Noia mortale:Don Carlo alla Scala

Dopo aver assistito alla tramissione televisiva, su ARTE, del Don Carlo scaligero, ed aver riguardato la registrazione,l a mia opinione definitiva é questa:si tratta di uno spettacolo che non riesce nemmeno ad irritarmi. Preceduta dal consueto strepito mediatico, ulteriormente arroventato alla vigilia dalla polemica relativa alla sostituzione del tenore, la serata é scivolata stancamente in un´atmosfera di noia plumbea, per merito principale del direttore d´orchestra e del regista. Daniele Gatti é il maestro che una certa parte della Milano musicale ha giá scelto come Principe Ereditario e Successore della Real Casa.Questa serata doveva pertanto costituire l´intronizzazione definitiva del Delfino sul trono che fu di Claudio Abbado, indegnamente usurpato da Riccardo Muti. Purtroppo,le cose sono andate in maniera diversa. Musicista di indubbio talento e cospicue capacitá, Gatti non possiede ancora, a mio avviso, una personalitá intepretativa sicura. Questo lo porta spesso a calcolare gli effetti a tavolino, indipendentemente dalla musica che affronta. Non ho percepito nessuna concezione d´insieme nel suo Don Carlo. Solo il cesello insistito di alcuni particolari ed un fraseggio orchestrale caratterizzato da rallentando ed accelerando spesso del tutto gratuiti. Nessun senso dell´affresco storico, nessuno scavo psicologico dei personaggi in una partitura che necessita assolutamente di tutto questo. Solo un condurre l´orchestra disinteressandosi completamente della concertazione vocale,con i cantanti lasciati da soli a cavarsela secondo le loro possibilitá.Visto poi che il cast,sotto questo aspetto,offriva ben poco,era logico che la serata scivolasse piano piano in un´atmosfera di piattezza e grigiore. Molto del suo ce l´ha messo anche Stéphane Braunschweig, che ha ideato una scenografia spoglia e buona per qualsiasi opera del repertorio, con costumi di una tale banalitá da dar l´impressione che ogni cantante si fosse portato da casa uno vecchio che aveva. Capacitá di creare un clima, un´atmosfera qualsiasi: semplicemente,non pervenute.Un banale dirigere il traffico, con i solisti a trarsi d´impaccio per conto loro.
Abbandonata a se stessa dal direttore e dal regista, la compagnia ha badato, in linea generale,a portare a casa la serata senza troppi danni. Questo vale in particolare per il tenore Stuart Neill,mandato in scena in un modo che si segnala veramente per la assoluta mancanza di educazione,come si legge qui. In pratica, hanno detto chiaramente che lo facevano cantare solo perche non c´era altro. Quelle finesse, Monsieur Lissner….Con queste premesse, Neill se l´é cavata abbastanza bene, arrivando in fondo senza danni.Alla fine,era quello che si voleva da lui, e casomai qualche idea interpretativa in piú avrebbe dovuto suggerirgliela Gatti,che se n´é completamente disinteressato. Di un maggior sostegno da parte di direttore e regista avrebbe avuto molto bisogno Dalibor Jenis, un baritono dalla voce interessante, ma tecnicamente e interpretativamente immaturo. Della grandezza aristocratica,dell´allure e del patetismo che il canto di Posa dovrebbe esprimere, nessuna traccia. Contrariamente ai colleghi,Ferruccio Furlanetto é una vecchia volpe di teatro, dotato di esperienza e carisma scenico in abbondanza.In questo modo, ha potuto provvedere da sé a quanto non gli avevano suggerito i responsabili dello spettacolo, e il personaggio di Filippo II é venuto fuori con una buona dose della truce grandezza che gli si addice.Purtroppo, la voce é ormai veramente troppo usurata, ingolata e dura, e l´incapacitá di sostenere le frasi legate del monologo abbassava di molto la credibilitá del sovrano tradito che medita sul suo futuro. Dell´Inquisitore, impersonato da Anatolj Kotscherga, meglio tacere, al massimo si puó dire che una direzione artistica che scrittura un elemento del genere, che con il canto italiano non ha mai avuto nulla a che fare, dimostra puramente e semplicemente di non avere orecchie.Abbandonata a se stessa da Gatti e Braunschweig, Fiorenza Cedolins ha trasformato la regina di Spagna in un´orfanella spaurita. Non che abbia cantato male, ma la parte non le si addice in primo luogo per la mancanza di consistenza della prima ottava, necessaria in una tessitura come quella di Elisabetta, che a volte é addirittura piú bassa di quella di Eboli. Cosí, a parte la discreta esecuzione dell´aria del primo atto, per tutto il resto della serata abbiamo ascoltato un canto dimesso,timido, privo di personalitá ed autoritá vocale. Qualitá,quest´ultima,che non fa difetto a Dolora Zajic, mezzosoprano da battaglia abituato a puntare tutto sullo squillo ed il volume. Solo che la finezza non é mai stata il punto di forza della signora, e cosí, dopo una Canzone del Velo molto pasticciata nelle agilitá, abbiamo visto e sentito il progressivo affermarsi della solita Eboli invasata, che poco mancava si rotolasse per le terre alla maniera della Bellincioni in Cavalleria Rusticana, augurando la mala Pasqua alla Regina ed all´Infante di Spagna. Ad ogni modo il "Don fatale", eseguito con veemenza e note alte di uno squillo addirittura arrogante, ha provocato l´unico soprassalto emotivo della serata. E adesso,dopo aver faticosamente rivisto la recita,vorrei fare a Gatti un ulteriore appunto. Se si decide di eseguire il lamento sul cadavere di Posa, esso deve essere preceduto dal recitativo della versione originale,come facevano Pretre a Venezia nel 1973 e Abbado nel 1977. Se invece, come ha fatto Gatti, si inserisce il brano nella versione riveduta, sulle parole di Carlo "I regni miei stan presso a lui" si crea una stridente frattura tonale, che Verdi non si sarebbe mai sognato di immaginare.
Ecco, abbiamo finito e arrivare in fondo a questo post mi é costato fatica esattamente come rivedere la registrazione. Certo peró che i fischi erano assolutamente censurabili. Sarebbe stato assai piú appropriato, da parte del pubblico, tacere ed esibire uno striscione come quello preparato qualche anno fa dai tifosi interisti, dopo una serie di prestazioni particolarmente negative della squadra.
Lo striscione diceva:NON ABBIAMO PIÚ PAROLE PER INSULTARVI.
Ecco, questa sarebbe stata la reazione adeguata ad un simile spettacolo.

