
Il 14 dicembre 1925 alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino, sotto la direzione di Erich Kleiber, veniva rappresentato per la prima volta il Wozzeck di Alban Berg. Un avvenimento destinato a lasciare una traccia importantissima nella storia della musica del Novecento. Dalla straordinaria potenza espressiva del testo di Georg Büchner il compositore austriaco trasse l’ ispirazione per una partitura di straordinario impatto teatrale e incredibile modernità, che mette in scena la disperazione di una condizione umana senza possibili sbocchi e, sul piano politico e morale, il disfacimento che coinvolge insieme oppressi ed oppressori. Ma Wozzeck è anche il dramma dei rapporti gerarchici, in un sistema che distrugge gli uomini veri ed esalta quelli falsi. E addirittura molto di più, come notava intelligentemente Giuseppe Sinopoli, che fu tra i più grandi interpreti dell’ opera, in queste considerazioni tratte dal programma di sala dell’ allestimento da lui diretto al Teatro alla Scala:
È strano che da noi Wozzeck sia ancora così poco frequentato, mentre nei teatri d’ area tedesca è eseguito molto più di Wagner, perché è una di quelle opere che richiedono continua riflessione sui tanti livelli di lettura, sottoposta al rovello di quelle simbologie numeriche tanto care a Berg, che serialmente si diverte a mescolare i 3 e i 7, i 6 e i 10, seguendo complessi, segreti, percorsi.
Leggerlo in chiave sociale, di ’classe’, come usualmente si fa, è riduttivo. Berg va ben oltre: respirando l’ aria del suo tempo, attinge più o meno consciamente a Freud. Quando scopre che la sua donna lo tradisce, Wozzeck non è tanto sconvolto dalla gelosia ma dalla rottura della legge. Un ’peccato’ insopportabile per uno come lui, che cita in continuazione la Bibbia, sente le voci, interpreta i segni della natura. Un paranoico, uno che potrebbe essere molto elegante, lavarsi spesso… La rottura della legge per lui è la rottura con il superego, con il padre. Un ’padre’ che per Berg era Schönberg, chiamato in causa usando lo stesso organico del Maestro.
Wozzeck – o Woyzeck, come si intitola il dramma incompiuto di Büchner – è ispirato alla storia vera di Johann Christian Woyzeck, un soldato condannato a morte per l’ omicidio della sua amante. La diversa ortografia si basa su una prima edizione pubblicata nel 1879, che fu in seguito pesantemente criticata a causa delle numerose modifiche apportate al testo dal curatore Karl Emil Franzos. Quando Berg nel 1920 riuscì a procurarsi un’ edizione critica, tuttavia, la composizione dell’ opera era a tal punto avanzata che egli conservò il testo obsoleto.
Nel dramma, la storia si svolge come segue: il soldato Franz Woyzeck vive in condizioni umili con la sua amante Marie e il loro figlio illegittimo. Per arrotondare la sua misera paga, si affida a un medico senza scrupoli che lo usa per esperimenti scientifici. Sfruttato dal dottore e umiliato pubblicamente dal suo capitano e dai commilitoni, scopre anche che Marie ha una relazione con un tamburmaggiore della compagnia dove lui serve. Voci interiori gli ordinano di uccidere la sua amante infedele. Woyzeck, impossessatosi di un coltello, pugnala a morte Marie durante una passeggiata serale. Il testo delinea in maniera potentemente tragica la storia di un uomo vilipeso e calpestato con violenza da qualcosa di più forte di lui a cui non sa ribellarsi se non cercando uno sfogo nel rifugio in un immaginario mondo d’ inquietudine e nel coltello affilato col quale ucciderà la sua compagna.
