Aida a Stoccarda

La stagione operistica qui sta per terminare, e la Staatsoper ripropone alcune recite della nuova produzione di Aida, lo spettacolo inaugurale di quest’ anno. Liquidiamo immediatamente in due battute la regia, semplicemente orrenda e del resto duramente contestata da pubblico e critica alla prima. Purtroppo dovremo sorbircela ancora a lungo, perché qui non siamo in Italia ed é impensabile disfarsi di un allestimento prima di averlo utilizzato per almeno 40 – 50 recite.

Protagonista era ancora Maria José Siri, arrivata a questa ripresa direttamente dal successo ottenuto alla Scala nello stesso ruolo, sotto la direzione di Daniel Barenboim. La cantante uruguaiana si é confermata una delle migliori Aide del momento, nonostante la voce obiettivamente un po’ lirica per le esigenze della parte. Il canto é comunque molto corretto ed il fraseggio incisivo e partecipe, e la sua interpretazione é stata di nuovo premiata da un grande successo personale. La Siri riprenderá il ruolo qui anche l’ anno prossimo e si esibirá anche nel Trovatore, opera che mi interessa molto ascoltare da lei. Radamés era ancora Hector Sandoval, un tenore messicano che qui in Germania gode di buona fama. La voce e la tecnica ricordano vagamente Richard Tucker, il canto é ben proiettato e gli acuti sicuri e timbrati. Anche lui tratteggia un Radamés liricheggiante e di non elevato peso vocale ma rispetto a Fraccaro o Licitra, normalmente titolari della parte nei teatri italiani, siamo obiettivamente su un altro livello di resa. Questo é un altro dei cantanti attivi da noi che potrebbero tranquillamente esibirsi nei teatri italiani, se solo qualcuno dei responsabili si accorgesse della loro esistenza. Molto buona anche l’ Amneris del poco piú che trentenne mezzosoprano russo Marina Prudenskaja, una delle cantanti piú apprezzate dal nostro pubblico per la bellezza della voce e il temperamento. Amonasro e Ramfis erano interpretati da due artisti cinesi membri stabili dell’ ensemble di Stoccarda, il baritono Yalun Zhang e il basso Liang Li, entrambi professionisti validi e sempre affidabili nella resa. Liang Li, tra l’ altro, ha riscosso l’ anno passato un grande successo personale nel ruolo del Cardinal Brogni de La Juive.

Il direttore austriaco Manfred Honeck, dallo scorso anno Generalmusikdirektor del teatro di Stoccarda, disponendo di due protagonisti di dimensione piú lirica che drammatica ha impostato di conseguenza una direzione dalle sonoritá asciutte e spesso attutite. C’ è da dire, per voi che non lo sapete, che il teatro di Stoccarda puó contare su un’ orchestra eccellente e su un magnifico coro, piú volte premiato dalle riviste specializzate come il migliore nell’ ambito dei teatri tedeschi. Insomma, una serata molto piacevole per le orecchie… per gli occhi magari un po’ meno, ma io personalmente preferisco sempre cosí piuttosto che il contrario.

Gotterdämmerung a Venezia

Una carissima amica mi ha mandato questa gustosa recensione del Gotterdämmerung di Wagner, recentemente eseguito al Teatro La Fenice di Venezia.
La pubblico, rispettando peró il desiderio della scrivente di mantenere l’ anonimato.

 Dopo tanto tempo decido di fare una sorpresa a mio marito e mi procuro i biglietti per la prova generale di Gotterdämmerung alla Fenice. Di solito per arrivare in campo San Fantin sbagliamo sempre strada , ma questa volta siamo arrivati in anticipo…cappuccino e brioches e via in palco.

La scena si apre su una specie di soffitta di Paperino con cataste di roba sparsa e non ben definita…tre povere donne con Mocio Vileda in mano cantano…e cantano e ancora cantano…per fortuna ci sono i sopratitoli, una lucida un tronco con il Fabello (lucida nuovo lucida bello) e cantanooooo!

Arriva Zia Brunilde, vestitino stile Holly Hobbie, con il solito impermeabilone nero/grigio da deportato, sparsi in giro elmetti teteski, mit giakketten teteske stile bordello nazista, lei tratteggia un carattere stile vispa Teresa, felice e un zinzino scema. Arriva lui, Braccobaldo Sigfrido, che più che un eroe disegna il tipico carattere da bevitore di birra della domenica made in Germany, leggermente cretino e spaccone….duetto d’ amore fra handicappati e si passa alla scena successiva. Grande sala del Terzo Reich, tutti in divisa meno Hagen (bastardo più di voce che altro), la bella Gutrune ha un vestitino charleston color azzurrino, è servile, spaventata e si fa palpeggiare da Hagen (boh!!!), vocalmente in un qualsiasi conservatorio scadente si trova di meglio ma non importa, andiamo avanti….tramano tramano e arriva il Prode Sig ! Frido, sporco, vestito a stracci ( Oviesse presumo..pantalonacci zozzi e camicia sbiadita) con prezioso zainetto che sbattocchia dappertutto…purtroppo canta!!!   Alla fine si vanno a prendere Brunilde. Il regista o è un maschilista di merda oppure (cosa troppo raffinata temo) ha pensato di sottolineare che dal momento che Brunilde ha perso la divinità ed ha provato le gioie del piacere sessuale è giusto che paghi e quindi la fa andare via a gatto.  Torniamo nella sala del Reich quando c’ è anche il coro vestito in divisa nazista e tornano tutti per festeggiare le due coppie di innamorati, c’ è una gran distribuzione di alcolici, son tutti ciucchi e viaaa col vento….cantano, tramano, progettano vendette e per fortuna che ci sono i sopratitoli….

Scena della caccia??? (dove???) Siamo in un posto stile immondezzaio a cielo aperto con le ondine dalla voce leggermente acquosa (hihihi) che si tolgono di dosso petrolio o simili…arriva il Pirla con lo zainetto e lo sbatacchia per terra per l’ ennesima volta, lo avvertono, lo minacciano e alla fine se ne vanno e arrivano gli altri tutti rigorosamente vestiti da soldatini (sennò non sarebbe divertente); sparsi in giro rottami vari, copertoni di camion, barattoli, una ruota di bicicletta e anche una vasca da bagno. Sig ! Fried decide di sedervicisi dentro…io pensavo di lanciargli anche la paperetta ma mi hanno detto che non sarebbe stato conveniente. Lui racconta a tutti che tante cose gliele ha raccontate un uccellino e molla un urlo terrificante che era un vero DO –di-stomaco! Ma per fortuna lo ammazzano e finalmente tace. Diciamo che il regista ci ha fatto un bel regalo evitando di mettere in scena la processione per il funerale del Pirla ed ha tirato giù il sipario…bene bene, mi posso godere la direzione di J. Tate…ma ascoltando tale lentezza, senza un legato od un canto che sia, senza una dinamica che porti dal piano al forte senza botti, forse non è stato un gran regalo!!!!  Il tutto finisce nella sala del Reich, il Pirla disteso (e finalmente muto!!!!!) sulla scrivania, Gutrune in camicia da notte in seta rosa che bercia a più non posso e Brunilde ( che per inteso ha accennato tutto lo spettacolo ed a ragione direi visto la parte) che si cucca tutta la sua ultima scena in proscenio con sipario abbassato (non avrei voluto essere al suo posto) per poi finire sotto la doccia nella scena finale…ma non si buttava nella catasta con il Pirla??? Ok, diamogli buono l’ effetto luce dorata …ma insomma!!!

Conclusione: odio i cantanti tedeschi o comunque quelli che abitualmente cantano Wagner, almeno quelli che ho sentito oggi, ingolati, bercianti, con suoni fissi, rumorosi, che come attori sono straordinari ma ci vorrebbe il doppiaggio vocale. Per quanto riguarda la regia sono convinta che ai tedeschi non sia andata giù di aver perso la guerra, quindi ci propinano il Terzo Reich in tutte le salse disturbando in maniera consistente l’ ascolto. Il Maestro Tate ha capito che con le orchestre italiane non vale la pena di lavorare, oppure ci ha presi per il culo!

Per fortuna c’ era la musica di Wagner che ha tenuto duro nonostante gli innumerevoli tentativi di destabilizzazione e boicottaggio perpetrati dagli interpreti tutti.

Non chiedetemi chi cantasse, andate sul sito della Fenice.

Aggiungo solo una precisazione: il regista dello spettacolo era Robert Carsen, che non è assolutamente tedesco ma canadese, ha studiato in Inghilterra ed iniziato a lavorare in Francia.

Impressioni da Berlino

berlinUn week end musicale a Berlino é sempre un’ esperienza altamente raccomandabile. L’ offerta di avvenimenti proposta dalla capitale tedesca Continua a leggere “Impressioni da Berlino”

Madama Butterfly vista dai giapponesi

La genialitá di Puccini nel caratterizzare musicalmente la vicenda di Cio Cio San è stata analizzata ampiamente e in modo accurato dagli studiosi che si sono occupati a fondo della produzione operistica del musicista toscano. Ma come viene vista in Giappone la figura di Madama Butterfly? Ho rivolto a questo proposito qualche domanda a Mayumi Kuroki, soprano giapponese da molti anni residente in Italia, che vinse nel 1996 il concorso “Toti Dal Monte” di Treviso e in questo modo debuttó al Comunale come Elisetta ne “Il Matrimonio segreto”. Da allora, Mayumi ha percorso una carriera fortunata, soprattutto nei teatri del suo paese. Ecco la trascrizione del nostro colloquio.

Madama Butterfly descrive una storia ambientata in Giappone,vista con gli occhi degli occidentali. Come viene visto dalla gente del tuo paese lo svolgimento e lo sviluppo della vicenda?

L’ abbandono di Cio Cio San viene visto come una tragedia, che stranamente porta a pensieri (soprattutto da parte degli anziani) del tipo “Attenzione agli stranieri!!! Non fatevi fregare” …

Ritieni che Puccini abbia descritto in maniera efficace il comportamento di Cio Cio San?