Eugenj Onegin a Stuttgart

Devo dire innanzi tutto che amo molto l’ atmosfera della Staatsoper di Stuttgart. Per un melomane di lungo corso come me, é un piacere trovarsi in un teatro dove si percepisce prima di tutto la voglia di sentire musica. Facilità di accesso estrema, senza le traversie che occorre fare in Italia per procurarsi un biglietto, pubblico assolutamente privo di spocchia vipparola ed una forte presenza di giovani e giovanissimi, tutti animati da una sana curiositá, come il gruppo di adolescenti che occupava i posti vicini al mio venerdí sera, i quali appena hanno individuato che ero un appassionato hanno cominciato a tempestarmi di domande sull’ opera e sull’ autore, in un modo che faceva intuire la voglia di saperne di piú su quel che stavano vedendo. Tutto questo contribuisce a restituirti le condizioni d’ animo necessarie per gustarsi una serata all’ opera. Dal punto di vista artistico, la Staatsoper è un teatro organizzato secondo il sistema tedesco dell’ ensemble e preferisce lavorare con cantanti giovani, cosa che io trovo assai lodevole. Il cast dell’ Eugenj Onegin che ho visto venerdí sera era composto di elementi tutti intorno ai trent’ anni di età i quali, guidati da un direttore forse non geniale, ma molto esperto, ci hanno fatto ascoltare un’ esecuzione notevole per slancio e freschezza, con alcuni punti veramente eccellenti. Naturalmente il lato negativo nelle cose c’ è sempre e qui, come nella quasi totalitá dei teatri tedeschi, é costituito dagli allestimenti improntati al cosiddetto Regietheater, del quale abbiamo avuto giá modo di parlare e che alle volte sono di notevole disturbo. Il bello é che, a sentire la maggior parte degli spettatori, queste cose sembrano essere sgradite anche al pubblico. Comunque, si cerca di sopportare questo fatto, tranne quando i registi veramente esagerano in assurditá. Qui a Stuttgart, devo citare come esempi estremamente negativi la Fanciulla del West e il Fliegende Holländer messi in scena da Calixto Bieito e la recente Aida di Karsten Wiegand, di cui ho già riferito e che è stata duramente censurata anche dai giornali locali.

Per quanto riguarda l’ opera di Tschaikowsky, la Staatsoper ha affidato la regia a Waltraud Lechner, che nel teatro lavora come direttore degli allestimenti scenici e che si é fatta apprezzare per la sua elegante messinscena dell‘ Idomeneo. La Lechner, in collaborazione col Dramaturg del teatro, Sergio Morabito, ha immaginato di ambientare la vicenda come una storia di nuovi ricchi nella Russia postsovietica. Una scena praticamente unica, ideata da Kazuko Watanabe, funge nei primi due atti da struttura portante di una villa comprata da Larina, la madre delle due ragazze da marito, la quale, dopo i lavori di restauro, inaugura la proprietá con uno sfarzoso party, quello che apre il secondo atto. Dopo la scena del duello, per il terzo atto ci troviamo in un’ esclusiva stazione di sport invernali, dove la società dei nuovi ricchi trascorre le vacanze. Tra essi naturalmente si trova Tatjana, che ha consolidato la sua posizione sociale grazie al matrimonio con Gremin. Devo dire che, fatto salvo il cambio di ambientazione, l’ allestimento era abbastanza gradevole e la regia sobria e senza eccessi. Peccato solo per una caduta di gusto: realizzare il duello tra Onegin e Lenskj come una sfida alla roulette russa non mi è parso opportuno, e l’ atmosfera drammatica della scena ne ha sofferto in maniera evidente. Comunque era uno spettacolo che si lasciava guardare senza grossi fastidi, soprattutto nè lambiccato nè troppo cerebrale.

