Berliner Philharmoniker live streaming

philharmonie berlin
Inizia stasera alle 19 la stagione dei Berliner Philharmoniker, per il secondo anno trasmessa in live streaming tramite la Digital Concert Hall. Sotto la direzione di Sir Simon Rattle, l´orchestra berlinese eseguirà The Young Person´s Guide to the Orchestra op.34 di Benjamin Britten, seguita da Laterna Magica, brano in prima esecuzione assoluta, commissionato dall´orchestra alla compositrice finlandese Kaija Saariaho.Nella seconda parte, ascolteremo la Symphonie fantastique op.14 di Hector Berlioz. La Digital Concert Hall ha riscosso nel suo primo anno di vita un lusinghiero successo di pubblico, con piú di 200000 visite e 14000 utenti registrati. Più di 2000 persone hanno già sottoscritto l´abbonamento online per la stagione che inizia stasera. L´iniziativa ha ricevuto anche numerosi riconoscimenti pubblici, tra cui una Gold World Medal al New York Festival dello scorso giugno, nella categoria "Best Use of Medium/Website". Non serve spendere ulteriori parole di lode per l´avventura pionieristica intrapresa dai Berliner Philharmoniker, un vero esempio di come utilizzare le nuove tecniche di comunicazione per avvicinare nuove fasce di pubblico alla musica classica e per renderla veramente alla portata di tutti, nel senso piú ampiamente democratico del termine.
Appuntamento in rete tra poco.
Questo è il link della Digital Concert Hall, per chi volesse per la prima volta fare conoscenza col mezzo:

dch.berliner-philharmoniker.de/

Roberto De Simone parla di Don Giovanni

Questo intervento del grande regista napoletano Roberto De Simone è la trascrizione di una lezione tenuta nel novembre 2003 ad un seminario organizzato dall´Università di Firenze.


"Don Giovanni di Mozart segna le tappe della mia vita artistica, morale e anche politica. Ritengo quest’opera la più alta espressione di contatto fra la scuola napoletana, la scuola viennese e la scuola assolutamente geniale di Mozart. Devo subito dire che considero il Don Giovanni un "dramma giocoso", come lo definisce l’autore del libretto; per cui "dramma", non "dramma serio", al contrario di tanti che, influenzati dalla scena del Commendatore, dalla scena della morte, rappresentano l’opera in chiave tragica. La maggiore tragicità del Don Giovanni deriva proprio dalla presenza di elementi comici. Il contrasto fra comico e tragico è tipico della cultura napoletana. Ecco perché le relazioni tra Mozart e Napoli sono, specialmente nel Don Giovanni, strettamente collegate.

La "napoletanità" del Don Giovanni deriva anche dal fatto che abbiamo proprio a Napoli, nel 1685, la prima edizione del Convitato di pietra, con Il convitato di pietra di Andrea Perrucci, grande studioso e teorico della Commedia dell’Arte. Questa commedia venne scritta o perlomeno rielaborata (riscritta, se si vuole) non sul testo di Molière, ma su una serie di elementi già appartenenti ai commedianti dell’Arte. Lo stesso Molière che probabilmente derivò il soggetto dai comici dell’Arte italiani, dato che si trattava di una commedia molto rappresentata, e con grandissimo successo, proprio per i suoi elementi di comico e di tragico.

Nella commedia riscritta da Perrucci nel 1685 abbiamo due personaggi chiave: Don Giovanni e Don Ottavio. Don Ottavio è cavaliere napoletano (l’opera si svolge fra Napoli e Siviglia), Don Giovanni è cavaliere spagnolo, viene da Siviglia. I due signori, come nella struttura della Commedia dell’Arte, hanno due servi: Don Giovanni ha Coviello o Pulcinella come prima maschera, Don Ottavio ha o Pulcinella o Coviello. Una sera Coviello era il servo di Don Giovanni e Pulcinella quello di Don Ottavio, viceversa la sera successiva Coviello era il servo di Don Ottavio e Pulcinella quello di Don Giovanni.

Le vicende del Don Giovanni costituivano per gli spettatori del Seicento e del Settecento un luogo comune che tutti conoscevano: l’opera era largamente rappresentata, con i burattini, con gli attori, anche in forma di pantomima ballata. Possiamo scoprire le cause di questo grande successo solo attraverso una lettura delle tradizioni popolari. Don Giovanni non è assolutamente un personaggio – ecco perché è affiancato dalle maschere di Pulcinella e di Coviello: è un mito che risale al culto della morte. Il mito, con molta probabilità, come vogliono anche alcuni studiosi, risale al Medioevo, addirittura dell’undicesimo secolo, quando il nucleo centrale non era rappresentato dal libertino, dall’amante di belle donne che una lascia e una piglia: è semplicemente un uomo che sfida la morte, che sfida un morto a banchettare con lui.