Sì senz’ altro, trovo che il maestro abbia reso la figura della protagonista molto orientale, dignitosa.

Puccini ha fatto uso, nella partitura dell’ opera, di temi autenticamente giapponesi. Come giudichi il trattamento che ne ha fatto nel corso della composizione?

Ci sono tante melodie riconoscibili (per esempio quando lei spiega a Pinkerton il significato degli oggetti nel primo atto), quindi trovo veramente geniale l’ uso di frammenti delle melodie tradizionali e popolari giapponesi.

Ritieni che l’ ambientazione giochi un ruolo decisivo nella caratterizzazione drammatica di quest’ opera?

Nagasaki é una città di mare, era anche la città dove venne diffuso per la prima volta il cattolicesimo nell’ epoca di Edo, ritengo che l’ ambientazione immaginata da Puccini sia giusta ed efficace.

Come deve comportarsi, a tuo giudizio, l’ interprete che affronta questa partitura?Quali sono state, secondo te, le cantanti che l’ hanno resa in modo piú efficace?

Penso che per reggere questa opera così faticosa da cantare (soprattutto il secondo atto) e cosí difficile da interpretare… devi rimanere fredda mentre canti, ma nello stesso tempo cercare di realizzare TUTTO quello che viene richiesto da Puccini per rendere il canto espressivo, senza sovraccaricare la voce…
Io citerei Yasuko Hayashi (come giapponese, la piu’ autorevole), Daniela Dessì, Raina Kabaivanska (anche se a volte un po’ esagera…), Fiorenza Cedolins per la sua performance di Macerata, poi anche Mietta Sighele.

Per quanto riguarda la messinscena,esiste secondo te il rischio di sovraccaricare troppo l’ ambiente esotico?

Purtroppo sì, e molto… tanti allestimenti sono alla cinese…ho visto una statua di Buddha (con la pancia!!) ma anche Kimoni strani (l’ obi era praticamente a forma di “zainetto”, diciamo cosí).
A parte quell’ allestimento di Treviso nel 1998 (se non sbaglio) in cui Cio Cio San conservava la divisa di Pinkerton nell’armadio di vetro (che da noi non esiste) ce ne sono stati altri che erano pieni di cose che non c’ entrano. Anche al Maggio Musicale vestirono lo zio Bonzo con un costume di colore improbabile (una specie di vestaglia viola con ricamato un drago…).
In questi casi a noi capita di fare due risate!!

Esiste,a tuo giudizio,un’ influenza delle tecniche di teatro orientali nello sviluppo drammatico della vicenda?

Nell’ allestimento della Scala, la regia di Keita Asari usa molto la figura dei KUROKO, che spostano loro la scenografia, oppure portano gli oggetti, quando c’ è il cambiamento di scena.
Indimenticabile l’ ultima scena di HARAKIRI, quando Cio Cio San si suicida, la tela bianca diventa rossa (sangue) perché dai quattro angoli della tela viene tirata via la tela bianca e appare quella rossa grazie all’ intervento dei Kuroko, dove la Cio Cio San era inginocchiata per uccidersi.
Il Kuroko  viene usato nel teatro di Kabuki, non é un personaggio, ma viene usato come i macchinisti in vista, in questo caso per partecipare all’ HARAKIRI.

La prima interprete giapponese della parte di Cio Cio San fu Tamaki Miura. Come giudichi le cantanti tue compatriote che hanno affrontato il ruolo?

Tamaki Miura era un soprano leggero, che al giorno di oggi non credo renderebbe pienamente le esigenze della partitura.
Ripeto, la più autorevole era Yasuko Hayashi. Poi Yoko Watanabe (che purtroppo é scomparsa da un po’ di tempo) e non dimentichiamo la Atsuko Azuma. Recentemente la parte è stata cantata da un soprano lirico, Hiromi Omura, é molto brava anche lei, anche se mi piacerebbe almeno ancora una volta sentire cantare una Cio Cio San con la voce piú consistente. Ma forse chiedo troppo…

Lettura de Il Pirata

Una delle opere che segnarono un autentico punto di svolta nelle vicende compositive e stilistiche del melodramma protoromantico italiano é sicuramente  “Il Pirata” di Vincenzo Bellini. Propongo qui alcuni spunti per l´analisi di questo importante spartito.

Siamo nel 1827: Bellini, giovane maestro da poco uscito dal Conservatorio di Napoli, ha riscosso vivo successo con le sue prime due opere: Adelson e Salvini, eseguita ad uno spettacolo che fungeva da saggio pubblico degli allievi, e Bianca e Gernando, commissionatagli dal Teatro S. Carlo in forza di una
clausola tra il regno di Napoli e l’impresa, che prevedeva la possibilità di dare uno spazio a giovani compositori meritevoli usciti dal Conservatorio. Il successo di quest’ultimo spartito persuase Domenico Barbaja (allora impresario del S. Carlo, una figura di uomo di notevole abilità e fiuto, che aveva già portato a Napoli Rossini) ad offrire al ventiseienne maestro un contratto per comporre un opera nuova per lastagione d’autunno della Scala. Sia oppure no questa offerta originata da motivi reconditi (come insinua
Francesco Florimo, fraterno amico e primo biografo di Bellini) si trattava comunque di una offerta lusinghiera, e Bellini si mise al lavoro subito. Ultimata la composizione, si andò in scena la sera del 27ottobre 1827, con un successo a dir poco trionfale, che si rinnoverà nel corso di quindici repliche.
Interpreti dei ruoli principali furono il soprano Henriette Meric Lalande, il tenore Giovan Battista Rubini e il baritono Antonio Tamburini. Fu una serata che rappresentò, per molti versi, un punto di svolta, sia nella evoluzione artistica di Bellini, sia in quella del melodramma italiano. Vediamo ora di spiegare perché.
Bellini, lo sappiamo tutti, scrisse, nel corso della sua breve vita, dieci opere, tutte, a parte le prime due e l’ultima, su versi di un unico librettista: Felice Romani. Il Pirata fu l’inizio della collaborazione tra due artisti dell’animo per molti versi affine. Genovese di nascita, due lauree al suo attivo, Felice Romani
contava allora trentanove anni. Era un uomo di notevole cultura, fanatico del classicismo e della scuola letteraria che faceva capo a Vincenzo Monti (il che lo porterà, nello stesso 1827, a scrivere un’aggressiva critica sui Promessi Sposi ne “La Vespa”), da quindici anni lavorava per il teatro, con tutti i più reputati
operisti dell’epoca che se ne disputavano la collaborazione, da Rossini (Bianca e Falliero) a Donizetti, Pacini, Mercadante. Lui e Bellini erano davvero due animi fatti per intendersi, e la vedova di Romani, Emilia Branca, e lo stesso librettista, ci testimoniano del coincidere dei loro intenti sin dal primo colloquio,che avvenne alla presenza di Mercadante, accompagnatore di Bellini in quei primi mesi a Milano:
“L’uno era fatto per l’altro: rispondevano tutti e due, nel loro diverso modo di manifestazione dell’intelligenza, ad un medesimo concetto artistico, ad un medesimo complesso di sentimenti, di impressioni, di affetto..” .(1)
Per questa loro prima collaborazione, il soggetto fu tratto da una commedia francese: Bertram, di Charles R. Maturin. Romani si servi anche del dramma, composto per la musica di Alexandre, di I.J.Taylor (Raimond) intitolato Bèrtram, ou le Pirate. Come ha già notato Franca Cella in un suo studio
sull’argomento (2), molti libretti musicati da Bellini sono di fonte francese. Ma vediamo un attimo come si evolve il libretto all’epoca di Bellini.

I Libretti

L’opera seria del Settecento era generalmente di ambientazione classica o classicheggiante, ed esprimeva un’atmosfera aulica, una tendenza al razionalismo ed alla stilizzazione massima delle passioni,che divengono, per usare una espressione di Hermann Albert, “Manifestazione sociale”… l’azione si
svolgeva quasi esclusivamente nei recitativi, lasciando alle arie, rigorosamente o quasi solistiche (senza interventi di pertichini, coro o altro) la descrizione degli “affetti”… anzi, un personaggio doveva avere diverse arie, una per ogni tipo di sentimento da evidenziare; musicalmente, questo veniva tradotto alla
massima perfezione nell’aria col da capo, quasi un vero e proprio tempo di concerto, che esercitò anche una notevole influenza sull’evoluzione della musica strumentale dell’epoca. Così il dramma diventava occasione di esibire una tensione che però non faceva mai precipitare gli avvenimenti. Tipica, a questo riguardo, era l’intervento del Re o del Dio a sciogliere l’intrigo (una vera e propria glorificazione di quell’assolutismo illuminato che Giuseppe II d’Asburgo aveva incarnato più di tutti). Con il sorgere delle nuove istanze romantiche, il Metastasio ed i suoi epigoni (Coltellini, de Gamerra, Varesco, Mazzolà) non rispondevano più alle nuove esigenze. Sfortunatamente, fino al 1820 circa, non ci fu alcun nuovo poeta che sapesse incarnare lo spirito dei nuovi tempi con l’abilità di Metastasio.
I librettisti dell’opera di Rossini (Gilardoni, Schmidt, Foppa, Berio e Tottola “che un’aquila non era anzi fu nottola”) si dimostrano in bilico tra vecchie e nuove tendenze.
A partire dal 1826 in poi, in Italia divampa la polemica tra classicisti e romantici. Questi ultimo, che pubblicavano a Milano la rivista “Il Conciliatore” postulavano una letteratura che non fosse più solo spunto per esercitazioni accademiche aride, ma che diventasse funzione educativa, di esortazione alla
libertà ed all’amor patrio. Tutto questo si riflette anche sui libretti d’opera, che cominciano ad accogliere nuovi tipi di soggetto e di struttura drammatica. Un punto fondamentale per i romantici era la rivalutazione del Medioevo, che trova la massima fioritura nei romanzi di Walter Scott. Anche nei soggetti d’opera troviamo, a partire da quest’epoca, soggetti di questo tipo, visti però non in funzione patriotticheggiante (a questo ci arriverà solo Verdi) ma piuttosto in funzione di estrinsecazione della nuova spiritualità dell’epoca, che in questi personaggi poteva trovare miglior campo che in quelli di stampo classico. Il soggetto del Pirata poi ci offre un personaggio nella persona del protagonista, che meglio di ,tutti varrebbe a caratterizzare quest’epoca: la figura del proscritto, dell’esule cacciato ingiustamente dalla sua patria e divenuto bandito per amor di giustizia. Mario Praz, nel suo “La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica” ha dedicato un intero capitolo a questa figura particolare.(3)
Anche se i letterati romantici respingevano la letteratura dell’orrore, non v’è dubbio che i librettisti ne fecero un uso amplissimo, facendo largo uso di intrighi avventurosi e ricchi di colpi di scena, in cui potevano trovare spazio sensazioni ed azioni passionali. Il libretto del Pirata ne è appunto un buon
esempio. Felice Romani, classicista per programma, non disdegnava, da uomo di teatro abile, quel che la nuova tendenza poteva offrirgli di utile.
Il soggetto del Pirata è un buon esempio delle caratteristiche tipiche dell’epoca: una donna strappata allo sposo designato da un tiranno, il fidanzato che, per farsi giustizia da sé, diventa fuorilegge, il ritorno del bandito che vede la sua donna maritata con il rivale… Sono elementi tipici, che configurano una
situazione ripresa (con varianti) in molti altri libretti di questa epoca: vedi Il Proscritto, Lucia di Lammermoor, La Rosa Bianca e La Rosa Nera, I Masnadieri. Ma esaminiamo ora come questa strutture sono accolte dalla musica.