La compagnia di canto, come ho detto, era estremamente gradevole ed equilibrata in tutti i ruoli. Karine Babajanyan, giovane soprano armeno che da cinque anni lavora con l’ ensemble della Staatsoper, ha delineato una Tatjana impulsiva e vibrante, facendoci ascoltare una voce di bel timbro ed estremamente ben controllata. La ventisettenne Tajana Raj, mezzosoprano di Norimberga che l’ anno scorso ha riscosso un grande successo personale come Idamante, ha impersonato Olga, confermando di essere una delle voci piú promettenti della compagnia. Il basso Liang Lin ha interpretato Gremin con una voce molto piú morbida e controllata rispetto all’ Aida. Nel ruolo di Onegin, il baritono giapponese Shigeo Ishino ha evidenziato gradevoli mezzi vocali e notevoli doti interpretative, sottolineando molto bene l’ evoluzione psicologica del giovane aristocratico blasé e disincantato che al terzo atto si ritrova innamorato infelice della donna che aveva respinto. Ma la vera sorpresa della serata ce l’ ha fornita il tenore russo Roman Shulackoff, non ancora trentenne, debuttante nel nostro teatro, che ha cantato Lenskj con una voce bellissima e sorretta da una tecnica giá ragguardevole. La celebre aria del secondo atto, eseguita con ottime mezzevoci, fraseggio appassionato e acuti squillantissimi, ha strappato un’ ovazione al pubblico. Buone anche le caratterizzazioni di Cornelia Wulkopf come Filipjewna e Heinz Göhrig come Triquet.

Sul podio, dopo la prima recita che si è svolta con il solo accompagnamento pianistico a causa di uno sciopero dell’ orchestra (ebbene sì, queste cose succedono anche in Germania ogni tanto…) c’ era Marc Soustrot, direttore di notevole mestiere e concertatore molto consapevole, ma dalla personalità intepretativa un po’ pallida. In una intervista pubblicata sul programma di sala, il maestro francese si soffermava a lungo sulla raffinatezza della scrittura di Tschaikowsky e sulla varietá dinamica della partitura. Siamo perfettamente d’ accordo, ma non bisogna dimenticare che Onegin è anche un’ opera di sentimenti al calor bianco e di passioni a volte esasperate e questo aspetto, nella direzione di Soustrot, è rimasto un po’ in ombra. Nella scena della festa, culminante nel concertato della sfida, e nel duetto finale, si sentiva davvero la mancanza di una bacchetta con un po’  piú di passionalitá. Ad ogni modo, una direzione sicura e sagace nel sostenere i cantanti, e questo era già qualcosa di positivo. In complesso una serata molto gradevole, con la scoperta di un tenore di cui sono sicuro che sentiremo presto ancora parlare.

Aspettando Don Carlo

Sta per partire la consueta grancassa mediatica relativa alla serata inaugurale della stagione al Teatro alla Scala. Niente di nuovo, la solita sfilata di gente deja vu, politici, manager, attricette, squinzie non megli identificate, mature damazze parate come madonne e con dentature da 50000 Euro. Film giá visto e stravisto, e del resto non é che tutto questo sia solo un vizio italiano. Chi frequenta il Festival di Salzburg o quello di Bayreuth sa bene che da quelle parti ci si puó imbattere molto spesso in un’ atmosfera ancora piú kitsch. Dimentichiamo tutto questo ciarpame e cerchiamo di concentrarci sulla musica. Quest’ anno é di scena il Don Carlo di Verdi, che non nascondo essere una delle mie opere preferite in assoluto. Atmosfera e caratterizzazione magistralmente delineate, con tre ore e mezza di una musica tra le piú organiche e ispirate mai uscite dalla penna del Maestro. Noi qui in Germania potremo, per fortuna, gustarci la serata in televisione su ARTE,con un’ ora di ritardo rispetto all’ inizio dello spettacolo. Devo dire che mi attendo grandi cose dalla direzione di Daniele Gatti ed anche dalla messinscena di Stéphane Braunschweig, di cui ho molto apprezzato la Walküre allestita ad Aix en Provence. Ne riparleremo agli inizi della prossima settimana. Registriamo intanto il pieno successo della felice iniziativa di aprire la prova generale ai ragazzi sotto i 26 anni di etá. Speriamo che sia solo l’ inizio di una politica culturale mirata ad attirare nuovo pubblico al teatro d’ opera.

