Alexander Lonquich e Münchener Kammerorchester – Beethoven: Die 5 Klavierkonzerte

Foto ©Florian Ganslmeier

Ascoltare tutti e cinque i Concerti per pianoforte e orchestra di Beethoven in un’ unica serata non è sicuramente cosa di tutti i giorni. Alexander Lonquich e la Münchener Kammerorchester hanno eseguito questo progetto nel 2019, ne hanno realizzato un’ incisione discografica che ha riscosso gli elogi unanimi della critica internazionale e hanno ripreso il programma per festeggiare il settantacinquesimo anniversario della fondazione dell’ orchestra, in una serata alla Isarphilharmonie. Una proposta concertistica del genere meritava sicuramente un viaggio fino a München, anche perché conoscevo già la registrazione che rappresenta uno tra migliori esiti artistici raggiunti in assoluto da Alexander Lonquich, uno tra gli artisti più intelligenti e sensibili della nostra epoca, tra l’ altro mio amico personale da molti anni. Ho seguito la carriera di Lonquich quasi dai suoi inizi e l’ ho sempre considerato un interprete originale e un artista di grande versatilità. Le sue interpretazioni di Beethoven, Schubert e Schumann sono tra le più interessanti che io abbia ascoltato, per la finezza del fraseggio e l’ originalità di concezione. Il sessantacinquenne pianista nativo di Trier e da molti anni residente in Italia si è sempre distinto per le sue qualità di musicista intelligente e con una vasta gamma di interessi, che lo portano a spaziare con successo dalle serate solistiche a quelle di musica da camera e come direttore d’ orchestra.

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Il viaggio attraverso l’ universo beethoveniano, intervallato da tre pause, iniziava con il Concerto in si bemolle maggiore op. 19, il primo composto dal musicista di Bonn anche se pubblicato dopo l’ op. 15, che rappresenta allo stesso tempo un omaggio ai modelli tracciati da Mozart, evidenti soprattutto nella melodia del tempo centrale ispirata a quella dell’ Andante dal Concerto K. 450 scritto nella medesima tonalità, e nel ritmo in 6/8 del Finale simile a quello dello stesso K. 450 e del K. 595, sul quale Beethoven inizia a inserire sperimentalismi come la Cadenza in stile recitativo dell’ Adagio e le accentazioni sincopate del Rondò. Dopo l’ esposizione orchestrale nella quale la Münchener Kammerorchester ha messo subito in evidenza la qualità del suo timbro trasparente e di grande fascino, il pianoforte di Lonquich entrava in maniera perentoria con un fraseggio stilisticamente inappuntabile e calcolato in maniera millimetrica nelle sfumature ritmiche e dinamiche sino all’ eleganza suprema della conclusione in cui lo strumento solista abbandona la scena con una nuova figura melodica impreziosita di acciaccature che si lasciano dietro una lieve scìa di trilli nel registro acuto e una esitante cadenza in pianissimo.

Nel Concerto in do maggiore op. 15 lo stile di Beethoven comincia ad evidenziarsi in maniera più marcata. Il carattere di brillante affresco sonoro, che è la cifra stilistica peculiare di questo lavoro in cui il compositore di Bonn inserisce elementi derivati dalla scrittura pianistica di Clementi e Humme, veniva reso con splendida evidenza in tutti i suoi aspetti dal fraseggio sciolto, elegante, attentamente calcolato nelle sfumature dinamiche, ritmicamente mobilissimo del pianoforte perfettamente integrato con il suono orchestrale, modellato da Lonquich in perfetta sintonia di timbri e dinamiche con il suono dello strumento solista. Assolutamente perfetta la resa del Largo in la bemolle maggiore, per la nobile e malinconica eloquenza conferita alla linea melodica e davvero ideale anche la lettura del Rondò, nel quale i passaggi di virtuosismo brillante sono stati resi da Lonquich con una raffinatezza e ricchezza di sfumature davvero di altissima classe.