La musica

La musica del Pirata è espressione, nello stile belliniano, di un momento di transizione tra un rossinismo iniziale e quelle che saranno poi le caratteristiche dello stile più maturo del musicista catanese.
E’ Bellini stesso ad assicurarci come il suo stile fosse stato enormemente influenzato dalla conoscenza della musica di Rossini, in particolare da una rappresentazione di Semiramide data al San Carlo nel 1824.
Del resto, lo stile rossiniano si era imposto con una forza tale che nessun compositore dell’epoca era rimasto immune dal suo influsso. Bellini però era stato allievo, a Napoli, di un antirossinista convinto come Nicola Zingarelli, che con i suoi allievi insisteva molto sulla semplicità delle strutture e sulla ricerca della linea melodica semplice e d accativante. Sappiamo dalle testimonianze di Florimo come l’istruzione a Napoli fosse basata soprattutto sullo studio dei compositori settecenteschi della scuola napoletana e dei rappresentanti dello stile classico, Haydn e Mozart soprattutto.

Il Pirata è uno spartito che consta di quindici pezzi, più la Sinfonia; di questi, cinque sono arie ed il resto pezzi d’assieme: duetti, terzetti, concertati e cori.
Le arie sono tutte bipartite: alla sezione in tempo, fa seguito la sezione in tempo allegro, la cosiddetta cabaletta (da cobolo, derivato dal francese couplet, per designare un pezzo in più strofe). Come si era giunti a questa struttura interna del pezzo chiuso? L’aria classica era di solito estrinsecazione di affetti: era cantata dal personaggio solo, e di solito le arie di stile patetico erano in un unico tempo lento, mentre quelle virtuosistiche erano in forma di aria tripartita, con da capo della sezione iniziale. Rossini, accogliendo anche le esperienze dell’opera buffa e semiseria, introduce nell’opera seria strutture molto più articolate.
L’aria rossiniana può anche essere in tre o quattro sezioni, spesso con l’intervento di pertichini (personaggio che inserisce brevi interventi) o del coro. Vedi per esempio “Giusto ciel che tanto adoro” di Amenaide nel Tancredi oppure l’aria del Podestà nella Gazza Ladra, o anche “Pensa alla patria”
dall’Italiana in Algeri. Bellini, naturalmente, adatta queste strutture al suo particolare stile, e nel Pirata ne risultano scene in cui l’articolazione è spesso molto efficace. Non troviamo in quest’opera quei recitativi in forma di arioso, in bilico tra l’una e l’altra forma, che Bellini inserirà nelle opere più mature:
vedi tutto ciò che precede “Ah! non credea mirarti”, “Teneri figli” nella Norma o “Deh se m’amasti un giorno” nella Beatrice di Tenda. Bellini, a questo punto, predilige una forma della aria articolata così:
A (spunto melodico iniziale) – B (secondo spunto) – A’ (ripresa del primo). A sua volta il punto A può suddividersi in a’ e a’’. Di solito a’ e a’’ corrispondono alla prima quartina, B ai primi due versi della seconda e A’ ai secondi due. Il modello di questa struttura è rossiniano: un buon esempio si può trovare
nell’aria di Desdemona dal III atto di Otello.
La cabaletta, di solito, è costruita nel modo normale, e a sua volta può anche essere in tempo moderato.

Vediamo ora le varie arie del Pirata una per una:
la prima è l’entrata del tenore, Gualtiero. Bellini scrisse al parte per Giovan Battista Rubini, che aveva già interpretato a Napoli Bianca e Gernando e che alla Scala, in quella stagione, aveva riscosso una serie di trionfi in Donna del Lago, nel Barbiere e ne L’inganno felice: tutte opere di Rossini, e del resto rossiniana era stata la formazione di questo cantante.
Bellini ebbe una predilezione per questo artista, per il quale scriverà in seguto i ruoli di Elvino ne La Sonnambula, e di Arturo ne I Puritani: tutte opere che oggi risultano estremamente ardue da eseguirsi, perché pensate su misura per le caratteristiche di questo cantante, che aveva voce chiara ed estesissima (fino al Fa4, che Bellini inserisce nel finale dei Puritani) e propensione all’agilità. Rubini poi, come tutti i cantanti dell’epoca, oltre il si naturale prendeva gli acuti in registro di falsettone (sarà Duprez il primo tenore a emettere estremi acuti di petto). Ne risulta una parte scritta in una tessitura molto acuta, spesso tagliata su misura, secondo il principio che “bisogna pensare per chi si deve scrivere”, come Bellini diceva. Ma Gualtiero, interpretato da Rubini, diede l’avvio,anzi fu quasi l’atto di nascita ufficiale del mito del tenore romantico.
Il Romanticismo, che amava un rapporto stretto tra timbro, età e caratterizzazione drammaturgica, trovò nella voce del tenore contraltino la simbologia perfetta degli ideali di generosità, purezza, lealtà e coraggio che questi personaggi esprimevano.
Componendo la parte di Gualtiero, Bellini ideò una scrittura molto ancorata al canto sillabico e quasi del tutto aliena da melismi e agilità acrobatiche. Rubini vi si adeguò a malincuore ma l’enorme successo ottenuto in questa parte lo trasformò in un caposcuola, imitato da almeno tre generazioni di tenori.
La prima aria, “Nel furor delle tempeste”, è costruita su un impianto tonale molto raffinato (vedasi i trapassi maggiore-minore) e anche la cabaletta è giocata su abili trapassi tra Sol minore e Si bemolle maggiore.
A differenza di molte arie di Rossini e Bellini stesso, qui il compositore si è preoccupato di un’aderenza molto stretta tra musica e parole.
L’altra aria, “Tu vedrai la sventurata” è un perfetto esempio della costruzione formale da noi citata in precedenza; è il canto di congedo di un condannato a morte, che affonda le sue radici nelle varie composizioni sull’Ezio di Metastasio, e si svolge in Do maggiore, come la cabaletta (in contrapposizione
al La bemolle maggiore del Coro di Cavalieri che le separa).
Imogene è un altro personaggio che sarà ripreso molte volte: quello della donna angelicata e oppressa.
Le sue due arie incarnano anch’esse tipologie più volte riprese, quasi luoghi deputati: il racconto del sogno e la scena di pazzia.
Il racconto del sogno si trova nell’aria del primo atto, “Lo sognai ferito esangue”, di struttura un po’ più complessa rispetto all’entrata del tenore: intanto i primi versi sono in canto sillabico, interrotto da pause, quasi ansimante; il girare della voce intorno alla dominante del tono (Re, visto che siamo in Sol minore) dà un senso di forte tensione a questo inizio, tanto che l’aprirsi di un periodo regolare (Era sorda la natura) sembra quasi una liberazione (sottolineata dal trapasso in Mib minore). Il resto del racconto è in Si maggiore, che si interrompe quando Imogene crede di risentire i gemiti di Gualtiero, espressi da una serie di cromatismi.
La cabaletta è di andamento più regolare, e si conclude con una serie di passaggi di agilità, di scrittura ancora rossinianeggiante
La scena finale è un lungo assolo della primadonna, secondo i canoni dell’epoca (vedi Sonnambula, Beatrice di Tenda, Anna Bolena, Maria Stuarda, Roberto Devereux, Belisario, Gemma di Vergy ecc.).
L’aria di pazzia sarà poi un luogo comune dell’operismo romantico, e questa di Imogene dà adito a qualche interessante considerazione; intanto si noti il trapasso di tempo nel recitativo, che esprime bene (come poi sarà in Lucia) lo stato d’animo offuscato e instabile della protagonista; poi il delirio, si acquieta
in una visione di pace (“Col sorriso d’innocenza”) sottolineata dal modo maggiore e dal ritmo puntato, che di solito esprime sentimenti molto diversi.
Nella cabaletta, che rappresenta un momento di rottura tonale ben visibile (poi si va in Fa minore), la voce è chiamata a superare intervalli di settima e ad accentare note sotto il rigo.
Notare poi il procedimento, ancora rossiniano, di far citare all’inizio dell´aria il tema che sarà poi ripreso dalla voce.
Bellini, lo ricordiamo per inciso, aveva precedentemente composto un diverso finale, in cui i pirati tornavano in scena per liberare il loro capo, ma Gualtiero non volendo più vivere, si gettava in mare e Imogene cadeva svenuta.La partitura di questo finale è visibile a Napoli.
Ernesto, l’ultimo dei tre personaggi principali che prendiamo in considerazione, è forse quello meno caratterizzato musicalmente. La sua aria, un tipico discorso del comandante ai soldati, ha tutti e due i tempi scritti sul medesimo testo, anche se nel libretto originale vi erano diverse parole per la cabaletta. La parte fu scritta per Antonio Tamburini, anche lui proveniente dalle file rossiniane e celebre per il suo virtuosismo. La sua aria ne è un buon esempio. L’Andante molto sostenuto Bellini lo ricavò dall’aria “Obliarti,abbandonarti” dall’Adelson e Salvini (da quest’opera è tratta anche la Sinfonia, che fu scritta per una ripresa al Teatro Del Fondo mai realizzata).