Aida a Stuttgart: sentire e non vedere

L’ ascolto di un paio di recite del nuovo allestimento di Aida qui alla Staatsoper di Stoccarda é stato un perfetto esempio di come il Regietheater tanto di moda qui in Germania possa, a volte, rovinare un’ esecuzione musicale piú che degna. I giornali di qui hanno censurato duramente la messinscena di Karsten Wiegand e sicuramente con molte ragioni. Ci siamo ormai rassegnati alle trasposizioni d’ epoca, a patto che esse abbiano una loro logica e che non stravolgano i meccanismi drammaturgici della vicenda. Questo é proprio quel che é successo nell’ allestimento di Wiegand, che dell’ Aida riteneva solo l´aspetto militaresco, con una sovrabbondanza di uniformi in stile dittatura sudamericana, e cancellava completamente l’ aspetto esoticheggiante dell’ opera e il conflitto tra amore ed oppressione di potere che sta alla base della trama. Non mi addentro in particolari se non per sottolineare la rara bruttezza delle scene di Bärbl Hohmann, forse adatte ad un Wozzeck, e l’ illogicitá assoluta dei movimenti scenici, che hanno letteralmente mandato a picco la scena del tempio e quella del trionfo. Era meglio dunque concentrarsi sull´esecuzione musicale, che senza arrivare a punte stratosferiche é stata sicuramente di ottimo livello. Merito soprattutto di Manfred Honeck, il Generalmusikdirektor del nostro teatro, che ha proposto una lettura nervosa ed intensamente drammatica dell´opera, servito al meglio dai complessi della Staatsoper che hanno fornito una prestazione veramente di riguardo, particolarmente il coro, che da noi é di ottima qualitá.La compagnia di canto era dominata dall’ Amneris di Marina Prudenskaja, giovane mezzosoprano russo di voce scura e potente e di notevole temperamento drammatico.Un po’ inferiori alle attese l’ Amonasro di Yalun Zhang, non all´altezza delle sue ottime prove precedenti da noi ascoltate qui come Scarpia e Holländer, e il Ramfis di Liang Li, apparso in difficoltá nel legato. La coppia dei protagonisti era affidata a due giovani cantanti sudamericani, accomunati dal fatto di avere mezzi vocali piú tendenti al lirico che al drammatico, e quindi entrambi a volte in difficoltá nelle scene dove la scrittura verdiana si fa piú tesa. Maria José Siri, soprano uruguaiano, ha evidenziato una voce di bel colore,ma leggera nella prima ottava. Ne é risultata un’ Aida notevole nelle due arie ma opaca nei duetti, dove era costretta a forzare quando la tessitura si faceva grave. Il tenore messicano Hector Sandoval ha una voce che ricorda un po’ quella di Richard Tucker, bene impostata ed emessa con sicurezza, ma forse ancora immatura per la parte di Radamés. Molto buono comunque il suo quarto atto, coronato da un eccellente duetto finale reso da lui e dalla Siri con ottime mezzevoci.
Un’ esecuzione musicale di buon livello, come ho detto, a patto di dimenticarsi di quel che si vedeva sulla scena. Purtroppo qui in Germania occorre spesso comportarsi cosí, e stiamo cominciando a farcene una ragione…Ed ora, aspettiamo il prossimo nuovo allestimento: Eugene Onegin, andato in scena l’ altra sera e che io vedró venerdí 5 dicembre.