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Con il Concerto N° 3 in do minore op. 37 entriamo in quella che gli studiosi beethoveniani definiscono da sempre la seconda fase creativa del Maestro. L’ entrata perentoria del pianoforte, realizzata da Lonquich con un bellissimo rubato di una grazione di secondo fra il primo e il secondo arpeggio, metteva perfettamente in evidenza questo aspetto già dalla qualità del suono, che rispetto ai due Concerti precedenti era decisamente più densa. Il Terzo Concerto nella lettura di Alexander Lonquich è intenso, equilibrato, ricco di colori e di sonorità timbrate e trasparenti nelle mezze tinte, perfetto per equilibrio nel respiro melodico e capacità di far cantare lo strumento. Il dominio della tastiera è naturalmente da virtuoso di gran classe, con un tocco filigranato e incisivo nei passi di agilità di forza e un gusto sorvegliatissimo nell’ uso del pedale. Un’ interpretazione di tono aristocratico ed elegante, che ha toccato i suoi vertici nella perfetta resa delle architetture del movimento iniziale e nella cantabilità nobile ed ispirata con cui il pianista di Trier ha reso il Largo centrale, chiudendo cun una scintillante esibizione di tutto il meglio delle sue qualità virtuosistiche nel Rondò. La Münchener Kammerorchester è stata perfetta nell’ assecondare il solista e nel realizzare un magnifico scambio reciproco di colori e di fraseggi, in una perfetta dimostrazione di cosa significhi veramente far musica insieme. In complesso, questa era un’ esecuzione che si può tranquillamente definire come un modello di interpretazione beethoveniana moderna, di un livello esemplare sotto tutti i punti di vista.

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L’ interpretazione di Lonquich del Quarto concerto è una di quelle che posso dire di conoscere a menadito, avendola ascoltata parecchie volte dal vivo. Il Concerto N°4 in sol maggiore op. 58 è un brano tecnicamente non impossibile ma molto insidioso dal punto di vista degli equilbri sonori e della resa dinamica nelle sfumature. In questa occasione, la pulizia e raffinatezza di tocco, il fraseggio scorrevole, ricco di respiro cantabile e puntualissimo nella realizzazione delle sfumature unito alla cura nel costruire una base strumentale trasparente e raffinata erano gli elementi costitutivi di una lettura che per consapevolezza stilistica e maturità di concezione oltre che per la morbidezza e la bellezza timbrica di un suono graduato attentamente in una paletta coloristica ricca di sfumature, rimarrà nella mia memoria come una tra le più belle da me ascoltate in tanti anni di esperienze concertistiche. In particolare il primo tempo, realizzato con infinitesimali variazioni coloristiche in una dinamica che non oltrepassava quasi mai il mezzoforte e la linea di canto purissima dell’ Adagio, con le sue sfumature eteree quasi da magica sospensione temporale, erano da annoverare tra le massime espressioni di stile beeethoveniano in assoluto, che io personalmente non esito a definire di livello storico.

Dopo un altro intervallo, Alexander Lonquich e la Münchener Kammerorchester hanno definitivamente siglato il carattere eccezionale della serata con una superba esecuzione del Concerto N° 5 in mi bemolle maggiore op. 73. La souplesse tecnica e il tocco cristallino del solista si integravano meravigliosamente nel fraseggio elegantissimo dell’ orchestra, con uno stupendo scambio reciproco di proposte coloristiche raffinate e fraseggi di somma eleganza. Un Beethoven intenso, nobile ed eloquente ma del tutto scevro di retorica, magnificamente calibrato in linee melodiche di un equilibrio e respiro assolutamente perfetti, frutto di studi e maturità interpretativa raggiunti da Lonquich in anni e anni di perfezionamento stilistico e di una tecnica che con gli anni si va facendo sempre più completa nel dominio della tastiera. Come mi era già capitato di pensare ascoltanto la registrazione discografica, il Beethoven interpretato da Lonquich è importantissimo perchè rappresenta un ideale anello di congiunzione tra passato e futuro. La sua è una visione oltre che tecnicamente, culturalmente e umanamente ineccepibile, anche profetica e destinata nei prossimi anni ad essere ricordata come un modello di riferimento assoluto. Il pubblico monacense, tra il quale io ho notato con grande piacere una folta presenza di giovani, ha seguito con una concentrazione assoluta le quasi cinque ore complessive di questa maratona musicale e alla fine ha festeggiato il solista e l’ orchestra con ovazioni entusiastiche durate per diversi minuti. Non mostrando in benchè minimo segno di stanchezza, Alexander Lonquich ha chiuso la serata ripetendo i Rondò del Concerto op. 15 con una cadenza improvvisata, a sigillo di un concerto destinato a rimanere a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente.


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