Questo è il discorso relativo alle arie, che sono solo cinque,in un opera che dura quasi tre ore. Il resto è dedicato agli ensembles, che nell’opera da Rossini in poi rappresentano la vera carta vincente dei compositori d’opera seria. Si noti, a conclusione, che nessuna delle arie è cantata da un personaggio solo in scena e che tutte sono estrinsecazioni di sentimenti.

Brani d’assieme

L’opera di questo periodo, generalmente divisa in due atti, voleva un primo atto che si concludesse con un ensemble molto elaborato, in cui tutti i sentimenti, che sono giunti ad un punto di tensione non più comprimibile, trovano sfogo nella musica. A Bellini doveva capitare, a questo proposito, una
disavventura alla prima rappresentazione di Norma. Il terzetto con cui si chiude il primo atto di quest’opera fu disapprovato dal pubblico che si attendeva il consueto grande finale d’atto. Il Finale primo del Pirata appartiene a questa categoria. E’ iniziato dal tenore e poi proseguito dagli altri, e si divide nelle due classiche sezioni,Largo e Stretta.
I duetti, nell’opera italiana fino a Verdi, seguono di regola la seguente struttura:
I) Recitativo
II) Tempo d’attacco
III) Tempo lento
IV) Tempo di Mezzo
V) Stretta.
Quelli del Pirata sono condotti secondo questa linea,e ci riferiamo al duetto Imogene-Gualtiero dal primo atto e a quello Imogene-Ernesto nel secondo. Tra le cose da aggiungere, c’è da dire che, nella sezione finale del duetto del primo atto, Bellini riutilizza un tema dall’Adelson e Savini,piú precisamente tratto dall’Ouverture.
Dell’altro duetto, da notare sono le varie occasioni che Bellini ha offerto a Tamburini di mettere in mostra la sua propensione al canto d’agilità. Il terzo duetto trapassa poi in una scena a tre, secondo uno schema già messo in pratica con successo da Rossini nel secondo atto della Donna del Lago,e che poi troveremo anche nel Finale I del Trovatore.La conclusione, con il violoncello solo che sbuca fuori percorrendo i gradi della scala armonica, è un’altra finezza degna di nota.

Problemi filologici e di interpretazione

Quando si mettono in scena opere del primo romanticismo, c’è un principio fondamentale da rispettare: se gli esecutori non sono adeguati, il valore intrinseco dell’opera non viene fuori. Bellini ideò il Pirata su misura per i cantanti che aveva a disposizione, e conosciamo varianti di suo pugno per esecuzioni con protagonisti dalle caratteristiche diverse. Vedasi quelle per la prima rappresentazione alla Fenice e quelle ideate per Domenico Donzelli, che era un tenore di stampo baritonale, come i Nozzari, Garcia, Tacchinardi dell’epoca rossiniana e non poteva logicamente addossarsi la tessitura acutissima di Gualtiero. Questa era la prassi corrente, nel primo Ottocento. Oggi, per vari motivi, questo non usa più, anche se sarebbe opportuno in qualche caso, e ciò aumenta le difficoltà per i cantanti che devono interpretare queste opere.

Per quanto riguarda la storia interpretativa del Pirata, il merito della riscoperta di quest’opera va ascritto a Maria Callas, che la interpretò alla Scala e poi alla Carnegie Hall di New York, in una performance tramandataci dalla cosiddetta “discografia pirata”. Successivamente, Imogene ha trovato una interprete di riguardo in Montserrat Caballé, che canto quest’opera al Maggio Fiorentino 1967.
Da ricordare anche le recite del 1987 al Festival della Val d’Itria, a Martina Franca, protagonisti Lucia Aliberti e Giuseppe Morino. Ma, come per altre opere, la storia interpretativa del Pirata è tutta da fare.

Note

1 da Emilia Branca: Felice Romani ed i più reputati maestri di musica del suo tempo, Torino, 1882, Pag. 117
2 Cella Franca, Indagini nelle fonti francesi dei libretti di Vincenzo Bellini, in “Contributi dell’Istituto di
Filologia Moderna” Serie francese, Milano, 1968, pp. 449-576
3 M. Praz, La carne la morte e il diavolo nella letteratura romantica, Firenze, Sansoni, 1976, e particolarmente
il capitolo intitolato: “Le metamorfosi di Satana”

Quindici domande a Lucia Mazzaria

Conosco da molto tempo Lucia Mazzaria, la cantante triestina in possesso di una delle piú belle voci di soprano degli ultimi vent´anni. Il suo carattere combattivo ed il rifiuto di scendere a compromessi l´hanno purtroppo di fatto allontanata dalle scene teatrali che contano. Pubblico questo colloquio online, nel quale Lucia si racconta, come sempre con la sinceritá che la contraddistingue.

Come hai maturato l´idea di diventare una cantante lirica?

Nel mio caso, si può proprio dire che non ho scelto io la musica, ma la musica ha scelto me. Sono figlia di due artisti del coro del Teatro Verdi di Trieste; da bambina ero totalmente stonata e, quando i miei mi portavano alle prove generali, io mi addormentavo in platea dopo la terza battuta, nonostante il livello artistico che veniva proposto a quei tempi…Kraus, Ricciarelli, Cappuccilli, Carreras e via avanti. Un giorno a Trieste diedero l’ Otello, edizione storica con Cappuccilli, Kabaivanska e…il mio Carlo. Cossutta per me è stato la folgorazione, mi ha fatto capire che cosa fosse cantare con voce, intelligenza e classe tutto assieme. Da allora ho cominciato ad ascoltare tutti i dischi che avevo in casa;  fortunatamente mia madre adorava la Tebaldi, così ho potuto assorbire il meglio di una vocalità  morbida e quindi per emulazione è avvenuto il resto. All’ età di dieci anni la mia voce era naturalmente impostata senza l’ ausilio di un maestro, ma poi, visto che nessuno aveva il coraggio di metterci le mani, ho dovuto sputare sangue per costruire tutto e non ho ancora finito.

Tu hai cominciato a cantare molto giovane e sei arrivata presto al successo: pensi che questo percorso ti abbia  fatto  bene?

 

Male, anzi malissimo! Quando si è giovani ed entusiasti si cade subito nei tranelli degli squali, ma io, provenendo da una famiglia di cantanti, avevo quasi un  sesto senso e istintivamente dicevo di no a  richieste premature. Questo mi è costato molto, perché il mio era un semplice ma chiaro “no”, non un “sì”, e poi “capperi sto male, devo cancellare!”, cosa che avrebbe fatto un artista più scafato. Inoltre, quando arrivi in alto troppo presto, senza aver scalato con fatica la vetta, non hai i mezzi e la maturità per mantenere il posto raggiunto. Io dalla mia avevo solamente una voce di rara bellezza (spero che mi sia concesso di definirla così, perché credo che sia la pura verità), un grande istinto musicale (segnalo che al Conservatorio di Trieste non ero stata ammessa perché ero considerata una bambina priva di attitudini musicali!!…) ed un carattere fermo ed inossidabile nel difendere le mie qualità, come una leonessa difende i suoi cuccioli. Il mio carattere non è piaciuto a coloro i quali avevano interesse allo sfruttamento commerciale della mia voce; non ero malleabile ed accondiscendente, quindi l’ inesperienza dovuta alla giovane età e la rettitudine morale non mi hanno per nulla aiutata, oltre al fatto che non ho mai trovato nessuno, nemmeno un cane, che mi abbia teso la mano per dare, ma tanti che hanno cercato solo di prendere…e purtroppo molti così hanno fatto.

Oggi si vedono sempre piú cantanti bruciare le tappe ed arrivare rapidamente nei grandi teatri. Non credi che questa sia una strada pericolosa?

Direi di si, ed è una strada che è cominciata proprio quando iniziavo anch’io, ma ciò che è peggio, è che i giovani che cominciano aspirano di fatto alla propria autodistruzione: la sete di successo è tale che dimenticano di essere delle persone e sono disposti a tutto, in particolare alla rinuncia della propria dignità.

Dammi una tua definizione dei requisiti necessari a un cantante completo.

Voce, intelligenza, carisma, studio costante ed approfondito e soprattutto umiltà. Bisognerebbe pensare di essere servi della musica e non di servirsene. I veri grandi sono e sono stati innanzitutto dei grandi esseri umani.

Qual è il tuo approccio interpretativo nel preparare un ruolo?