Marian Anderson

Marian AndersonCome mio contributo ai festeggiamenti per l´elezione di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti,voglio ricordare qui una cantante che ha simboleggiato,nel campo della musica classica,la conquista dei diritti civili da parte degli afroamericani.Marian Anderson nacque a Philadelphia il 27 febbraio 1897,cominció a cantare nel coro di una chiesa battista a sei anni di etá,e dopo aver terminato gli studi superiori,le venne negata l´ammissione ad una scuola superiore di musica a causa della sua razza.Nel 1925 la Anderson fece il suo debutto con la New York Philharmonic Orchestra e tre anni dopo esordiva alla prestigiosa Carnegie Hall.Seguirono numerose tournées in Europa,durante una delle quali la cantante ebbe modo di farsi ascoltare da Arturo Toscanini che la definí "una voce di quelle che nascono una volta in ogni secolo".Nel 1939 la Anderson doveva esibirsi a Washington,dove il prestigioso circolo "Daughters of the American Revolution" rifiutó di concedere per la serata la Constitution Hall,in quanto riservata solo ai bianchi.Immediatamente Eleanor Roosevelt,la moglie del Presidente,rassegnó le dimissioni dall´associazione insieme a centinaia di altri soci.Con la collaborazione dello stesso presidente Roosevelt,il manager dell´artista,il celebre Sol Hurok,e Walter White,segretario della NAACP (National Association for Advancing Coloured People) convinsero il Segretario agli Interni Harold L. Ickes a concedere l´uso dello spiazzo davanti al Lincoln Memorial.La domenica di Pasqua del 1939 Marian Anderson,accompagnata dal pianista finnico Kosti Vehanen,teneva il suo recital davanti a un pubblico di oltre 75000 persone,oltre a milioni di ascoltatori che seguirono l´evento per radio.La Anderson proseguí poi la sua trionfale carriera di concertista fino ad abbattere un´altra barriera razziale.Il 7 gennaio 1955,infatti,divenne la prima cantante afroamericana della storia ad esibirsi al Metropolitan di New York,nel ruolo di Ulrica nel "Ballo in maschera".Negli anni successivi la cantante viaggió in tutto il mondo come "Godwill ambassador" del governo degli Stati Uniti e fu nominata dal presidente Eisenhower delegato ufficiale alle Nazioni Unite nel comitato per i diritti umani.Il 20 gennaio 1961 la Anderson fu invitata a cantare alla cerimonia d´insediamento del presidente John F. Kennedy e nel 1963 cantó alla marcia di Washington per i diritti civili prima del celebre discorso tenuto da Martin Luther King.Insignita delle massime onorificenze da parte del governo americano,nonché di numerosi altri riconoscimenti,Marian Anderson morí a Portland l´8 aprile 1993.Figura storica,e non solo per motivi musicali,la Anderson possedeva una delle piú affascinanti voci di contralto mai ascoltate sulla scena.Giacomo Lauri Volpi,nel suo libro "Voci parallele",la cita come una delle cinque "voci isolate",dalle caratteristiche talmente inconfondibili da non potersi paragonare con nessun´altra.Ma,come ripeto,il motivo che mi ha spinto a ricordarla oggi é il fatto che la carriera di Marian Anderson é stata senz´altro una delle circostanze fondamentali che hanno portato,nel corso degli anni,un esponente della razza afroamericana ad essere eletto alla massima carica della nazione piú potente del mondo.

Aida a Stuttgart ieri sera

AidaStgtNeu__SIG8443Dopo il consueto mese iniziale dedicato ai titoli di repertorio, la Staatsoper di Stuttgart ha inaugurato ufficialmente la stagione con la nuova produzione di Aida, affidata per la parte musicale al Generalmusikdirektor Manfred Honeck e allestita da Karsten Wiegand. Tra gli interpreti, alcuni membri ben conosciuti del nostro ensemble come il mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, il baritono cinese Yalun Zhang, ottimo Scarpia e Holländer nelle passate stagioni, e il basso Liang Li, anch’ esso cinese e che l’ anno scorso ha riscosso qui un grande successo personale come Cardinal de Brogni ne La Juive.
Protagonista é il soprano uruguaiano Maria José Siri affiancata dal Radamés del tenore messicano Hector Sandoval. Io vedró lo spettacolo la sera del 12 novembre e comunicheró qui le mie impressioni.

Lo stato italiano e i teatri lirici

Mentre i teatri italiani si dibattono nelle spire di una crisi senza fine e il governo Berlusconi annuncia nuovi tagli ai fondo per lo spettacolo, mi sembra giusto ripubblicare quanto scritto al riguardo un paio d’ anni fa, dall’ amico Alfonso Antoniozzi.
Le sue parole non hanno perso nulla della loro attualitá.

Ma sì, ma perchè dobbiamo stare qui a perdere tempo dietro ai teatri lirici, che diciamoci la verità sono un baraccone insostenibile che ormai è imploso
e che non aspetta altro che di esplodere facendovschizzare per tutta la città pezzi di corde vocali, note musicali, fogli di musica, archetti, cantinelle,
praticabili e quant’ altro li riempia da sempre, insieme a carte, cartacce, documenti, ritenute d’ acconto, ruolini ENPALS e tutto l’ ambaradan che
la moderna amministrazione richiede per un efficiente funzionamento della baracca.

Ma abbiate il coraggio di dirlo che non ve ne frega più niente, che saremmo molto più utili alla società dietro un bancone di supermercato o a spalare merda nelle varie Fattorie televisive o, meglio, messi a pecora sulla Salaria per cinquanta euro a botta salvo sconti a militari e appassionati, tanto anche se non lo dite appare evidente lo stesso che la volontà neanche troppo nascosta è quella di farci chiudere baracca e burattini senza che nessuno alzi un dito a Roma e, peggio, senza che nessuno si assuma la responsabilità morale e materiale di buttarci tutti in mezzo a una strada.

Coraggio, su, ditelo : della lirica non ce ne frega un beato piffero, ooooh, lo vedete che è liberatorio? E tanto peggio se il resto del mondo parla italiano
anche (direi principalmente) grazie a Verdi, Puccini e compagni, se in questo esatto momento da qualche parte del globo viene rappresentata un’ opera
italiana, se ogni anno migliaia di giovani di tutto il mondo si innamorano della nostra musica, e studiano la nostra lingua, e cercano di cantare all’ italiana, ma
chi se ne frega, ma chiudiamoli questi teatri, cazzo!