Il banchetto col morto rappresenta un tabù fondamentale in tutte le culture mediterranee e orientali. Di norma, nella vita sociale, è proibito. Il banchetto con i morti può essere attivato solo in certi momenti rituali, vale a dire proprio nel giorno dei Morti, il 2 novembre, quando si celebra la festa che al nord si chiama "Halloween" e che per noi è "Tutti i Santi" (o "Tutti i Morti"). Perché? Perché si crede, nelle credenze arcaiche, che nel giorno dei morti ritornino nella realtà del quotidiano tutte le anime dei defunti, quelle buone e quelle cattive, presenze demoniache e presenze angeliche, i demoni e i santi. In quel caso la cena col morto è consentita. In molte culture, anche in quella toscana, nel mondo contadino si usava lasciare la notte dei Morti un piatto per i defunti, oppure si cenava con una particolare pietanza chiamata "papparella". A Napoli era chiamato "papparolla" oppure "pappolla": un impasto di migliaccio fatto in una maniera particolare che si credeva commestibile anche per i morti. Oppure si banchettava con i morti in un modo molto ambiguo. Il morto è un’entità che è a contatto con l’aldilà, ma ci sono, nelle condizioni della vita umana, persone più vicine alla morte e persone più distanti. Gli adulti sono distanti dalla morte, a meno che questa non capiti in maniera violenta. I più vicini ai morti sono i bambini, perché, nati da poco, sono meno distanti dal nulla della morte dal quale sono venuti. E così le persone che soffrono disagi fisici, infatti si pensa che le anime nell’aldilà abbiano delle sofferenze. Dunque nel giorno della Festa dei Morti o si dava da mangiare ai defunti elargendo dolci ai bambini (gli equivalenti dei morti) oppure si provvedeva a dare da mangiare a un mendicante di strada, perché anche questo rappresentava una trasposizione dei morti.

Nella vita quotidiana il banchetto, il contatto con il morto è assolutamente un tabù, è vietato. Né il morto può banchettare con i vivi né i vivi possono banchettare con i morti. La sfida di Don Giovanni è questa: sperimentare il pericolo di banchettare con la Morte senza morire. L’eroismo di Don Giovanni è tutto qua: la sfida al morto. Mangia con il morto per la prima volta – le cene sono due – , la seconda volta invita il morto a cena. Viene preso dalla mano di fuoco del morto, soccombe e muore. Questa immagine della mano ricorre in molte tradizioni: il morto si presenta e lascia la sua impronta nel mondo dei vivi con una mano infuocata, un’impronta di fuoco. A Roma nel Museo del Purgatorio è conservata una camicia con l’impronta di una mano bruciata: si dice che quella camicia fu bruciata da un morto. La mano infuocata di un morto tramortisce e uccide.

In tutte le tradizioni popolari il nucleo centrale è questo: un giovane scapestrato incontra per caso un morto e lo insulta con un oltraggio particolare, infilando cioè un bastone nelle occhiaie vuote del teschio del morto, che improvvisamente si accende di una luce misteriosa. Il giovane si rivolge al morto: «Perché mi guardi? Perché pensi che io ti creda? Mi vuoi fare impressione? Se veramente in questo momento mi ascolti io ti invito a pranzo al mio banchetto di nozze, perché mi sposerò tra poco, e tu verrai alle nozze». Poi dimentica l’episodio. Il giorno delle nozze un personaggio militaresco, tutto chiuso e abbottonato in un mantello nero, si presenta e si siede a tavola. I parenti dello sposo pensano che sia un qualche congiunto della sposa, viceversa quelli della sposa pensano che sia uno dei parenti dello sposo. Improvvisamente il giovane va a chiedere chi sia e l’altro risponde: «Io vi dirò chi sono se venite nella stanza a fianco, perché vi ho portato un dono». E allora questo Don Giovanni si alza dal banchetto, va nella stanza attigua con la sposa e chiede nuovamente: «Chi sei?». Lo straniero apre il mantello scoprendo lo scheletro della Morte, afferra le mani degli sposi e questi muoiono all’istante.

Gli elementi del mito sono il banchetto (attenzione: un banchetto nuziale) e la sfida al morto, manca completamente la dimensione del libertino, dell’uomo riceve la condanna maggiore non perché ha sfidato la morte ma perché inganna le donne ed è il «mentitore», il «burlatore di Siviglia». Il nucleo fondamentale senza l’elemento libertino è presente in tutte le tradizioni. Anche prima del testo di Molière abbiamo il Lamento dell’anima dannata, uno di quei poemetti popolari che si vendevano nelle fiere, dove un’anima dannata tra le fiamme dell’inferno racconta la sua sfida al Cavaliere della Morte. Per quanto possa sembrare strano, questo nucleo del mito antico è tuttora rappresentato in molti paesi della Spagna, in particolare ad opera di burattinai davanti ai cimiteri proprio nel giorno dei Morti, e soprattutto nel giorno dell’Epifania. Il nucleo del libertino nasce invece con la Controriforma, perché questo mito (la sfida alla morte, la cena rituale col morto) nel Rinascimento evidentemente aveva perso forza sui ceti urbani. Ecco allora che nasce il personaggio del libertino, e con lui quello di Donna Anna, figlia del Commendatore, che lui stupra. Don Giovanni uccide il padre, poi il padre vendica la figlia, ammazzando lui nel banchetto rituale. Il personaggio di Elvira, in realtà, non fa parte del mito originale di Don Giovanni ma deriva da altre leggende sivigliane e viene elaborato genialmente da Molière, che ne fa un personaggio dolente, oltraggiato, che in un certo senso diviene nell’opera di Mozart, involontariamente, anche comico.

Nell’opera napoletana del Perrucci, dicevo, la prima parte si svolge a Napoli dove il Re ha una nobile dama (sarebbe il personaggio di Elvira, che però nel mito napoletano si chiama Isabella). Don Giovanni prende gli abiti di Don Ottavio, si reca nella stanza di Isabella e tenta di violentarla. La cosa viene scoperta e il re, poiché Don Giovanni ha indossato i panni dell’amico Ottavio, cavaliere napoletano che lo ospita in città, condanna al bando Don Ottavio. Questi si rifugia presso il Commendatore di Ulloa, padre di Donna Anna, in Spagna. Ecco perché c’è questa seconda parte ambientata in Spagna, dove si recano Don Ottavio bandito dal regno e Don Giovanni che ritorna dal padre, nel suo feudo. Il nucleo è tutto qua. Nel Settecento sono molti i testi, anche melodrammatici, che fanno capo a Don Giovanni. Fra questi i più rilevanti sono uno di Giacomo Tritto, che deriva direttamente dal Convitato del Perrucci, un altro di Gazzaniga-Bertati, e infine il dramma di Mozart che, in un certo senso, condensa tutta la tradizione.