Estremamente variabile, a seconda di ciò che mi trovo davanti. Generalmente cerco un nucleo dal quale partire, cerco di trovare quel qualcosa che mi colpisce di più e lo sviluppo. Provo a dare un taglio interpretativo tutto mio, anche se non sempre è facile, mi documento con tutto ciò che ho a disposizione e mi catapulto nella storia, sempre però seguendo le indicazioni del compositore. E’ più facile quando hai a che fare con un personaggio che per alcuni versi ti assomiglia, ma più spesso è totalmente distante da te ed allora il lavoro è arduo e bisogna impegnarsi il doppio. Generalmente ci metto molto, studio a cottimo per circa due mesi e poi lascio decantare per almeno altri due, poi riprendo e rifaccio lo stesso percorso, cambio idea spesso, e in sostanza mi ritengo soddisfatta e pronta dopo circa un anno e a volte anche più. Arriva infine il debutto e lì mi accorgo che sono solo all’ inizio…non si finisce mai di sviluppare un’ idea.  Ovviamente, dopo tutto questo lavoro trovo un direttore d’orchestra più o meno famoso, ma ormai quasi sempre totalmente incapace, che smonta pezzo per pezzo ciò che hai costruito, per il semplice motivo che o non sa dirigere o non ha voglia di faticare per trovare un punto d’incontro (cosa del resto assai difficile perché implica che anche lui abbia una visione completa e coerente dello spartito), mancando quindi totalmente di rispetto sia per il lavoro svolto dal cantante sia per chi lo ha preparato, che spesso è un musicista più in gamba e talora con più esperienza di voci rispetto a lui. Non mi è mai successo, però con i maestri dalla “M” maiuscola, solo con le mezze calzette, che generalmente imparano l’ opera durante le prove, sulla pelle (e sulla voce) degli artisti e che, se non sanno suddividere un tempo, modificano la scrittura sulla partitura…mi è successo anche questo! Mi è anche capitato di sentirmi dire, da uno dei maestri italiani che vanno per la maggiore, che la tradizione italiana vuole il forte dove c’è scritto piano e l’ accelerando dove c’è un rallentando…e naturalmente viceversa… Che tristezza!!!

Secondo te, è giusta o eccessiva l´importanza che oggi si dá all´aspetto scenico ed alla recitazione?

L’ aspetto scenico è una prerogativa importante dell’opera, ma quando diventa predominante a scapito della musica e delle persone chiamate a far vivere questa musica, allora credo che non sia altro che un pretesto per nascondere la pochezza dei registi che non sanno fare il loro lavoro. Il regista veramente capace sa far emergere la sua idea da qualsiasi stazza, altezza o bassezza dell’artista che si trova davanti, sempre ammesso che il cantante sia un vero artista.  Sono e rimango convinta che l’attuale moda di privilegiare gli artisti magri e belli (al giorno d’oggi non ci sarebbero più le condizioni per far emergere un Pavarotti o una Caballé: ci pensate a che razza di potenzialità stiamo rinunciando?)  non nasca da un ideale estetico (per quanto discutibile) ma sia solo un pretesto per nascondere la totale incapacità di molti attuali registi a gestire le potenzialità artistiche che hanno di fronte. Io ricorderò sempre un “Olandese Volante” che ho visto a Trieste negli anni d’oro di quel teatro: c’ era Elisabeth Connell, che non è mai stata un fuscello, e che per una scena intera del secondo atto, mentre cantava solo il protagonista, lei, solo con la sua presenza scenica, ha trasmesso delle emozioni straordinarie. Carisma: questa è la parola chiave che manca a molti cantanti, specialmente quelli più amati dai registi inconsistenti.

Tu hai avuto modo di lavorare con molti direttori d´orchestra d´alto livello. Come ti sei trovata con loro e quali sono state le più belle esperienze che hai avuto in questo senso?

Ho lavorato con grandissimi maestri e il personaggio che più mi è rimasto impresso, anche se io ero cover in panchina è stato Carlos Kleiber, e credo di non dover aggiungere altro su questo mito. Maazel mi ha insegnato che un grande direttore non ha bisogno di imporsi con grandi chiacchiere e sproloqui: lui mi conduceva in modo inequivocabile, lasciandomi sempre l’ impressione di essere libera.  Pretre, capendo la mia giovinezza e la mia fragilità, mi diede forza e coraggio, mentre Muti, nonostante la sua bravura, mi ha trasmesso solamente un grande nervosismo. Voglio però ricordare con simpatia che, a cena dopo una recita, mi disse: “Signora Mazzaria, spero che lei si ricorderà che la sua prima Traviata (era quella famosa del 1990) l’ ha cantata con me!”  Da Mehta, con il quale ho cantato la mia ultima Liù (dopo circa cento recite), mi aspettavo degli insegnamenti profondi ed importanti ed ho incontrato invece solo tanta superficialità e totale disinteresse per ciò che stavo facendo. Infine ricordo Colin Davis, grande professionista, ma, da perfetto inglese, non mi ha dato particolari emozioni.

Dammi una tua definizione della tecnica vocale.

Cercare la natura che c’ è dentro di noi è il primo passo, renderla consapevole è l’arma vincente, continuare a ricercare soluzioni sempre migliori è la ciliegina sulla torta. Mai credersi arrivati e perfetti: sarebbe il primo passo verso la regressione. Non è mai un caso che i cantanti in età scoprono una seconda giovinezza vocale.

Quali sono le caratteristiche necessarie ad un buon insegnante di canto?

Secondo me è importante mettersi al servizio di una voce e della personalità che la detiene; ascoltare ed aiutare il cantante a diventare autonomo nello studio, così che non debba spendere tutta la sua vita a sovvenzionare economicamente l’insegnante; cercare e ricercare degli esempi che possano andare bene a quella persona, dato che i cantanti sono tutti diversi fra loro, con psicologie e paure diverse. Ma soprattutto l’insegnante di canto deve saper cantare per poter proporre degli esempi. E’ vero che non tutti i cantanti sono portati per l’insegnamento, ma è altrettanto vero – e su questo punto non smetterò mai di insistere – che una persona che non ha mai cantato non è assolutamente qualificata per l’insegnamento della tecnica vocale. Ora abbiamo una schiera di nuove “pseudotecniche” vocali, avvallate da importanti personalità dell’ambiente, foniatri che insegnano il canto e critici musicali che pontificano sull’uso corretto della voce, cantanti non riusciti (anche indipendentemente dalla loro bravura) che però non possono trasmettere l’esperienza diretta del palcoscenico, i conservatori poi…orrore!… Insomma un vero business per pochi a discapito di tantissimi veri talenti che continuano a fiorire e ad essere recisi sul nascere.

Hai un modello tra i cantanti del passato?

Ho nominato Carlo Cossutta, ma citiamo donne straordinarie come Renata Tebaldi, Antonietta Stella, Anita Cerquetti, Rita Orlandi Malaspina, Ghena Dimitrova, Eva Marton e ancora Fedora Barbieri, Elena Obraztsova, Olga Borodina e tenori come Franco Corelli, Mario del Monaco, Giuseppe Giacomini, baritoni come Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli e via avanti…Si capisce bene a cosa mi riferisco e che tipo di vocalità io prediliga: armonici pieni, non voci spoggiate che possono anche tirare fuori qualche bel filatino, ma che alla fine non ti avvolgono, e la cui moda si è affermata grazie a un’elite di Maestri intenti a far trionfare la loro immagine e non la completezza di un cast ben selezionato.

Cosa pensi dei dischi e dei video? Pensi che siano utili e quali sono le tue registrazioni che ti soddisfano di piu?

Sono utili, ma non quelli attuali a mio avviso. Amo molto le registrazioni live perché sono umane e rappresentano anche le debolezze momentanee nelle quali può incorrere un cantante. Le registrazioni che mi soddisfano di più sono sicuramente quelle del passato, dove c’erano ancora i grandi maestri che conoscevano il palcoscenico e le voci ed artisti che sprigionavano il loro straordinario carisma.

Sei soddisfatta di quello che hai fatto sulle scene o hai qualche rimpianto?

Fortunatamente nessun rimpianto, non soffro di astinenza da palcoscenico, ho cantato tanto, di tutto e di più, sono riuscita ad interpretare i ruoli che più mi avevano affascinato da bambina ed ho anche raggiunto dei traguardi che non avrei mai e poi mai pensato di dover affrontare…Forse mi manca Wagner, ma poi andrebbe a finire che, dopo mesi di studio e approfondimento del ruolo, mi troverei magari a cantare circondata da figure geometriche, architetture minimaliste ultramoderne o paesaggi spaziali.  Per fortuna  lo canto comunque, in ambienti più consoni alla mia attuale sensibilità…niente stranezze sceniche niente obbrobri visivi, solo l’immaginazione che mi cala direttamente nell’immagine che mi sono fatta dei capolavori di questo Grande. Ma desidero aggiungere che, anche se la mia carriera non si svolge più nel “gotha” della lirica (del quale non mi sono mai sentita veramente parte), non è affatto giunta al termine.  Amo cantare in posti tranquilli, per pochi fortunati che vivono ancora la passione dell’andare a teatro per godersi una serata diversa, lontana da un pubblico che ormai va a teatro con il desiderio di veder tonfare qualche cantante, che decide che uno è bravo solo perché è pubblicizzato dalle case discografiche, e che poi alla fine applaude comunque (“per educazione” dice qualcuno) qualunque orrore scenografico, registico e vocale gli venga propinato.

Dimmi lo spettacolo ideale in cui vorresti cantare: che opera e con quali colleghi.

Molto difficile rispondere. I cantanti con i quali vorrei cantare sono tutti morti. Ma, idealmente, sarei felicissima di interpretare Turandot con un Corelli come Calaf, Tebaldi come Liù e magari sul podio nuovamente Maazel con la splendida produzione della Scala di Zeffirelli…ma…..questo mondo è finito! Un Wagner diretto da Sinopoli sarebbe stato il massimo, ma anche con Karajan (al quale il direttore d’ orchestra del mio debutto teatrale avrebbe voluto presentarmi, ma poi le vicende della vita sono andate diversamente: forse non avrei fatto comunque in tempo a cantare con lui).  Credo che però sarebbe chiedere troppo e passerei per quella che non sono: fortunatamente (per me) e a differenza di altri, conosco i miei limiti.

Per molti aspetti, l´ambiente teatrale è un po´un nido di vipere: sei d´accordo o no? E, se sì, puoi spiegare i motivi?