Chiudiamoli sul serio però, senza tagliare fondi con le varie finanziarie, senza questo sgocciolio di rubinetto sempre più esile, sempre più misero, che ci costringe a risparmiare settanta euro di scenografia per far quadrare il bilancio, che spinge i teatri a pagare con quaranta-sessanta giorni di ritardo, che mette tutti nella condizione non dico di fare sacrifici, sarebbe il minimo, ma di indebitarsi NOI con le banche perchè lo stato (minuscolo, minuscolo e basta) i soldi li sgancia PER QUALUNQUE ALTRA STRONZATA ma non per la lirica.

Ma chi se ne frega di questi quattro pachidermi cerebrolesi che cantano Amami Alfredo, ma chi cazzo è Alfredo poi? Che non si capiscono le trame, diciamo la verità, e meno male che ci sono i sottotitoli, ma perchè non li doppiano IN I-TA-LIA-NO ‘sti cantanti, che non si capisce perchè siano tanto speciali, che mi significa cantare a voce piena QUANDO CI STA IL MICROFONO!!!
Siamo nel duemilasei, ohè, sveglia!

E i coristi, e gli orchestrali, ma sarà mica un mestiere, il lavoro fa SU-DA-RE, porca miseria, mica è un divertimento, me lo dicono sempre i Carabinieri quando mi fermano per un controllo, che mestiere fa? Il cantante lirico. Vabbè, ma di mestiere!? PETTINO LE BAMBOLE ALLA FURGA, tutti i giorni dalle otto alle sei, perchè, che vi credete che escono pettinate da sole dalle macchine, no no, LE PETTINO IO, tutte io, va bene?

Chiudiamo i teatri, chiudiamoli, abbiate pietà di noi, non manteneteci nell’ illusione che gliene freghi ancora qualcosa a qualcuno, di star facendo qualcosa
di buono, di essere capaci di toccare l’ anima di chi ascolta, ma quale anima, l’ anima LA TOCCA IL PAPA anche se quando parla sembra una delle Gemelle Kessler (quella più cattiva) chiudiamoli ‘sti teatri,  in fondo noi possiamo sempre provare ad aprire un bar, una tabaccheria, un tappeto su ponte santangelo, e coi teatri facciamoci UN BEL GARAGE, che di questo hanno bisogno le città, altro che di musica e di cultura, la musica la fa Povia coi piccioni, la cultura Marzullo, non scherziamo, altro che zumpappà, e annamo, su!

FACCIAMOCI UN GARAGE multipiano, uno per città, che meraviglia, finalmente i diciassette piani di torre del Carlo Felice di Genova saranno utili alla comunità,  tutti potranno entrare alla Scala (e in macchina!!!), il Petruzzelli lo ritirano su in una notte e forse allora a Piacenza sapranno dove cazzo è il Teatro Comunale visto che venti persone cui l’ ho chiesto mi hanno risposto boh e lo sapeva solo un ecuadoregno di passaggio (il che rafforza la mia fede: la salvezza verrà, forse, solo dall’ immigrazione!)

FACCIAMOCI UN GARAGE!

Noi ex lavoratori dello spettacolo lirico chiediamosolo, in cambio, un’ agevolazione sui prezzi delmensile per parcheggiare il nostro furgone della
porchetta in un posto che, in fondo, era casa nostra.