Sebbene scritto nel 1837, poco prima della prematura scomparsa di Büchner a soli 23 anni, Woyzeck debuttò in pubblico solo l’ 8 novembre 1913 al Residenztheater, la sede stabile del Bayerische Staatsschauspiel di München. Un anno dopo, Alban Berg assistette alla prima viennese, il 14 maggio 1914 al Kammerspiele, che lo ispirò immediatamente a utilizzare il testo come fonte per un’ opera lirica. Il processo compositivo vero e proprio, tuttavia, si trascinò per molti anni, anche perché Berg prestò servizio nell’ esercito austriaco tra il 1915 e il 1918. Riuscì a completare il libretto nel 1917 e iniziò a comporre durante gli ultimi due anni di guerra, ma la partitura non fu terminata fino al 1921. Dopo l’ esecuzione di alcuni estratti, la prima ufficiale ebbe finalmente luogo nel dicembre 1925 alla Staatsoper Unter den Linden di Berlino.
Il capolavoro di Alban Berg costituisce un’ autentica pietra miliare nella storia della musica del Novecento per la sapienza compositiva e la perfezione strutturale di una partitura che conferisce una carica emotiva lancinante a un testo le cui problematiche psicologiche e sociali sono ancora oggi di straordinaria, inquietante attualità. Dal dramma aperto di Büchner, con la sua sequenza di scene piuttosto libera, il compositore creò tre atti drammaticamente densi, ciascuno con cinque scene, basati su una rigorosa struttura architettonica. Il tutto suddiviso nella classica tripartizione aristotelica esposizione – peripezia – catastrofe, senza alcuna ripetizione e in un continuo crescendo. Il primo atto consiste in cinque brani di carattere che introducono i personaggi principali, mentre il secondo è strutturato come una sinfonia mahleriana in cinque movimenti. Questo è praticamente impercettibile dall’ orecchio di un ascoltatore poco esperto, ma la forma serve a dare coerenza alla libertà armonica della musica. Il terzo atto comprende cinque “invenzioni”, ciascuna basata su principi musicali completamente differenziati. Il tutto è tenuto insieme da una rete estremamente sofisticata di leitmotive, come nei drammi musicali wagneriani sebbene il risultato finale sia decisamente diverso. Come il compositore stesso affermava personalmente, l’ utilizzo di queste forme musicali è finalizzato a conferire la massima caratterizzazione individuale a ognuna delle quindici scene del libretto prescelte fra le ventidue che compongono il testo di Büchner, in modo da conferire la massima evidenza espressiva alla parola. Da un’ architettura così coerentemente strutturata nascono le lacerazioni armoniche squassanti che punteggiano il tessuto compositivo di una musica che raggiunge incredibili vertici di forza espressiva in pagine come la scena tra Wozzeck e Andres, la ninnananna cantata da Marie al bambino, i valzer della festa nel loro carattere di angosciosa parodia e il finale assolutamente straziante per l’ intensità drammatica che tocca il suo culmine con la disperata melodia dell’ interludio sinfonico dopo la morte del protagonista seguito dalla struggente atmosfera della scena finale, con quella musica che gira quasi in folle, a vuoto.
Berg aprì nuove strade anche con il contenuto drammaturgico del suo capolavoro, poiché la presenza di personaggi delle classi sociali più basse come protagonisti era un evento a quei tempi ancora assai raro nel teatro musicale. Sia musicalmente che socialmente, Wozzeck rappresenta una vera e propria confessione esasperata in senso espressionistico, in cui è intrecciata anche la sofferenza personale del compositore, che vi trasmise le esperienze da lui vissute prestando servizio militare durante la Grande Guerra e a questo proposito così si espresse: “Anche una parte di me è nel suo carattere, perché ho trascorso questi anni di guerra dipendente da persone che odiavo, legato, malato, non libero, rassegnato, persino umiliato. Senza questo servizio militare, sarei sano come sempre.”
