Christian Thielemann dirige uno storico Ring a Bayreuth

Per chi, come me, ama la musica di Wagner, le trasmissioni radiofoniche in diretta dal Bayreuther Festspiele sono da sempre un appuntamento fisso dell’ estate. Continua a leggere “Christian Thielemann dirige uno storico Ring a Bayreuth”

Karina Gauvin: come si canta davvero il barocco

Il problema del canto barocco è uno di quelli più dibattuti nelle discussioni tra gli appassionati e sui siti specialistici. Con la riscoperta e la sempre maggiore diffusione di questo repertorio, si discute animatamente su quali debbano essere i giusti criteri vocali e stilistici richiesti ai cantanti che sono chiamati a interpretare questo tipo di musica. Oggi, sulla scia del movimento che sostiene le esecuzioni con gli strumenti costruiti alla maniera antica, molti sostengono che la tecnica classica del canto, quella basata sull’ emissione in maschera e sul fiato, sarebbe inadatta e stilisticamente inappropriata per il melodramma sei-settecentesco. Da qui il proliferare di voci aguzze, fisse e stridule, dalle agilità emesse di gola e dall’ espansione limitata. Chi conosce i dischi della Bartoli e di Simone Kermes, tanto per fare due esempi,  sa a cosa alludo. Ora, che questo sia un prezzo da pagare in nome della preparazione stilistica che i cantanti di questo tipo possiederebbero, già è una cosa che mi trova poco d’ accordo. La poetica barocca era basata sulla spettacolarità del virtuosismo e sull’ esaltazione della bellezza vocale. Peggio ancora quando si sostiene una presunta superiorità dell’ emissione fissa e non immascherata, oltretutto completamente priva di basi storiche, visto che tutti i teorizzatori di questa “vocalità barocca” non riescono assolutamente a citare fonti attendibili alle quali si rifarebbero le loro asserzioni.
Oggi, se pensiamo a certe registrazioni come quelle mozartiane di Jacobs o quelle delle opere vivaldiane effettuate da Spinosi, siamo arrivati veramente ai limiti dell’ assurdo. Non vedo proprio perchè uno si debba adattare ad ascoltare esibizioni vocali che spesso richiamano alla mente un concerto di rane, in nome di una presunta purezza stilistica. La mia impressione è che in campo filologico le esecuzioni strumentali siano precedute da studi seri, anche se a volte opinabili, mentre per i cantanti si tiri quasi sempre a indovinare. I risultati, li abbiamo sentiti tutti.
Comunque oggi, facendo una delle mie quotidiane ricerche su You Tube, mi sono imbattuto in una cantante che costituisce un´eccezione a quanto ho scritto fin qui.
Si tratta di Karina Gauvin, soprano canadese, nativa di Montréal ma cresciuta a Toronto, formatasi prima in patria e poi alla Royal Scottisch Academy di Glasgow, in carriera già da diversi anni e ospite regolare di grandi teatri e sale da concerto, in tutto il mondo tranne che in Italia dove, come accade per molti altri validissimi cantanti, quasi nessuno sembra essersi accorto della sua esistenza.
Bene, se ascoltate qualche brano di Vivaldi o Händel cantato dalla Gauvin, veramente avrete l´impressione di scoprire un mondo. Finalmente una cantante che affronta il canto di grazia, di forza e di sbalzo con voce corretta, agilità fluide e un’ emissione vocale basata sui criteri della vera vocalità. Eseguita in questo modo, la musica svela tutto il fascino che, in bocca ad una Kermes o a una Bartoli, si riduce solo a una collana di note diligentemente compitate e di strilletti. L´aria “Let the bright Seraphim” dal Samson di Händel, ad esempio, col suo elettrizzante botta e risposta virtuosistico tra la voce e la tromba, diventa veramente l´evocazione di quelle sfide tra cantante e strumentista che spingevano i pubblici del Settecento a riempire i teatri.