Nell’allestimento che ho curato a Vienna per la Staatsoper, al Teatro an der Wien, ho inteso rappresentare l’opera come condensato di secoli di storia. I personaggi man mano si evolvono nel tempo. Nella prima scena hanno carattere cinquecentesco, nella successiva hanno carattere molièresco, prendono abiti e atteggiamenti da Commedia dell’Arte, per cui Leporello diventa una specie di Sganarello o, se volete, di Pulcinella al seguito di Don Giovanni, che veste proprio i panni del personaggio molièresco. La scena di Zerlina l’ho pensata considerando le spinte settecentesche verso l’archeologia pompeiana, come se fosse un mito che fa tornare alla luce la purezza greca. La scenografia si ispira all’antico teatro romano in rovina, dove è rappresentato il banchetto nuziale come sopravvive ancora nel costume di certi paesi della Sicilia. E in questo senso la scena si svolge in un clima neoclassico, caro a Mozart, caro a Da Ponte e caro anche a Goethe.

Leporello nella prima scena è vestito da Arlecchino, nella seconda invece ha un cappello da zanni e un mantello rosso. Arlecchino ha un rapporto strettissimo con il mondo dei morti: il suo vestito rattoppato, con stoffe di diversa foggia, rappresenta anche la figura del mendicante, del questuante, che, come dicevo prima, è in rapporto molto stretto con il mondo dei morti, a tal punto che Molière non può fare a meno, in una delle prime scene del suo Don Giovanni, della famosa scena del mendicante che chiede l’elemosina. Arlecchino oltretutto ha anche caratteristiche demoniache: la sua faccia ha le sembianze di un gatto, è in stretta connessione con la figura demoniaca del gatto. Ho adoperato un Arlecchino sbiadito, quasi privo di colore, perché visto nel mito, nel sogno. Nella seconda parte Leporello veste i panni dello zanni, così come lo troviamo rappresentato nei cosiddetti Balli di Sfessania.

Il mondo greco, neoclassico, di Zerlina, che rimanda a un mondo dell’innocenza, segna un incontro importante del Don Giovanni, un mondo senza tabù sessuali. Successivamente Elvira appare in abiti barocchi, sontuosamente, mentre invece nella prima aria conserva l’abito maschile per due motivi particolari. Uno, il principale, è che fin dall’opera di Molière si legge: «Elvira entra in abiti da viaggio». L’abito da viaggio femminile in molti casi era un abito da uomo perché le donne ritenevano più decente e meno pericoloso viaggiare in abiti maschili. Io ho preferito l’abito maschile un po’ per il carattere, diciamo così, violento della prima aria di Elvira, e in secondo luogo anche per una certa ambiguità intorno al personaggio di Don Giovanni: Don Giovanni non seduce mai con la prepotenza del maschio ma con una persuasione tutta femminile, dolce. Le donne sono affascinate da questo aspetto femmineo del Don Giovanni. Anche se il nucleo del libertino è successivo e deriva dalla Controriforma, nell’uccisione del padre di Donna Anna il tema è presente. Ci sono i monaci domenicani, ci sono le monache che assistono Donna Elvira e che sono un po’ serve e assistenti religiose, cosa che era caratteristica delle famiglie nobili spagnole ma anche di quelle napoletane.

Nel finale del primo atto ho spogliato l’opera di quella cianfrusaglia di orchestra in scena con leggii e accessori, e così mi è sembrato che la scena diventasse anche più drammatica, perché quando spariscono gli orchestrali il palcoscenico rimane vuoto, ed è così che dev’essere. C’è un coro esiguo e quasi l’assenza di comparse.

Negli abiti dei personaggi di Ottavio e Elvira, ho inserito un riferimento agli incroyables, al mondo francese («Viva la libertà!», eccetera), attraverso cui passa Don Giovanni anche come mito. Viene recuperato come trasgressore che inneggia alla libertà. Nella scena della seduzione di Elvira, rifatta dal servo Leporello, il tempo passa avanti, quasi nell’Ottocento, con molti riferimenti a Goya, al mondo spagnolo, a un Leporello quasi Figaro, quasi Beaumarchais. Ed è questo il mito che man mano va connotandosi nell’Ottocento come mito della trasgressione, vista da un’ottica romantica, come si può cogliere nell’ultima scena, quella del cimitero, dove addirittura, con la costumista Zaira De Vincentiis, ho fatto un riferimento al personale di Aristide Bruand, al mondo francese e a questa "ultima spiaggia" di Don Giovanni, quasi arrivando alla decadenza dannunziana.