Fonte:www.alfonsoantoniozzi.com

Famolo strano:Traviata alla Hauptbahnhof di Zürich

Una delle manie odierne che io trovo assolutamente perniciosa é quella di voler “democratizzare”  l’ arte a tutti i costi. Per i sostenitori di questa filosofia, una forma di espressione artistica come l’ opera troverebbe il suo limite nell’ essere eccessivamente elitaria e necessiterebbe pertanto di iniziative atte a portarla a livello delle masse che non la capiscono. Non sto qui a ricordare come il melodramma sia sempre stato, dall’ Ottocento in poi, l’ autentica musica del popolo, forse l’ unica espressione della musica d’ arte a possedere queste caratteristiche, come del resto scrisse a suo tempo Antonio Gramsci. Ma tant’ è, e nella mente di coloro che hanno l’ intenzione di popolarizzare e divulgare nascono operazioni come quella a cui ho appena finito di assistere, in diretta televisiva su ARTE. Come annunciato nel titolo, si trattava della Traviata rappresentata alla Hauptbahnhof di Zürich. Strano vedere un teatro come l’ Opernhaus, che persegue una gestione artistica per diversi aspetti  molto seria e di qualità elevata, arrivare a compromettersi in un’ operazione del genere. Perché questa serata si iscrive a buon diritto in quel filone aperto negli anni Novanta dai concerti dei Tre Tenori e dalle opere in diretta dai luoghi “autentici” organizzate da Andrea Andermann, che intende portare il teatro lirico a livello dei concerti rock, con tutto il rispetto che io ho per una forma musicale che ha una sua intrinseca validità. Ma il sincretismo e la contaminazione dei generi non sono il giusto mezzo per avvicinare un nuovo pubblico alle rappresentazioni operistiche. Qualsiasi espressione artistica ha i suoi codici, che vanno rispettati e compresi allo stesso modo in cui per assistere ad una partita di calcio bisogna naturalmente conoscerne le regole. È inutile che i fautori di queste operazioni affermino che l’ opera é una forma di teatro datata e che bisogna modernizzarla .Se io applico un clacson e un paio di catarifrangenti a un cavallo, non per questo avrò un’ automobile.Allo stesso modo, vedere una Violetta agonizzante nel ristorante di una stazione per poi raggiungere la barella di un’ ambulanza (in mezzo alla gente che la fotografa con i cellulari) dove morirá, probabilmente di assideramento e non di tisi visto il costume indossato, fa pensare irresistibilmente a “A Night at the Opera” dei fratelli Marx. Solo che la loro era dichiaratamente una parodia mentre qui si pretendeva di fare sul serio.
Come dice Canio nei Pagliacci, “il teatro e la vita non son la stessa cosa”. Operazioni del genere non hanno nulla di culturale. Cultura non vuol dire questo: fare cultura significa scuole per tutti, libri per tutti, teatri per tutti.
Come giá ho detto, iniziative del genere non sono assolutamente una novitá. Ricorderete nel 1992 la Tosca in diretta dai luoghi e nei tempi esatti dell’ azione, col povero Placido Domingo che stonava e steccava tentando di cantare “E lucean le stelle” alle quattro e mezzo della mattina, e Angelotti che entrava in Sant’ Andrea della Valle mentre sullo sfondo si vedevano le luci al neon di Campo de’ Fiori. Evento che fu ripetuto sette anni dopo, con la Traviata in diretta dai palazzi parigini, che non riscosse identica attenzione mediatica: evidentemente, non bis in idem. E adesso abbiamo avuto anche la Traviata alla stazione. A chi volesse ripetere il misfatto,suggerirei di organizzare una recita del capolavoro verdiano nel piú grande e famoso bordello di Berlino, l’ Artemis. Tra l’ altro,una Violetta che morisse in mezzo alle prostitute avrebbe almeno qualche carisma di autenticità.
Non parliamo degli esecutori di questo evento, che hanno dimostrato in ogni caso una professionalità non comune riuscendo ad eseguire la musica in modo corretto, viste le condizioni, tranne nei casi in cui i cantanti affrontavano passi scoperti dove l’ intonazione andava logicamente a farsi benedire. Da censurare comunque senza scusanti i tagli scellerati apportati alla partitura. Omettere il “Prendi, quest’ è l’ immagine” si puó solo definire come un verdicidio.
Successo finale e tutti contenti. Adesso come prossima genialata aspettiamo una Carmen ambientata in mezzo a una vera corrida: là sì che ci sarebbe da divertirsi…
Postilla: dopo una ponderata riflessione, auspico comunque un’ evento del genere anche in Italia. Sarebbe un’ eccellente opportunità per rimettere un po’ a posto le nostre stazioni ferroviarie, che mediamente fanno schifo. Per una volta le esigenze artistiche potrebbero passare in secondo piano rispetto a quelle della decenza. Ma questo, ripeto, vale solo per l’ Italia e solo per questa ragione.

Mario Del Monaco

mario del monacoQuando Mario Del Monaco morí, il 16 ottobre 1982, il quotidiano tedesco “Frankfurter Allgemeine Zeitung” uscí con un titolo in prima pagina che diceva: OTELLO IST TOT!. Sono estremamente rari, nella storia del teatro d’ opera, casi talmente forti di identificazione tra un cantante ed un personaggio. In effetti, il tenore fiorentino non ebbe assolutamente rivali a lui confrontabili nei suoi ventidue anni di frequentazione del ruolo, a partire dal debutto al Teatro Colon di Buenos Aires nel 1950 sino alle ultime recite nel 1972 a Bruxelles, di cui é rimasta una registrazione sbalorditiva per la freschezza dei mezzi vocali e la forza drammatica trascinante. Continua a leggere “Mario Del Monaco”

