
Foto ©Martin Sigmund
Oltre ai concerti sinfonici e da camera, il cartellone dei Ludwigsburger Schlosfestspiele propone sempre una o due rappresentazioni operistiche. Quest’ anno lo Schlosstheater, il piccolo teatro barocco interno del Residenzschloss costruito nel 1758 da Philippe La Guêpière e poi ridisegnato da Nikolaus Friedrich von Thouret nel 1802, oggi visibile ancora con gli antichi meccanismi di scena, ha ospitato il nuovo allestimento della Zaide di Mozart, coprodotto insieme alla Statsoper Stuttgart. Come tutte le altre produzioni di questo titolo, la sua natura di opera incompiuta lascia parecchia libertà creativa agli autori della messinscena: Mozart infatti iniziò a musicare il testo di Johann Andreas Schachtner, che drammaturgicamente presenta parecchie analogie con il successivo Die Entführung aus dem Serail, nel 1780 ma non portò mai a termine il lavoro in quanto distratto dalla contemporanea composizione di Idomeneo che mise in secondo piano tutti gli altri progetti. Il testo completo del libretto originale è andato perduto e quindi non conosciamo che tipo di conclusione Mozart avrebbe voluto dare alla vicenda. Partendo da questo testo frammentario, nel quale comunque i numeri musicali sono di una qualità assolutamente all’ altezza dei migliori lavori mozartiani, Jessica Glauser, quarantacinquenne regista originaria del Niedersachsen, ha ideato una drammaturgia nella quale il compito di raccontare la trama era affidato a un gruppo di quattordici giovani attori denominato Erzählkollektiv che interagivano con i personaggi nei dialoghi e commentavano la vicenda tra di loro inserendovi anche alcune canzoni in stile hip-hop dai testi riguardanti temi come l’ integrazione e il femminismo oltre a spiegare la conclusione della vicenda, che la regia ha lasciato aperta. Nel complesso lo spettacolo funzionava bene dal punto di vista teatrale anche se le canzoni non erano di grande qualità musicale e anche piuttosto banali dal punto di vista dei contenuti. Da questo punto di vista, si sarebbe potuto fare di meglio anche se va detto che i quattordici ragazzi cantavano e ballavano davvero molto bene.

Foto ©Martin Sigmund
In compenso, la parte musicale dello spettacolo è stata realizzata a un livello artistico davvero pregevole. Natasha Te Rupe Wilson, trentunenne soprano neozelandese di stirpe maori che in queste ultime stagioni si è segnalata come una tra le giovani voci più interessanti nell’ ensemble della Staatsoper Stuttgart, ha cantato con stupenda intensità emotiva la parte di Zaide, eseguendo con un legato impeccabile l’ aria “Ruhe sanft, mein holdes Leben” che costituisce il pezzo più conosciuto della partitura e mostrando un bel virtuosismo in “Tiger! Wetze nur die Klauen” nel secondo atto oltre a un fraseggio intenso e di bella espressività nei duetti con Gomatz, interpretato dal giovane tenore Moritz Kallenberg, anche lui entrato a far parte dell’ ensemble di Stuttgart dopo aver frequentato i corsi dell’ Opernstudio, che ha messo in mostra un timbro vocale di bella luminosità e un discreto dominio tecnico dello strumento. Il basso statunitense Andrew Bogard è stato interprete incisivo e vocalmente sicuro del ruolo di Allazim. Eccellente anche la prestazione di Torsten Hofmann, il miglior tenore caratterista del teatro di Stuttgart, nel ruolo di Soliman dove il cantante sassone ha messo in mostra un fraseggio ficcante e di grande incisività. Molto pulita e ricca di sfumature l’ esecuzione degli strumentisti della Staatsorchester Stuttgart diretti da Vlad Iftinca, pianista e direttore romeno che dopo diversi anni di attività al Metropolitan di New York è entrato a far parte dell’ ensemble alla Staatsoper Stuttgart dove lavora come maestro collaboratore e direttore musicale dell’ Opernstudio oltre a dirigere diverse recite operistiche. Il pubblico si è parecchio divertito e ha applaudito a lungo questo spettacolo che sicuramente non mancava di originalità.
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