Nella partitura mozartiana rimangono residui di barocco nelle scene in cui compare Donna Elvira e anche nella scena della morte. Addirittura Don Giovanni viene rappresentato con le armonie dei tromboni. È come se improvvisamente tutto questo passato ritornasse in un nucleo cinquecentesco, in cui si spegne la figura di Don Giovanni. Mozart prendeva ispirazione dalla realtà, come gli capitava. Ad esempio, la danza di Zerlina, al momento del matrimonio, è una danza napoletana, una tarantella che senz’altro gli era capitato di osservare nell’ultimo viaggio a Napoli. Il tema di questa tarantella, che ho ritrovato, è lo stesso della danza di Zerlina, della scena nuziale, solo trasportato in modo maggiore anziché in modo minore: è un travestimento. Nell’aria di Masetto «Ho capito, signor sì! Ho capito, signor sì!», in realtà questo «signor sì» deriva da un’arietta carnevalesca riferita a un personaggio detto "Don Nicola", che è un po’ il personaggio dello sciocco ma anche del cornuto, per cui la cadenza di volta in volta viene ripetuta: «Sì signore, Don Nicò!». Questo «Don Nicò» viene riscritto da Mozart: «signor sì».

La contaminazione è un termine oggi abusato, quasi detestabile, dal punto di vista del teatro o della musica, ma la contaminazione può essere anche un accumulo di cose pericolosamente dilettantesco, senza alcun senso. Non è in quest’ottica che si può attivare un discorso di riscrittura. L’accumulo non deve essere casuale. Dev’essere scelto. Vi dico anche, però, che non sempre è una scelta razionale: è una scelta intuitiva. Ci può essere un’illuminazione improvvisa, che lo stesso artista non capisce. Non è solamente un discorso matematico. Il minimalismo moderno in cui si accumulano tanti oggetti non è assolutamente fertile. Non produce nulla. L’accumulo fatto ad esempio da Carmelo Bene aveva un senso. Quello fatto da Peter Brook ha un senso. Tante altre cose che oggi passano anche per teatro della sperimentazione sono inutili e molto spesso confusionarie. Bisogna fare attenzione a non invadere il campo con cose che hanno solamente un aspetto di confusione e non producono una ricreazione dei linguaggi. Io sono molto attento, tante volte rinuncio, se un’idea non è chiara dico «no, non si può fare». Se si fa un acuto fuori luogo, che non porta da nessuna parte, allora è meglio accantonarlo.

Nella sequenza di Don Giovanni al cimitero ho immaginato dei monumenti funebri. Il cavallo, presente già nella prima scena, diventa il piedistallo del monumento funebre, perché nel libretto di Perrucci la storia di come Don Giovanni s’incontra col Commendatore è espressa in altri termini: Don Giovanni non capita per caso nel cimitero, ma tenta di stuprare Donna Anna con gli abiti di Don Ottavio, viene riconosciuto e denunciato dal servo di Don Ottavio che riceve la confessione del servo di Don Giovanni. I due servi si parlano, il re capisce che l’uccisore del Commendatore di Ulloa è Don Giovanni e lo bandisce dal regno di Castiglia ribadendo che qualora fosse stato catturato sarebbe stato decapitato. Don Giovanni non sa dove fuggire, si rifugia nella cappella funebre del Commendatore Ulloa. Le cappelle, i luoghi sacri erano tabù per la legge, i servi o le guardie del Re non vi potevano entrare perché questi luoghi godevano di un privilegio ecclesiastico. Don Giovanni ha l’unica possibilità di rifugiarsi proprio nella cappella funeraria del Commendatore Ulloa, in cui il Re aveva già fatto preparare il monumento equestre funebre per il Commendatore. Ed è così che lo troviamo nella scena del cimitero, nel libretto di Da Ponte, dove per caso Don Giovanni scappando dalle guardie di Don Ottavio capita in questo cimitero e sfida il vecchio. Nel mio allestimento le statue sono due: una in abiti cinquecenteschi e un’altra in abiti del tardo Ottocento (un signore con tuba, elegante, come certi monumenti della Europa di fine Ottocento).

Successivamente, durante il banchetto, ci sarà una confusione di segni: Don Giovanni alla fine sarà attratto più che dalle fiamme dell’inferno dalle fiamme che appaiono negli specchi del salone. È come se fosse risucchiato dalla sua stessa immagine, in una serie di specchi che riguardano anche il pubblico che assiste alla rappresentazione. La Donna Elvira che apparirà nella scena del Commendatore vestirà i panni di un notissimo quadro di Boldini di fine Ottocento, un abito straordinariamente romantico, sentimentale. L’ultima scena dopo la morte di Don Giovanni mostrerà la freddezza inutile di un mondo che oramai si va impoverendo di miti. Ed è il mondo del primo Novecento. Così si vede nei costumi di Donna Anna e di Don Ottavio, che vestirà abiti militari quasi di stampo asburgico. Donna Elvira e il servo compariranno con i loro abiti novecenteschi, così Zerlina e Masetto sembreranno due poveracci desunti dalla pittura del tardo Ottocento. I personaggi tuttavia si confondono in questo clima settecentesco creato dalle livree a casa di Don Giovanni, per cui anche nell’Ottocento i musicisti che suonano nel banchetto sono personaggi settecenteschi trasferiti nell’Ottocento (ma ancora oggi in certi ricevimenti ufficiali appaiono servi in parrucche e livree), di modo che è come se tutto si confondesse per tornare al nucleo originario."

Fonte:www.drammaturgia.it/saggi/saggio.php

Come rendersi ridicoli

Copio dal sito del Teatro alla Scala:

Schubert, Bartok, Debussy e ritorno, a Chopin. Ha congegnato così, Lang Lang, il programma del suo prossimo concerto straordinario: un percorso quasi circolare che inizia e finisce con il romanticismo, dopo essere passato attraverso il Novecento ritmicamente scolpito di Bartok e timbricamente polverizzato di Debussy.