Il problema è che, quando si comincia a studiare, il teatro, ancora lontano, sembra il paese dei balocchi. Poi, quando pochi fortunati riescono a cominciare a cantare, si scopre che si diventa tutti asini (Pinocchio docet), perché si smette di amare ciò che si sta facendo e si comincia ad amare ciò che il cantare produce, o almeno si crede che produca, il denaro e la fama.  Ebbene, cantando si guadagna certamente la possibilità di una vita migliore e quindi non sei più in grado di vivere diversamente. Questo crea la corsa allo sgambetto, “mors tua, vita mea”. Non parliamo poi dei personaggi che pensano di poter essere qualcuno solo perché diventano famosi in un ambito ormai così limitato e marginale quale l’opera lirica (provate a chiedere al passante comune il nome di due cantanti lirici viventi e ve ne accorgerete…); se solo si soffermassero a pensare che, invece di dire “io sono un cantante lirico”, potrebbero dire “io sono una persona che in questo momento della vita fa il cantante lirico”, forse ci sarebbe un livello umano più accettabile. Entrano in ballo anche gli agenti, casta scriteriata alla quale, in particolar modo dalla mia generazione, è stata messa in mano la nostra vita, per pura pigrizia. Ora comandano loro, fanno e disfano a loro piacimento la vita delle persone, senza mai pensare che dietro ad un cantante c’è spesso una famiglia che vive del lavoro del malcapitato. Siamo usati e buttati quando non più di moda, e tutto questo solo perché si pensa che un agente ti risolve il problema di doverti appendere al telefono per mantenere i contatti o ti evita di dover prendere il treno o l’aereo per andare a parlare con i dirigenti teatrali…cosa che faceva persino il grande Del Monaco a scadenze fisse. Che dire poi dei critici musicali che si innamorano del/della tal cantante e lo/la seguono fino alla morte, negando persino l’evidenza di una performance mal riuscita, scrivendo delle critiche che non spiegano nulla e che sembrano un trattato di medicina? Ma dove sono finiti quelli che dicevano: “Bene perché…”, “Male in quanto…”  Ultima cosa: ma dove sono finiti i direttori artistici che di musica se ne intendono veramente? Alcuni sono compositori di musica contemporanea, messi lì solo come specchietto per le allodole (e che qualche volta non riconoscono neppure la loro musica!…), tanto i cast li fanno gli agenti con pacchetti preconfezionati; altri fanno finta di essere insegnanti di canto, da bravi cantanti non riusciti (vedi sopra), e altri ancora sono messi là dalla politica. Ah, dimenticavo!…e la musica?…

Pensi che la lirica abbia ancora un futuro?

Per come intendo io la lirica, penso che sia morta e sepolta da tanti anni, e non di morte naturale…Sono sicura però che questo fantasma  avrà un futuro, totalmente lontano dal mio gusto, ma specialmente lontano dal gusto e dalle direttive precise dei compositori.

Come ascoltatrice, cresciuta nel mito di ben altri spettacoli,  posso solo dire che per me “la commedia è finita!”

A proposito di Carmen

Mi scrive oggi Marco Ninci, professore di filosofia alla Normale di Pisa. Siccome queste riflessioni sulla Carmen mi sembrano Continua a leggere “A proposito di Carmen”

Buon compleanno, maestro Puccini!

Puccini“La morte di Puccini mi ha recato un profondo dolore. Non avrei mai creduto di non dover piú rivedere questo cosí grande uomo. E sono rimasto orgoglioso di aver suscitato il suo interesse, e Le sono riconoscente che Ella lo abbia fatto sapere ai miei nemici, in un recente suo articolo”.

Cosí scriveva Arnold Schönberg ad Alfredo Casella nel gennaio 1925. Credo che queste parole siano uno dei migliori omaggi che si possano tributare al grande compositore lucchese, di cui oggi ricorre il centocinquantesimo anniversario della nascita. La figura di Giacomo Puccini, spesso maltrattata dalla critica a partire dal velenoso libello di Fausto Torrefranca del 1912, fu disinteressatamente apprezzata da musicisti del calibro di Stravinskij, Ravel, Webern e Varése, oltre al nobile giudizio di Schönberg che abbiamo citato in apertura. Una certa corrente critica italiana volle fare del musicista toscano il simbolo di una polemica diminutiva che aveva per bersaglio tutto il melodramma ottocentesco, della cui tradizione Puccini era l’ ultimo erede legittimo. Oggi, l’ attivitá critico-musicologica di studiosi come Fedele D’ Amico, Antonino Titone, Jürgen Maehder, William Ashbrook, Julian Budden, Anselm Gerhard, Andrew Porter e Michele Girardi ha inquadrato nelle giuste prospettive la produzione artistica di quello che va annoverato, senza ombra di dubbio, tra i compositori piú raffinati ed evoluti del periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento. Partito da un’ ispirazione artistica rifacentesi ai drammi wagneriani (basterebbe ricordare a questo proposito la citazione letterale dell´Abendmahl-Motivi nel preludio de Le Villi e quella del Tristanakkord nel secondo atto di Manon Lescaut, oltre alla elaborazione tematica secondo la tecnica del Leitmotiv su cui quest’ ultima opera é basata) seppe in seguito fare tesoro delle piú moderne esperienze musicali europee, arrivando a proporsi come autentico innovatore. Lo splendore sinfonico e la superba tecnica compositiva di partiture come La Fanciulla del West e Turandot ne sono una testimonianza evidente. Ma ci sarebbe parecchio da dire anche sulle novitá che Puccini apportó nel campo della tecnica teatrale, con un trattamento del tempo degno dei grandi romanzieri, in un respiro epico che spesso sembra trasfigurare le vicende dei personaggi. Il musicista toscano si tenne sempre a debita distanza dal movimento verista, per portare avanti un altro concetto di teatro musicale, parallelemente alle novitá che in questo campo apportavano in quel periodo compositori come Richard Strauss, non a caso grande ammiratore dell’ arte pucciniana. Tutto questo fu immediatamente compreso dal pubblico, che alle opere di Puccini ha sempre decretato, fin dal loro apparire, un grande ed incondizionato successo, che si é mantenuto tale nel corso degli anni ed anche oggi non accenna a diminuire. In fondo, é proprio questo che certa critica non ha mai perdonato al compositore lucchese. Oggi per fortuna le cose sono cambiate e la musica pucciniana é stata fatta oggetto di studi critici estremamente validi, che hanno collocato il musicista nel posto che gli compete: quello di una delle piú grandi ed originali figure che la tradizione musicale italiana abbia mai prodotto, l’ ultimo erede del nostro melodramma e colui che ne concluse il ciclo meraviglioso, allo stesso modo in cui Gustav Mahler chiuse la parabola artistica della sinfonia viennese. La musica di Puccini occupa un posto insostituibile nella nostra cultura, e questo anniversario deve servire a ricordarcelo.

Andrea Chénier

Voglio parlarvi oggi di un´opera che amo molto

Andrea Chénier, l’ unico lavoro di Umberto Giordano rimasto stabilmente nel normale repertorio operistico, ha avuto, fin dalle sue prime apparizioni sulle scene teatrali, un successo continuo ed unanime, pressoché
ininterrotto, sui palcoscenici di tutto il mondo, senza cheil pubblico, né gli interpreti abbiano mai dimostrato
di esserne saturi. Di fronte a questa ragione, l’ opinione degli studiosi, che su questo e altri lavori del periodo cosiddetto “verista” hanno sempre avuto pareri contrastanti, passa in secondo piano, visto che alla fin fine è sempre il giudizio del pubblico a decretare le fortune di un’ opera (anche Verdi, come ben sappiamo la pensava così); e, d’ altra parte, ancora oggi è difficile trovare studi che sull’ opera verista dimostrino, se non obiettività, almeno serenità di spirito nel giudicare.

Soprattutto nei primi decenni del secolo, infatti, i musicisti e saggisti che diedero vita, in Italia, alle battaglie culturali in favore della “musica moderna”, si posero per obiettivo principale la condanna senza appello di tutto il teatro musicale verista, nonché di Puccini, che solo successivamente ottenne uno stralcio della sua posizione, per esprimerci ancora in termini giuridici. Per contro, i detrattori e i nemici di questo movimento seguitarono a difendere il verismo con un furore non meno polemico e non meno animato da ragioni ideologiche piuttosto che artistiche. Oggi, visto che queste ragioni dovrebbero ormai essere consegnate alla storia e che, d’altra parte, le battaglie per l’avanguardia hanno preso tutt’altre strade, tutto questo dovrebbe essere acqua passata, e invece non è così, o almeno lo è solo in parte.

Ma, per tornare all’ argomento principale di questo scritto, quali sono gli aspetti di Andrea Chénier che si impongono oggi alla nostra attenzione e quale fu la posizione di Umberto Giordano nell’a mbito del teatro lirico della sua epoca? Cominciamo dalla seconda questione: non c’è dubbio che, anche nelle sue migliori riuscite, la musica di Giordano rimanga ad un livello qualitativamente inferiore rispetto ad altri artisti di quel periodo. Lasciando stare Puccini, che per preparazione, abilità e felicità inventiva stava nettamente al di sopra di tutti, Giordano non possedeva certo la raffinatezza strumentale di Cilea o la capacità di tratteggiare fulmineamente i caratteri che era propria di Mascagni all’inizio della carriera. Ma è altrettanto vero che a questo musicista non facevano difetto la preparazione e la felicità dell’invenzione melodica, e nemmeno la capacità di organizzare un discorso teatrale vario ed avvincente. D’ altra parte, l’ aver studiato al Conservatorio di Napoli, a quell’ epoca, testimonia delle solide basi su cui poggiava la sua preparazione. Quando studiava, Giordano era già considerato come uno degli elementi più promettenti della sua scuola, e due suoi lavori scolastici, la romanza “Idillio” e una Suite per quartetto d’ archi, vennero eseguiti in pubblico ottenendo favorevoli accoglienze; anzi, la romanza venne anche pubblicata da Ricordi. Contemporaneamente, Giordano aveva partecipatoal Concorso Sonzogno del 1888, quello da cui doveva uscire vincitrice Cavalleria Rusticana. L’ opera da lui presentata, Marina, ottenne una menzione d’onore, anche se non venne poi mai eseguita in pubblico. Alcuni membri della giuria, tra i quali erano Filippo Marchetti ed Amintore Galli (il primo godeva allora buona fama quale autore di un’ opera discretamente fortunata come il Ruy Blas e l’ altro, oltre che professore di Storia della Musica al Conservatorio di Milano, era un influente membro di Casa Sonzogno) riuscirono a combinare un incontro tra il ventunenne musicista e l’ editore. Recatosi da Sonzogno a Roma, Giordano gli suonò l’intero spartito di Marina. Come risultato, il compositore ottenne l’ incarico di scrivere una nuova opera entro un anno ed una somma mensile in qualità di stipendio. Sonzogno,
a quell’epoca, riservava lo stesso trattamento a diversi giovani promettenti, tra i quali Mascagni, Leoncavallo, Spiro Samara, Gaetano Coronaro ed altri. Lo scopo era quello di creare un repertorio operistico tale da poter
competere con quello dell’editore rivale, Giulio Ricordi, proprietario dei diritti d’ esecuzione di tutti i grandi dell’ Ottocento italiano e di Wagner (dopo l’assorbimento, avvenuto nel 1888, della casa editrice Lucca, che fu la prima a pubblicare in Italia le opere del musicista tedesco). Sonzogno aveva risposto ai “colpi” di Ricordi con l’ acquisizione di quasi tutto il repertorio moderno francese (Carmen, Mignon e la maggior parte dei lavori di Massenet) e con i famosi concorsi operistici tenutisi dal 1883 al 1904, attraverso i quali cercava di assicurare i migliori giovani talenti alla sua Casa. Dopo essersi lasciato scappare Puccini, che aveva partecipato alla prima edizione del 1883 con Le Willis (poi pubblicata col titolo Le Villi), la quale non era stata neppure segnalata ed era poi stata pubblicata da Ricordi, Sonzogno non ripeté lo stesso errore con Mascagni e poi con Giordano. Il risultato fu la creazione di una nuova moda: quell’ opera verista consona alle attenzioni per la realtà sociale che l’ editore sosteneva sulle pagine del suo giornale, Il Secolo.