Sul Regietheater e sue conseguenze

L´amico Daland mi segnala una discussione in atto su questo forum tedesco

L´argomento di partenza é la rappresentazione di Turandot messa in scena lo scorso maggio a Valencia,con la direzione di Zubin Mehta e la regia di Chen Kaige,recentemente trasmessa in tv qui in Germania su ARTE.
Non una grande esecuzione per quanto riguarda la parte musicale,con un cast da non ricordare particolarmente e un Mehta assai spento rispetto all´indimenticabile registrazione DECCA del 1972,con un vero parterre de roi comprendente la Sutherland,la Caballé,Pavarotti,Ghiaurov,piú Tom Krause e Peter Pears nei ruoli minori.
La messinscena,al contrario,mi é sembrata bella e ben fatta,nel rispetto dell´ambientazione originale senza eccessi kolossal o esagerazioni alla Cecil B.De Mille.
La cosa interessante,leggendo gli interventi dei forumisti nel sito linkato,é che qualcuno definisce questa messinscena una Originalversion ed esprime perplessitá sul fatto che i contenuti drammaturgici dell´opera di Puccini possano essere pienamente evidenziati seguendo quella che in alcuni interventi viene definita  "versione originale".
Come punto di vista,é secondo me assai confuso.La messinscena originale,approvata anche da Puccini stesso prima di morire,esiste e sará anche pubblicata nell´ambito dell´Edizione Nazionale Puccini curata dall´Istituto di Studi Pucciniani,che ha sede a Lucca.Come replicavano altri interlocutori nel forum,qui si trattava semplicemente di una messinscena che seguiva il piú possibile le indicazioni della partitura.
Da qui poi inizia un dibattito per me abbastanza fumoso sulle motivazioni psicologiche dei personaggi,che io trovo abbastanza irrilevante,come tutti quelli di questo genere.Sapete,i tedeschi sono ottime persone,ma per mentalitá amano discutere sul sesso degli angeli.A me,dei problemi familiari che potrebbero aver avuto Calaf e Liú interessa poco,anche se ammetto che Turandot é effettivamente una psicopatica.Non serve stare a discuterne per delle ore:basta la musica di Puccini a farmelo capire.
Ma tutto questo é comunque interessante per comprendere le ragioni che stanno alla base di certo Regietheater,che nei paesi di lingua tedesca sta arrivando veramente agli eccessi.
Alla base di questo tipo di spettacoli c´é sicuramente la voglia di stupire a tutti i costi,ma soprattutto una ricerca esasperata di aspetti drammaturgici nascosti da evidenziare,che molte volte esistono solamente nella fantasia del regista.Poi,gioca un ruolo importante anche una certa pedanteria nel voler sottolineare tutto,senza lasciare alcuno spazio alla fantasia dello spettatore,che invece gioca un ruolo importantissimo nel meccanismo di una rappresentazione d´opera.Tutto questo potrebbe anche,in teoria,non essere censurabile,a patto di rispettare il buon gusto e il senso della misura e di non dimenticarsi mai che nell´opera la prima cosa con cui si deve fare i conti é la presenza di una partitura che detta le atmosfere e i tempi del gioco scenico.Qualche volta,assistendo a spettacoli di questo tipo,si ha invece l´impressione che il regista consideri la musica come un accessorio irrilevante o addirittura un ostacolo da rimuovere o mettere in disparte.E,badate bene,non é sempre questione di rispetto per l´ambientazione originale.
Willy Decker a Salzburg e Robert Carsen a Venezia ci hanno dimostrato che si puó mettere in scena la Traviata in abiti moderni senza che né il nucleo drammaturgico né la partitura di Verdi siano traditi.Jonathan Miller nel 1986 a Firenze firmava un allestimento di Tosca ambientato nel fascismo repubblichino,che conservava perfettamente l´idea di un potere spietato e feroce,descritto da Puccini a partire dagli accordi del tema di Scarpia che aprono l´opera e percorrono come un incubo tutta la partitura.
Molti registi invece preferiscono trattare l´opera solo come un´occasione per esibire effetti gratuiti oppure una non meglio definita attualizzazione della musica al gusto moderno.Nobile intento,ci mancherebbe,che andrebbe peró perseguito con l´onestá intellettuale di essere coerenti fino in fondo,intervenendo anche sulla partitura,rieleborandola per un organico moderno,magari con gli strumenti elettrici,e presentando il tutto come proprio spettacolo derivato da un´idea di Verdi o Wagner.Lo si é fatto proprio qui a Stoccarda recentemente,con il Fliegende Holländer,e vi assicuro che il risultato era a suo modo godibile.
Se al contrario ci si ripara dietro una partitura di un compositore famoso per raccontare una propria storia,allora l´operazione, prima che antimusicale,é disonesta.
E poi,scusatemi,ma a volte andando all´opera e vedendo un andirivieni di gente in giacca e cravatta o jeans,quale che sia l´epoca rappresentata,ti dá l´impressione che ti abbiano imbrogliato e venduto il biglietto per una prova…
Il problema non é di semplice soluzione se,come testimonia il forum citato,la gente ormai arriva a definire come Originalversion una semplice messinscena tradizionale.Si puó fare del cattivo gusto anche con questo tipo di regie,e certe pacchianate come l´Aida-Barnum di Zeffirelli alla Scala ne sono la testimonianza evidente.Quello che non andrebbe mai perso di vista,come ho cercato di dire,é il senso della misura e il rispetto delle esigenze della partitura.E´solo questo che distingue il regista valido da quello che ha il solo scopo di mettere in evidenza se stesso a scapito del compositore.