Sembra impossibile, ma non lo è. O meglio, si tratta di una cantante che sicuramente ha ben presenti in mente gli esempi dei grandi artisti che hanno affrontato il canto barocco, come ad esempio Joan Sutherland, Marilyn Horne e Samuel Ramey, e ha tratto profitto dalla loro lezione.
In mancanza di un ascolto dal vivo, chiaramente non posso valutare compiutamente il volume vocale e la proiezione, che però probabilmente dovrebbe essere buona, visti i criteri secondo cui la voce è impostata.
Per quanto riguarda le capacità tecniche e la musicalità, quello che si può ascoltare dimostra che si tratta davvero di un’ artista di classe, oltretutto scrupolosissima dal punto di vista stilistico e sicuramente anche molto versatile, visto che nel suo repertorio figurano anche autori come Mahler, Debussy, Barber e Britten.
Del resto, come ho detto, la Gauvin si è esibita nei maggiori teatri e sale da concerto, ed ha al suo attivo anche una cospicua discografia, con incisioni che hanno ottenuto premi e riconoscimenti importanti, oltre a critiche come quella apparsa nel febbraio 2009 sul London Sunday Times, nella quale Hugh Canning scrive tra l´altro:

“Gavin´s choice of repertoire focuses on English-language works, sacred and profane. Her glinting soprano, bright-edged yet deliciously rounded and sensual, is used with rare understanding for character…”

Una bella scoperta, e soprattutto la dimostrazione pratica che noi melomani non siamo gente che chiede la luna nel pozzo. Datemi una cantante come Karina Gauvin e io non starò tanto a sottilizzare sui suoi difetti, ma dirò: ecco finalmente una vera cantante, ecco un´interprete intelligente, ecco soprattutto un´autentica virtuosa, capace di affrontare il belcanto con vocalità corretta ed autentica espressività.

Una voce assolutamente da tenere in considerazione, per gli appassionati del teatro d’ opera settecentesco. Speriamo di poter ascoltarla presto dal vivo qui in Germania.

Mirella Freni ricorda Herbert von Karajan

Oggi aggiungo alla serie delle testimonianze in ricordo di Karajan questo articolo di Mirella Freni, una delle cantanti preferite dal Maestro, apparso nel 1985 sulla rivista “Musica Viva”.

Il Maestro Karajan è uno che non parla tanto di sé, ed è anche molto difficile parlare di lui. lo non ci riuscirò, eppure mi sembra che sia così facile conoscerlo, che sia impossibile anzi non conoscerlo, attraverso la musica. Sembra che tutto quello che fa, che è, si esprima nella sua presenza, nella sua magia. Come si fa a non sentire che tipo è?
E’ una delle più grandi personalità che esistano. Lo si sente, ascoltandolo, vedendolo sul podio. Si capisce che è uno che va in fondo a tutte le cose, che pretende da tutti tutto e che prende tutto sotto il suo comando, ma poi che si dà completamente.
Non so se alla gente sia all’inizio simpatico o antipatico, come figura, come si presenta nella pubblicità, nell’immagine che danno di lui. Ma quando incomincia a fare musica, è impossibile non provare per lui un rispetto per la grandezza e anche un senso di affetto. E fare musica con lui è un’esperienza che arricchisce, sembra che lui costruisca tutto proprio per te che stai lavorando, per farti sentire e dare quello che non hai mai dato, perché forse la musica è così ma sono pochi che lo possono capire e pochissimi che possono farlo vivere, e il Maestro ha un suo modo assoluto, che non si può confondere e non si potrà mai imitare.Sul lavoro il Maestro è di poche parole. Fa molta soggezione. Nelle prove, è molto concentrato. Non puoi permetterti ad esempio di tirar fuori la lingua; o solo nelle giornate buone, nei momenti più adatti e senza esagerare.
Non si arrabbia, di solito. Da gridare, mai. Se qualcosa non va, basta un’occhiata, è peggio d’un’arrabbiatura, ti gela. Ha quegli occhi, poi, del colore giusto: grigi, fermi.
Al Maestro non piace tanto dire le cose, preferisce farle capire. Non che convinca con argomenti. Fa. Ha un fluido unico, si sa. E poi ha quel gesto… In un primo tempo ti senti attorniato dalle tue atmosfere: tue, perché diventano tue, non ci rinunceresti mai, ti viene da giurare che non canterai mai con un altro direttore. Poi, naturalmente, si viene a conoscere anche qualcuno – pochissimi – che hanno, in modo del tutto diverso, altre qualità assolute. Ma il Maestro t’avvolge di musica, ti porta a scegliere cose giuste, anche se non hai tutta la cultura, la preparazione storica, la mentalità un po’ tedesca, che in teoria dovrebbero essere quasi indispensabili. Mentre canti e cominci a capire, ti viene voglia di studiare come un matto, per capire di più.
Ogni tanto, fa domande, come se anche lui volesse imparare da noi. Ad esempio, in un’opera italiana, chiede il significato fondamentale delle parole. “È infranto l’ artimon!”, si canta nell’Otello di Verdi. “Che cos’è l’ artimon?”, chiede; e noi, stupiti che non si sia bene informato, rispondiamo che è una vela dell’albero maestro. Macché, lui vuol sapere da che cosa deriva la parola italiana, dal latino, dal greco. Lui vuol sapere sempre la radice delle parole.
Però non è che dica tanto. Vuole.

