
Anche Marco Gaudino mi ha inviato il suo primo contributo del 2026,
che qui di seguito pubblico. Buona lettura!
Il pensiero musicale – parte seconda
Perché alcuni musicisti pensano alle note mentre suonano e altri no: meccanismi mentali, vantaggi e limiti.
Nel mondo della musica esistono due grandi modalità di elaborazione mentale durante l’ esecuzione:
1. Musicisti che mentre suonano “chiamano mentalmente le note” (es. “do–mi–sol”).
2. Musicisti che suonano senza verbalizzare le note nella mente, affidandosi a processi più automatici o sensoriali.
Entrambi i metodi sono validi, ma implicano funzionamenti cognitivi diversi e portano con sé vantaggi e svantaggi a seconda della situazione, dello strumento e del livello di preparazione del musicista.
1. Da cosa dipendono queste differenze?
a) Tipologia di apprendimento
Apprendimento “verbale”
Alcuni musicisti fin dall’inizio sono stati educati a nominare le note per leggere, memorizzare e controllare ciò che suonano. È tipico dei percorsi classici molto teorici o di strumenti come pianoforte e strumenti a fiato.
Apprendimento “motorio e uditivo”
Altri imparano attraverso schemi di movimento, forme, diteggiature, imitazione e memoria sonora. È frequente tra chitarristi, bassisti, batteristi, cantanti e musicisti autodidatti
b) Dominanza cognitiva
Ognuno di noi ha un modo diverso di processare informazioni:
chi è più verbale tende a usare parole, nomi e concetti;
chi è più visivo pensa per immagini, pattern, forme;
chi è più uditivo percepisce tutto come linee melodiche o intervalli senza bisogno di etichette.
c) Automatizzazione
Con l’ esperienza, molti musicisti non hanno più bisogno di “chiamare note”:
la nota diventa un gesto, un suono immediato.
È simile a quando guidiamo senza dirci “adesso cambio marcia”.
d) Tipo di repertorio
Musica classica, polifonica, d’ ensemble: più spesso si verbalizzano note o intervalli.
Jazz, rock, pop: prevalgono pattern, scale e ascolto istintivo.
2. I pro e i contro di chi “chiama mentalmente le note”
Vantaggi
1. Maggiore consapevolezza teorica
Aiuta a comprendere armonia, trasporto, modulazioni e struttura del brano.
2. Precisione nella lettura
Ottimo per: lettura a prima vista, studi classici complessi, strumenti che richiedono intonazione precisa (fiati, archi).
3. Controllo sulla pulizia esecutiva
Sapere “cosa” stai suonando riduce errori e migliora l’ intonazione.
4. Facile comunicazione tra musicisti
Dire “passiamo da sol a la” è immediato.
Svantaggi
1. Rallentamento del flusso
La verbalizzazione può diventare un “filtro” e rendere più laboriosa l’ esecuzione veloce.
2. Maggiore tensione cognitiva
La mente è più attiva e meno libera: rischio di sovraccarico mentale, soprattutto in passaggi rapidi.
3. Ridotta spontaneità
Meno spazio all’ istinto, alla creatività immediata, all’ improvvisazione.
4. Dipendenza dal processo verbale
Se viene meno la concentrazione, l’ esecuzione può risentirne.
3. I pro e i contro di chi NON pensa alle note mentre suona
Vantaggi
1. Flusso naturale e spontaneo
Il gesto musicale diventa automatico, simile a parlare nella propria lingua madre.
2. Migliore libertà creativa
Perfetto per improvvisazione, arrangiamento, esplorazione sonora.
3. Meno sforzo cognitivo
La mente non è impegnata a “tradurre” note → suoni → movimento.
4. Grande sensibilità uditiva
L’ attenzione va al timbro, al fraseggio, all’ espressione.
Svantaggi
1. Difficoltà teoriche
Può diventare più complicato: analizzare un brano, trasporre, capire armonie complesse, leggere partiture difficili.
2. Dipendenza dalla memoria muscolare
Se il pezzo è lungo o complesso, basta un intoppo per perdere il filo.
3. Comunicazione meno immediata
In una prova d’orchestra o in ensemble:
«vai al do della battuta 12» può non essere subito chiaro.
4. Possibile imprecisione
Quando l’ esecuzione è troppo automatica, si rischiano errori evitabili.
Qual è il metodo migliore?
Non esiste un metodo universalmente superiore: dipende dall’ obiettivo, dallo strumento e dal contesto
Per studiare, analizzare, leggere: utile pensare alle note. Per suonare in concerto, improvvisare, esprimersi: utile liberarsi dai nomi e “sentire” la musica. Forse i musicisti più completi sanno passare da un sistema all’ altro, secondo le necessità del momento. La differenza tra chi suona pensando alle note e chi suona “a sensazione” non è una questione di bravura, ma di strategie mentali e stili di apprendimento. Entrambi i sistemi hanno punti di forza e limiti: il segreto è saperli equilibrare. Il musicista che riesce a unire consapevolezza teorica e libertà espressiva ottiene una visione completa della musica, dove tecnica, emozione e pensiero lavorano insieme.