Non so chi sia attualmente l’ estensore dei comunicati stampa alla Scala, ma quel *Novecento…timbricamente polverizzato di Debussy* è una vera perla di comico involontario. E l’ aspirapolvere timbrico, chi lo ha composto, forse Stockhausen????

Quando la corruzione é di casa in teatro

Un interessante articolo dal blog Classic Village.

Corruzione, trucchetti, protetti portati avanti dal potente del caso, nepotismo, favori sessuali, ricatti. Non stiamo parlando di Vallettopoli, né del mondo dello spettacolo televisivo, l’elenco di nefandezze riportato sopra  è da associare ai concorsi di Musica Classica ed Opera.
Quando si pensa alla musica classica, all’Opera, si pensa ad un mondo austero, dove il rigore e la serietà professionale vengono prima di qualsiasi altra ragione. Dimenticatelo, tutto il mondo è paese e,come lo spettacolo televisivo o cinematografico è costellato di fenomeni di malcostume,così nella musica classica la corruzione dilaga,e questo,lasciatelo dire,sembra essere un eufemismo.

 Alcuni giurati di un concorso
In questa diapositiva un gruppo di Giurati  poco corretti nelle fasi finali di un concorso
 
I concorsi,in questo ambito,sono banditi da teatri e fondazioni,con l’intento di "trovare" degli interpreti adatti per un Opera,o per dei concerti. Il premio per i vincitori consiste,nella maggior parte dei casi,in un contratto, o in una borsa di studio.
Rivolti principalmente a giovani,servono quindi ad aiutare artisti in erba  a dare un incipit di un certo rilievo alla loro carriera.
Come si fa a decretare chi fra i concorrenti è il migliore?Il più adatto ad un ruolo, ad interpretare un personaggio? A decidere vengono chiamate delle giurie di "esperti": Insegnanti di Canto,Direttori Artistici, Musicisti,Agenti (ovvero intermediari che propongono alle varie istituzioni gli artisti,in cambio di una percentuale del loro cachet),che nella totale imparzialità,illuminati dall’amore per la musica,forti di una morale quanto mai rigorosa, votano il vincitore.

Cosa succede durante questi concorsi? Gli artisti selezionati,sono sempre i migliori? I selezionanti,sono sempre super partes?
La risposta è No.
Come succede spesso nella vita comune,la corruzione porta ad aiutare. gli allievi di un certo insegnante, gli amici di un certo politico,o quelle persone che sono disposte ad accettare degli inviti poco artistici.

Jessica Dunchen pubblica il 21 aprile di quest’anno un articolo sull’Indipendent,in cui denuncia corruzione e affari torbidi che da anni vanno avanti all’interno di concorsi e competizioni di questo tipo,addirittura,da decenni. L’articolo non fa nomi,per evitare querele ed ovvi problemi legali.
Ad una sola voce fuori dal coro si aggiunge l’urlo di vendetta di un gruppo su Facebook,composto da più di 10.000 artisti.Il fondatore Ben Johnson ci spiega una delle tecniche utilizzate all´interno di questi concorsi "guidati".I concorsi vengono spesso svolti,nelle fasi finali,in presenza di pubblico.Se si deve spingere qualcuno alla vittoria,i giurati eliminano nei primi turni gli artisti più bravi,per avere meno problemi in fase finale, in cui decreteranno la vittoria dei raccomandati.

In molti concorsi avviene che,per salvaguardare la musica e la giusta esecuzione di questa,nessun vincitore venga scelto:giustissimo.Ovviamente,poichè l’opera è in programma,si dovranno comunque scegliere degli interpreti per suddetto ruolo.Il caso vuole che questi artisti possano essere presentati dagli stessi  agenti che hanno presenziato al concorso in qualità di giurati.

Probabilmente basterebbero alcune misure per garantire la massima chiarezza all’interno di queste manifestazioni:

1. Registrare tutte  le performance degli artisti
2. Svolgere tutte le fasi del concorso in sale aperte al pubblico
3.Votazione secca,senza possibilità di discussioni tra i giurati, in cui si possa influenzare positivamente o negativamente un votante in merito ad un artista

 
La corruzione, il malcostume, le inadempienze all’interno dei teatri sono purtroppo una regola ed i recenti problemi dei teatri italiani sono sintomo anche di questi problemi.

Non è difficile sentire voci riguardo direttori artistici (Il direttore artistico è una persona altamente qualificata sotto il profilo artistico,che viene nominata per affiancare il sovrintendente nella gestione del teatro, mantenere alto il profilo artistico delle stagioni,e quindi scegliere i cast degli spettacoli futuri) di alcuni teatri che fanno scelte orientate a favorire maggiormente delle agenzie di management a loro vicine,ovvero ad affidare degli spettacoli particolarmente importanti ad artisti in cambio di mazzette passate sottobanco.

Queste ovviamente sono solamente voci,ma ci chiediamo se  non sia il caso di indagare su queste voci.
 

Ci rivolgiamo inoltre al pubblico e a quelle persone che lavorano nel mondo dell’arte e della cultura:denunciate le irregolarità,denunciate i comportamenti scorreti ed i favoritismi,denunciate chi ruba a piene mani sfruttando l’arte e la cultura,questo comportamento condannerà questi generi alla morte.

Fonte:www.classicvillage.net/index.php

Baricco é mobile qual piuma al vento…

Sui deliri dello scrittore-fighetto torinese,ecco un´altro commento,tratto dal blog "le Culture del Riformista".
Qui sotto il link del post originale:

tritone52.wordpress.com/2009/02/26/baricco/

Da icona festivaliera di Walter V. che non ha disdegnato soldi pubblici, a denigratore della stessa e cantore del mercatismo. In questa capriola “mastelliana”, scavalca persino il McMinistro Bondi. Il Berlusconi della cultura vuole sponsorizzare i settori in cui ha il suo core-business: la musica e i libri in tv, nelle scuole e il teatro di massa.