Al Maestro piace moltissimo capire e far capire senza spiegazioni. Naturalmente questo avviene in prova, con l’orchestra, e anche con i cantanti. Il Maestro non ama separare le voci dall’orchestra, le prove di sala sono normalmente affidate ai maestri sostituti di sua fiducia, gli preme andare subito in orchestra. Anche quando prova scenicamente, come regista, preferisce avere la registrazione già effettuata e noi cantarci sopra in play-back, praticamente è un po’ scomodo, o almeno è molto diverso dalle abitudini che di solito abbiamo tutti, ma il suo modo di vedere l’opera non può fare a meno dell’orchestra, e vuole che anche noi non ne facciamo a meno.
Forse proprio per questo adesso prima incide il disco dell’opera che rappresenterà, poi la prova in teatro. Arrivando in teatro, il Maestro non è sempre contento di quello che ha fatto in disco, in quel caso dice “qui non come nel disco, che non mi piace”, perché non è che si fissi in un’idea, si muove sempre.
Come regista si sa che viene discusso. Non è però un regista che non affronti i problemi, ha una concezione sua, quello che gli importa è la vita musicale sulla scena e che dentro la vita musicale ognuno senta il suo personaggio. Io sono dentro ai suoi spettacoli, non sta a me proprio giudicarli. Ma devo dire che mi ha aiutato anche molto lavorare sotto la sua regìa, imparare a esprimermi partendo direttamente dal suo gesto di direttore, anche in scena. Per me come artista è una cosa straordinaria fare un movimento aiutata dall’intensità della sua musica.
Anche come regista è autoritario, ma facendo sentire quali sono i momenti più importanti, quelli decisivi. Mi ricordo nell’Otello il terz’atto, come curava gli sguardi. Quando Jon Vickers mi gridava: “Dì che sei casta”, e io rispondo “Casta io son”, voleva che lo guardassi fisso e che lui non sostenesse i miei occhi e si voltasse dall’altra parte. C’era una grande tensione, io ero Desdemona per la prima volta, il Maestro mi aveva avviata verso un repertorio più drammatico del mio fino ad allora, e si svolgeva un’interpretazione d’una intensità enorme, dentro cui mi trovavo. Proprio nella scena dove dicevo “Casta lo son”, stavo vicino a una colonna, mi attaccavo alla colonna quando avevo paura, quasi mi dicevo che mi sarei nascosta lì dietro. “La colonna di Mirella”, diceva, la mia bella colonna. Il Maestro mi chiama Mirella, solo i primi tempi Mirellina.
Nello stesso Otello, che era a Salisburgo, quindici anni fa, ad una recita mentre ero voltata di spalle come la regia prevedeva durante la “canzone del salice”, ho sentito la necessità di fare un rallentando, ad un certo punto, anche se non era previsto. L’ho fatto, e contemporaneamente l’orchestra ha rallentato con me nello stesso esatto modo, eravamo completamente completamente insieme. Capita spesso, quando c’è comunicazione con i direttori, con i grandi artisti; ma di solito non c’è il tempo di porsi il problema, si fa; questa volta la cosa era più grossa e mi rendevo conto che avveniva. E sceglievo la cosa giusta, perché ero sicura che in
quel momento, diretta da lui, se mi veniva spontanea, era la cosa da fare. Sapevo che sul podio c’era lui. E’ difficile spiegare che tipo di fiducia ci sia, quando lui dirige, ma chi lo ha ascoltato anche di presenza può capirlo facilmente. E’ tutto un modo di intendere la musica. Sono quelle cose fatte di musica.