Ma, per tornare a Giordano, il primo frutto dell’ impegno con Sonzogno fu Mala Vita, tratta da un racconto di Salvatore di Giacomo adattato a libretto dal giornalista Nicola Daspuro, rappresentata al Teatro Argentina di Roma il 27 febbraio 1892, interpreti Gemma Bellincioni e Roberto Stagno, gli stessi della “prima” di Cavalleria Rusticana. L’ opera in una ripresa a Napoli scandalizzò il pubblico e provocò disordini in teatro,anche a causa della scabrosità del soggetto, che portava in scena il mondo della camorra napoletana e aveva come protagonista una prostituta, Cristina, sfruttata dal marito, Annetiello (molti aspetti scabrosi della trama vennero attenuati nel rifacimento che Giordano ne fece nel 1897, intitolato Il Voto). Il lavoro però piacque indiverse riprese in Italia e all’ estero (era quello il momento in cui, soprattutto in Germania, il melodramma verista otteneva un successo clamoroso. Si veda a questo proposito l’ articolo di Marcello Conati “Mascagni, Puccini, Leoncavallo & C. in Germania”, pubblicato su Discoteca nell’agosto 1976) e se ne occupò, dandone un giudizio favorevole, anche il celebre critico viennese EduardHanslick. Comunque, sotto l’ impressione dei tumulti alla rappresentazione napoletana di Mala Vita, Giordano si decise, per la sua opera successiva, a tornare ad un soggetto storico. Il risultato fu Regina Diaz (Napoli, Teatro Mercadante, 5 marzo 1894), accolta con un certo favore, ma indubbiamente un lavoro nato morto (il libretto era un rifacimento della donizettiana Maria di Rohan), tanto che fu ritirato dopo due sole rappresentazioni.

A quel punto, Sonzogno, che già durante le prove della nuova opera aveva manifestato a Giordano le sue riserve, disse al musicista che la loro associazione doveva considerarsi conclusa. Giordano, che già stava pensando di abbandonare la musica e mettersi a dirigere una scuola di scherma, fu salvato da un incontro determinante: quello con Alberto Franchetti, che allora era a Napoli per la prima esecuzione locale della sua opera Fior d’ Alpe. Come poi lo stesso Giordano rievocherà, Franchetti, allora musicista molto stimato per il recente successo del Cristoforo Colombo, lavoro commissionatogli dalla città di Genova per celebrare il quarto centenario della scoperta dell’ America, gli offrì, durante un pranzo in una trattoria napoletana, i diritti del libretto di Andrea Chénier, che Luigi Illica si era impegnato a scrivere per lui. E fu lo stesso Franchetti che persuase Sonzogno affinché continuasse a versare a Giordano le trecento lire del contratto ancora per un anno.

Trasferitosi a Milano, per lavorare a contatto con Illica, Giordano trovò alloggio nel deposito di statue di un impresario di pompe funebri, vicino al Cimitero Monumentale e dovette adattarsi, dati gli impegni di Illica con Giacosa e Puccini per La Bohème, che stava nascendo in quel periodo, ad avere pochi contatti col librettista, cosicché la loro collaborazione fu portata avanti in massima parte attraverso la posta. Durante la composizione, Giordano persuase il poeta ad apportare alcuni cambiamenti al testo (come la soppressione dell’ episodio degli accenditori di fanali al secondo atto, che avrebbe potuto ricordare troppo da vicino quello analogo della Manon Lescaut). L’ opera fu finita il 27 gennaio 1896, e rapidamente messa in cartellone alla Scala, che Sonzogno gestiva per quella stagione, anche per l’ appoggio di Mascagni, che valse a superare la scarsa fiducia nutrita da molti membri di Casa Sonzogno nei confronti del lavoro. D’ altra parte, l’ intera stagione scaligera sembrava nata sotto pessimi auspici: infatti, l’ apertura era avvenuta con Henry VIII di Saint Saëns, sotto la supervisione dell’autore, ed era stata un clamoroso insuccesso. Anche peggio era andata La Navarraise di Massenet (un lavoro che presenta parecchie analogie con la Cavalleria Rusticana tanto che, al suo apparire, venne malignamente ribattezzato Calvelleria Espanola, alludendo alla prima interprete, che fu Emma Calvè) anch’ essa fischiatissima. Il fondo fu toccato con una ripresa di Carmen, partitura molto amata dal pubblico, che questa volta se la prese con gli interpreti (la Rappini e il tenore Vignas), tanto che l’opera venne interrotta durante il terzo atto. La situazione sembrava dunque già abbastanza pesante, e a complicare le cose ci si mise anche la defezione del protagonista designato, il tenore Alfonso Garulli, che rinunciò, forse fiutando un fiasco in arrivo. Giordano e Illica si rivolsero allora a un giovane cantante, da poco tornato dalla Russia e rimasto a Milano in attesa di scritture: era Giuseppe Borgatti, in seguito destinato a diventare famoso come il massimo tenore wagneriano di lingua italiana. Favorevolmente impressionato dal lavoro, accettò subito la parte (e racconterà poi di averla imparata in sei ore!) e l’opera poté andare in scena la sera del 28 marzo 1896. Oltre al Borgatti, cantavano il soprano Evelina Carrera e il baritono Mario Sammarco; dirigeva l’orchestra Rodolfo Ferrari. I primi applausi cominciarono subito dopo la sortita di Gerard, continuarono all’ Improvviso, che Borgatti dovette bissare, e si riassumono nel telegramma spedito da Sonzogno a Illica, alla fine dello spettacolo: “Trionfo completo per primo-terzo-quarto atto. Piacque pure secondo. Ventina chiamate artisti e maestro. Volevasi anche librettista.Venite assistere seconda”.

Dopo dieci rappresentazioni alla Scala, l’ opera cominciò il suo cammino su tutti i palcoscenici italiani e il 15
novembre dello stesso anno si ebbe la prima rappresentazione all’ estero, all’ Academy of Music di New York.
Anche le accoglienze della critica furono tutte favorevoli, soprattutto quelle di Galli sul Secolo, di Colombani sul Corriere della Sera e di Nappi, il temuto critico de La Perseveranza che nel suo articolo del 31 marzo mise acutamente in rilievo la “felice intuizione del teatro” e la “ragguardevole penetrazione del significato di ogni quadro del dramma”. Una fama era fatta, dunque, come ribadiranno il trionfo, due anni più tardi, di Fedora (Milano, Teatro Lirico, 17 novembre 1898, con Gemma Bellincioni e il giovane Enrico Caruso) che mosse all’ entusiasmo persino Gustav Mahler, il quale volle dirigerla alla Hofoper di Vienna, il successo di Siberia (Scala, 19 novembre 1903), lodata da Gabriel Fauré, le buone accoglienze toccate a Madame Sans Gene (New York, Metropolitan, 25 gennaio 1915, diretta da Toscanini), un argomento suggerito a Giordano da Verdi in persona, come ci testimonia Amintore Galli (A.Galli-G.Macchi-C.Paribeni,Umberto Giordano nell’ Arte e nella Vita, Milano, Sonzogno, 1915, p. 66), facente seguito però agli esiti incerti di Marcella (Milano, Lirico, 9 novembre 1907) e di Mese Mariano (Palermo, Teatro Massimo, 17 marzo 1910). Poi, dopo l’ operetta Giove a Pompei (1921) composta assieme a Franchetti, la parabola artistica di Giordano si concluderà con La Cena delle beffe (Scala, 20 dicembre 1924) e Il Re (Scala, 12 gennaio 1929, interpretato da Toti Dal Monte ed Enzo de Muro Lomanto): come per Mascagni, il destino di Giordano fu quello, malinconico, di chi sopravvive alla propria epoca che, nel caso dei musicisti della Giovane Scuola, era stata anche troppo breve. Infatti, di tutte le opere messe in scena in quel periodo, l’ ultima ad avere una vita teatrale regolare fu Adriana Lecouvreur di Cilea, che è del 1902: dodici anni appena era durata dunque la stagione verista (Puccini, come abbiamo già detto, vuole un discorso a parte).