Alessandro Baricco ha ragione quando sottolinea la necessità di ripartire dal “pubblico” inteso come destinatario, come soggetto attivo e materiale, e non come attributo spirituale, oggettivo, di un bene patrimoniale non meglio identificato. Prendiamo ad esempio Benigni e la Rai, come può essere un bene pubblico un artista che costa così tanto da poter essere pagato solo con una concessione sui diritti che la Rai ha su di lui? Baricco ha ragione quando dice che bisogna aprire al mecenatismo privato e investire per la cultura in tv. Il Riformista non può avere preclusioni verso gli sponsor privati, né snobismi mediatici.

Serve apertura mentale e risultati e Baricco può garantire entrambi. Quindi ci troviamo d’accordo con lui. Anzi, siamo così d’accordo da avere l’impressione che lui sia d’accordo con noi. Presunzione che genera un presentimento: che Baricco abbia ragione da vendere perché vuole rivenderci le nostre ragioni, rivenderci un nuovo se stesso, attraverso un risposizionamento degno di Mastella: da democristiano e cristianodemocratico, dal Pd al Pdl, da uomo di sinistra berlusconiana a berlusconiano di sinistra, da icona veltroniana ad ariete di Brunetta.

Dopo aver ricevuto anche lui, che ha mercato e potere mediatico da non necessitarne, contributi pubblici (RaiCinema e MiBac) per il suo imbarazzante film Lezione 21, uscito qualche mese fa, si mette in scia ai fustigatori degli aiuti di stato alla cultura. Sputa nel piatto in cui ha mangiato. E non per denigrare e basta. Ma per tirare a lucido il piattino. Fare nuovi soldi.

Riassumiamo brevemente i due punti della proposta di riforma culturale di massa di Baricco. Il primo: non dare soldi pubblici ai teatri stabili, ma finanziare teatri nelle scuole (evidentemente per lui l’Attimo fuggente è la storia di un grande sogno, non di un ragazzo suicida perché il padre non gli lascia fare il teatro verso cui lo spinge un professore frustrato). Secondo punto: dare soldi pubblici perché in tv si facciano programmi culturali (Per un pugno di libri dimostra che si può fare cultura divulgativa sui libri con pochi soldi e ottimi risultati, ma forse Baricco non lo guarda, come non legge le recensioni di Giulio Ferroni ai suoi romanzi, pur lamentandosi che Ferroni non lo recensisce mai).

Sono illuminanti alcune reazioni su Baricco. Sorvoliamo sui plausi di Muti, «gli sprechi ci sono», e i fischi di Piovani, «toglieteli il vino», per focalizzarci su alcune reazioni a destra. Gabriella Carlucci gli ha dato il benvenuto nel gruppo (di nostalgisti di Forza Italia), chiedendogli di scusarsi per il ritardo. Luca Barbareschi gli ha rinfacciato di «aver fatto teatro a botte di sovvenzioni». Sandro Bondi, invece, si sente scavalcato. Avete capito bene. Il ministro che ha assegnato la valorizzazione dei Beni culturali in mano al manager di McDonald, Mario Resca, si sente costretto a frenare il futurista Baricco (convinto che la qualità migliore del pensiero, oggi, sia la velocità). Al Foglio, Bondi ha mostrato tutto il suo stupore: «È paradossale che debba essere io a difendere lo stato culturale». Poi «Baricco forse non va molto a teatro. Non avrà mai visto la trilogia della Villeggiatura di Goldoni con regia di Toni Servillo (…) il teatro di prosa, la lirica, la danza non consentono redditi da impresa. Per questo è sbagliato confonderli con altri campi dove il business è possibile, come le mostre, i grandi eventi, il cinema». Conclude Bondi – ineccepibile – che «è assurdo pretendere di ripristinare l’educazione musicale nei licei, bandita ai tempi dell’Unità, e demandare poi ai privati l’allestimento della Tosca. Urge un’analisi meno superficiale delle strutture culturali». Canaglia di un vecchio comunista, avrà pensato Baricco. Più bondiano di Bondi, cioè più berlusconiano del più berlusconiano degli italiani (Fede è più leale ma meno sentimentale). Baricco è “berluscavolini”. Il più amabile tra gli italiani. Qual è la canzone che intona il Duca di Mantova alla fine del Rigoletto di Verdi? Baricco è mobile, qual piuma al vento, muta d’accento e di pensiero…

Di fronte al paradosso di Bondi, passano in secondo piano, anche se la sequenza è da spaghetti western, i colpi inferti sul cadavere veltroniano. Abbattuto e incartato con un giornale che gli fu amico, Repubblica, e ha supportato gli eventi della gestione veltroniana dove Baricco era spesso la star. Se fosse un film western, allora, Baricco non sarebbe il pistolero, ma il barman che offre da bere al vincitore. Passa in secondo piano anche il revisionismo istantaneo su Berlusconi: «Ho un esempietto – dice Baricco – che può far riflettere, fatalmente riservato agli elettori di centrosinistra. Berlusconi. Circola la convinzione che quell’uomo, con tre televisioni, più altre tre a traino o episodicamente controllate, abbia dissestato la caratura morale e la statura culturale di questo Paese dalle fondamenta: col risultato di generare, quasi come un effetto meccanico, una certa inadeguatezza collettiva alle regole impegnative della democrazia. Nel modo più chiaro e sintetico ho visto enunciata questa idea da Nanni Moretti, nel suo lavoro e nelle sue parole. Non è una posizione che mi convince (a me Berlusconi sembra più una conseguenza che una causa) ma so che è largamente condivisa, e quindi la possiamo prendere per buona».