Al Maestro piace il canto, il canto all’italiana. Panerai racconta – deve averlo raccontato anche a voi – che una volta, mentre provavano la Traviata (in realtà si trattava del Trovatore, n.d.r.), non stava troppo in voce e ha saltato una di quelle note che non sono scritte, ma che la tradizione aggiunge, un acuto d’effetto, non volgare ma difficile e di qualli che bisogna essere in forma per far bene. Il Maestro ha fermato l’orchestra, gli ha chiesto: “Panerai, e il sol bemolle?”, e lui ha risposto: “Scusi, maestro Karajan, ho pensato che si tratta di quelle brutte note che la tradizione ha messo…”; e il Maestro gli ha detto, come ad uno scolaro: “Panerai, noi la paghiamo anche perché lei faccia quelle brutte note della tradizione”.
Il Maestro ama molto la tradizione. A volte, si fa criticare da tutti per questo, come nei tagli del Don Carlo a Salisburgo nel 1975. Gli ho domandato come mai li facesse, ma mi rispondeva: “Mirella, non ti fidi di me?”. Nel disco, però, alcuni tagli sono stati aperti. Non posso però dimenticarmi che cos’era quel Don Carlo, come l’abbiamo tutti amato. Che cosa voleva dire esserci dentro.
Però la tradizione come la ama il Maestro non è come viene amata di solito. Lui non vuole mai che si esageri, e non vuole mai che si facciano gli effetti per fare gli effetti. A lui piace il canto pieno, risonante, con le frasi dove si tengono senza paura gli acuti se lo richiede l’espandersi della frase musicale; nessuno può mai pensare che il Maestro sia volgare, e nessuno l’ha mai pensato. Mi ha fatto il più bel complimento che potessi mai ricevere, una volta: “Mirella, lo amo il canto italiano. Se io cantassi, vorrei cantare come te”.

Fuori dal lavoro… chi l’ha mai visto, fuori dal lavoro? Soltanto qualche volta noi, con cui ha lavorato di più. Vive abbastanza appartato, soltanto ultimamente cerca di più la compagnia. Altrimenti, finito lo spettacolo o le prove, spariva subito.
Quando è in compagnia, è simpatico, cerca di essere allegro, anche di dire barzellette. Si interessa degli argomenti degli altri. Una volta ci siamo divertiti, perché mentre parlava del suo aereo americano che aveva comperato, che come si sa è una sua grande passione pilotare, e diceva tutte le caratteristiche tecniche, Nicola, che di quelle cose non ne sa niente, gli raccontava di un suo aereo russo che faceva finta d’aver comperato, che aveva tutte le caratteristiche aumentate, fino al momento del prezzo, in cui Nicola ha detto invece una cifra molto più bassa per il suo. Quando se ne è accorto, si è molto rallegrato; gli piaceva lo scherzo, e poi anche che Ghiaurov non avesse un aereo più potente e meno caro del suo…
La sua passione per i motori è famosa. Non so se sia vero che De Sabata già allora gli avesse chiesto: “Sei arrivato in piazza Scala in aereo, o in sottomarino?”. Ma le macchine, su cui corre come un matto, le cose tecniche e meccaniche in genere, lo appassionano, lo esaltano. Anche in teatro, quando fa la regìa, nelle prove gli piace dominare tutto il macchinario; senza staccare dalla musica, senza smettere di dirigere dà ordini nel microfono.
Poi gli piace lo sport, farlo. Adesso cammina con fatica, per la sua malattia, anche se ha sempre un’immagine molto forte, da vincitore; ma fino a poco tempo fa faceva gare di vela. Io ho però l’impressione, non vorrei dire, che sia anche timido, che nel rapporti con gli altri cerchi anche di nascondersi; e lo capisco: uno che è timido e si trova una così grande personalità, non è mica facile per lui.

Anche nelle cose di famiglia è molto riservato. Non ho conosciuto Anita, la prima moglie. La seconda, Heliette, è molto gentile, le sue figlie sono molto simpatiche. Ma – sul lavoro non si lascia circondare da nessuno.
A volte si creano atmosfere… Una volta a Tokio, facevamo il Requiem di Verdi con i Berliner Philharmoniker, c’era una tensione assoluta, vedevo i violinisti che piangevano. Alla fine il Maestro mi ha abbracciato stringendomi la testa contro di lui che quasi non respiravo. E’ il suo modo di fare. Quando gli ho fatto ascoltare la prima volta come avevo preparato la parte di Desdemona, mi ha preso la testa, con le mani fra i capelli, e me l’ha scossa, come se fossi stato un monello, senza dire una parola. Quand’è commosso con me, o mi strappa i capelli o mi stringe la testa.
Ogni tanto mi fa qualche confidenza: una volta mi ha confessato che per studiare un’opera ci mette due anni e mezzo. Vuol conoscere a fondo, prima di cominciare a dare. Poi incomincia a chiedere, anzi a volere. E poi, con tutti noi, dà tutto.

