz had a more electrifying technique, but there were those who considered him, rightly or wrongly, too cool and objective. Joseph Szigeti, who may have a more probing musicianship, never had the tone or technique of Mr. Milstein,who was able to bring everything together in a way matched by very few violinists of his time". Probabilmente, Milstein non presentava, nel suo modo di suonare, le caratteristiche tipiche dei grandi violinisti russi della generazione precedente la sua. Non aveva l´eleganza salottiera di un Mischa Elman o la spettacolaritá tecnica con la quale Jascha Heifetz mandava in visibilio le platee. Fu comunque uno degli ultimi violinisti della storia a possedere il dono del fraseggio "grande",aristocratico. Dotato di una tecnica superba e di un suono caldo, cantante, timbricamente caratterizzato nella sua personalitá, Milstein suonava con uno scrupoloso senso dello stile e sobrietá espressiva. Dal 1936 svolse anche un´intensa attivitá discografica, per cui la sua arte é documentata in maniera sicuramente abbastanza completa. Per chi volesse conoscere quello che occupa una posizione di primo piano tra i miei violinisti preferiti, raccomando, innanzi tutto, il live del Concerto di Brahms registrato nel 1950 con la New York Philharmonic diretta da Victor De Sabata, e il disco DG del 1973 con i Concerti di Mendelssohn e Tschaikowsky incisi insieme ai Wiener Philharmoniker diretti da un Claudio Abbado galvanizzato al massimo dalla presenza di un simile solista. Ma il capolavoro discografico di Nathan Milstein rimane l´incisione completa DG delle Sonate e Partite di Bach. Una pietra miliare della musica incisa, un capolavoro di una bellezza assoluta ed eterna; un disco che ogni appassionato di musica dovrebbe possedere.
Ascoltiamo come esempio la celebre Ciaccona.

I barocchisti radicali

Ascoltavo oggi alcuni brani della nuova edizione discografica del Don Giovanni diretta da René Jacobs. Da qui volevo partire per alcune considerazioni di carattere generale su tutta la prassi esecutiva degli strumenti costruiti alla maniera antica.

Non c’ è dubbio che questo movimento, reso popolare a partire dagli anni Settanta tramite interpreti come Nikolaus Harnoncourt, Gustav Leonhardt, i fratelli Kuijken, Christopher Hogwood, Trevor Pinnock e John Eliot Gardiner, abbia offerto apprezzabili contributi sul piano della ricerca filologico-testuale e del recupero di criteri esecutivi da tempo andati in disuso. Quello che personalmente ho trovato sempre molto discutibile è la radicalizzazione e l’ estremizzazione delle scelte da parte di questa categoria di interpreti. Per essere più chiari, i musicisti di questa scuola riducono tutto il lavoro dell’ interprete a due soli parametri: il suono e il tempo. Ma non si può ridurre solo a questi due criteri le scelte esecutive, perchè suono e tempo sono elementi dell’ esecuzione musicale,ma non l’ esecuzione. E meno che meno l’ intepretazione.

Cosí, tramite la ricreazione di un suono genericamente antico e dall’ adozione di tempi generalmente spediti e dinamiche a terrazza, si crede di aver costruito una lettura musicale. Ma questo sfiora appena i problemi posti da autori come Mozart, la cui apparente semplicità di linguaggio nasconde al suo interno tutta una serie di significati eccezionalmente complessi e ambigui. Voler esaltare, come nel caso del Mozart di Jacobs, i legami di questo teatro con l’ operismo barocco, che pure esistono, significa ignorare la carica innovativa che le partiture del compositore salisburghese contengono e che ne determinano in buona parte la grandezza. Senza contare che nel campo della concertazione vocale, gli interpreti di questa scuola hanno sempre proceduto con scelte compiute a casaccio. Chi conosce certi dischi di Harnoncourt, Hogwood, Gardiner e Jacobs sa a cosa alludo.

Rifiuto del vibrato che pure i trattatisti come Tosi e Mancini prescrivono, suoni fissi e agilità eseguite con l’ aspirazione, e soprattutto un assoluto massacro, in molti casi, della pronuncia italiana che per autori come Monteverdi e lo stesso Mozart è un’ esigenza assolutamente fondamentale. Ma tornando alle scelte strumentali, la questione di limitare i criteri intepretativi alla correttezza del mezzo sonoro impiegato è secondo me assolutamente assurda. Per fare un esempio pratico dei più evidenti, il Bach eseguito da Glenn Gould al pianoforte è intepretativamente molto piú significativo e stilisticamente piú appropriato di quello del 90% dei clavicembalisti odierni. Lo stesso dicasi per le intepretazioni bachiane di violinisti come Henryk Szeryng o Nathan Milstein.

L’ ideologia del barocchismo radicale ha portato, in molti casi, allo stravolgimento interpretativo delle partiture e alla mortificazione delle personalità intepretative. Personalmente credo che da esecuzioni operistiche come quelle di Jacobs o Arnold Östman, con il loro trionfo di suoni gessosi, fissi e fischianti in orchestra e sulla scena, col loro fraseggio nevrotico e sobbalzante e la dinamica in bianco e nero, la personalità formidabile di un autore come Mozart esca gravemente diminuita.