Il punto non è che Baricco minimizzi o simuli di minimizzare il berlusconismo. E neanche il riposizionamento. Ma il disvelamento spudorato di quello che Baricco è, che è sempre stato. Un Berlusconi della cultura. Oggi più che mai. Come campione di egemonia commerciale e come cavalier servente di se stesso. E dei suoi interessi. Baricco parla di libri in tv, cultura a scuola e teatro di massa come Berlusconi parla della tv e della giustizia. A ragion veduta.

Qualche esempio? Totem, trasmissione di libri e musica in tv che poi è diventata un tour teatrale, e poi operazioni para-scolastiche come Omero. Iliade e la Scuola Holden, dove c’è una sezione “Per le scuole” (http://www.scuolaholden.it/sholden/corsi_link.aspx?ID=437&NodeId=53) che è tutta un programma: «Se sei un professore, e ti interessa proporre uno dei nostri progetti alla tua classe o alla tua scuola o vuoi attivare il corso della Scuola Holden pensato per gli insegnanti puoi contattare…». Seguono vari pacchetti: Babele, Plot, Short, Elettro-reading, Imparare a raccontare, Raccontare la storia, Ridiamoci sopra…

Luca Mastrantonio

Chiudiamo i teatri e andiamo tutti al Grande Fratello

Da "Europa",il commento piú intelligente da me finora letto sui deliri baricchiani.

Cara Europa, leggo la notizia delle dimissioni di Salvatore Settis da presidente del consiglio superiore dei beni culturali, logica conclusione dell’incompetenza e della prepotenza gerarchica del ministro ; e leggo la meno logica, inattesa, e dolorosa proposta di un intellettuale molto rispettato, Alessandro Baricco, che giudica tutta la nostra cultura “istituzionale” (teatro, opera, danza, gallerie, ecc.) inadatta a culturizzare (si dice così fra lor signori?) gli italiani di oggi. E propone che le sovvenzioni dello stato a quelle istituzioni siano devolute a scuola e tv, luoghi deputati alla “culturizzazione” di massa. A me, con tutto il rispetto per Baricco, sembra un’idiozia. (Giovanni Badini, Torino)

Caro Badini, idiozia no, diciamo licenza poetica, mariniana voglia di “meravigliare”. Baricco pone un problema reale, educare gli italiani con la cultura (grande obbiettivo dell’educazione liberale, in contrapposizione all’educazione ideologica-dogmatica); ma offre una risposta incredibile, facendo un pasticcio di confusioni. Consideriamone alcune.
1) Baricco confonde la manifestazione della cultura (a teatro, all’opera, al museo) con la diffusione dell’apprendimento: per esempio, l’educazione musicale fin dai banchi di scuola, come rivendicano Muti e Accardo. Dimenticando, sia lo scrittore-regista torinese sia chi parzialmente ne sostiene la provocazione, che l’attuale scuola non è in grado neanche di far apprendere un po’ di storia dell’arte; ed è grasso che cola se si ferma su qualche pagina di Pirandello. Non perché non voglia, ma non ne ha gli strumenti, e cioè preparazione dei professori, autorità verso gli studenti, mezzi finanziari, se non si vuole che tutto si risolva nello sfogliare pagine di libri.
2) Baricco affogherebbe la creatività della comunicazione culturale, che è multiforme e soggettiva nell’opera di autori, attori, registi, che non sono fra loro equivalenti e perciò sono il motore della cultura, nella rigidità dello strumento di diffusione, che è unico (tv pubblica), e come tale autoritario. Legga quel che ne ha scritto ieri su Europa Stefano Balassone, ex amministratore della Rai: “La tv è l’ultimo dei posti in cui andare ad aggiungere soldi, avendo invece bisogno di concorrenza; e la scuola non saprebbe da che parte cominciare per utilizzarli” (per le ragioni che pensiamo d’aver detto).
3) Baricco spara a zero contro i costi dei teatri lirici e di prosa, ma non spreca una parola per distinguere fra la fissa immobilità (fino a un certo punto, peraltro) delle icone del passato, e la creatività, l’innovazione, la sperimentazione dei giovani, diventino o non avanguardie. Perfino Marinetti e i suoi ebbero bisogno di teatri e caffè letterari per le loro serate futuriste, anche se talvolta finivano in piazza a scazzottate.
4) Perché Baricco non sollecita lo Stato a premere sulla tv pubblica affinché spenda le risorse del canone e della pubblicità in cultura anziché in cavolate da Cottolengo? E sollecita invece a tagliare i fondi statali a musica, teatro, danza,cinema, come se il patrio governo già non lo facesse di suo? Lo sa che sono stati chiusi 400 teatri e biblioteche, conservatori, istituti musicali? Ha letto qualcosa di quel che stanno facendo per la cultura Brown, Sarkozy e altri leader di paesi che si muovono nell’equazione cultura=sviluppo=civiltà?
5) Poiché Baricco è torinese, è testimone diretto della condizione dei giornali in Italia: in questi giorni La Stampa si becca i fulmini del cardinale Poletto per aver pubblicato un’intervista al teologo tedesco dissidente Hans Kung. La stessa intervista era stata pubblicata da Le Monde a Parigi, senza che alcun cardinale osasse contestare l’autonomia laica dell’informazione. Se l’immagina Baricco se, col suo metro, togliessimo i finanziamenti pubblici anche all’editoria (oltre che alle istituzioni da lui indicate)? Dovremmo sperare in Mediaset e nella Curia? Tornare alla magnanimità del Principe? (Federico Orlando)

Fonte:www.articolo21.info/8120/notizia/chiudiamo-prosa-musica-danza-musei-poi.html

Ancora su Baricco

A integrazione di quanto scritto ieri,pubblico un contributo di Gabriele Baccalini,voce autorevolissima,che ha vissuto,spendendosi anche in prima persona,gli anni in cui la cultura era veramente considerata una cosa seria.