Andrea Chénier, comunque, piace ancora, anche oggi che i gusti del pubblico sembrano lievemente mutati, sull’ onda di tante riproposte del repertorio belcantista e romantico. E non c’ è dubbio che l’ opera di Giordano contenga tutti i requisiti che occorrono per piacere all’ ascoltatore: felicità dell’ invenzione melodica, sicurezza nella caratterizzazione dei personaggi, ritmo teatrale tenuto sempre vivo, qualche volta anche esagerando nei colpi di scena. Gianandrea Gavazzeni ha opportunamente notato che Giordano, diversamente da altri musicisti della sua epoca, mira “…alla gettata della parte; intesa appunto in senso gestuale, quasi identificata nella forma dell’ attore cantante che dovrà essere Gèrard o Loris, Maddalena o Fedora. Sarà la stessa instintiva percezione del gesto scenico a orientare anche l’ orchestra di Giordano lungo gli affinamenti tecnici e le assimilazioni delle esperienze altrui. Infatti la sua orchestra è sempre una musicazione del gesto scenico. Ed è in questo l’ originalità, la differenza dalle altre orchestre del periodo naturalista”. Ma in cosa possiamo riconoscere l’ appartenenza di Giordano al cosiddetto verismo? E qui si innesta anche
la risposta alla domanda sulle ragioni del successo di quest’ opera, che ci eravamo posti in apertura di discorso.

Per le opere della prima stagione di questo movimento, verismo voleva dire soprattutto il trattamento di soggetti illustranti la realtà, anche e quasi particolarmente nei suoi aspetti meno edificanti. “Egli ha per massima sol che l’artista è un uom/e che per gli uomini scrivere ei deve./ Ed al vero ispiravasi”. Così le celebri parole del Prologo da Pagliacci, con le quali Ruggero Leoncavallo firmava il vero e proprio manifesto programmatico di questo nuovo genere. Era il prodotto di una società culturalmente plasmata dal positivismo e dal realismo, sull’ onda di influssi provenienti dalle letterature estere (e in particolare dalla Francia). In musica, questi soggetti vengono trattati con la rinuncia alla dicotomia tradizionale fra il recitativo e l’ aria (a cui anche Verdi, con le sue ultime due opere, aveva con tribuito a dare un colpo pressoché definitivo) sostituita, nei pezzi che mantenevano la struttura strofica, da forme popolareggianti come lo stornello e la ballata. Inoltre, al posto delle leggi morali salde e inattaccabili che regolavano il teatro romantico, l’ elemento motore delle opere veriste è la sensualità, ovvero la lotta del maschio con la femmina. È anche questo, come è già stato notato, un carattere che deriva dall’ operismo francese di fine secolo, e dalla Carmen in particolare. A tutto ciò, si aggiunge un tipo di recitazione anch’ esso nuovo rispetto agli schemi del teatro lirico ottocentesco, basato su un puntiglioso studio della realtà e straordinariamente accurato nella ricerca dei costumi e delle truccature. Due esempi tra i più significativi sono quelli di Gemma Bellincioni che, studiando la parte di Natalia ne La Martire di Spiro Samara, si era consultata con dei medici per riprodurre esattamente le espressioni e i gesti che sono propri dell’ agonia di una persona suicidatasi mediante inalazione di gas proveniente da una stufa a carbone, e quello del celebre baritono Titta Ruffo che, nella sua autobiografia, racconta di aver ricavato i gesti e le mosse della parte di Tonio in Pagliacci studiando le mosse di un minorato mentale nel quale si era casualmente imbattuto.

La musica esprimeva questi scontri tra i personaggi con inflessioni vocali desunte direttamente dal linguaggio
parlato e con un tipo di canto in cui l’ orchestra procede a volte intervenendo direttamente nel discorso melodico, che non viene più lasciato alla voce, con gli strumenti a commentare o a raddoppiare la linea del canto, ma equamente suddiviso tra essa e l’ accompagnamento orchestrale. Da queste basi nascono le diverse soluzioni stilistiche adottate dagli operisti italiani dell’ epoca, i cui risultati migliori sono dati da quel canto di conversazione del quale fu maestro assoluto Puccini. Per quanto riguarda Andrea Chénier, esso è il prodotto di una successiva fase del verismo: il periodo in cui, esauritasi per ovvia estinzione la fase dei soggetti rusticani, i musicisti ricominciano a prendere in considerazione, alla ricerca di nuove strade, le trame di stampo storicheggiante. Anche qui, però, essi trasferirono le istanze che erano state alla base dei lavori immediatamente precedenti, cosicché abbiamo opere come lo Chénier, dramma storico, ma basato su una figura reale: quella del poeta Andrè Chénier, nato a Costantinopoli il 30 ottobre 1762, membro, dopo la Rivoluzione, del “club dei Feuillants”, nell’ ambito del quale assunse una posizione sempre più critica verso il Comitato di Salute Pubblica, che governava in Francia durante il Terrore, fino ad essere arrestato e ghigliottinato, a Parigi, il 25 luglio 1794, solo tre giorni prima dell’ analoga fine di Robespierre. Tra l’ altro, nel libretto di Illica sono presenti anche altri personaggi realmente esistiti in quel periodo: Jean
Antoine Roucher, amico di vecchia data di Chénier e giustiziato con lui lo stesso giorno, il pubblico accusatore
del Tribunale Rivoluzionario, Fouquier Tinville, anche lui giustiziato nel 1795 e il presidente del Tribunale, Dumas, amico di Robespierre e ghigliottinatoinsieme a lui, Saint-Just e Couthon.

Illica trasse la sua documentazione storica dalla Histoire de la sociéte francaise pendant la Revolution, di Edmond e Jules Goncourt, stampata a Parigi nel 1854, nonché da un dramma di Jules Barbier e da un romanzo di Joseph Méry. Due tra le arie del protagonista sono parafrasi di poesie del vero Chénier: l’ Improvviso del primo atto, rielaborazione del Hymne à la Justice e Comme un Dernier Rayon, che fornisce lo spunto per l’ aria del quarto atto. Nel libretto i casi del poeta, prima rivoluzionario e poi proscritto da Robespierre, di Maddalena e del cittadino Gérard sono tratteggiati con una tecnica nell’ accavallarsi dei colpi di scena, che mira veramente a non lasciare al pubblico un attimo di respiro, secondo un incalzare di eventi che si potrebbe apparentare a certo tipo di cinema (e sarebbero tutti da studiare i modi che il cinema, questo moderno sostituto dell’ opera come spettacolo di massa e fenomeno di costume, ha preso a prestito dal melodramma e da quello verista in particolare). La musica accetta la sfida librettistica alla caccia dell’ effetto, momento per momento, e la capacità di Giordano di tenere il discorso sempre in tensione e di catturare l’ attenzione del pubblico tramite la melodia trascinante piazzata al momento giusto, ottiene perfettamente l’ obiettivo di tratteggiare un discorso teatrale sempre vario serrato e avvincente. In realtà, la Rivoluzione, vista in fondo con gli occhi di una persona moderata la quale pensa che queste cose non stanno mica bene,funziona solo come elemento catalizzante per far scattare le situazioni passionali in cui il piedistallo storico serve a moltiplicarne l’effetto sullo spettatore. Quando il gioco è realizzato con la misura e l’ abilità che Giordano dimostra nello Chénier, il gioco riesce. Togliete però questo equilibrio delicato a conseguirsi e come risultato avrete le concioni clamorose di opere come Il Piccolo Marat di Mascagni, per citare un altro lavoro ambientato nella Rivoluzione Francese.

Notevole è anche l’abilità con cui il compositore muove le fila del discorso e maneggia gli schemi, ottenendo il risultato di variare molto bene procedimenti che, in realtà, si somigliano tutti (guardate da vicino le arie solistiche dell’ opera e vi accorgerete che sono, più o meno, tutte costruite nella stessa forma: una prima parte in stile raccolto e legato, e una perorazione finale che porta la voce a toccare le note più alte, a volte concludendo, come nella romanza di Maddalena, con una frase in prima ottava). Anche il trattamento delle scene di massa, in particolare quella della festa al primo atto e quella del tribunale, rivela in Giordano un musicista dalla mano sicura e soprattutto molto abile nel servire al pubblico esattamente quello che si aspetta in quel determinato momento. E, di fronte a queste situazioni, come ha scritto ancora Gavazzeni, “cadono gli strumenti della critica e si alzano, luminose, le ragioni del cuore”. Si può anche discutere su questa affermazione, ma non condannare un’ opera che, piaccia o no, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo. D’ altra parte, i cantanti hanno sempre amato i ruoli principali del lavoro, e i nomi di Enrico Caruso, Beniamino Gigli, Aureliano Pertile, Francesco Merli, Mario Del Monaco, Franco Corelli, Placido Domingo tra i tenori e di Titta Ruffo, Carlo Galeffi, Gino Bechi, Aldo Protti, Ettore Bastianini, Piero Cappuccilli, tanto per citare alla rinfusa e non dimenticando Maria Caniglia, Maria Callas e Renata Tebaldi tra i soprani (interpretazioni tutte, integralmente o in parte, consegnate al disco) stanno a testimonianza del favore ininterrotto che, nei confronti di Andrea Chénier, accomuna da sempre pubblico ed esecutori.

L’ ambiente scaligero

Ad integrazione di quanto scritto a proposito del Don Carlo, credo sia opportuna una postilla.
L’ esito della serata può essere stato condizionato dal fatto che nei giorni precedenti la serata di Sant’ Ambrogio, l’ atmosfera attorno alla Scala è più o meno questa:

Tipiche telefonate prese dal centralino della Scala un 7 dicembre qualsiasi
1 –  “C’ è  una bomba in teatro”
2 –  Al sovrintendente: “Hanno venduto 24 fischietti nella cartoleria vicino al teatro”.
3 –  Alla moglie del direttore: “Suo marito va a letto con il soprano” (o con il tenore, a seconda dei gusti e delle tendenze)
4 – Alla primadonna: “Ho fatto una novena a Sant’ Antonio che, come a tante altre, ti farà andar via la voce”
5 – Al tenore: “Sappiamo che sei arrivato fin qui perchè hai un politico tra gli amici o un mafioso tra i parenti, ma stasera te la faremo pagare”
6- Al baritono: “Sei uno str….”
Milano è sempre stata cosí…