Mirella Freni (Musica Viva, Anno IX n.7/8, luglio/agosto 1985)

Cesare Siepi, 1923 – 2010

Continuano purtroppo i lutti nel mondo della lirica. Dopo Giulietta Simionato e Giuseppe Taddei, dobbiamo registrare anche la scomparsa di Cesare Siepi, la più bella voce di basso del dopoguerra, spentosi ieri ad Atlanta. Superfluo ricordare in questa occasione i pregi di un artista che appartiene a pieno titolo alla ristretta cerchia dei cantanti storici. Voce fuori del comune per qualità timbrica e impostazione tecnica, attore tra i più carismatici mai visti sul palcoscenico, il basso milanese è stato uno degli interpreti più rappresentativi della sua epoca, prendendo parte a produzioni storiche insieme a tutti i maggiori cantanti del suo tempo.
Tra le sue interpretazioni più celebrate, un posto di particolare riguardo spetta a quella di Don Giovanni, di cui resta fortunatamente una documentazione visiva del leggendario allestimento salisburghese diretto nel 1953 da Wilhelm Furtwängler.
Da questo storico spettacolo pubblico tre estratti.

Carlos Kleiber: 80° anniversario della nascita

Oggi Carlos Kleiber avrebbe compiuto ottant´anni. Su queste pagine ho voluto spesso ricordare questa straordinaria figura, Continua a leggere “Carlos Kleiber: 80° anniversario della nascita”

Aida da Londra in differita radio alla BBC

Ho ascoltato ieri sera la trasmissione differita, sul sito internet della BBC, della nuova produzione di Aida andata in scena qualche tempo fa al Covent Garden.
Devo dire che sono rimasto costernato e incredulo, perchè davvero, in più di quarant´anni che seguo l´attività dei teatri d´opera, mai mi era capitato di ascoltare una cosa del genere, oltretutto da un teatro di questo livello.

Più che perdere del tempo a scrivere una recensione, preferisco lasciare la parola agli amici del Corriere della Grisi, che nella loro analisi critica della serata esprimono perfettamente quello che io ho provato ieri sera.
In calce al resoconto, troverete acclusa una rassegna stampa, che dimostra la perplessità con cui anche la critica inglese ha accolto questa tanto pubblicizzata produzione.

Ecco il link:

http://ilcorrieredellagrisi.blogspot.com/2010/06/aida-dal-covent-garden-alla-bbc.html

Euryanthe di Weber al Badisches Staatstheater Karlsruhe

Euryanthe di Weber al Badische Staatstheater Karlsruhe
Esistono opere il cui valore è inversamente proporzionale alla frequenza con cui vengono allestite. Continua a leggere “Euryanthe di Weber al Badisches Staatstheater Karlsruhe”

Carmen al Festspielhaus Baden-Baden

carmen

Il Festspielhaus di Baden-Baden è uno dei teatri tedeschi più attraenti Continua a leggere “Carmen al Festspielhaus Baden-Baden”

Katja Kabanova alla Staatsoper Stuttgart

katja-kabanova3La produzione operistica di Leós Janacek ha ottenuto Continua a leggere “Katja Kabanova alla Staatsoper Stuttgart”

Daphne di Richard Strauss, Oper Frankfurt, 10 aprile

daphne2

L´amico livornese Fulvio Venturi, grande e competente appassionato d´opera, ha assistito un mese fa alla produzione della Daphne messa in scena alla Oper Frankfurt.
Ecco il suo resoconto.

Matthew Best (Peneios); Tanja Ariane Baumgartner (Gaea); Maria Bengtsson (Daphne); Daniel Behle (Leukippos); Lance Ryan (Apollo); Dietrich Volle, Julian Prégardien, Franz Mayer, Sungkon Kim (primo, secondo, terzo e quarto pastore); Christiane Karg, Nina Tarandek (prima e seconda vergine); Corinna Schabel (la vecchia Daphne, che non parla).
Sebastian Weigle, direttore d’orchestra – Orchestra Oper Frankfurt, MuseumOrchester
Matthias Köhler, maestro del coro – coro maschile Oper Frankfurt
Claus Guth, Inszenierung