Ritengo questo argomento, nonostante tutti gli studi e riferimenti bibliografici che allego, una ricerca ancora non totalmente esplorata. Io personalmente penso per note e non riesco a staccarmi da questo modello. Proporrei di rivoluzionare totalmente lo studio della lettura delle note, eliminando totalmente la convenzione dei nomi e puntando al metodo: segno=suono quale sua identità. La musica la si suona come la si pensa; questo sia l’ unica grande realtà alla pari del linguaggio verbale.
Riferimenti bibliografici ed osservazioni
- Strategies Used by Musicians to Identify Notes’ Pitch: Cognitive Bricks and Mental Representations — studio che descrive come molti musicisti utilizzano “ancoraggi mentali” (in modalità uditiva, visiva o cinestetica) per identificare le note, e che questo varia da persona a persona. Letailleur, A., Bisesi, E., & Legrain, P. (2020). Strategies Used by Musicians to Identify Notes’ Pitch: Cognitive Bricks and Mental Representations. Frontiers in Psychology, 11, Article 1480. Rivista: Frontiers in Psychology (sezione Cognitive Science)
Data di pubblicazione: 7 luglio 2020
Sintesi: Lo studio analizza come i musicisti identifichino l’altezza delle note attraverso “mattoni cognitivi” (cognitive bricks) chiamati Mental Anchorpoints (MA). Questi punti di ancoraggio possono essere uditivi, visivi o cinestetici e aiutano a formare le rappresentazioni mentali necessarie per dare un nome a una nota. - How do musician’s brains work while playing? — articolo divulgativo basato su ricerca neuroscientifica: mostra come cervello e coordinazione motoria/uditiva lavorino insieme, e documenta differenze tra chi legge la musica e chi suona “a orecchio”. Zatorre, R. J., Chen, J. L., & Penhune, V. B. (2007). When the brain plays music: auditory–motor interactions in music perception and production.
Nature Reviews Neuroscience, 8(7), 547–558. - Music Learning Theory (di Edwin E. Gordon) — una teoria educativa molto influente che spiega i diversi modi di “audiation” (ascoltare mentalmente la musica, anche senza suonarla) e come l’apprendimento musicale può sviluppare capacità interiori non immediatamente evidenti. “Musicians’ views on the role of reading music in learning, performance, and understanding” — ricerca su praticanti di vari strumenti che evidenzia come alcuni descrivano l’esperienza del suonare come “automatico” (memoria motoria/uditiva), altri come “teorico” (nominando mentalmente note o fingering). Arthurs, Y., & Petrini, K. (2024).
Lo studio sulle “note‑pitch identification strategies” (prima fonte) dimostra che non esiste un unico modo “giusto” per riconoscere o suonare le note: alcuni usano riferimenti uditivi, altri visivi, altri cinestesici. La ricerca neurologica (seconda fonte) mostra che suonare implica un’integrazione complessa fra cervello, udito e corpo: leggere spartito e suonare con coordinazione, oppure suonare “a orecchio” con memoria motoria, sono due strategie neurologiche alternative.
Le teorie educative come la Music Learning Theory (terza fonte) offrono un modello per capire come l’“audiation” — la musica “nel cervello”, prima ancora di suonarla — sia una competenza centrale, e da lì possano nascere approcci diversi all’esecuzione.
Le testimonianze raccolte nell’indagine “reading vs ear‑playing” mostrano che per alcuni suonare diventa un processo “automatico e incarnato” (memoria motoria e sensoriale), per altri resta “concettuale” (nota → nome → movimento).
Le differenze non sono nette e rigidamente divise: molti musicisti usano entrambi i metodi a seconda del contesto — lettura, improvvisazione, studio, ensemble. Le strategie sono flessibili. Non sempre una modalità è “migliore”: ciascuna ha punti di forza e limiti, e la ricerca spesso evidenzia che la memoria motoria e uditiva possono essere più stabili nel tempo rispetto alla lettura esplicita, ma richiedono più pratica. Le caratteristiche cognitive individuali (memoria, udito, coordinazione) influiscono molto: ciò che per un musicista è automatico, per un altro può richiedere sforzo.
Ricerche contemporanee su percezione uditiva, memoria del pitch, elaborazioni implicite — ad esempio Auditory cortex and beyond: Deficits in congenital amusia (Tillmann, Graves, Talamini et al., 2023) indagano casi di disturbi della percezione musicale congenita per capire quali siano le aree cerebrali coinvolte e come la percezione del pitch possa variare tra individui; utile per capire la gamma di capacità uditive umane.
Mi auguro che questo articolo possa servire come spunto argomentativo per eventuali dottorati di ricerca nei conservatori italiani.
Marco Gaudino
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