A causa della sua complessità e dei problemi tecnici che essa comporta (è noto che Erich Kleiber per preparare la prima assoluta berlinese ebbe bisogno di trentaquattro prove d’ orchestra), il Wozzeck fu inizialmente considerato difficile da eseguire e questo ne limitò la circolazione, ulteriormente ostacolata anche dalla politica dell’ Entartete Kunst imposta dal nazismo ai teatri di lingua tedesca negli anni successivi alla presa del potere. Fra i più importanti divulgatori esecutivi della partitura di Berg vanno sicuramente citati, oltre a Erich Kleiber che la portò in scena per la prima volta e a Tullio Serafin che ne diresse la prima esecuzione italiana nel 1942 al Teatro dell’ Opera di Roma, nomi come quelli di Dimitri Mitropoulos che la eseguì per la prima volta alla Scala riuscendo anche a convincere un pubblico che all’ inizio aveva reagito male di fronte a una musica allora da molti considerata inascoltabile, Karl Böhm che la portò anche al Metropolitan dove poi fu seguito da Colin Davis e James Levine, Carlos Kleiber, Pierre Boulez, Claudio Abbado che ne diresse storiche produzioni alla Scala, alla Wiener Staatsoper e ai Salzburger Festspiele, Giuseppe Sinopoli e ai giorni nostri Teodor Currentzis e Sir Simon Rattle. Oggi l’ opera berghiana è unanimemente considerata uno dei contributi più importanti alla storia della musica del XX secolo e un’opera fondamentale nel campo dell’ arte moderna.
Come ascolto celebrativo per questa ricorrenza, ho scelto questa rara registrazione che documenta una recita diretta nel 1970 da Carlos Kleiber al Nationaltheater München. Il grandissimo direttore tedesco eseguì il Wozzeck abbastanza frequentemente nella prima parte della sua carriera ma poi improvvisamente lo abbandonò. Sulle ragioni di questa decisione, è interessante questa ipotesi avanzata dallo studioso italiano Michele Girardi, recentemente scomparso:
Penso che la scelta di Kleiber sia stata condizionata o, meglio, che Kleiber non avesse un’ altra strada, altrimenti l’avrebbe percorsa. Sono fortemente convinto che il suo caso sia ideale da studiare per quanto riguarda il complesso di Edipo: non ho trovato uno solo dei suoi brani, anche quelli più desueti (come la sinfonia n. 2 di Borodin, ad esempio), dove Kleiber figlio non abbia diretto brani del repertorio paterno. Ha eseguito Wozzeck, ma non a caso lo ha lasciato presto, pur essendo un meraviglioso direttore di quel capolavoro, basta ascoltare la sua esecuzione per avere una prova principe del fatto che fosse una partitura per lui, però era la musica del padre (che ne diresse la première nel 1925) e quindi se uno ha un problema col padre, o lo uccide e passa oltre o non è capace di risolverlo. Kleiber ha dimostrato di non essere capace e convisse fino alla morte con questa sua impasse, tanto che molti biografi hanno sostenuto che egli vedesse nel rapporto con il repertorio paterno il filo conduttore della sua esistenza. È per questo che non riesco a quantificare, e nemmeno credo che sia facile riuscirci, quanto fosse radicato nel repertorio sinfonico romantico e post-romantico e quanto avrebbe potuto contare nell’ interpretazione estetica di quella musica senza il pesante fardello dell’eredità paterna.
– da un’ intervista pubblicata nel sito http://www.quinteparallele.net
WOZZECK
Oper in drei Akten (15 Bildern) von Alban Berg.
Text von Georg Büchner.
Wozzeck, ein Soldat: Theo Adam
Tambourmajor: Fritz Uhl
Andres: Friedrich Lenz
Hauptmann: Georg Paskuda
Doktor: Kieth Engen
1. Handwerkerbursch: Max Proebstl
2. Handwerkerbursch: Carl Hoppe
Der Narr: Walter Carnuth
Marie: Wendy Fine
Margret: Gudrun Wewezow
Chor der Bayerischen Staatsoper
Bayerisches Staatsorchester
Carlos Kleiber
München, Nationaltheater, 27. November 1970
Broadcast recording
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