Ieri sera sono andato alla Scala a sentire la meravigliosa Winterreise di Quasthoff e Barenboim, stavolta molto umile nell’assecondare la linea interpretativa del grandissimo bass-bariton, di un intimismo e di una dolcezza tragica assolutamente originali, tali da porla sullo stesso piano delle altre più sublimi, che la nostra generazione ha potuto ascoltare.
Ne accenno qui invece di mettere un nuovo post, perché per seguire il testo mi sono portato da casa la brochure delle Schubertiadi di Hermann Prey del 1986-87: sei serate di Lieder di Schubert, tra cui naturalmente il sommo capolavoro di ieri sera. Sulla copertina figurava l’indicazione: "Concerti per Giovani, Lavoratori e Studenti", i mitici GLS, low cost ma con i più grandi concertisti del mondo, creati da Paolo Grassi e continuati gloriosamente con Badini.
Erano i tempi dell’Ente Autonomo Teatro alla Scala, gestito dai rappresentanti della collettività e della comunità musicale e teatrale.
Poi è arrivata la Fondazione dei privati supermiliardari ed erano spariti anche i concerti di canto come quello di ieri sera, evidentemente non abbastanza "rentables" (vedi il programma della stagione 2004-2005, impostato dalla gestione Fontana-Muti; i concerti per giovani e anziani "invitati" alla Scala erano eseguiti dal Quartetto d’archi della Scala, dai Violoncellisti della Scala, dai Solisti della Scala e dall’Ensemble strumentale scaligero: luminoso esempio di apertura internazionale del primo teatro musicale del mondo!).
Il tutto soltanto per invitare il signor Baricco ad andare "a scoà ‘l mar", come si dice a Milano, e la Repubblica a smettere di ospitare questi conformisti dell’anticonformismo, inneggianti per puro codismo al liberismo culturale, in tempi in cui il liberismo selvaggio è stato messo in rotta dalle malefatte dei suoi stessi protagonisti.

Gabriele Baccalini

La polemica del giorno:Alessandro Baricco

Questo articolo dello scrittore alla moda-intellettual-saputello Alessandro Baricco

www.repubblica.it/2009/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco/spettacolo-baricco.htm

apparso oggi su La Repubblica,ha scatenato una serie di reazioni sul web,tra cui segnaliamo questa:
parma.repubblica.it/dettaglio/Stop-soldi-di-Stato-al-teatro-Meli:-Baricco-stia-zitto/1595495

Io non ritengo necessario spenderci tante parole sopra e mi limito a questa osservazione:
Quando si legge Baricco,sembra di leggere Veltroni,e viceversa:cerchiobottismo puro,il trionfo del "sí,ma anche…".Irrilevanti le opinioni di uno scrittore svociato,il quale é preoccupato della crisi della cultura principalmente per il fatto che la gente non compra piú i suoi libri.

Per Eluana

Questo é un blog che si occupa di musica.Ma di fronte alla tragedia di miseria umana,politica e morale che si é consumata in questi giorni intorno al letto di una donna torturata per 17 anni,non posso assolutamente tacere.Addio,Eluana.Agli avvoltoi della malafede, di cui sempre ricorderemo il nome e il comportamento vergognoso, va il più profondo disprezzo degli uomini liberi. I preti in carriera, i ministri della sanità neoconvertiti per interesse, i golpisti che hanno approfittato della sofferenza di una donna per infangare la Costituzione italiana e i loro orribili complici portano la responsabilitá del dramma che si é svolto,tragica espressione di un paese ridotto ormai ai minimi termini da una classe politica cinica,criminale e miserabile.
Nell´esprimere alla famiglia Englaro tutta la solidarietá mia personale e di tutti gli uomini di buona volontá che ancora rimangono in questa Italia disgraziata,dedico alla memoria di Eluana il Lacrymosa dalla Messa di Requiem di Giuseppe Verdi,colui che nel quarto atto dell´Aida seppe esprimere questo duro giudizio sulla casta clericale e sui suoi servi:

"Sacerdoti,compiste un delitto,
tigri infami di sangue assetate!
Voi la terra ed i numi oltraggiate,
voi punite chi colpe non ha!"

Buona notte Eluana e,come dice Shakespeare nell´Amleto,"un volo d´angeli accompagni il tuo riposo".

Auguri,Presidente Obama!

In questa giornata solenne,nella quale finisce uno dei periodi piú tristi della storia degli Stati Uniti d´America,questo blog invita i suoi visitatori a festeggiare l´insediamento del Presidente Barack Obama ascoltando la voce di Leontyne Price,una delle piú grandi cantanti afroamericane di tutti i tempi.Che la sua voce indimenticabile annunci una nuova era di speranza e di pace per il mondo.Al nuovo presidente degli Stati Uniti,i miei piú calorosi auguri di buon lavoro.