Francoforte è una città grande. Il centro, che trent’anni fa poteva sembrare avveniristico, tutto metallo e grattacieli, oggi è solo vecchio: Fu realizzato così per rimediare i danni della guerra, che sono stati ingenti. Tuttavia, quanto è rimasto del passato, come la casa di Goethe o il Rohmer, è perfettamente mantenuto e godibile. Oltre alla birra vi si beve Apfelwein che, detto alla toscana, è acqua di mele nella quale si diluisce poco vino, e può essere considerato la bevanda locale. I vini del Reno, che a Francoforte pure si consumano in gran copia, sono leggeri, vagamente fruttati ed aciduli. La gente è allegra e ben disposta verso il prossimo. e lungo tutta la città si può godere di una bella passeggiata sul Meno, che ha il suo fascino anche col tempo avverso.
Vi sono due teatri molto funzionali.
Mi recai qui circa venti anni fa per ascoltare un’opera rara, Cristoforo Colombo di Franchetti (con un super Bruson, un vero baritono). Vi sono tornato in aprile per assistere alla messa in scena di un titolo non altrettanto raro, ma comunque inusuale, Daphne di Strauss. Opera appartenete alla maturità del suo autore, e figlia di quello strano connubio tra il musicista bavarese e l’oscuro prof. Gregor. Rivive in essa il mito ellenico della fanciulla tramutata in alloro per fuggire le brame d’un dio, soggetto culturalmente alto, ma difficile da trasfondere, se non in musica, sicuramente in teatro. E questa difficoltà in Daphne si avverte tutta. Splendida e sempre ispirata in tutte le sue parti musicali, irrisolvibile in scena, specie se ci si attiene didascalicamente al libretto. Un bel busillis da risolvere ai nostri disincantati occhi “moderni”; una ragazza che trasforma in albero; un ragazzo che si traveste da vergine pronuba per conquistare la ragazza che ama; un dio che si umanizza e si uccide per redimere le proprie malefatte. Più facile scuote il capo e sorridere, che sforzarsi e documentarsi per capire. Meglio dunque raccontare certe cose che seguirle pedissequamente. Così ha fatto Claus Guth, il regista, ambientando la produzione in locali che non hanno retto l’usura del tempo. Forse un manicomio dismesso, nel quale si aggira una vecchia signora, che racconta la vicenda. E’ Daphne tanti anni dopo. Ne nasce un’azione non priva di riferimenti psicologici, una continua alternanza tra presente e passato. Difficile, ma non priva di fascino. I tecnici del teatro si sono superati per seguire le scelte registiche, realizzando una serie di “cambi a vista” del tutto mirifici, con scorrimenti del palcoscenico mobile rapidissimi e perfettamente silenziosi .
Eccellente la parte musicale.
Maria Bengtsson era Daphne, e combatteva nel mio ricordo con una mitica Catherine Malfitano, ascoltata, vista ed ammirata alla Scala nel 1987 con Sawallisch direttore. E non ha perso. Bella in scena, con una biondissima coda di cavallo che le scendeva lungo la schiena, non ha dato segni di cedimento. Vocalmente si ricongiunge alla linea delle Daphne leggere, come l’eletta “creatrice” del personaggio Margarethe Teschemacher e la non meno illustre Hilde Güden, sua emula. Ha cantato in bello stile e con una vocalità traslucida. Notevole l’etereo, metafico finale nel quale Daphne si trasforma.
Lance Ryan, Apollo, ha firmato una prova superlativa. Anch’egli assai prestante si è mosso con estrema disinvoltura nei pieghi di una parte tra le più ardue dell’intero repertorio straussiano e di tutto il Novecento. Credo sinceramente che nessuno mai abbia risolto con tanta facilità i “disumani” passaggi del duetto con Daphne e dell’aria del sacrificio. Segnate il suo nome. D’altronde Lance Ryan, che si è già misurato al Maggio Fiorentino ed al Met, debutterà nella prossima estate a Bayreuth e giungerà presto alla Scala. Ne è passata acqua sotto i ponti dall’anno in cui si presentò alla Caprillina di Livorno per cantare brani tratti dall’Isabeau di Mascagni.
Una menzione particolare al direttore Sebastian Weigle, al quale imputiamo solo una certa mancanza d’abbandono nei passi più lirici della partitura, che non sono pochi. Ma ha retto la rappresentazione con autorità e l’orchestra aveva un suono meraviglioso.
Molto bene Tanja Ariane Baumgartner, Gaea, un vero contralto, ed il basso Matthew Best, Peneios. Un po’ inconsistente, invece, il “tenorino” Daniel Behle, il candido compagno di giochi di Daphne, che compie l’errore d’ innamorarsi.
Bene, ma proprio bene, tutti gli altri, con Christiane Karg e Nina Tarandek, le due vergini alle quali Leukippos si mischia, sugli scudi.
Un bel successo pieno, convincente ed una serata piacevolissima.

Fulvio Venturi